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Premessa.

In alcuni giorni più di altri c’è bisogno di parlare di bellezza con realismo e di progetti capaci di meravigliare e di ricordare l’importanza di atteggiamenti d’animo come la fiducia e la pazienza. Ecco perché oggi ho voluto tirar fuori dal taccuino degli appunti questa storia, incontrata quasi per caso come succede con molte altre.

Antefatto.

Leggendo Corse Matin, sulla spiaggia di Calvi, una mattina di agosto mi sono imbattuta in un articolo (anzi, tecnicamente una breve) che invitava a visitare il giardino botanico fruttifero di Avapessa, un paesello nel cuore della Balagna. Subito appuntato. Che si trattasse di una nuova attrazione? Pur andando in quella regione da diversi anni e girandola oltre le mete turistiche per conoscerne storia e anima, quel jardin botanique fruitier mi mancava. Ebbi un flash: il piccolo cartello che al fondo della strada di ingresso ad Avapessa indica come raggiungerlo. Un particolare che non avevo colto e ancora non aveva destato la mia curiosità. Questa volta però, grazie al quotidiano locale, ne ho fatto la meta di un pomeriggio. Uno dei più belli della passata estate corsa.

Storia.

“Il giardino è una scuola di pazienza” esordisce Robert Kran, che circa 40 anni fa ha dato vita a questo progetto naturalistico trasformandosi in giardiniere per amore di un sogno che affonda le radici nella sua infanzia. Quello di Avapessa si può definire un giardino di sperimentazione e di collezione perché ci sono piante che provengono da diversi Paesi del mondo. Alla base ci sono alcune scelte che sembrano controcorrente: Kran non usa concimi, non pota e non sposta le piante. “Nelle colture intensive a ogni taglio l’albero perde da 3 a 5 anni – spiega l’uomo, originario di un piccolo villaggio dell’Alsazia, che nella vita ha lavorato anche come direttore commerciale – La qualità dei frutti che compriamo oggi è molto diversa da quella di alcuni decenni fa e non si pensi sia migliore: alcuni studi hanno e evidenziato come occorrano 100 mele di oggi per ottenere le stesse vitamine di una mela di 50 anni fa. Questo perché con la grande distribuzione si sono privilegiate altre caratteristiche: forma, colore e soprattutto trasportabilità”. Lui, invece, ha deciso di provare a ricercare quella ricchezza e così la natura lo ricompensa regalando sorprese: “Ci sono situazioni che sembrano inspiegabili come quella pianta che quattro anni fa è stata coricata da una tempesta ma da allora regala più frutti delle altre”.

In tre ettari, quasi ai piedi delle montagne, si trovano piante corse e mediterranee accanto ad altre che arrivano da Africa, Australia e America. Fichi e castagni, meli e cachi, noci di Pecan e due palme che possono vivere anche a meno 20 gradi, piante di diversi tipi di pepe e erbe aromatiche, alberi giunti da Algeri nel 1960 e il ginepro della valle del Fango, l’aronia che è ancora poco conosciuta dalla gente ma è molto utile per stimolare le difese immunitarie e la cannella di Magellano, la papaya e il mirto, noccioli e avocado, mandarini e clementine (quanti di voi conoscono la reale differenza tra i due?), il limone caviale (chiamato così perché ricorda il rinomato pesce e i ristoranti arrivano a pagarlo anche 300 euro al chilo), la palma albicocca e la canna da zucchero, cardamomo e zucchini siciliani, la croce di Malta (considerato il più potente afrodisiaco esistente) e l’albero ratatuille che in verità sono tre piante che riescono straordinariamente a coesistere avvinghiate insieme, il pesco dell’Uzbekistan le cui foglie sono rosse fino a metà luglio e poi diventano verdi e ulivi di 400 anni. Molti gli esemplari particolari che si incontrano: tra le 40 varietà di cachi, ad esempio, c’è una pianta che produce frutti dalla forma insolita, tanto che Kran l’ha soprannominato “caco erotico”, o ancora una pianta di pistacchi che nel 2015 è diventata ermafrodita; le varietà di fichi sono 55 e l’ultima messa a terra arriva dal giardino del Vaticano; tra le piante di pepe nero e rosa, invece, incuriosisce il “pepe dei monaci”, detto così perché era l’unico che i consacrati potevano utilizzare non essendo un eccitante.

Ogni pianta che entra nel giardino è accompagnata da un certificato sanitario, ma Kran preferisce partire dalle sementi: “La crescita della pianta dipende da diversi fattori tra cui la composizione mineralogica del terreno e il clima. Prima la tengo al riparo e quando vedo che resiste e come cresce, dopo 3 o 4 anni, la metto definitivamente a terra all’esterno – tratteggia il giardiniere – Molte piante straniere faticano a superare il primo inverno, ma quelle che ci riescono sono forti e sviluppano resistenza al freddo e si comportano come le nostre”.

Inoltrandosi nel giardino ci si ritrova sotto un grande ulivo con i rami che guardano a terra, risultato di una naturale variazione: ai piedi della pianta Kran ha messo una panchina creando così un angolo molto suggestivo in cui le coppie amano farsi una foto. Non ci sono molti sentieri né indicazioni per orientarsi, ma Kran conosce ogni angolo e accompagna i visitatori permettendo loro di scoprire profumi e facendo assaggiare la frutta che raccoglie direttamente dagli alberi. Un’esperienza che risveglia i sensi. Con una saggezza dal sapore popolare ma arricchita da studi e confronti con specialisti del settore, il giardiniere lascia crescere l’erba e la taglia solo quando è alta perché resti comunque ai piedi degli alberi: “Quello strato protegge la terra dal troppo calore e offre nutrimento, oltre ad essere ambiente privilegiato per alcuni insetti che aiutano così a preservare la biodiversità”. I primi aiutanti di questo appassionato botanico e giardiniere sono gli uccelli, per questo lui ha deciso di piantare anche arbusti in cui diversi tipi di volatili possano costruirsi il nodo e trovare riparo; fa circolare tranquillamente galline e anatre, a cui si aggiungono persino due maiali vietnamiti.

La filosofia di Kran si ispira al motto “Vivi e lascia vivere”: “Il mio modello è la foresta. Da piccolo ho avuto modo di osservarla bene e allora ho pensato che avrei creato la mia foresta. Ho atteso 40 anni per farlo, ma sono contento”. Passeggiando nel giardino l’uomo intreccia la storia di alcune piante alla sua, così si viene a sapere che oltre ad essersi rifugiato da piccolo nel fitto della boscaglia per scappare ai bombardamenti, ha combattuto anche nella guerra d’Algeria: “Nel 1962, alla fine della guerra, sono stato rimpatriato e come ultima missione mi hanno mandato in Corsica: questo paesaggio mi ha ricordato la costa algerina e mi ha colpito, ho deciso che un giorno sarei venuto qui”.

Pur immerso in questo paradiso (o proprio per la fortuna e il dovere di esserne il custode), Kran è attento a ciò che avviene intorno a lui e nel mondo: “Mi preoccupa molto il cambiamento climatico. Negli ultimi 20 anni ho notato che la neve cade sempre più in alto, con una differenza di circa 60 metri, e si ferma sempre meno – tratteggia il giardiniere – Noto differenze anche nella frutta, l’uva ad esempio è sempre più precoce e contiene sempre più zucchero. Qualche anno fa gli studiosi dicevano che in Corsica nel 2050 ci sarà il clima di Tunisi, oggi dicono che ciò avverrà nel 2035”. Quando incontra i visitatori chiede loro la professione e invita insegnanti e professionisti in ambito medico e sociale a diffondere buone pratiche in difesa dell’ambiente: “La speranza è data soprattutto dall’educazione delle nuove generazioni – chiosa – C’è bisogno che le donne prendano in mano la situazione per riuscire a cambiare il nostro modo di vivere, loro hanno capacità e intraprendenza per risolvere i problemi”.

Inizia una nuovo ciclo di incontri “Martini on the books” alla biblioteca civica di Chieri. La formula è vincente (lo scorso anno è stata la prima edizione per me nei panni di moderatrice): una bella chiacchierata con l’autore sul suo ultimo romanzo e poi un aperitivo a base di Martini tutti insieme.
Quest’anno, ci saranno Alice Basso con una nuova avventura di Vani Sarca alle prese con la sparizione del suo editore Fuschi (Un caso speciale per la ghostwriter, Garzanti); Carlo De Filippis con il suo commissario torinese Zaccaria Argenti (Il dono, DeA Planeta); Fabio Geda con la storia di una famiglia che si intreccia a un incontro inaspettato portando così a riflettere sui legami affettivi e sui rapporti interpersonali (Una domenica, Einaudi).

Lumio, paese corso della Balagne in cui è viva la tradizione dei canti polifonici corsi, famoso per l’antico villaggio di Occi e per la coltura del vino, deve probabilmente l’origine del proprio nome al latino lumen, luce. Quando si avvicina il tramonto l’immagine del borgo inizia a velarsi di rosa e con il calare della sera l’atmosfera diventa ancor più suggestiva.

“È delizioso restare immersi in questa
specie di luce liquida che fa di noi degli
esseri diversi e sospesi”
Paul Claudel 

Per scoprire un luogo occorre fare attenzione ai dettagli, camminando lentamente per afferrrarne il clima, la voce del tempo e l’anima di chi lo abita. Tante volte son passata da Lumio, paese in faccia a Calvi, spalmato sulla montagna che guarda la Balagne (leggi qui). Così, un giorno, ho trasformato un’attesa in occasione: ho girovagato per le vie senza una meta, salendo e scendendo e poi ancora salendo e ridiscendendo, fermandomi spesso per osservare case e verande, piccoli giardini e piante rampicanti, scalette e terrazzini rubati alla roccia.

Sono partita dal belvedere di fronte alla chiesa parrocchiale di Sainte Marie, costruita nel tardo 1800, un edificio caratteristico perché accanto alla facciata rosa vi sono un campanile in pietra e una cappella più vecchia, la chiesa di St. Antoine datata 1590, probabilmente appartenuta a una confraternita (ogni paese della Corsica ne ha almeno una e in passato ne contava ancora di più). Questo, il centro del paese in cui troneggia l’immancabile monumento ai caduti della Grande Guerra e da cui si dipartono più strade, alcune strette a gradoni e una poco più larga asfaltata. Su alcune case ritroviamo il rosa sbiadito, su una o due un giallo molto acceso, ma la maggior parte sono in pietra; tante hanno le imposte delle finestre blu, un colore tipico per le isole, o grigie. Quasi tutte si affacciano sul golfo con vista mare: ad ogni incrocio uno scorcio suggestivo. Da un giardino fa capolino un albero di limoni e da un altro un gigantesco glicine; palme intorno a un vecchio edificio che ricorda un castelletto e piante di rosmarino in un piccolo orto.  Le insegne istituzionali riportano la doppia dicitura, in francese e in corso. È forte il senso di identità in Corsica e, ancor più in questi paeselli, tanto che non è strano trovare su qualche cassetta della posta la scritta “Simu di Lumio!”.

Quando Eleonora, la libraia, mi ha chiesto di presentare Guido Catalano con il suo ultimo romanzo Tu che non sei romantica (Rizzoli) ho subito pensato che sarebbe stato un evento divertente e mi avrebbe fatto piacere perché ho già seguito altre presentazioni del poeta torinese diversi anni fa, ma stando o dietro le quinte o tra il pubblico; in questo caso, stuzzicarlo con domande e condividere alcuni spunti della mia lettura sarà una cosa ancora diversa…

Una storia da romanzo (con dentro un altro romanzo segreto), ma anche se sulla copertina è riportata tale definizione, non ci si aspetti la classica struttura narrativa. Vi è un gustoso intreccio di avvenimenti che ruotano attorno alla situazione sentimentale di  tal Giacomo Canicossa, “poeta professionista vivente” che narra in prima persona, vi sono sentimenti di ogni tipo, “allucinazioni” e sorte di monologhi interiori, simpatiche telefonate con l’editor della Grande Casa Editrice e improbabili dialoghi con il Piccolo Chimico stabilitosi in casa sua, incursioni nella rete di Tinder e non in ultimo una libreria che diventa casa di scrittura per il poeta. I capitoli sono brevi, ognuno resta come un affresco nel grande quadro, e c’è un bel ritmo dato dal linguaggio che strizza l’occhio alla poesia: stile inconfondibilmente catalaniano. L’ho letto tutto d’un fiato, impossibile non farlo!

Ci sono pagine in cui ho sottolineato lunghe frasi che sono pennellate autentiche dell’oggi, in cui ho disegnato uno smile accanto a un paragrafo che mi ha scatenato una bella risata (reale, sonora e piacevole), in cui ho impresso una grande freccia vicino a parole che mi hanno fatto tornare in mente chiacchiere e battute di alcuni anni fa (non perché già sentite, ma perché tra quelle righe ho ritrovato Guido così come l’ho conosciuto: ironico e serio, sagace e divertente, profondo e fantasioso, scanzonato ma grande osservatore e naturalmente poetico). Ho sottolineato, fatto schizzi e preso appunti a matita, ma con il senno di poi penso che non mi sarebbe spiaciuto farlo con quei colori fosforescenti che a volte uso sugli appunti nelle agende delle presentazioni, perché la storia che racconta Guido, pur imperniata su una delusione d’amore (con annessi e connessi) e su una quotidianità che potrebbe sembrare frammentata, ha tonalità vivaci… e non a caso, forse, ripenso agli intrugli che il piccoletto realizzava nel salotto del protagonista (riferimento comprensibile solo per chi ha già letto il libro).

Termino con una frase ripresa a grandi caratteri sulla quarta di copertina (dove non ho avuto il coraggio di fare sottolineature nè segni o cuoricini), una domanda che va oltre le risate e l’ironia lasciando il segno e interrogando: “Chi salverà il mondo se non ci amiamo?”

Martini on the books

Eccomi coinvolta in un nuovo ciclo di incontri per parlare di libri… in biblioteca. A Chieri, nota cittadina alle porte di Torino con un fiorente passato nell’industria tessile, sono in calendario cinque appuntamenti con scrittori (torinesi) che racconteranno il loro ultimo lavoro e con cui alla fine si potrà gustare un aperitivo a base di Martini.

 

Valerio Vigliaturo: Dalla parte opposta, Augh! edizioni
Enrico Bassignana: Alfa Rosso, Buckfast edizioni
Alice Basso: La scrittrice del mistero, Garzanti
Giusi Marchetta: Dove sei stata, Rizzoli
Carlo De Filippis: Uccidete il Camaleonte, Mondadori

Quando parto da un luogo ricco di bellezza in cui sono stata bene, provo già una sorta di dolce malinconia, sento un legame con quel luogo e mi riprometto di tornarci presto. Quello diventa un luogo del cuore. Così è avvenuto anche per l’Alto Adige, dove son tornata quest’estate a distanza di anni. Con sei amici sono stata nella valle di Castelrotto: una settimana per camminare e rilassarsi in compagnia e gustare piatti tipici (il cibo ha sempre un’attrattiva, diciamolo). Una settimana in cui ho lasciato che i pensieri andassero a zonzo ispirati dal paesaggio, dall’imponenza delle Dolomiti, dalla carica del verde dei boschi e dalla profondità del cielo che anche con qualche nube veste le montagne di fascino.

Abbiamo alloggiato appena fuori Castelrotto, al limitare con Siusi, in strada St Valentin. Una scelta che si è rivelata perfetta: la vista spaziava a 360 gradi. Poche case sparse sui pendii, un paio di alberghi e cascine che lì si chiamano “masi” dalla tipica struttura in legno, poi prati e campi proprio in faccia allo Scilliar. Essendomi aggiunta all’ultimo al gruppo avevo come base il maso Kamaunhof della famiglia Fulterer mentre a cena andavo all’hotel Ortler con gli altri, dove pianificavamo le gite del giorno dopo chiedendo consiglio al cuoco Armin (grazie a lui ho gustato una stupenda vellutata di sedano e sono diventata dipendente dall’insalata di crauti con finocchietto selvatico e salsa di yoghurt). Mi sono affezionata alla vista che godevo dal balcone su cui si affacciava la mia stanza (quanto mi maca!): quando mi svegliavo al suono delle campane del paese di sotto e prima di andare a letto contemplavo le montagne nelle loro infinite sfumature. Mi sono trovata in ambienti famigliari, dove l’ospitalità è coltivata con piccole attenzioni, parole genuine e gesti semplici. La mattina chiacchieravo in tedesco con la signora del maso e quando rientravo nel tardo pomeriggio passavo a salutare il marito che raccontava qualcosa sul suo lavoro nella stalla o all’alpeggio. Ho scoperto che quell’Andreas Fulterer ricordato con affetto nelle tante foto appese nell’ingresso e nella sala colazione era un noto cantante le cui foto e canzoni si ritrovano in molti locali del Sudtirolo. Una settimana in cui ho raccolto tanti piccoli tasselli che contribuiscono a far capire l’importanza del radicamento della cultura locale e delle tradizioni altoatesine, del sentire e vivere il territorio come bene condiviso.

La montagna è quel posto che ti sprona ad alzare lo sguardo, ad andare oltre ciò che hai sempre pensato, a metterti alla prova e – allo stesso tempo – a dosare le forze, ad ascoltare il tuo respiro e a prendere il tuo ritmo e passo giusto. In montagna c ‘è quella sorta di empatia e fratellanza per cui si saluta chiunque si incontri lungo il sentiero, per cui ci si sente accomunati dalla bellezza circostante e dal faticare (ognuno a modo suo) per avvicinarcisi e immergercisi un po’ di più. Quella bellezza si svela camminando. La stanchezza a fine giornata si accetta con la consapevolezza di aver rimesso in circolo energia. Io non sono un tipo da vie ferrate e ghiacciai, ma da trekking nei boschi e su pascoli per arrivare un po’ in quota o comunque dove si iniziano a vedere le vette con i profili e contorni più chiari.

Camminare in gruppo significa anche valutare insieme la meta e accordare il passo. Siamo andati all’alpe Marinzen, dove abbiamo socializzato con delle simpatiche capre (son loro che vengono a cercarti e si mettono tranquillamente in posa aspettando che tu gli dia qualcosa da mangiare), poi abbiamo proseguito per Schafstall e fatto ritorno a Castelrotto lungo un anello che passava accanto a delle pietre chiamate Hexenstuhle (sedie delle streghe). Abbiamo camminato all’Alpe di Siusi (che vista!) su diversi percorsi per poi fare tappa alla malga Saltner Hütte, 1.850 m, da dove si possono ammirare il Sasso Piatto e il Sasso Lungo (qui, stupendi i canederli, anche quelli dolci di mele!). Ancora un giro ai laghi di Fiè per salire a Tuffalm (bis di canederli di spinaci e formaggio); giro in valle tra Siusi e Sant’Osvaldo per visitare il mulino Malenger che sorge sul rio Freddo e ancora produce farina con antiche varietà di grano e l’azienda Pflegerhof che produce migliaia di erbe aromatiche e fiori. Nella settimana soste anche a Chiusa, all’abbazia di Novacella e a Bressanone. Il penultimo giorno, visita del castello di Velturno e poi salita alla chiesa di St. Valentin con una guida locale che ne ha illustrato i dipinti.

Viene normale soffermarsi a guardare il paesaggio in silenzio, in montagna non si desiderano rumori ma si ascolta cosa racconta la natura. Quale sorpresa quando ormai alla fine della breve vacanza ho scoperto una panchina su un’altura al fondo del prato sotto il maso! Peccato non averla vista prima.

Tra una camminata e l’altra sono andata a curiosare anche nella biblioteca di Siusi: wow! Un locale accogliente su due piani, con arredi in legno chiaro che ospitano tante novità (una volontaria mi ha detto che la valle negli ultimi anni investe molto nel servizio). Una bella biblioteca di montagna che all’ingresso invita alla lettura con tanti attaccapanni su cui sono stesi dei libri: la maggior parte dei volumi sono in tedesco, ma uno scaffale nella sala soppalcata è dedicato a testi in lingua italiana, molti dei quali però sono di autori stranieri editi da case editrici italiane e pare che siano letti per lo più dai turisti (per arricchire l’offerta, ne ho consigliati diversi di scrittori italiani sul quaderno delle proposte d’acquisto). Il mio libro da portare a casa l’ho trovato per caso gironzolando per le vie di Castelrotto: davanti a una porta c’erano due scatole con tanti volumi di ogni tipo, per grandi e piccoli, e lasciando un’offerta destinata al gruppo chierichetti della parrocchia nella cassetta della posta sopra le scatole se ne poteva prendere uno. Ho scelto un testo in tedesco di poesia tirolese: Dichtung in Südtirol dello scrittore filosofo e docente di letteratura Eugen Thurnher (Tyrolia Verlag 1966).

“Le montagne – come lo sport, il lavoro e l’arte – dovrebbero servire solo come mezzo per far crescere l’uomo che è in noi”
Walter Bonatti

Qualche mese fa ho iniziato a fare l’orto che era del nonno, un pezzettino di terra ormai incolto da tempo, dove le erbacce regnavano padrone e le piante di salvia si erano allargate senza regole perdendo vigore e foglie. Guardando quella striscia di terreno mi sono ricordata di quando da bambina aiutavo nonno Piero a innaffiare e raccogliere le verdure (pomodori e fagiolini erano i miei preferiti); così ho deciso di riprendere quei gesti, di continuare qualcosa dal sapore famigliare, di sperimentare e lanciarmi in un piccolo progetto. Con i consigli di papà e di qualche amico che ha più esperienza in agricoltura ho iniziato a sistemare l’area, a zappare e poi vangare: un’attività che impegna le ore libere nella settimana, non molte per la verità ma intense. Ho sfrondato la salvia, piantato pomodori e zucchini, fagiolini e patate, zucche e cavoli, carciofi e melanzane. Poi, un giorno di inizio luglio, ho trovato davanti al cancello una cassetta con ben diciassette piantine che il giorno dopo, chiedendo a un amico giardiniere, ho scoperto essere peperoncini piccanti; ad oggi, però, non so ancora chi le abbia lasciate e quindi chi ringraziare per il dono. Ho scoperto che fare l’orto è mentalmente rilassante (qualcuno lo definisce anche terapeutico), richiede molte energie e attenzioni ma dà anche grandi soddisfazioni: che bello poter cucinare e gustare la propria verdura!

Trasformando quello spazio e osservandolo cambiare talvolta mi son trovata a riflettere sulla semplicità di alcuni gesti e tradizioni e sul rapporto con la terra (che auguro a tutti di vivere e riscoprire). Un paio di mesi dopo aver iniziato questa piccola “avventura” ho avuto il piacere di presentare un libro che ha arricchito i miei pensieri: La terra non è mai sporca di Carola Benedetto e Luciana Ciliento per Add editore. È una raccolta di saggi in cui la terra, intesa in primis come elemento e quindi come pianeta, è raccontata in diversi ambiti: ogni personaggio a cui le autrici si sono rivolte ha declinato il tema secondo la propria esperienza, chi nel settore educativo, politico, economico, sociale, artistico, religioso e altro ancora. Scorrendo l’indice mi sono un po’ stupita che parlare di terra potesse unire personaggi così diversi, in verità ciò è possibile proprio perché il tema è tanto ampio e ognuno lo può vivere nella propria quotidianità sentendolo in modo unico.

Il volume inizia con il saggio di Pierre Rabhi, fondatore dell’agroecologia e poeta chiamato il “Gandhi della Terra”, in cui si afferma che “la nostra civiltà deve riconnettersi al più presto alle leggi della vita, alla terra, perché è la terra che custodisce ancora gli elementi della sopravvivenza”. C’è una sua frase che mi è rimasta particolarmente impressa: “coltivare la terra predispone anche al miracolo”. E’ vero, penso allo stupore di vedere la pianta che cresce e poi porta frutto e la fatica del lavoro è ripagata anche dalla meraviglia che si rinnova. Il titolo del libro è tratto dallo scritto di due monache induiste, Svamini Ma Uma Shakti Ghiri e Svamini Hamsananda Ghiri: “La terra non è mai sporca. Non ci sporchiamo le mani toccandola, sporchi sono i pensieri, il nostro egoismo. Mettere le mani nella terra, al contrario, rende l’essere umano partecipe del suo sforzo vitale”. Qualche pagina dopo, Paolo Marin, agronomo e referente tecnico di progetti agricoli penitenziari, spiega come coltivare un orto aiuti i detenuti (ma non solo) ad acquisire competenze di base, a ripensare la vita e ad avere un obiettivo che prevede una progressione perché “la terra non ti aspetta e quindi se c’è una cosa da fare, va fatta con modi e tempi precisi”. Paola Deda dell’Unece parla della presenza delle foreste nei 56 stati membri e del concetto di sviluppo e gestione sostenibile delle risorse: “per me la terra vuol dire Mondo ma anche Ambiente, (…) natura che deve essere protetta per garantirci il domani”. L’artista Michelangelo Pistoletto nella propria visione vuole legare passato, presente e futuro e dichiara di trovare pace nel rapporto tra la terra e la propria capacità di intenderla. Livia Firth, fondatrice di Eco-Age Ltd e Leader of Change delle Nazioni Unite, affronta l’impatto ambientale nella moda e richiama l’importanza della tracciabilità dei prodotti: “Sta a noi consumatori rispettare la terra e i suoi abitanti, comprando il meno possibile, e in maniera intelligente”. Cito qui solo alcuni degli altri contributors del libro: l’alpinista Daniele Nardi e la conduttrice televisiva Sveva Sagramola, il funanbolo zen Andrea Loreni e l’economista Maria Teresa Pisani, il docente di fisica Alexander Vilenkin e la band torinese Eugenio in Via Di Gioia, l’ideatore di Overland Beppe Tenti e il fashion designer Tiziano Guardini…

Questo libro è come un mosaico, una lettura molto interessante che permette di scoprire progetti (ad esempio Le Terre Traverse che raccoglie 16 aziende agricole nella pianura tra l’Appennino e il Po compreso tra Piacenza e Parma) e, attraverso il confronto con diverse voci, crescere nella consapevolezza dell’importanza di trattar bene la terra. Il bello è che parlano le storie prima ancora delle idee, perché queste nascono e si articolano quando si fa vera esperienza unendo mente e cuore.

Ci sono tanti tipi di confini, alcuni geografici e altri ideologici, alcuni relazionali e altri culturali. Così, ci sono tanti libri che in modo diverso raccontano percorsi e distanze, mete e ostacoli, sogni e progetti in cui i confini sono comunque protagonisti.

Riflessioni che si arricchiscono anche grazie alla rassegna di incontri letterari organizzata dalle biblioteche dell’area Sud-Est dello Sbam di Torino, in collaborazione con Dinoitre Eventi e CoopCulture e con il contributo della Regione Piemonte.

Il tema, intrinsecamente legato all’attualità, si presta a molteplici letture tanto che in programma ci sono serate in cui si parla di romanzi e altre in cui si scende tra le pagine di saggi. Poter dialogare con l’autore significa ampliare l’esperienza della lettura, offrendo al pubblico diverse chiavi di interpretazione. E alla fine di ogni incontro, con piacere, mi ritrovo io stessa arricchita dalla condivisione.
I tre libri che presento a questo giro sono molto diversi tra loro, viva la bibliodiversità.

Alcune curiosità nascono da semplici esperienze che sono piccole epifanie personali il cui ricordo ogni tanto torna. Questa estate ho visitato un piccolo paese corso, nella regione della Balagne, in cima a un monte con vista mare: Speloncato. Stupendo! Vi ero già stata diversi anni fa, ma non lo ricordavo bene. Sono arrivata nel primo pomeriggio, nell’ora più calda e forse proprio questo ha regalato un sapore più intenso all’esperienza: colori nitidi, il sole arrabbiato sulle pietre e l’aria che baciava la pelle, il cielo azzurro terso e un dolce silenzio rotto talvolta solo dal grido di due aquile. Questa è la meraviglia che mi ha accompagnato quel giorno: essere a 600 metri sul livello del mare ed esser così vicina a quegli uccelli che planavano sopra la piazza della chiesa, seguirne la rotta e osservarne la grandezza.

Il centro di Speloncato si può percorrere solo a piedi perché le stradine sono molto strette, di acciottolato e a gradini; penso che il borgo si sia ingrandito senza un disegno razionale. Non mi sono accontentata di passeggiare, volevo andare più in alto per scoprire un angolo da cui si aprisse la vista; così sono arrivata su un terrazzino e sono rimasta incantata. La piana e il mare davanti a me. Pensavo di aver raggiunto il punto più alto, eppure i viottoli continuavano a salire e dopo poco eccomi lungo un muro di cinta accanto alle rocce, sull’altro lato del paese. Mi sono seduta e ho lasciato andare lo sguardo, aspettando che le aquile si avvicinassero un po’.

E’ stato lì che ho iniziato a pensare al nome del paese, a volerne conoscere il motivo e a immaginare che la presenza delle aquile lo giustificasse. Speloncato rimanda facilmente al termine “spelonca”: forse un tempo vi erano caverne o era rifugio per qualcuno. Ho chiesto a Jean Chiorboli, @chiorboli2B, linguista e docente all’università di Corsica, che ogni venerdì scrive un articolo sull’inserto Settimana di Corse Matin per spiegare un toponimo corso (Toponymie corse, un nom de lieu chaque vendredi). L’etimologia del nome è facilmente immaginabile, la cosa curiosa è stato conoscere altri nomi con la stessa etimologia. Ci saranno le aquile anche lì?

Sono rimasta seduta un po’ su quel muretto, pensando che il momento fosse perfetto (per nulla in particolare, lo era e basta). Le aquile poi sono scomparse sull’altura alle spalle di Speloncato e io sono ridiscesa verso la piazza dove c’è il monumento ai caduti nella guerra del ‘14 – ’18 (ogni paese della Corsica ne ha uno) per tornare al mare…

Una mezza pagina di diario nata mettendo in ordine qualche appunto e alcune interviste…

Novembre è un mese che ho spesso visto come passaggio da un ottobre ricco di inizi e progetti che prendono forma a un dicembre che punta verso il Natale e a tanti appuntamenti con musica, incontri e letture. Quest’anno sono stata piacevolmente smentita. A novembre, infatti, tra le giornate piene di mail e telefonate per organizzare articoli e presentazioni con autori, si sono incastonati due festival letterari di qualità in cittadine che sono espressione del proprio territorio oltre che di una forte volontà di declinare la cultura per tutte le fasce di età: Libri in Nizza e scrittorincittà. A entrambi ho partecipato come giornalista culturale e ufficio stampa di PerfectBook e del blog letterario #ReadYourLife.

Eventi così mi hanno permesso, ancora una volta, di riflettere sulla bellezza degli incontri (sempre lasciarsi stupire!) al di là di ciò che offre il programma e sulla possibilità di scoprire una città, anche non molto lontano da casa, magari osservandola attraverso gli occhi di chi la vede per la prima volta e l’ha raggiunta macinando centinaia di chilometri. Ho ascoltato autori parlare dei loro libri entusiasmando tanti giovani (da Antonio Dikele Distefano a Marco Erba) e altri ne ho intervistati (profondo e allegro lo scambio avuto con Veronica Pivetti); infine, davanti a un buon piatto si sono sviluppate belle chiacchiere: a Nizza in compagnia  dell’amica Noemi Cuffia (con cui spesso si parla di libri e la trovate qui) e di Francesca Rodella; a Cuneo ho gustato un’improvvisata passeggiata letteraria su “La storia infinita” di Michael Ende grazie a Saverio Simonelli e a Gabriele Clima (non saprei dire chi di loro due ami di più quel romanzo), mentre con Filippo Simonelli son finita a parlare di musica (consiglio il suo blog Quinte parallele) e, non so come, di calcio e con Andrea Valente mi son fatta trascinare in un divertente vortice di aneddoti letterari e considerazioni sulla letteratura per l’infanzia.