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Ha una lunga spiaggia di sabbia fine e una antica citadelle con mura difensive che domina il borgo di pescatori e il golfo, edifici di colori caldi e le spalle coperte dai monti ricchi di foreste, scogliere di maquis che si tuffano in un blu profondo e un vento frizzante che raramente l’abbandona. Ogni volta che torno in Corsica a Calvi scopro nuovi scorci e mi lascio trasportare da emozioni inedite che mi regala il paesaggio. Capoluogo della Balagne, la città vanta cittadini illustri come Cristoforo Colombo (conteso con l’Italia, per la verità) e aneddoti entrati nella storia (è qui che l’ammiraglio britannico Orazio Nelson perse l’occhio, cercando di conquistare la Corsica nel 1974). L’attenzione dei turisti sulla spiaggia è anche attirata dai paracadutisti della legione straniera (il Camp Raffalli è alle porte della città) che ogni tanto si lanciano per le esercitazioni. Calvi è una città in cui spesso si fermano anche artisti di strada (pittori, musicisti e giocolieri fanno la loro esibizione nella piazzetta o nei pressi del porto), ci sono mostre e concerti di musica corsa nella Citadelle e nei locali. Quest’anno l’ingresso e il muro del porto sono stati tappezzati di volti grazie all’artista JR e al suo Inside Out Project: chi voleva poteva farsi scattare una foto nel furgoncino che gira il mondo per il progetto, poi le gigantografie venivano subito stampate e appese; così mi sono messa in coda e ho partecipare anche io.

Salendo dietro la città al santuario di Notre Dame de la Serra si può ammirare l’intero golfo, spaziando con lo sguardo da Calvi a Lumio; scendendo, invece, si è di fronte a La Revellata. Tante le camminate che si possono fare nei dintorni di Calvi, ammirando scenari unici che mozzano il fiato che si incontrano anche viaggiando lungo la costa con “u trinighello”, un vecchio trenino che fa diverse tappe per arrivare fino a Ile Rousse fischiando per avvisare del proprio passaggio sull’unico binario tra la spiaggia e la pineta.

Alcuni anni fa mi sono innamorata di Calvi, o meglio… di tutta la Balagne (sul mio blog ne ho scritto qui). In modo quasi viscerale, crescendo nella curiosità e nel desiderio di conoscere sempre più la regione e tutta l’isola. La Corsica ha un sapore selvaggio, una forza e una bellezza che ammaliano; ci si deve arrendere al suo stile, non si può pensare di viverla restando ancorati a logiche e abitudini propri dell’Italia o del continente. Penso che questo valga per qualsiasi località, bisogna coglierne l’essenza e le tipicità, il carattere e l’anima, mettersi in ascolto della gente e della sua storia rispettandoli. I ritmi stessi di vita sono differenti e non solo perché si decide di andarci in vacanza…

Difficile riconoscere con chiarezza lo spirito e le origini di Calvi (e così di tutta l’isola): nei secoli è stata sotto il dominio dei francesi, degli inglesi per un paio di anni e degli italiani; la lingua corsa mantiene vivo l’eco dei legami con l’Italia e Genova, a cui è rimasta fedele dal 1284 fino alla metà del XVIII secolo e a cui si deve la scritta sulla porta di ingresso della citadelle “Civitas Calvi semper fidelis”. Diversi i periodi di indipendenza che l’hanno segnata e che oggi possiamo rileggere anche attraverso la presenza in quasi ogni paese della statua del patriota corso Pascal Paoli, che guidò un’insurrezione contro la Repubblica di Genova verso la metà del 1700. Quindi i genovesi la vendettero poi al re francese Luigi XV con il trattato di Versailles nel maggio 1768. Il desiderio di autonomia è forte ancora oggi, sebbene nel 1982 la Francia abbia riconosciuto alla Corsica uno statuto speciale per la Corsica.

Mi ritrovo nella parole di Stefano Tomassini quando nel libro Amor di Corsica edito da Feltrinelli racconta l’isola e il suo rapporto con essa (partito da studi sull’autonomismo corso) come in un viaggio, ammonendo chi pensa si tratti di una meta esotica : “Volevo che le scoperte geografiche precedessero quelle storiche. Cercavo anche spiagge e bagni di mare e ci misi niente a capire che lì avrei trovato più o meno tutto quello che cercavo”.

A scuola, durante l’intervallo o prima delle lezioni, non è raro vedere bambini e ragazzi che leggono sorridenti Diario di una schiappa di Jeff Kinney (edito dal Il Castoro) e poi si scambiano i volumi per continuare la serie. Le copertine sono simpatiche e annunciano il tema della storia con un fumetto. Incuriosita dal crescente successo, ho chiesto ai giovani lettori delle mie classi quale fosse il motivo di tanto interesse e ho avuto risposte chiare: “Sono storie simpatiche, parlano di un ragazzo a cui ne succedono di tutti i colori e fanno ridere”, e mentre rispondevano si raccontavano un con l’altro gli aneddoti che più li avevano colpiti.

 

Così, ho voluto leggerlo anche io ed entrare nel mondo di un undicenne che inizia la scuola media e trova compagni con cui fatica ad andare d’accordo, che ha genitori che non comprendono bene la sua “vita da adolescente”, un fratello più grande che ama l’heavy metal e uno più piccolo da cui vuole prendere le distanze. Greg combina tante marachelle – alcune involontarie e dettate dallo stravolgimento degli eventi a suo sfavore – nelle quali spesso è coinvolto il suo amico Rowley, che pare quasi più sfortunato o pasticcione di lui. Insomma, gli ingredienti ci sono tutti perché un ragazzo riesca a riconoscere qualcosa della propria vita famigliare (la mamma è la figura dominante) o scolastica nelle avventure di Greg e allo stesso tempo possa far giocare la fantasia, grazie anche a un lessico a lui molto vicino e a una narrazione fattuale. I disegni disseminati tra le pagine aiutano a centrare l’attenzione sull’aspetto o sull’evento più divertente o ironico della storia. Diario di una schiappa è pubblicato in 51 Peasi e tradotto in 45 lingue (per l’italiano ci pensa Rossella Bernascone, che è stata mia insegnante di traduzione e lingue comparate all’Università di Torino). La storia mi ha fatto ricordare uno dei miei libri preferiti negli anni della scuola elementare: ogni estate rileggevo con gusto Il giornalino di Gian Burrasca, seduta per ore sul balcone divertita dalla lettura. Chi di voi l’ha letto si ricorderà le sorelle Ada, Luisa e Virginia, la secca zia Bettina, il lungo lungo signor Stanislao direttore del collegio e la bassa e grassa signora Geltrude…

La curiosità è cresciuta quando ho visto la versione latina del Diario di una schiappa: l’ho letta richiamando alla mente reminescenze scolastiche, talvolta usando il dizionario e affiancando la versione italiana come un testo a fronte (in questi frangenti vince l’approccio da linguista). Il volume è un esperimento linguistico ben riuscito, capace di stimolare la comprensione di una “lingua morta” utilizzata per un testo moderno (così Treccani definisce il latino, ma non tutti sono d’accordo…  e parlando dello studio a scuola rimando a un articolo di Stefano Bartezzaghi pubblicato su La Repubblica qualche tempo fa). Tradotto da monsignor Daniel Gallagher, il Commentarii de Inepto Puero ha subito attirato l’attenzione di studiosi e insegnanti. Se la prima copia della tiratura speciale è stata omaggiata a papa Francesco nel giugno 2015, nelle librerie è poi scattata la caccia al libro da parte dei ragazzi. Al traduttore bisogna di certo riconoscere una conoscenza approfondita dell’idioma: Gallagher, sacerdote della diocesi di Gaylord (Usa), è infatti latinista presso l’Ufficio per le Lettere Latine della Segreteria di Stato Vaticana e curatore del profilo Twitter in latino del pontefice. Così, lo scorso autunno, usando l’hashtag #twpuer proposto da TwLetteratura gli studenti di alcune scuole superiori hanno potuto cimentarsi in una rilettura su twitter dell’opera scrivendo rigorosamente in latino. Per quanto mi riguarda, mi sono divertita a incontrare espressioni come “discum compactum musicae metallicae” per “CD heavy metal” e “domus spiriti bus vexata” per “casa fantasma”. Il fatto che si tratti di un libro per ragazzi, quindi con costruzioni grammaticali e strutture sintattiche abbastanza semplici, favorisce peraltro l’esercizio di traduzione e la comprensione anche a chi magari non è così abile con il latino o, come me, non lo spolverava da un po’.

Provate. Guardate le varie copertine delle storie, cercate quella che più vi attira e iniziate a leggere: vi ritroverete a sorridere e a finire il volume in un baleno!

(Leggere il post ascoltando Somewhere over the rainbow nella versione di Israel Kamakawiwo’Ole)

Poche righe possono contenere grandi pensieri e una catena di riflessioni. A maggior ragione se si tratta di una poesia così sapiente, dolce e profonda come The Rainbow di William Wordsworth. Ogni tanto torno sui versi di questo poeta romantico inglese che racchiude nell’immagine dell’arcobaleno l’intimo sentire capace di donare speranza e accompagnare il fluire del tempo scandendo le fasi della vita. Mi incantò la prima volta che la lessi al liceo durante la lezione di letteratura inglese (grazie prof!), mi ha affascinato quando l’ho ripresa in un corso all’università e ancora continua, così quest’anno ho voluto proporla in terza media (le parti si invertono: sono io la prof ora).

My heart leaps up when i behold

A rainbow in the sky:

So was it when my life began;

So is it now I am a man;

So be it when I shall grow old,

Or let me die!

The Child is father of the Man;

And I could wish my days to be

Bound each to each by natural piety.

Che bello confrontarsi con la curiosità dei ragazzi e entrare insieme nel significato della poesia! Chi non è rimasto incantato almeno una volta a osservare l’arcobaleno? La bellezza della natura muove il cuore. “Il mio cuore sobbalza quando vedo un arcobaleno nel cielo”…

arcobaleno
Bisogna preservare la capacità di provare stupore di fronte alla bellezza, è anche questo che ricordano le parole di Wordsworth. Non c’è limite di età per farsi toccare dalla bellezza e lasciarle spazio. “Il bambino di ieri è l’uomo di oggi e il bambino di oggi è l’uomo di domani”: un passo del commento alla poesia che i ragazzi hanno letto per la festa di fine anno scolastico (bravi!). Mi sono emozionata nel sentirli recitare convinti My heart leaps up, con le pause e sfumature che hanno colto…

Non so se sia colpa della poesia o dell’anno scolastico appena concluso (lo so bene, c’è chi deve ancora affrontare gli esami), ma ricordi e sensazioni si fondono lasciando impresso il sorriso: “emotion recollected in tranquillity” le chiama Wordsworth.

Ogni tanto mi piace fare un giro in biblioteca, in quella vicino a casa o in un’altra che trovo lungo la via. Un clima differente rispetto alle librerie (servono entrambi gli ambienti per diffondere la passione per la lettura e la cultura). E’ sempre un momento di pausa, i pensieri seguono i libri che incontro. Mi piace osservare le novità acquistate e il posizionamento sugli scaffali dei consigli; talvolta mi soffermo anche a scambiare qualche impressione di lettura con altri utenti che stanno scegliendo il prossimo prestito e che magari indugiano con gli occhi sui volumi che tengo in mano.

In una delle mie recenti incursioni ho trovato un libro che si è rivelata una piacevole sorpresa. Mi ha attirato il titolo, ma non pensavo che quella storia dalle sembianze così distensive potesse offrire tante riflessioni e un buon tocco di ironia da lasciare un segno evidente. Anche i pesci si innamorano, di René Freund edito da Piemme. E’ proprio vero che anche in fatto di lettura c’è un tempo per ogni cosa e quanto un libro possa entrare in noi dipende molto dalla predisposizione (emotiva, ma non solo… a tal riguardo consiglio di seguire PerfectBook) del momento. E quando l’ho restituito in biblioteca ho incuriosito la bibliotecaria e un’altra signora che ancora non l’avevano letto.

anche i pesci si innamorano 1

E’ la storia di un uomo, un poeta tedesco apprezzato dalla critica e dai lettori ma ammaccato dalla vita (un amore finito, ma non solo) e dal cinismo. Dopo un ricovero in ospedale, la sua editrice gli consiglia un periodo di riposo e gli fa avere le chiavi della sua baita in montagna con la speranza che ritrovi creatività e passione per vivere. Lei ha bisogno di un suo nuovo libro di poesie per non chiudere la casa editrice la cui sorte già versa in acque difficili. Una convalescenza, lontano dai ritmi di Berlino e dalla tecnologia, che all’inizio pare forzata ma giorno dopo giorno diventa sempre più salutare (e non ditemi che almeno una volta non avete desiderato anche voi staccare del tutto la spina per qualche giorno?!). Il poeta si scontra con la vita spartana e con la natura, con cui però poco per volta si riconcilia e che diventa elemento indispensabile per la sua risalita. Due le figure che lo accompagnano in questo percorso: la guardia forestale August e la ricercatrice Mara. E’ proprio questa giovane a raccontare ad Alfred che “anche i pesci si innamorano” e ad aiutarlo a recuperare spontaneità e desiderio di amare.

anche i pesci si innamorano 2

Un romanzo caratterizzato da viaggi, fughe e ritorni. Un finale con tutti i pezzi che combaciano e rispondono alle aspettative del lettore create dal gioco di incastri. La particolarità di questo libro, tuttavia, non penso stia tanto nella costruzione della trama, quanto nell’evoluzione psicologica del protagonista e nella sua maturazione: arrivare a comprendere che l’amore è importante e necessario. Ecco perché anche i pesci si innamorano. E se non ci credete leggete questo simpatico articolo sui rituali di corteggiamento di pesci e animali marini.

Ho letto un libro che dovrebbe leggere ogni insegnante, un libro che analizza il rapporto tra tecnologie e didattica stimolando riflessioni e confronti. Il volume Il digitale e la scuola italiana (ed. Ledizioni) scritto da Marco Dominici traccia un quadro della scuola del presente prospettando alcuni contorni di quello del futuro. L’autore, @mediadigger su twitter, è redattore editoriale e crea materiali didattici, scrive su leggoergosum e approfondisce e integra i contenuti del saggio su Medium.

digitale e scuolaIniziamo con una constatazione: la scuola è un ambiente in continua evoluzione che necessita di maggiori risorse di diverso tipo. La maggioranza dei testi scolastici sono multimediali e quasi tutti gli istituti si stanno dotando di Lim in ogni classe, ma questo non basta per dire che la scuola riesce a stare al passo con i tempi e le esigenze degli studenti. L’utilizzo delle tecnologie in aula e la tanto nominata (e sospirata) scuola 2.0 (ma non saremo già alle soglie di quella 3.0?) necessitano di competenze ulteriori da parte dei docenti e di metodologie rinnovate, che travalicano la propria disciplina di insegnamento arricchendo i piani interdisciplinari e extradidattici. Dominici argomenta tutto partendo da esempi concreti di sperimentazioni (come unblogdiclasse dell’insegnante Elisa Lucchesi) e da teorie trasformatesi in pratica quotidiana in Italia e all’estero, cita pareri e descrive piattaforme che supportano il lavoro in classe. Il testo, oltre a fornire la necessaria informazione sull’argomento, grazie a un layout strutturato in paragrafi brevi e riquadri, aiuta il lettore a focalizzare l’attenzione su una terminologia che diventa sempre più indispensabile per un insegnante di oggi (da intermediazione a flipped classroom passando per la didattica ibrida). Ecco l’intervista a Marco Dominici:

L’integrazione di metodologie differenti è davvero possibile nella scuola attuale?

Tutto è possibile, basta volerlo veramente. Purtroppo, invece, si ragiona ancora in maniera molto dicotomica, per esclusione: o questo o quello, o digitale o analogico, solo innovazione o solo tradizione. E’ una logica che pone limiti, invece che espandere orizzonti. Una mentalità controproducente, che non fa bene a nessuno, in primo luogo agli studenti.

Al di là della scissione tra insegnanti “apocalittici” e “entusiasti” sull’uso delle tecnologie nella didattica, esistono dati reali e attendibili sui vantaggi di queste?

Per quanto riguarda i dati, proprio nel mio saggio menziono l’Osservatorio sui media digitali a scuola istituito da Pier Ceare Rivoltella presso il Cremit dell’Università Cattolica di Milano. Si tratta di monitoraggi necessariamente recenti e che, al contrario di quelli recentemente diffusi dall’Ocse, si concentrano su realtà in cui il digitale viene integrato in maniera attenta, programmata e condivisa tra istituzione, famiglie e studenti. Al di là dei dati, infatti, vorrei che ci si attenesse alle buone pratiche. Ne esistono e stanno dando ottimi risultati. La questione, come dice Gino Roncaglia, è tramutare queste pratiche virtuose in pratiche replicabili. Ma dietro ogni pratica virtuosa c’è un lavoro in profondità, che parte sempre dal metodo e solo alla fine arriva al dispositivo e alle tecnologie.

Una delle caratteristiche delle tecnologie è la flessibilità, questa appartiene anche al mondo della scuola o si possono educare gli insegnanti a metterla in pratica in modo efficace per gli studenti?

Concordo del tutto con Pier Cesare Rivoltella, il quale insieme ad altri, distingue tra tecnologie intese come tecniche e tecnologie intese come logiche; finché si privilegia il primo approccio si andrà sempre al muro contro muro; la tua domanda parte invece giustamente dall’approccio opposto, cioè quello di vedere le tecnologie come sistemi di conoscenza, come strategie cognitive. Si tratta oltretutto di strategie e sistemi che fanno parte del patrimonio della pedagogia e passano dalla nostra Montessori per arrivare a Dewey fino a Piaget e al costruttivismo. In questo senso, le tecnologie non fanno altro che riproporre e potenziare un qualcosa che è tutt’altro che estraneo al mondo della scuola; prima di essere integrate nella didattica si deve quindi necessariamente operare una riorganizzazione dei contenuti e un ripensamento generale delle finalità della scuola.

A un certo punto della deflagrazione del processo di intermediazione con l’avvento del web 2.0, l’insegnante resta una figura fondamentale a tutto tondo o con l’uso di alcune tecnologie per la didattica integrata può addirittura ritenersi superflua?

Non sono assolutamente tra i sostenitori della tecnologia come sostitutiva di alcunché, figuriamoci dell’insegnante. La tecnologia, da sempre, accelera ed estende le nostre capacità. C’è però da dire che sono d’accordo con la provocatoria affermazione di David Thornburg, secondo la quale “ogni insegnante che può essere sostituito da una macchina, allora merita di esserlo”. Battute a parte, sappiamo bene che un bravo insegnante non si limita semplicemente a trasmettere informazioni, nozioni, conoscenze. Gli insegnanti che abbiamo amato e stimato di più sono quelli che hanno saputo darci qualcosa di più, che ci hanno ispirato, che ci hanno lasciato qualcosa che andava oltre la lezione e la materia che insegnavano. Tutto questo una macchina non credo potrà mai farlo.

Quali consigli daresti a un insegnante che si sta avviando all’uso del digitale a scuola e quale consiglio a chi pubblica libri per gli insegnanti? In fondo sono due punti di vista differenti ma che devono poter dialogare e incontrarsi…

All’insegnante consiglierei di iniziare dal metodo e solo in seguito capire se e come “estenderlo” con le tecnologie. Se da una parte infatti le tecnologie possono essere uno stimolo per improntare la propria didattica alla condivisione, alla costruzione della conoscenza intesa come risultato di una negoziazione tra pari e guidata dall’insegnante, dall’altra non deve mancare una cornice pedagogica adeguata: insomma, la didattica viene prima. Soltanto dopo un’approfondita riflessione metodologica ci si potrà rivolgere alle tecnologie ponendo le domande corrette e cercando le soluzioni idonee. Gli editori forniscono agli insegnanti materiali e contenuti didattici, quindi sarebbe naturale, come dici, che i due mondi dialogassero. Purtroppo non è sempre così, anche perché tra i due attori c’è di mezzo anche l’istituzione, che spesso – troppo spesso – influenza gli uni e gli altri in maniera o poco chiara, o affrettata, o ambigua, oppure troppo decisionista. Infine, non si dimentichi che la parola “scuola” racchiude una pluralità di soggetti (dirigenti, insegnanti, genitori, studenti) che nemmeno il più sapiente alchimista saprebbe armonizzare. Come scrivo nel saggio, penso sia quindi necessario interrogarsi sul ruolo dell’editoria scolastica: deve essere attivo agente di cambiamento o soggetto passivo che aspetta e asseconda le mosse altrui (del Ministero, del mercato dei dispositivi, delle politiche commerciali di grandi player internazionali e – perché no – delle pratiche virtuose di alcuni insegnanti e alcune scuole)?

Tre verbi, che appartengono ai sette principi generali per un buon ambiente di apprendimento, rappresentano tre mission per la scuola: creare, motivare, incoraggiare. Indipendentemente da quanti tablet o lim si usino e dalla teoria che si voglia seguire.

Viola, Vertigini e Vaniglia è un libro frizzante (edito da BookSalad), che racconta di sogni da realizzare e parti di sé da ritrovare. Mi ci sono imbattuta per lavoro e, come accade quasi sempre in questi casi, lo spirito della lettrice vorace si affianca a quello della professionista per una lettura che scende tra le pieghe delle emozioni e contemporaneamente sviscera il testo a livello narrativo: una storia semplice, scritta con brio, che appaga e fa sorridere. Viola lavora per una ditta di surgelati a Torino ma sogna di diventare una scrittrice (non a caso le prime scene si svolgono al Salone del Libro); intorno a lei, una famiglia con nomi floreali, l’amica di sempre Emma e la cugina Matilde con cui c’è competizione e un rapporto da ricostruire. Immancabile la ricerca dell’amore, quello vero: due le figure maschili che incontra Viola e le fanno battere il cuore… ma si sa, uno solo alla fine la conquista.

Incontro con Monica Coppola alla Luna's Torta di Torino (nov. 2015; foto di Noemi Cuffia)

Incontro con Monica Coppola alla Luna’s Torta di Torino (nov. 2015; foto di Noemi Cuffia)

Ho già presentato l’autrice Monica Coppola a fine novembre 2015 alla torteria libreria Luna’s Torta di Torino, un locale caratterizzato da un’amabile atmosfera libraria. E’ stata una mattina simpatica, terminata con brunch, in cui si è dato anche spazio a nuove idee e conoscenze.
(Monica le sue idee le racconta sul blog che ha lo stesso nome del romanzo: Viola, Vertigini e Vaniglia)  


Ed ecco arrivare la seconda occasione in compagnia di Viola, in un luogo molto amato dai lettori tornesi e non solo quale è il Circolo dei Lettori, al fianco del giornalista Luca Ferrua e degli ideatori del motore di ricerca emozionale per libri PerfectBook che hanno letto il romanzo in chiave emozionale.   

circolo viola vertigini

 

libro 4.12.15

“Il Templare e l’intrigo di San Martino” è un libro ambientato nel 1203 nel chierese (in provincia di Torino), con monaci e Templari, signori e massari, damigelle e vescovi, uomini politici e giovani che lottano per il proprio amore.  Un romanzo storico scandito da attente descrizioni del territorio e ricco di intrighi duecenteschi.

Il volume è un progetto nato in seno all’associazione Giuseppe Avezzana di Chieri che si occupa di storia, cultura e tradizioni locali. La scelta di ambientare la storia nel 1203 non è casuale: a quella data si fa infatti risalire la decisione di fondare “villa di san Martino dello Stellone”, l’attuale paese di Villastellone la cui storia pare si intrecci proprio con quella dell’Ordine Templare. Il libro è inoltre corredato da un’appendice con due racconti storici sui cavalieri realizzati alcuni anni fa da ragazzi di seconda media: il risultato di un laboratorio di scrittura creativa seguito a una mostra sui Templari. Tra le pagine, infine, si incontrano i disegni creati dall’incisore Maurizio Sicchiero.

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