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Posts Tagged ‘racconti’

Quanti leggono racconti?”: lo ha chiesto lo scrittore e editor Giulio Mozzi al pubblico che ha partecipato all’incontro con lui e Rossella Milone a PordenoneLegge. Un piccolo test che, nonostante il tema della serata, ha comunque decretato la supremazia dei romanzi. Un dato riscontrabile anche dal mercato editoriale: “E’ difficile vendere una raccolta di racconti perché è difficile leggerla – ha evidenziato Milone, autrice di raccolte di racconti anche per Einaudi – Il romanzo è più rassicurante, come se appagasse in modo più forte il desiderio di immedesimazione del lettore”. Si tratta di generi letterari differenti, a cui lo scrittore si approccia in modo differente: “Ogni scrittore guarda il mondo e le persone in un certo modo e per quest’angolazione cerca un linguaggio e una forma adatti. Quando vieni dai racconti e decidi di scrivere un romanzo è come se facessi un trasloco – ha continuato Milone – Il racconto deve avere soprattutto una forte intensità e una forte significazione; lo scrittore di racconti non ha tempo e spazio di prendere respirir molto ampi e fare deviazioni”. Mozzi, sottolineando come i racconti permettano a chi scrive di fare sperimentazioni formali, ha tratteggiato brevemente l’evoluzione del genere sul mercato: “Fino a non tanto tempo fa racconti e romanzi si pubblicavano a puntate sui giornali e riviste tipo Grazia. Io ho letto così I Fratelli karamazov. Poi incontravano anche la pubblicazione integrale come destino definitivo. Nei Paesi anglosassoni si pubblica ancora letteratura sui periodici, negli Stati Uniti esiste una fittissima rete di riviste letterarie dove gli scrittori fanno palestra”. E in Italia? Forse leggere i racconti è più impegnativo, ha sintetizzato Milone: “Uscire da un racconto della Munro è come se ti spostasse e il modo in cui lo fa ti arricchisce, ma questo spostamento repentino richiede al lettore molta energia”.

Mozzi Milone

E voi, leggete racconti? Se volete, suggerite qualche titolo o qualche autore…

 

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Io-mi-ricordo-250Mi è sempre piaciuto ascoltare i nonni raccontare, non solo favole ma anche della loro gioventù. Il concetto di memoria per la mia generazione è strettamente legato alla storia (recente) della prima metà del Novecento, ma non ci si deve riferire solo ai grandi fatti. Alcune cose di vita quotidiana che mi hanno raccontato i miei nonni le ho ritrovate in un libro raccontate da altri nonni: “Io mi ricordo” (Einaudi edizioni), curato dalla Banca della Memoria insieme a Giacomo Papi, è in verità un cofanetto che comprende un dvd con una trentina di video (tra cui 5 estratti dall’intervista al maestro Andrea Camilleri) e un libro composto da 70 racconti, ognuno di 1500 battute, in cui un anziano descrive episodi della propria vita a cui si sente legato. “L’idea era quella di creare un prodotto nel quale gli anziani si raccontano attraverso un video, quindi una  tecnologia relativamente nuova, mentre i più giovani lo fanno attraverso la scrittura, uno dei più antichi mezzi di comunicazione” spiega Valentina Vaio, giovane cofondatrice del progetto no profit Memoro – La Banca della Memoria che raccoglie clips audio e video di pochi minuti in cui gli anziani raccontano infanzia e gioventù nella prima metà del Novecento.

Come è nato il progetto Memoro e come continua a camminare?

Il progetto Memoro nasce da una passione che ci univa, come amici. Ci piaceva trascorrere i pomeriggi ascoltando i racconti dei nostri anziani mentre ci descrivevano i famosi  “tempi che furono”. Sedersi con loro al tavolino di un bar e ascoltarli raccontare. E così è nato quello che all’inizio era un hobby e pian piano si è trasformato in un lavoro: costruire il più grosso archivio web di audio e video racconti delle persone nate prima del 1950. Una banca, appunto, dove mettere al sicuro questo patrimonio culturale! II sito è andato online il 15 giugno 2008 ed è stato visualizzato oltre 9 milioni di volte: abbiamo capito che non eravamo gli unici ad essere interessati dai racconti dei nostri anziani! Da allora, abbiamo intervistato in Italia oltre 2000 persone, abbiamo esportato il progetto in altri 13 stati  e lavorato con Regioni, Province, scuole e grandi Enti, sempre andando alla ricerca di storie e memorie che potessero aiutarci ad approfondire temi di interesse storico – culturale.

Quale significato può avere ricordare attimi di quotidianità di persone che non si conoscono e quale umana ricchezza può apportare la condivisione di questi ricordi?

Noi siamo dell’idea che quelli che possiamo chiamare “attimi di quotidianità” siano in realtà gli elementi base del nostro tessuto sociale. Troppo spesso si ritiene che la storia sia solo quella che si studia a scuola, quella fatta  dai grandi eventi: il Fascismo, le guerra, gli anni di piombo. Sia chiaro, non vogliamo togliere importanza a questi momenti storici (che tra l’altro sono i più raccontati dai nostri testimoni): sono accadimenti che hanno stravolto le società di allora e gettato le basi per quella in cui oggi viviamo; per questo è assolutamente necessario che vengano studiati e approfonditi dai giovani nelle scuole. Noi di Memoro, però, crediamo che anche quello che era il semplice vivere di tutti i giorni abbia una grande valore e che possa far meglio comprendere ai giovani quanto il Novecento sia stato un secolo di grandissima trasformazione. Per chiarire meglio questo punto, ti porto la nostra esperienza. Quando andiamo nella scuole a raccontare il nostro progetto e a far vedere alcuni video, notiamo che i giovani guardano con interesse i racconti legati ai bombardamenti, alla Resistenza, alla Seconda Guerra Mondiale, ma sempre con un certo “distacco”, un po’ come se stessero guardando un film: sono cose che (grazie al cielo!) non hanno vissuto e che quindi possono solo immaginare, ma non sentire loro. Quando invece ascoltano che per lavarsi bisognava andare alla fontana che d’inverno era gelata, che prima della scuola bisognava portare le bestie al pascolo o che la carne si mangiava solo una volta al mese, allora riescono a fare un paragone con le loro vite e a capire meglio come le cose siano cambiate e cosa hanno vissuto i nostri anziani.

Quale significato si può dare al tempo nella nostra società?

Oggi, a tutti, il tempo sembra sempre troppo poco: da quanto tempo non trovi una persona che ti dice “Oggi non ho niente da fare”? Inoltre, considera che anche quando effettivamente abbiamo il lusso di sederci sul divano, tendenzialmente lo facciamo con la tv accesa, con il computer sulle gambe o con il nostro smartphone in mano. Un po’ come se davvero non volessimo “restare fermi”, siamo sempre alla ricerca di input e stimoli esterni. Questo fa sì che dedichiamo pochissimo tempo al racconto e all’ascolto delle altre persone. Parlando e ascoltando tantissimi anziani, invece, ho scoperto che hanno molto più il senso del tempo libero e sentono meno la necessità di dover sempre essere impegnati; sono cresciuti in un’epoca in cui più che di tempo libero si deve parlare di tempo in cui non si poteva fare nulla: pensiamo ai lunghi inverni per chi è cresciuto in campagna o alla sera per chi è nato prima dell’arrivo dell’elettricità e del riscaldamento nelle case. E questo tempo libero “forzato” lo trascorrevano parlando fra di loro (qui in Piemonte, per esempio, nelle stalle). Per questo, se ci fai caso, gli anziani sanno raccontare, i giovani no. Ci lascia sempre senza parole notare come la stragrande maggioranza delle persone che abbiamo intervistato, indipendentemente dalla propria origine sociale e dal livello di istruzione, sappia raccontare e appassionarti. Quando invece parlo con un mio coetaneo o con uno più giovane, spesso mi rendo conto di quanto invece per noi sia difficile raccontare: siamo molto bravi a mandare brevissimi messaggi, a raccontarci in uno status o in un tweet, ma quando dobbiamo parlare a una persona, spesso risultiamo impacciati.

Ogni generazione ha ricordi legati alla propria epoca e ognuno li connota – magari lievemente – anche in base all’area geografica, alla cultura e all’ambiente sociale. Si può parlare però di “universali”?    

In questi 5 anni di attività abbiamo avuto modo di girare l’Italia in lungo e in largo e una delle cose che ci ha stupito di più è proprio l’aver scoperto che siamo molto più nazione di quanto spesso si pensi. Certo, esistono delle differenze, esistono temi che è più facile toccare in certe regioni e in altre meno, la guerra non è stata vissuta dovunque nello stesso modo, ma quelli che prima chiamavamo attimi di quotidianità sono simili in tutta l’Italia.  Le favole che vengono raccontate ai bambini hanno principi e cavalieri dai nomi diversi, ma le trame sono le stesse in tutta Italia, così come uguali sono i giochi che hanno caratterizzato le infanzie delle persone che abbiamo conosciuto. Anche il cibo (tolte alcune specialità) è meno diverso di quanto si pensi! E infine, c’è Pippo, l’aereo che durante la Seconda Guerra Mondiale solcava i cieli italiani di notte: anche se ancora nessuno è riuscito a spiegarci perché, in tutta Italia veniva chiamato Pippo!!

Cosa salverebbe Memoro dell’anno passato, il 2012?

Beh, come per tutti (e specialmente per coloro che lavorano nell’ambito della cultura) il 2012 è stato senza dubbio un anno duro, ma non abbastanza per demoralizzarci:  abbiamo la testa dura e crediamo nel nostro progetto! Salviamo i tanti nuovi progetti iniziati, in particolare in ambito europeo; salviamo la nascita del progetto in due nuovi stati (Grecia e Polonia), così come i tanti contatti presi per nuovi altri Stati; salviamo la nascita della sezione dedicata al Tibet Oral History Project (TOHP), ovvero un progetto americano che prevede la realizzazione di 120 interviste ad anziani tibetani rifugiati in altri Stati; salviamo le interviste a grandi personaggi italiani, come GianCarlo Caselli o Don Luigi Ciotti, persone che tutti dovrebbero avere il piacere di conoscere e ascoltare. Infine ricordiamo che il 2012 è stato l’Anno Europeo dell’Invecchiamento Attivo e della Solidarietà tra le Generazioni e, proprio in merito a questo tema, il nostro progetto è stato presentato a Bruxelles durante il “Forum on Active Ageing” organizzato dal Comitato delle Regioni e presieduto da Mercedes Bresso. Una grande occasione per noi e per il nostro sogno di poter presto costruire una grande banca europea!!

Ci sono dei libri che Memoro salverebbe per la memoria comune?

Oltre al nostro cofanetto mi sento di consigliare L’anello forte o Il mondo dei vinti, entrambi di Nuto Revelli, colui che in tanti hanno indicato come il nostro predecessore: armato di magnetofono, Revelli si aggirò per le campagne cuneesi a farsi raccontare dai contadini e dalle contadine la propria esperienza. Oggi, 50 anni dopo, per quelle stesse campagne, giriamo noi con una videocamera. Sono cambiati i tempi e le tecnologie, ma quello che cerchiamo è la stessa cosa: le persone e le loro esperienze.

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Ci sono autori poliedrici che davvero incarnano la passione per la lettura e la letteratura nel senso più ampio: intervistarli è come fare un interessante viaggio il cui percorso si svela passo a passo. Il genovese Anselmo Roveda, anche giornalista e autore di racconti radiofonici, è di sicuro uno di questi: ha pubblicato diversi libri di critica letteraria e saggi su tradizioni popolari, fiabe per bambini e narrativa per adulti, raccolte di poesie e testi di pedagogia (www.anselmoroveda.com). “Scrivere per età diverse, oltre ad essere divertente, può aiutare a non fissarsi in un’immagine statica di sé e a evitare di imbalsamare la lingua” afferma Roveda, anche coordinatore redazionale del mensile Andersen – Il mondo dell’infanzia. In modo molto famigliare lo scrittore ci racconta come la sua passione per la scrittura sia nata ascoltando le storie della bisnonna Angelica e spiega come ognuno porti in sé storie da raccontare e aspetti del meraviglioso. Il suo è un chiaro invito a stimolare sempre una sana curiosità. Le sue risposte offrono spunti di riflessione sull’importanza di trasmettere il gusto per la lettura ai più piccoli e di saper ricavare tempo per leggere, ad ogni età.

anselmo roveda

In cosa si differenzia uno scrittore di libri per bambini da uno di libri per grandi?

Nel mio caso sono le idee narrative e le storie a “scegliere”, a determinare, se quello che sto scrivendo finirà più facilmente tra le mani di un lettore adulto, giovane, giovanissimo o addirittura di un prelettore. Più in generale e da un punto di vista creativo, penso che non ci siano differenze sostanziali. Le differenze iniziano quando l’idea narrativa diventa narrazione e registro linguistico: uno scrittore, quale che sia il lettore che vuole incontrare, dovrà sempre compiere delle scelte precise in fatto di immaginario da evocare e di parole da usare. Si potrebbe dire che tra uno scrittore per bambini e uno per adulti passa la stessa differenza che c’è tra un pilota di gare su circuito, tipo F1, e uno di rally, o viceversa: non è la competenza di guida in discussione, ma il contesto in cui agirla. Infine, le vere differenze stanno in certe retoriche e in certi stereotipi intorno all’idea di “scrittore”, più o meno introiettati dagli stessi autori e dalla filiera del libro. Insomma, difficilmente vedremo immagini pubbliche di scrittori per l’infanzia con aria tormentata millantare cruciali passaggi esistenziali. Sono solo giochi d’apparenza, autorappresentazioni quando non marketing. Cose che capitano anche per altri settori e generi della letteratura: prendi un’autrice di romance e una di noir, uno di romanzi storici e uno di fantascienza, difficilmente avranno lo stesso trucco, lo stesso guardaroba o lo stesso layout del sito. Ma sono croste che stanno ben sopra, o sotto, la letteratura. I buoni libri alla fine sono fatti di buone storie; nonostante qualsivoglia etichetta gli si apponga o l’autore pretenda di apporvi.

al lavoro coverIl tuo ultimo libro per bambini è intitolato “Al lavoro!” (edito da Coccole books) e racconta, in modo semplice e con diversi esempi, perché il lavoro sia un diritto ma anche un dovere. Affronti quindi un tema molto dibattuto che in questo particolare periodo storico-sociale potremmo definire “scottante”, toccando anche esperienze come il licenziamento e concetti come la meritocrazia.  Cosa ti ha spinto a dar vita a questa storia e perché i suoi personaggi sono raffigurati come degli uccelli?

Il lavoro, e non solo in questi tempi di crisi, è un elemento pervasivo dell’immaginario infantile; i bambini spesso ci pensano (“da grande farò…”) o sono portati a pensarci (“cosa fa tuo papà?”, “e la tua mamma?”). Il lavoro investe la realtà delle famiglie e del contesto sociale nel quale vivono, determinando anche lo spettro delle possibilità: dai percorsi di vita ai consumi alimentari, al tempo libero (“oggi la mamma non può, deve lavorare”). Inoltre il lavoro riveste parte importante delle fantasie e delle aspettative di futuro. Ragionare con le nuove generazioni sui modelli di sviluppo possibile, riflettere con loro su cos’è il lavoro riaffermandone le componenti di diritto e dovere mi sembra oggi interessante e opportuno. Anche usando la narrativa come occasione per rompere il ghiaccio. Sono partito da una domanda (“cosa farai da grande?”) che gli adulti fanno spesso ai bambini, talvolta non ascoltiamo davvero le risposte. Ritengo sia importante prendersi questo tempo di ascolto: il lavoro non investe solo la dimensione del sogno magico e a lungo termine ma anche quella, assai concreta, dell’evoluzione personale quotidiana. I libri poi sono giochi di squadra, nascono e crescono insieme agli altri. La reinterpretazione di alcune immagini note e storiche attraverso la trasfigurazione delle figure umane in volatili è frutto del percorso di ricerca dell’illustratrice Sara Ninfali. L’idea mi ha convinto ed è stata, grazie al confronto con lo staff della casa editrice, benzina per la narrazione.

In “Al lavoro!” racconti l’importanza di indirizzare la ricerca del lavoro in base alle proprie attitudini e ai propri desideri. Tu come hai iniziato a scrivere?

Fin da bambino ho amato ascoltare e incontrare storie. Nei pomeriggi d’inverno la bisnonna Angelica preparava cena e raccontava, io costruivo castelli di sedie e ascoltavo. Angelica era nata a fine Ottocento in Brasile da una famiglia friulana; era tornata in Italia giusto in tempo per una guerra mondiale e aveva sposato al fronte un bersagliere piemontese di nome Armellino. Poi, novelli sposi in fuga, erano migrati nell’industriale Genova. Erano stati entrambi operai: lei in un saponificio, lui nell’altoforno. Prima di crescere nonna Bruna avevano perso due figli, poi c’era stata un’altra guerra e altri trenta anni di vita. Insomma,  Angelica aveva storie da raccontare. Lì è nata la voglia di narrare a mia volta. Una voglia che ha preso forma qualche anno dopo, in adolescenza. E visto che non sono un oratore da palcoscenico, disegno con pigrizia e suono maldestramente, ho scelto la scrittura e ho iniziato a riempire quaderni su quaderni. Un processo lungo e in divenire che ha avuto, dopo gli anni della formazione e in quelli dell’impegno socioeducativo, qualche momento carsico e coabitazioni con altri mestieri che mi hanno appassionato altrettanto.

Sei uno scrittore poliedrico, che spazia dalla narrativa per adulti a quella per ragazzi passando attraverso la poesia, la saggistica pedagogica e diversi testi su tradizioni popolari e lingue regionali. C’è un filo conduttore che vuoi perseguire o vesti tante passioni? 

Le tante passioni, e le diverse forme della scrittura, sono intrecciate nella curiosità per la meraviglia, talvolta dolorosa talvolta orribile ma pur sempre meraviglia, che è capace di suscitare l’umanità nella sua interazione con ciò che la circonda. Ogni cosa e, a maggior ragione, ognuno di noi è al tempo stesso costituito da storie ed è generatore di storie: alcune possibili, altre plausibili, altre ancora impossibili ma immaginabili. Dare conto di un frammento, da un particolare e minimo punto di vista, di queste catene di storie vissute immaginate e immaginabili è il mio mestiere: l’ho fatto da ragazzo come barista durante la stagione estiva, l’ho fatto per lunghi anni da educatore e amministratore di servizi socioeducativi, lo faccio da giornalista e critico, lo faccio da saggista e divulgatore, lo appunto in poesia e lo gioco in narrativa.

Spesso si sente dire che bambini e ragazzi leggono poco, ma cosa possono fare i grandi per incentivare questa abitudine e passione?

Mostrare loro che nei libri ci sono tutte le avventure del mondo e della propria esistenza, ci sono tormenti e risate, cattiveria e amore, problemi e soluzioni. Si può iniziare molto presto, con la lettura ad alta voce. Ma a tutte le età c’è un modo silenzioso ancora più potente: leggere. Farsi vedere mentre si legge, dedicare tempo e spazio ai libri. Saranno il nostro mutare continuo di espressioni, lo scoppiare a ridere o il trattenere un magone, a far venire voglia di guardare dentro a quei volumi capaci di suscitare così tante e varie emozioni.

anselmo roveda scuola 1Quali sono i libri che più ti hanno segnato da bambino e quali le tue ultime letture?

Insieme alle “Fiabe sonore” – ebbene sì, sono della generazione mangiadischi – i primi libri che ricordo di aver amato sono quelli di Richard Scarry, le une e gli altri ampiamente scarabocchiati e “integrati” in personali versioni. Stavano nello scaffale basso della libreria di casa insieme a “Gelsomino nel paese dei bugiardi” di Rodari, il primo libro che ho letto da solo, e a due pop-up di Kubasta, quello che amavo di più e conservo ancora è “Gli spericolati corridori”. C’erano poi dei classici per l’infanzia, di quelli regalati da zie vere e presunte, tutti scritti e che guardavo con sospetto. Mi perdevo invece nella collana “Guarda e scopri gli animali” (una delle poche cose che si trovava nell’unica cartolibreria del piccolo paese dove sono cresciuto) e, solo dopo mille giuramenti sull’integra restituzione del volume, nella prima edizione einaudiana delle “Fiabe del focolare” dei Grimm che era stata di mamma da bambina. Appena cresciuto abbastanza da metter mano agli scaffali più alti mi appassionai a una raccolta illustrata di miti leggende e fiabe della Garzanti, poi venne la curiosità per le voci sui personaggi storici e sull’astronautica contenute nelle enciclopedie. E i fumetti: Mafalda, Asterix e gli albi supereroistici dell’Editoriale Corno. Passata l’infanzia e un’adolescenza di letture generazionali (dai poeti maledetti a Bukowski e Duchaussois), ho iniziato a leggere un po’ di tutto, privilegiando a lungo la saggistica storico-politica e, per questioni di formazione, quella psicosociopedagogica e antropologica. In letteratura – oltre ai vari soliti intramontabili (due che iniziano per S? Shakespeare e Simenon) e a qualche cotta passeggera (due di Marsiglia? Izzo e Carrese) – gli autori che ho amato di più, o forse solo letto di più, sono Manuel Scorza, Jean Giono, Philip K. Dick, Cesare Pavese, Beppe Fenoglio, Nanni Balestrini, Francesco Biamonti e Sergio Atzeni (quest’ultimi due i preferiti). Per la poesia I Novissimi, Buttitta, Fortini e Firpo; oggi Guasoni. Di letteratura per ragazzi leggo moltissimo per lavoro; da lettore, e per dire solo degli italiani in attività, i miei preferiti sono Beatrice Masini, Giusi Quarenghi e Guido Quarzo per la narrativa, Emanuela Bussolati per la progettazione degli albi infanzia, Chiara Carminati e ancora Quarenghi per la poesia. Infine, tra le letture degli ultimi tempi – oltre a classici della letteratura in genovese, a China Miéville e all’underground del fantastico italiano (quello dei blog novel e degli ebook, per intenderci) – mi sono perso nella riedizione della “Storia confidenziale della letteratura italiana” di Giampaolo Dossena, uno spasso.

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