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Posts Tagged ‘PordenoneLegge’

Ogni festival letterario e ogni fiera ha un taglio particolare e qualcosa per cui si distingue al di là del tema. Il clima, soprattutto. pordenonelegge è una manifestazione che resta nel cuore! Una città a misura d’uomo con un bel centro storico si veste di giallo e nero per oltre una settimana: vetrine e mezzi di trasporto (persino le biciclette dei cittadini) hanno tutti qualche addobbo o scritta che richiama la “Festa del libro con gli autori”. In alcuni locali di Pordenone si trovano persino menù a tema. Al centro dell’attenzione però c’è molto di più: gli scrittori raccontano le proprie opere; le presentazioni si svolgono in antichi chiostri, auditorium, sale, cinema e anche nelle piazze. A vegliare sul buon svolgimento di ogni evento ci sono gli “Angeli”, giovani con magliette gialle che sul retro hanno disegnate delle ali: indirizzano il pubblico, danno informazioni, distribuiscono il materiale e riordinano gli spazi; sempre sorridenti e molti sono interessati a comprendere come funziona il mondo del libro perché vivono la lettura come una passione.

pordenonelegge 2014: (da sin) Noemi Cuffia, Gloria Ghioni, Michela Zin, Sara Bauducco

pordenonelegge 2014: (da sin) Noemi Cuffia, Gloria Ghioni, Michela Zin, Sara Bauducco

Ho partecipato a pordenonelegge lo scorso anno come giornalista e blogger: per quattro giorni ho seguito interessanti incontri con scrittori, chiacchierato con organizzatori, colleghi e amici, scambiato qualche battuta con i lettori, ascoltato le prove di un concerto, mangiato piatti tipici e visitato la città (sono persino salita in cima al campanile del duomo). Ho scoperto libri e gettato i semi per nuove idee e progetti. Tutto ciò ho raccontato sul blog (qui) e sui social. Quest’anno, invece, potendo solamente seguire gli eventi a distanza, ho deciso di dare spazio a chi ha le mani in pasta nell’organizzazione: ecco quindi l’intervista a Michela Zin, membro della Fondazione Pordenonelegge.it.

pordenonelegge significa letteratura e la città vive questa manifestazione non solo nei luoghi d’incontro con gli autori, ma anche per le strade che si tingono di giallo. C’è un motivo per questo colore e come viene scelto il logo di anno in anno?

La scelta del giallo e nero risale al 2000, anno in cui nacque pordenonelegge. Fu una proposta di chi ci aiutò nell’avvio della prima edizione e, a dire il vero, all’inizio non ci entusiasmava. Con gli anni però abbiamo apprezzato la solarità del giallo e il legame ai caratteri di stampa del nero. Ora questi due colori caratterizzano così tanto pordenonelegge e sono entrati con così tanta forza nell’immaginario collettivo che sarebbe difficile pensare di farne a meno. E la nostra città quando si colora di giallo e nero, è bellissima! La scelta dell’immagine è merito del nostro studio grafico (DM+B & Associati) in particolare di Patrizio De Mattio che da sempre ci sorprende per le sue originali proposte. Anche quando non sembra esserci nessun aggancio evidente alla manifestazione, se non magari il solo richiamo a uno dei due colori, siamo i primi a stupirci per il celato legame. Inoltre, a noi piace molto che anche il nostro pubblico si costruisca un perché, si senta libero di vivere il proprio pordenonelegge fin da quando facciamo uscire l’immagine di quell’edizione.

Gli angeli di pordenonelegge sono una risorsa importante dal punto di vista organizzativo e una presenza che concretizza il significato dell’accoglienza. Ognuno con un compito ben preciso. Può essere un modello esportabile per altre manifestazioni?

Gli angeli sono il nostro orgoglio. Soprattutto perché si criticano sempre le nuove generazioni accusandole di essere poco coinvolte nelle attività pubbliche o nel sociale. Invece i nostri ragazzi sono una bellissima eccezione. Il ricorso ai giovani é sicuramente un modello già utilizzato da molti altri festival anche se credo che la nostra impostazione non abbia uguali. Diamo loro regole precise e una formazione puntuale ma vogliamo anche che comprendano di essere un tassello fondamentale di quel meraviglioso puzzle che è pordenonelegge. Il risultato è che loro si sentono responsabilizzati e noi soddisfatti di quel che fanno per noi. Motivarli, responsabilizzarli e gratificarli credo siano i nostri punti di forza.

Cosa ha significato la partecipazione di pordenonelegge al Salone del Libro di Torino quest’anno?

Abbiamo proposto agli organizzatori di occuparci della poesia portando nel nostro stand quanto, con Librerie Coop, avevamo creato a pordenonelegge nel 2014. E abbiamo proposto molti incontri su questo tema. È stato un successo, anche più del previsto. Questo ci ha permesso di stringere ancor più le relazioni con la Fondazione che cura il Salone del Libro e ritagliarci un momento di grande visibilità a livello internazionale. Del resto, il tema della poesia è uno di quelli su cui stiamo lavorando già da alcuni anni e che ha dato vita, per esempio, al censimento dei poeti italiani under 40 e alla pubblicazione di volumi ed ebook con le raccolte di alcuni di questi giovani.

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Il logo dell’edizione 2015, che si svolge dal 16 al 20 settembre, è simpatico e “gustoso”: una serie di girelle di liquirizia. Nomi illustri nel programma che è inaugurato da Daniel Pennac con il suo nuovo libro L’amico scrittore (Feltrinelli): da Marcelo Figueras a David Leavitt, da Nicola Lagioia a Antonia Arslan…

Quali sono i punti di forza e le peculiarità dell’edizione 2015?

Il programma realizzato dal Comitato artistico – guidato da Gian Mario Villalta con Alberto Garlini e Valentina Gasparet – è anche quest’anno di altissimo profilo. Difficile sottolinearne i punti forza per me che l’ho visto nascere di giorno in giorno. Credo che anche quest’anno ci sia una grande attenzione a proporre ospiti e temi non banali, a creare dialoghi inusuali, a stuzzicare nuovi percorsi o punti di vista innovativi. Ecco, credo che da sempre pordenonelegge si distingua per questo, per essere un festival originale. E se poi vogliamo riprendere quanto sottolineato dai curatori nella presentazione del programma, l’edizione di pordenonelegge 2015 si caratterizza per un esame attento delle parole “crisi” e “futuro”, indissolubilmente legate tra loro ma con un interessante strumento per approfondirne conseguenze, prospettive e attese: il libro.

pordenonelegge vive anche durante l’anno , oltre il periodo della rassegna, per valorizzare il rapporto tra cultura e territorio attraverso gite in luoghi letterari, incontri e concorsi. Avete già pensato a cosa attuare tra 2015 e 2016?   

Da quando è nata la Fondazione effettivamente abbiamo messo ordine alle molte iniziative che già realizzavamo e ne abbiamo proposte di nuove. L’idea è quella di diventare una sorta di agenzia culturale a disposizione del territorio. Ad esempio per i prossimi mesi abbiamo proposto il corso “Tradurre la narrativa” perché sappiamo bene quanto sia importante il lavoro “artigianale” che deve fare un traduttore. Torneranno sicuramente le nostre visite sul territorio in compagnia di autori che hanno avuto un grandissimo successo e, dopo il pordenonese, passeremo a esplorare nuove aree. Non mancheranno poi le nostre pubblicazioni, altri percorsi di scrittura creativa, collaborazioni in regione, fuori regione e anche con altri festival internazionali con i quali stiamo scrivendo un progetto europeo. Il marchio pordenonelegge, insomma si diffonderà nell’arco di tutto l’anno.

Quali incontri seguirai dell’edizione 2015?

Come ormai accade fin dalla prima edizione, purtroppo nessuno! Nonostante per un anno intero, si lavori intorno a quell’incontro o a quell’ospite, quando é l’ora di vederlo sul palco, per noi dell’organizzazione e per i curatori é tempo di correre in un altro luogo, rispondere a una necessità del momento, risolvere qualche imprevisto. O forse potrei anche rispondere tantissimi, perché nel mio correre da un angolo all’altro della città per vedere che tutto stia andando come abbiamo programmato, ho sempre la fortuna di avere una visione speciale, arrivando proprio in prossimità del palco. Giusto in tempo per carpire qualche battuta, scambiare uno sguardo con i curatori o con gli angeli per verificare che tutto sia ok ed è già tempo di rispondere al telefono o correre da un’altra parte. È comunque un privilegio per noi poter entrare in contatto con questi ospiti illustri per tutta la fase preparatoria. E un loro passaggio in segreteria per un saluto durante le giornate o una mail di ringraziamento post festival ci gratifica di tutto il lavoro fatto.

 

 

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Quanti leggono racconti?”: lo ha chiesto lo scrittore e editor Giulio Mozzi al pubblico che ha partecipato all’incontro con lui e Rossella Milone a PordenoneLegge. Un piccolo test che, nonostante il tema della serata, ha comunque decretato la supremazia dei romanzi. Un dato riscontrabile anche dal mercato editoriale: “E’ difficile vendere una raccolta di racconti perché è difficile leggerla – ha evidenziato Milone, autrice di raccolte di racconti anche per Einaudi – Il romanzo è più rassicurante, come se appagasse in modo più forte il desiderio di immedesimazione del lettore”. Si tratta di generi letterari differenti, a cui lo scrittore si approccia in modo differente: “Ogni scrittore guarda il mondo e le persone in un certo modo e per quest’angolazione cerca un linguaggio e una forma adatti. Quando vieni dai racconti e decidi di scrivere un romanzo è come se facessi un trasloco – ha continuato Milone – Il racconto deve avere soprattutto una forte intensità e una forte significazione; lo scrittore di racconti non ha tempo e spazio di prendere respirir molto ampi e fare deviazioni”. Mozzi, sottolineando come i racconti permettano a chi scrive di fare sperimentazioni formali, ha tratteggiato brevemente l’evoluzione del genere sul mercato: “Fino a non tanto tempo fa racconti e romanzi si pubblicavano a puntate sui giornali e riviste tipo Grazia. Io ho letto così I Fratelli karamazov. Poi incontravano anche la pubblicazione integrale come destino definitivo. Nei Paesi anglosassoni si pubblica ancora letteratura sui periodici, negli Stati Uniti esiste una fittissima rete di riviste letterarie dove gli scrittori fanno palestra”. E in Italia? Forse leggere i racconti è più impegnativo, ha sintetizzato Milone: “Uscire da un racconto della Munro è come se ti spostasse e il modo in cui lo fa ti arricchisce, ma questo spostamento repentino richiede al lettore molta energia”.

Mozzi Milone

E voi, leggete racconti? Se volete, suggerite qualche titolo o qualche autore…

 

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L’inquietudine in letteratura è un sentimento tutt’altro che negativo” così ha esordito Marcello Fois nell’incontro di PordenoneLegge per la Mappa dei Sentimenti. Il racconto ideato per l’occasione dallo scrittore narra la storia di un ragazzo che vuole diventare sacerdote, contro il volere del padre e avvolto da dubbi sulla stessa autenticità della propria vocazione e da problemi di salute: “A me Dio si presentò come nelle peggiori e più trite agiografie”. Il protagonista sente qualcosa che definisce “violenza nel centro dell’estasi”. Fois scende nell’intimo del personaggio, regala al lettore la possibilità di sentire ciò che lui prova, tratteggia un cammino segnato dalla sofferenza (“Avevo un dolore al petto, un piccolo dolore, sottile e angosciante”), fisica e psicologica, nella consapevolezza che “non esistono danni lievi, ma solo danni”. Il giovane descritto da Fois arriva a definirsi una “falena su questa terra”, non prova paura, riconosce le proprie debolezze (“io ho francamente esercitato l’antagonismo, contro il corpo” e “sono stato rabbioso come un mastino alla catena”) e lucidamente conclude: “pronto a combattere, finalmente inquieto”.

Marcello Fois 1

Lo scrittore, per spiegare come è nato il suo racconto, ha citato Undici figli di Kafka: “E’ un maestro di quella che io vorrei definire come inquietudine di un sistema: la necessità di fare della propria inquietudine un materiale attivo. La scrittura è inerte fino a che noi non ci mettiamo dentro del motore”. Fois ha affermato che è inquietante la natura stessa dello scrivere: “Il lato più inquietante della letteratura è il lato ripetitivo: da secoli si pubblicano tanti libri, tentativi di uscire dal già detto e scritto. (…) Chi parla di Calvino per sanare la propria incapacità di parlare di leggerezza senza passare dalla propria complessità e durezza, allora non ha letto Calvino”. Se da una parte “lo scrittore per essere tale dovrebbe continuamente inquietarsi”, dall’altra “la letteratura è l’unico settore in cui dovrebbe essere l’assenza dell’inquietudine a dettare la tendenza”. Fois quasi si è scandalizzato per una certa banale attenzione letteraria alle opere: “Ancora discutiamo di trama e stile come se discutessimo di petto e coscia a tavola. Non può esistere che voi lettori ascoltiate persone che discutono sulla prevalenza della trama o dello stile. (…) Se uno si definisce scrittore ha dei doveri deontologici, come usare il vocabolario senza reprimere”. Fois ha poi fatto un balzo dalla letteratura all’informazione richiamando la quantità di notizie cariche di inquietudine che altrimenti non potrebbero essere definite notizie da molti: “Questo fa sì che il fatto si trasformi in letteratura mentre il romanzo resta nella palude del fattuale: sono questi gli autori che millantano di investigare il presente come se il presente fosse l’oggi. Purtroppo ci siamo accontentati degli esiti anziché dei percorsi”.

E ha concluso: “Se i romanzi che abbiamo scritto saranno letteratura semplicemente ci sopravvivranno. Da questa inquietudine nasce l’etica dello scrivere: se si rinuncia a cambiare il mondo si rinuncia alla scrittura pur scrivendo”.

Vibrante il silenzio del pubblico che ha ascoltato lo scrittore delineare un percorso letterario così ricco di spunti che penso interroghino a lungo la coscienza del lettore. L’inquietudine spesso si accompagna a un senso di attesa, a un profondo desiderio di cambiamento, all’osservazione insoddisfatta della realtà, all’incapacità di vedere le cose per ciò che saranno. Quale meraviglia quando ho ritrovato un accenno all’inquietudine in alcuni versi del poeta Edgar Lee Masters (“George Gray”) nella mostra dedicata a Spoon River che il lunedì dopo la fine del festival ho gustato insieme a @tazzinadi nella biblioteca civica di Pordenone (qui le informazioni). Così mi son chiesta: non è forse vero che ognuno di noi custodisce in sé, in misura differente, una dose di inquietudine che sprona a rifiutare l’immobilismo e a ricercare altro?

 

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Si possono mappare i sentimenti? Oppure son talmente tante le sfumature per cui la classificazione è ardua? Me lo son chiesto quando ho visto il programma di PordenoneLegge, che nella giornata di venerdì riporta diversi appuntamenti sotto il titolo “Mappa dei sentimenti”. Cosa si può dire dell’amore? Non è possibile teorizzare se veramente si tenta di viverlo. Tanto è che Valeria Parrella (autrice di Ma quale amore edito da Einaudi) ha scelto di dedicare l’intero suo incontro alla lettura di un suo racconto inedito sul tema. La storia di una donna cinquantenne che, insegnante precaria itinerante per l’Italia e mamma di una ragazza, si trova costretta ad accudire sua madre colpita da un ictus e che pur nella difficile quotidianità scandita da cure e ritmi tosti si lascia cogliere da pensieri ammiccanti verso un cameriere.

In questo racconto, scritto con un linguaggio spigliato e spesso umoristico, ci sono quasi tutte le forme di amore: filiale, materno, amicale e sensuale. E’ proprio su quest’ultimo che nella conclusione Parrella spalanca la porta alla speranza. La cinquantenne va alla ricerca dell’amore (sensuale, prevalentemente)… – chi di noi non lo desidera? – e ne raggiunge il senso: “Dietro di lui e senza casco mi sentii proprio al mio posto” (cit.). Magari è questo l’amore, trovare la propria metà e sentire che le parti combaciano perfettamente. Il racconto scritto da Parrella, che ha conquistato il pubblico in sala, non ha immagini mielose o che possono essere “universalmente” considerate romantiche; è piuttosto una serie di scene che concentrano l’attenzione sul tipo e sulla qualità della relazione tra i personaggi. Perché l’amore è un percorso e forse proprio per questo la scrittrice ha scelto di non corredare la lettura con riflessioni varie, cosa che però a me è un po’ mancata; in fondo, su temi così importanti e carichi di aspettativa si cerca il confronto e sarebbe stato interessante un approfondimento dal testo alla vita a cura dell’autrice.

Ecco che allora si chiarisce l’idea della mappatura dei sentimenti: l’incontro è un’occasione per delineare il focus, per mettersi a confronto con il testo scritto sul tema. Quanti hanno scritto sull’amore! Vi viene in mente almeno un libro in cui, in qualche modo, non si parli di amore? E’ un sentimento che in qualche misura e chiave tocca tutti e quando si comprende cosa si sta davvero cercando cambia la prospettiva con cui si guardano e vivono le situazioni: “ma quello che più importa è come ti senti il giorno dopo”, così termina il racconto scatenando un lungo applauso.

 

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Sei ore di viaggio in treno, da Torino a Pordenone con cambio a Venezia. Tempo per leggere una rivista e per rileggere il libro di Tiziano Fratus (in fondo, racconta di un viaggio) che presenterò la prossima settimana; tempo per osservare il paesaggio che scorre fuori dal finestrino (così dolce vicino al lago di Garda) e gustare l’attesa per PordenoneLegge. E’ come se viaggiando in treno il tempo si dilatasse.

Sono partita con le nuvole, ho attraversato la pioggia in quel di Milano e rivisto il sole tra Desenzano e Vicenza: mi affascina sempre molto percorrere lunghe distanze, la geografia pare riscriversi in tempo reale davanti ai tuoi occhi, con le varie tonalità di verde e di marrone e i colori del cielo…

Sono arrivata a Pordenone che era già buio ma  non è stato difficile distinguere le tante bandiere gialle che invadono la città per il festival. Un “angelo custode”, anche lui con maglietta gialla, mi ha dato il benvenuto. Poi, in hotel ho trovato ad attendermi una borsa (anch’essa gialla)… e così è iniziata l’avventura!

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