Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘cibi’

Ancora una volta ne ho avuta la conferma. I libri aiutano ad allargare gli orizzonti e a farsi domande, a conoscere un po’ di più gli altri (vicini o lontani che siano) e anche se stessi. Ogni lettore può sperimentare questa forza in modo diverso e con libri differenti proprio perché ognuno ha il proprio cammino. Io, questa volta, mi sono imbattuta in un volume interessante che mi ha fatto fare un viaggio in terre lontane e tra popolazioni che (molto?) difficilmente avrò modo di conoscere direttamente. Si tratta di un titolo di saggistica che, avvistato tra le novità, mi aveva fatto l’occhiolino e mi aveva subito incuriosita per la copertina accattivante e “abitata”. Poi, qualche settimana dopo l’uscita, è arrivata la proposta: vuoi presentare Luis Devin con il suo Ai confini del gusto edito da Sonzogno? Così non ho resistito a scoprire “i cibi più insoliti del pianeta”.

luis-devin

Quale è il cibo più insolito che avete assaggiato? Ai confini del gusto aiuta ad abbandonare le proprie prospettive e i propri parametri di “buono” e “disgustoso” o, perlomeno, a diventare consapevoli della loro relatività. Così, leggendo di chi mangia cavallette e nidi di uccelli, coccodrilli e carne di squalo “putrefatto”, si comprendono abitudini e tradizioni alimentari lontane da noi ma non impossibili. L’autore, antropologo e conoscitore della cultura dei pigmei Baka che abitano nella foresta pluviale del Camerun, invita a “vincere la pigrizia dei sensi” e, come primo passo accompagnati dalla lettura, a immaginare come le popolazioni si procacciano e preparano quei cibi per noi insoliti. Il libro, che appare come una mappa mondiale degli alimenti, è articolato in sezioni (insetti, pesci, rettili, mammiferi, dolci… già, ci sono anche i dolci come le formiche del miele!) e ogni capitolo è corredato da disegni realizzati dallo stesso autore.

Se all’inizio ero molto sorpresa di ciò che leggevo e provavo una certa “distanza culturale”, procedendo pagina dopo pagina e addentrandomi nel racconto ricco di informazioni e aneddoti esperienziali ho sentito crescere la curiosità e il desiderio di conoscere. Una lettura che consiglio a chi non vuole restare chiuso nel proprio guscio e a chi desidera – come riporta la dedica a inizio del volume – diventare un “avventuroso esploratore di sapori e della vita”.

Read Full Post »

Visitare il Salone del Gusto e Terra Madre al Lingotto Fiere di Torino è un’esperienza unica che permette di fare un interessante viaggio tra i sapori del mondo. L’evento, che si chiude domani (lunedì 29 ottobre), si svolge ogni due anni attirando gente di ogni nazionalità, professionisti del settore e pubblico. Tre padiglioni per le regioni italiane e l’Oval a disposizione di tutti i Paesi: qui si resta incantati nel vedere costumi tradizionali e ancor più nell’assaporare cibi tanto distanti dai nostri e nell’ascoltare esperienze che parlano di valorizzazione e rispetto del territorio. Davvero in questo ambito le differenze diventano ricchezza culturale!

Read Full Post »

Viva la pappa col pomodoro! E questa volta ad acclamarla non è il vivace Gian Burrasca, bensì la giuria popolare che ha partecipato alla cena con gli avanzi organizzata dal Consorzio Covar 14, presso l’Istituto Alberghiero Norberto Bobbio di Carignano in provincia di Torino, a conclusione della terza edizione della settimana europea per la riduzione dei rifiuti.

All’iniziativa “Cucina con gli avanzi”, articolata in diversi laboratori spalmati dal 17 al 27 novembre, hanno aderito anche il Banco Alimentare, Eataly e Slow Food. Le riflessioni sono partite da un dato tratto da uno studio dell’Ue: all’anno vengono gettate via 89 milioni di tonnellate di scarto organico ancora commestibile, come avanzi di pane e pasta, bucce di frutta e scarti di verdura, formaggi e salumi. “Vogliamo aprire una scommessa e ci auguriamo che questo evento sia un inizio – commenta Leonardo Di Crescenzo, presidente del Covar 14 che si occupa di igiene urbana – Se riusciamo a risparmiare rifiuti risparmiamo due volte, sulle materie e sul riciclaggio”.

Alla cena hanno partecipato gratuitamente un’ottantina di persone che hanno potuto assaggiare diversi piatti cucinati dagli studenti dell’alberghiero e tratti dal fascicoletto creato dalla Cooperativa Erica con le ricette dei ristoratori del territorio Covar 14. Il ricettario “Cucina con gli avanzi”, che come logo ha un elegante cassonetto anziché un mestolo o un cappello da chef, si trova anche online e spazia dal pasticcio di pasta gratinata al forno alle crocchette di spaghetti e pollo, dagli “avanzi di pollo alla povera donna” ai biscotti d’autunno. Durante la serata sono state premiate alcune pietanze. Prima si è espressa la giuria tecnica, composta dal presidente del Covar 14, dall’ Executive Chef di Eataly Giorgio Chiesa, dal presidente di Slow Food Bruno Boveri, dal dirigente scolastico del Bobbio Franco Zanet e dal presidente del Banco Alimentare Roberto Cena: la “Panada” a base di pane con brodo e pomodoro si è aggiudicata il premio “Massimo recupero di cibo – cucina tradizionale”, mentre gli “Sformatini di panettone alle noci” quello “Massimo recupero di cibo – Cucina creativa”. Infine, la giuria popolare non ha avuto esitazioni: il premio “Piatto più buono” è andato alla “Pappa con il pomodoro” e il “Piatto più innovativo” al “Panpollo fritto con verdure ripiene”. “La filosofia del recupero deve essere ampiamente diffusa – ha concluso il preside Zanet – E bisogna educare soprattutto i ragazzi”.  E tra una portata e l’altra, parlando di riduzione dei rifiuti da cibo, molti hanno preso nota di come riproporre a tavola gli avanzi del giorno prima e spesso basta un po’ di fantasia.

Read Full Post »

Ci si può incontrare ed arricchire reciprocamente anche grazie alla cucina perché i cibi veicolano cultura e parlano di riti. Nelle nostre città multietniche i piatti della tradizione locale vivono accanto a ricette di altri Paesi; occorre però essere un po’ curiosi di scoprire sapori diversi e chiedersi cosa mangiano gli altri. “A me piace parlare di world food, un patrimonio che appartiene a tutti. Amo viaggiare e ho visto che il cibo è un mezzo affascinante per raccontare le culture. Il cibo è regolato da riti e i cibi quando viaggiano nel tempo e nello spazio parlano dell’incontro con altre culture – spiega il giornalista e gastronomade Vittorio Castellani, in arte Chef Kumalè – E’ normale che quando la cucina viaggia ci sia l’adattamento al gusto locale, riscontriamo questo ad esempio nel fatto che a noi piace l’eccesso di spezie. I cinesi invece hanno una più ampia definizione di onnivoro rispetto ad altre culture: ciò è dovuto alla reperibilità della materia prima, pensiamo al tubero andino maca o alle foglie di coca, che o non si trovano fuori del loro Paese o sono carissimi”.

Castellani nasce come Chef Kumalè nasce nel 1991: “Conducevo The Cous Cous Clan su radio Flash e dovevo trovarmi un nome, così ho preparato una cena a cui ho invitato il mio produttore per discutere del programma – racconta il gastronomade – Alla fine del pasto gli ho chiesto in piemontese “Coma a l’è?”; lui mi ha guardato e prendendo spunto da questa battuta è nato il mio nome”. Ma nella sua vita Castellani ha fatto di tutto: “Mi sono occupato di entomologia, preparazione di concerti e scambi internazionali. Poi ho deciso di ascoltarmi e ho visto la mia passione, che prima di tutto mi è stata trasmessa geneticamente perché sono emiliano”. Ma l’interesse per la cucina affonda le radici nel tessuto famigliare: “Penso che se alcune esperienze non si fanno da piccoli, non si possono poi riconoscere. Io sono figlio di emigranti e ricordo una grande festa di ricongiungimento famigliare che facevamo in Emilia, nei campi del nonno – riprende lo Chef Kumalè – Il pranzo di ferragosto radunava una settantina di persone per dodici ore intorno a un tavolo, si mangiava lentamente. Un’esperienza ed un vissuto felliniano”.

Nell’ultimo suo libro, “Nuvole di drago e granelli di cous cous. Ricette facili di un gastronomade senza frontiere” (ediz. Vallardi), Castellani descrive piatti semplici di differenti culture per introdurre il lettore al world food. Il testo si presenta come un ricettario di viaggio che raccoglie circa 200 ricette che lo Chef Kumalè ha trovato in giro per il mondo: “Ho preferito scegliere piatti facili da realizzare ma mai banali, perché la cosa più importante per iniziare a introdurre qualche novità sulla nostra tavola è provare piacere e divertirsi a cucinare per sé e per gli amici” scrive l’autore. Molti i libri che ha già pubblicato, anche sul tema del word food e per restare aggiornati su notizie ed eventi si può consultare il suo sito www.ilgastronomade.com, dove si trovano anche ricette dal mondo e la rubrica “la dispensa esotica”.

Da parte dei media si nota un maggior interesse per la cucina, infatti aumentano i canali televisivi che dedicano molto spazio a programmi di cucina e a reality sul tema. Come si può leggere tutto ciò?

Questo è un fenomeno più o meno recente e da cinque o sei anni ha guadagnato in fatto di spettacolarizzazione. Ormai la trasmissione di sapori generazionali è stata interrotta o ridimensionata ed i media cercano altre vie; inoltre, vi sono interessi economici ed investimenti con grandi cifre intorno a queste trasmissioni. Concordo con Petrini (Carlo Petrini, presidente di Slow Food – ndr) quando usa la definizione di “pornografia alimentare” ed anche nei corsi che tengo da ormai 15 anni non vedo piena consapevolezza da parte di chi vi partecipa.

Proviamo a metterci dall’altra parte dei fornelli: come si sta a tavola oggi?

Mangiare è diventato un modo per sottolineare il proprio status. Oggi ci si ammala molto per cosa si mangia, eppure la qualità si trova. La gente sa cucinare di meno, ma pone più attenzione all’immagine e partecipa volentieri a degustazioni. Occorre però andare all’essenziale, alla qualità degli alimenti: le cose buone si trovano dai contadini e nei mercati, chi ha mai detto che si trovano solo nei negozi di lusso? La molta comunicazione che c’è sul tema è invece rumore. La cultura veicola il cibo e tutto è soggettivo. Oggi ciò che ha forti sapori o profumi, tipo il Puzzone di Moena o alcuni tipi di pesci, spesso è rifiutato dalle nuove generazioni. Ancora, c’è una riduzione drastica del vocabolario gastronomico perché ormai si è abituati a cibi finti.

Read Full Post »

Esperienza sensoriale che aiuta a riscoprire antichi sapori e a provare originali accostamenti, occasione di confronto tra produttori e consumatori, scenario per dibattere sulla tutela del patrimonio enogastronomico, momento per approfondire la conoscenza di culture lontane. Questi sono alcuni degli ingredienti che hanno permesso all’edizione 2010 del Salone Internazionale del Gusto di registrare il record di 200.000 visitatori e ampi consensi. Grazie al connubio con Terra Madre la manifestazione è molto più di un’imponente sagra di prodotti tipici: per cinque giorni, infatti, Torino ha ospitato produttori di ogni Paese del mondo, cuochi e assaggiatori, venditori e insegnanti che hanno puntato l’attenzione sul costruire una produzione alimentare sostenibile e rispettosa del pianeta.

Così, ad esempio, nello stesso ambito è stato presentato il “decalogo per l’isola verde”, un progetto per la salvaguardia e la valorizzazione dell’isola di Ischia (la notizia). Il Comando Carabinieri Politiche Agricole e Alimentari ha allestito uno stand per informare sulle attività per contrastare le frodi: solo nelle ultime settimane, i Nac hanno sequestrato 4.607 quintali di concentrato di pomodoro cinese destinato a produzioni “made in Italy” e altre 385 tonnellate di pomodori indicati come DOP San Marzano ma in verità provenienti da altre zone (la notizia). Non è mancato neppure un occhio attento alla tecnologia: nell’angolo dedicato alle mele si poteva trovare anche una televisione a forma di mela (news e foto); gli ebook hanno fatto la loro comparsa in uno stand mentre, in un altro, si potevano sperimentare programmi per iphone in grado di fornire all’istante indicazioni sui marchi di prodotti alimentari appena inquadrati dalla fotocamera. Arte e cibo si sono incontrate nelle tante opere di cioccolato, dalla dama agli attrezzi di lavoro del muratore, ma pure nei formaggi a fumetti (sono di Giorgio Sommacal e Rasori le strisce sulla forma di grana che raccontano il Risorgimento con dei buongustai come Mazzini, Cavour e Garibaldi). Gli studenti dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo hanno gestito alcuni punti per avere l’opportunità di spiegare che il corso non è finalizzato alla sola cucina, perchè ad esempio c’è anche chi studia le normative alimentari ma sogna di avere un allevamento di capre per produrre formaggi.

Dal Salone del Gusto esce anche un sondaggio sulle abitudini di consumo e di acquisto, realizzato dalla Regione Veneto su un campione di 266 persone: da questo emerge che solo il 5% degli intervistati è soddisfatto delle indicazioni sulle etichette dei prodotti ma ben l’80% si serve da un negoziante di fiducia (articolo con dati). Ma il dato su cui bisogna veramente riflettere l’ha lanciato il vicepresidente di Slow Food (uno degli enti promotori dell’evento), l’indiana Vandana Shiva: “Il 50% del cibo prodotto negli Stati Uniti viene gettato o non utilizzato. Invece di un grande business legato alle monoculture, abbiamo bisogno di fattorie che preservino la biodiversità. Monoculture come la soia non risolvono i problemi legati al cibo, ma li creano” (fonte, Ansa). Questa denuncia lascia cadere sull’evento un retrogusto un po’ amaro – senza nulla togliere alla bontà dei sapori – per spronare consumatori, produttori e media ad una presa di coscienza: la buona economia passa anche dalla tavola.

 

Read Full Post »