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Posts Tagged ‘Anna Politkovskaja’

Questo articolo è la seconda tappa che Inchiostroindelebile propone sulla figura della giornalista russa Anna Politkovskaja, uccisa con quattro colpi di pistola il 7 ottobre 2006 nell’ascensore di casa. Nel primo articolo vi è l’intervista a Massimo Ceresa, autore del romanzo “Dania e la neve” che intreccia con verismo la vita della giornalista con la guerra in Cecenia; ora tocca allo sceneggiatore di un libro a fumetti sulla stessa Politkovskaja spiegare l’importanza di non “assuefarsi ad un giornalismo pilotato” e di raccontare la verità anche se scomoda.

A quei giornalisti che scelgono ancora di fare il loro mestiere”: è questa la dedica che campeggia all’interno del volume “Anna Poltkovskaja” edito da BeccoGiallo ed uscito nel novembre 2010. Sulla giornalista russa sono stati scritti innumerevoli libri, ma questa graphic novel “completa il ventaglio di accessi a una figura nobile e necessaria come la sua” (citando l’introduzione al testo scritta dall’attrice Ottavia Piccolo, interprete di un monologo dedicato alla giornalista e intitolato “Donna non rieducabile”).

Lo sceneggiatore Francesco Matteuzzi e l’illustratrice Elisabetta Benfatto, entrambi insegnanti alla Scuola Internazionale di Comics di Padova, hanno dato vita ad un’opera che scuote il lettore dirigendo l’attenzione su campi di osservazione che partono dagli occhi della stessa Anna Politkovskaja. Le prime quattro pagine mettono subito a fuoco la tragicità della realtà cecena con cui doveva fare i conti la giornalista: le azioni militari sui civili e la paura di farsi notare della gente che non vuole diventare un “bersaglio facile”. E’ la voce della stessa Anna Politkovskaja a ripercorrere i fatti dal 1999, anno della sua prima visita in Cecenia a pochi mesi dallo scoppio della seconda guerra. Con lo stile proprio di un cronista, utilizzando dialoghi asciutti e pungenti, Matteuzzi è stato capace di tratteggiare il coraggio e la costante ricerca della verità che la giornalista ha perseguito nella Russia di Putin nonostante intimidazioni e minacce di morte. Bella la zoomata sugli occhi vitrei di Anna che diventa consapevole che lei doveva essere uccisa al posto di un’amica della vicina di casa, così come la vicenda della scuola di Beslan presa in ostaggio dai terroristi sembra una parentesi raccontata con originale delicatezza e tragica semplicità. Molto intrigante è ancora la sequenza delle ultime sette pagine che gioca sul palleggio di due scene: si passa dagli attimi finali di vita della giornalista nell’ascensore di casa alla festa del 54esimo compleanno di Putin, dove la pistola che spara si contrappone al brindisi con i calici di vino. Un parallelismo che non può lasciare indifferente il lettore e che offre una lettura molto cruda. In coda, il volume riporta anche la cronistoria della vita della Politkovskaja, un contributo del giornalista Rai Andrea Riscassi che ha fondato l’associazione AnnaViva e l’intervista al giornalista Paolo Serbandini che l’ha conosciuta incontrata due volte.

Intervista a Francesco Matteuzzi.

Come è nata l’idea di scrivere una sceneggiatura per graphic novel su Anna Politkovskaja? Quale è stato lo spunto che ha dato il via al lavoro?

Tutto nasce da una mia idea, e da una constatazione. Quella di Anna è una figura che mi affascina molto, e che in qualche modo sentivo il bisogno di approfondire. Ma mi sono trovato davanti a un problema: dopo aver letto i suoi libri e i suoi articoli non c’era più nulla. Nessuno che si fosse occupato di lei, che avesse scritto un libro che ne raccontasse la storia mettendo in fila gli eventi. L’unico testo su Anna disponibile al momento era Anna è viva di Andrea Riscassi, pubblicato da Sonda, un libro prezioso che mette ordine in molti aspetti della vicenda. Ma una biografia vera e propria, un testo che raccontasse la sua vita, quella non c’era. La necessità di scrivere questo libro nasce da qui, ed essendo io sceneggiatore di fumetti è venuto naturale pensarlo per immagini. Ho proposto l’idea all’editore BeccoGiallo, che l’ha accettata immediatamente, quindi è salita a bordo Elisabetta Benfatto, la disegnatrice, che ha fatto un lavoro grafico splendido.

Da quali fonti sei partito e come hai elaborato il materiale?

Il punto di partenza sono stati gli scritti di Anna, che hanno fornito l’ossatura centrale del libro. Poi ovviamente, il già citato testo di Riscassi, una gran quantità di articoli sulla Russia e la Cecenia di ieri e di oggi, principalmente tradotti in italiano dalla mai troppo lodata Internazionale, i documentari Letter to Anna di Eric Bergkraut e 211: Anna di Paolo Serbandini e Giovanna Massimetti, che si sono rivelati estremamente utili anche per quanto riguarda la documentazione iconografica. A dire il vero, la difficoltà maggiore nel reperire materiale l’abbiamo trovata proprio per quanto riguarda le immagini: problemi che abbiamo risolto grazie ai documentari e alla rete.

In questa graphic è come se Anna Politkovskaja si raccontasse due volte: una in chiave fattuale sul filo degli eventi che corrono di striscia in striscia ed una in chiave più riflessiva, con considerazioni anche sulle condizioni socio-politiche, attraverso la “voce fuori campo” che arricchisce molte pagine. Come mai questa scelta?

Perché è così che lei lavorava: raccontando gli eventi e contestualizzandoli in una realtà più ampia. La decisione di far vedere cosa accade e in qualche modo “sentire” la voce di Anna che commenta viene da questo, dalla volontà di far parlare proprio lei. E per farlo è stato necessario cercare di entrare nella sua testa, comprendere i suoi punti di vista ed esplicitarli in quella che tu definisci “voce fuori campo” ma che è in realtà una vera e propria voce narrante, che prende per mano il lettore e lo accompagna nel corso della storia. Un po’ come se questo libro fosse una prosecuzione dei suoi scritti, in cui alla fine si mettono in fila tutti gli eventi.

Ci sono scene a cui ti senti particolarmente legato e perché?

Due, che sono poi le scene principali di tutto il volume: il sequestro del teatro Dubrovka, con l’ingresso di Anna per mediare con i terroristi, e la sequenza di Beslan. La parte del Dubrovka credo di averla riscritta almeno tre volte, buttando via le versioni precedenti perché non ero convinto del risultato finale. La versione definitiva, invece, con la narrazione che scorre su più linee parallele ci ha convinti e rende bene la situazione. La parte relativa a Beslan è stata invece quella in assoluto più complicata di tutto il libro, perché si tratta di un episodio dal quale è impossibile cercare di distaccarsi emotivamente. Io, Elisabetta e l’editore nei giorni in cui abbiamo realizzato quelle pagine ci sentivamo al telefono varie volte al giorno per discutere ogni singolo dettaglio. A vederle stampate non sembrano pagine particolarmente complicate da realizzare, e questo è un bene, ma nascondono un lavoro enorme. La sfida era quella di raccontare una sequenza così forte e così cruda senza mancare di rispetto alle persone che vi sono state coinvolte, per la maggior parte bambini, molti dei quali non sono sopravvissuti. Dovevamo raccontare senza mostrare, e trattandosi di un fumetto questo potrebbe sembrare paradossale. Ma il fumetto permette anche questo.

La vicenda della scuola presa in ostaggio è raccontata come se fossero gli stessi bambini a descriverla attraverso i disegni sul quaderno, ma è aperta e chiusa da scene di blackout rese con il semplice ed efficace uso del colore nero. Una scelta narrativa e stilistica che mi ha molto colpito…

È anche l’unica parte di tutto il libro in cui Anna Politkovskaja non è presente, e quindi non è lei a raccontare in prima persona. Ricordo brevemente i fatti: appena saputo del sequestro della scuola di Beslan, Anna parta per recarsi sul luogo, nella speranza di poter mediare con i terroristi come aveva fatto al teatro Dubrovka. Però durante il volo aereo viene avvelenata: si sveglierà in ospedale quando sarà ormai troppo tardi per intervenire. Tra l’altro, le sue cartelle cliniche spariscono misteriosamente, come in una pessima spy story. Questo, unito a ciò che dicevo prima, ci ha convinti a raccontare la storia in questo modo: Anna non c’è, sono presenti circa 1200 persone tra bambini, insegnanti e genitori. La scelta, in qualche modo, di far raccontare la sequenza proprio ai bambini è stato un modo per creare un distacco con una realtà altrimenti insostenibile. Distacco che però a livello emotivo pesa più che se avessimo raccontato tutto “in presa diretta”.

Cosa ha comportato il lavoro di sintesi per scrivere la cronistoria che si trova in appendice?

Parlando di sintesi, la parte della cronologia è stata in realtà quella meno problematica. Nel senso che si tratta di una semplice elencazione degli eventi principali relativi alla vita di Anna e ad altri argomenti contingenti. Il vero lavoro di sintesi è stato fatto per il fumetto, per capire quali eventi dovevano essere raccontati e quali parti, invece, potevano essere solo riassunte.

In appendice si legge l’intervista al giornalista e sceneggiatore Paolo Serbandini che racconta stralci della vita di Anna, aneddoti e tratti di analisi storica che arricchiscono la parte raccontata con le immagini. In che modo si è sviluppata questa integrazione?

Ho conosciuto Paolo prima di iniziare a lavorare al libro, in occasione della proiezione bolognese del suo 211: Anna. Ho avvicinato lui e Giovanna Massimetti al termine della visione per parlare di quello che all’epoca era ancora solo un progetto di libro. Loro si sono mostrati subito entusiasti dell’idea e mi hanno dato piena disponibilità per qualsiasi cosa di cui avessi avuto bisogno. L’idea dell’intervista è venuta in seguito, una volta che avevo già iniziato a lavorare al fumetto. Ho pensato che la voce di Paolo, che Anna l’aveva conosciuta di persona e intervistata in un paio di occasioni, poteva essere ottima per dare al lettore alcune informazioni, anche di carattere personale, che dal libro non sarebbero potute venire fuori. Quindi ci siamo incontrati a Roma e abbiamo registrato la lunga intervista che adesso si trova in coda al volume. Talmente lunga che con l’editore abbiamo discusso se tagliarne o meno alcune parti, per evitare che fosse troppo pesante. Ma poi ci è sembrata troppo interessante per sacrificarla, anche se solo parzialmente, e quindi abbiamo deciso di inserirla tutta.

Il volume è corredato anche da una riflessione del giornalista Andrea Riscassi, che inizia il proprio contributo con una domanda che ora giro a te. Cosa ti lascia in eredità Anna Politkovskaja dopo che hai avuto occasione di approfondire la sua figura e il suo lavoro?

Sicuramente lascia un’idea di giornalismo a cui non siamo abituati, pur non essendo affatto nuova, ma indica un ritorno alle origini dell’informazione. Purtroppo siamo assuefatti a un giornalismo pilotato, in cui l’obiettivo principale non è più quello di dare le notizie ma quello di promuovere un’idea o una parte politica. Come dice Anna relativamente alla Russia, i giornalisti si dividono in due categorie. I buoni, ovvero i portavoce dello Stato, e i cattivi, quelli che raccontano la verità. Qui da noi, in Italia, non è che l’informazione si muova su binari così diversi. Magari i giornalisti non vengono ammazzati, ma si cerca di toglierli di mezzo in altri modi. Basta guardare cosa è successo a Enzo Biagi, o in tempi più recenti a Tiziana Ferrario. E cosa sta ancora succedendo: affidare a un personaggio come Giuliano Ferrara la striscia televisiva che per anni è stata occupata da Biagi non è altro che un insulto. E non a Biagi o alla vera Radio Londra, ma a tutto il pubblico pensante.

Cosa desideri che questo libro a fumetti lasci in eredità ai lettori?

Esattamente questo. Che la verità si può dire. Anzi, che la si deve raccontare. Non lasciamoci infinocchiare dalle menzogne di cui siamo investiti tutti i giorni. Siamo nelle mani di persone che non sanno di stare andando a letto con minorenni, che non sanno chi ha pagato la loro casa, che non sanno di avere assunto uno stalliere mafioso. Con tutto quello che non sanno della loro vita privata, come possono sapere cosa è meglio per il Paese?

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Anche la vita di un grande personaggio può diventare un romanzo, ma se dietro alla storia narrata c’è la volontà di informazione e di denuncia, questo libro assume un valore ben più profondo. Così la vita e la missione giornalistica ed allo stesso tempo umanitaria di Anna Politkovskaja penetrano Dania e la neve (Infinito Edizioni): in un’ottantina di pagine Massimo Ceresa ha voluto rendere omaggio ad una donna coraggiosa che ha lottato fino alla morte per restituire la verità alla gente; questa giornalista di origine russa che scriveva sulla Cecenia è stata uccisa il 7 ottobre 2006 con cinque colpi di pistola. E dalla lettura di questo libro nasce la voglia di informarsi di più (e meglio!) sulla Russia e sulla Cecenia, “regione del Caucaso grande più o meno quanto la nostra Lombardia”.

Rosso è il colore che fa da sfondo all’intera storia, rosso come l’amore ma anche rosso come il sangue. Infatti, Ceresa racconta con verismo e immagini forti stupri, abusi, omicidi e guerre. E diventa rossa anche la neve che la giovane e bella Dania osserva dal finestrino del treno su cui viaggia. Ceresa è riuscito a tratteggiare ogni scena come una serie di nitide istantanee. Nell’introduzione Andrea Riscassi scrive che “la realtà, come si vede, a volte supera il romanzo”. L’espediente narrativo parte da un ipotetico vicino di casa che racconta l’amicizia con la giornalista, ma i fatti attingono alla realtà e, soprattutto, resta classificato come “romanzo” ciò a cui la giustizia non ha ancora dato risposta. Poco per volta si intrecciano le storie di tre donne e di una Cecenia martoriata dalla violenza.

Un libro scritto per non dimenticare e con cui l’autore vuole anche contribuire concretamente a costruire un’informazione più attenta e vera: ecco perché i proventi derivanti dai diritti d’autore sono devoluti all’associazione AnnaViva, di cui Ceresa è fondatore, che si occupa della situazione socio-politica e culturale dell’est Europa e dei paesi dell’area caucasica.

Intervista a Massimo Ceresa

Come è nata l’idea di scrivere il libro “Dania e la neve”?

L’idea di scrivere Dania nasce dalla volontà di rendere testimonianza. Dal disperato bisogno che ho sentito, dopo la morte di Anna Politkovskaja, di far conoscere a quanta più gente possibile la straordinaria vita di questa donna, di questa giornalista, di questa operatrice umanitaria; e di far conoscere a quante più persone possibili ciò che era accaduto e stava accadendo in Cecenia. “Dania e la neve” è innanzi tutto un romanzo d’amore, di amori spezzati. Perché l’amore che è il sentimento più naturale e del quale nessun uomo può fare a meno, non può crescere laddove c’è una guerra. Non solo. Quello che i Russi e il mondo devono capire è che anche il loro amore e i loro affetti, da un giorno all’altro possono venire spezzati. Possiamo far finta di credere che i problemi del Caucaso siano lontani e non ci riguardino e questo, forse, era quello che credevano gli spettatori del Nord-Ost al Dubrovka (il teatro moscovita dove, a causa della follia dei terroristi ceceni e del cinismo dell’FSB e di Putin, sono morte 200 persone). E forse era ciò che pensavano anche i pendolari sulla metropolitana di Mosca il 29 marzo scorso e probabilmente anche le vittime dell’ultimo attentato all’aeroporto Domodedovo. No, questi terribili fatti, ci insegnano che la Russia (prima di tutto), ma anche l’Europa e il resto mondo devono prendere atto di quel che accade in Caucaso.

Trattandosi di un romanzo che ha attinto da fatti reali, come hai coniugato cronaca e fantasia e dove è il confine tra i due?

Sì, il romanzo prende spunto da fatti reali. In particolare dalla vicenda del rapimento, stupro e uccisione di El’za Kungaeva, diciottenne cecena che viveva con i genitori nel villaggio di Tangi-Chu, alla cui periferia era temporaneamente di stanza il reggimento del colonnello Budanov. L’unica colpa di El’za è stata quella di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Ma di casi come quello di El’za se ne sono verificati a centinaia nel Caucaso settentrionale e, in particolare, in Cecenia nell’ultimo decennio*.

Quali (stimoli e quali) difficoltà hai incontrato durante la stesura dell’opera?

Le difficoltà sono quelle che può incontrare qualsiasi scrittore alle prime armi. Non avevo idea da dove cominciare. Poi ho pensato di fare tesoro del metodo utilizzato per la scrittura della mia tesi di laurea. Sono partito dall’indice, in modo molto elementare. Questi sono stati i problemi, per così dire, tecnici. Poi ne sono venuti altri più etici e, al contempo, commerciali. Mi spiego. L’ultimo capitolo (quello post-posto che getta luce sull’intera vicenda) è quello che, personalmente mi è costato di più dal punto di vista emotivo e che temevo potesse costare di più anche alla casa editrice. Io scrivo e non sono un imprenditore. Io scrivo e alla Infinito Edizioni fanno il loro lavoro, ciò non toglie che io sento il dovere di immedesimarmi nel lettore, specie nei momenti più bui dell’opera. Il confine tra realismo e morbosità alle volte è assai labile. La mia intenzione, chiaramente, era solo quella di tentare di descrivere nel modo più realistico possibile un fatto, tra l’altro, realmente accaduto. Ma nello scriverlo, ho sofferto moltissimo. Una sofferenza fisica, simile a quella che provavo e che provo ancora oggi nel leggere o rileggere alcuni articoli di Politkovskaja.

A quali fonti hai attinto per caratterizzare personaggi e ambientazioni? E Anche dai dialoghi, spesso, traspare un forte verismo…

È una domanda alla quale mi è difficile rispondere. Le ambientazioni, ma anche in parte i personaggi, prendono spunto da alcuni fatti e personaggi realmente esistiti. Ma si tratta di uno spunto. Poi mi è toccato renderli autonomi, costruirgli una vita. E ogni personaggio ha la sua storia. Di ogni personaggio ho cercato di creare un passato attraverso il quale il lettore potesse capire i suoi gesti (a volte orribili, bestiali). Non certo per arrivare a giustificarli, questo no, ma se non altro per capirli, per capire come si possa arrivare a certi gradi di disumanizzazione. Un po’ quello che, molto meglio di me – e non è neanche il caso di sottolinearlo – aveva fatto Stanley Kubrick con il suo Full Metal Jacket.

Questo libro veste come un romanzo ma vuole andare oltre la semplice forma narrativa, infatti è corredato anche da una scheda tecnica intitolata “I conflitti russo – ceceni”. Quindi, quale chiave di lettura suggerisci e quali domande speri che sorgano durante la lettura?

Questo romanzo è solo un cuneo per tentare di tenere aperta la porta della verità. È un mezzo per arrivare ad Anna Politkovskaja e al lavoro di Anna Politkovskaja che la verità la conosceva molto meglio di me. Attraverso questo racconto, questa storia, questi personaggi, il lettore finisce sempre col chiedersi cosa c’è sotto e chi c’è sotto. Il lettore finisce sempre col domandarsi se si tratta di fatti veri o inventati, è stimolato a informarsi per saperne di più. Dopo aver letto il romanzo, molte persone mi scrivono e-mail, avvisandomi dell’uscita di un nuovo libro della Politkovskaja o di un nuovo pezzo sulla Cecenia e via dicendo. Queste sono le più grandi soddisfazioni che ricavo. Oltre alle e-mail, a darmi grandissima soddisfazione ci sono le domande che il pubblico mi rivolge con passione durante le presentazioni. Oggi più che mai la gente è desiderosa di notizie. I giornali e le tivù spesso dimenticano certi angoli d’inferno come la Cecenia, ma questo non vuol dire che non ci sia chi si occupi di quello che accade laggiù. Solo che procacciarsi queste informazioni è un po’ più difficile e io e delle straordinarie OdV come Annaviva o Mondo in Cammino diamo una mano a rintracciarle, a tradurle, a metterle a disposizione per i cittadini volenterosi, italiani e non solo.

Ti occupi di un’associazione che, tra le altre cose, è impegnata nel tener vivo il ricordo di Anna Politkovskaja. Nell’introduzione al libro, il giornalista Ricassi afferma che “l’abbiamo amata più noi all’estero che i suoi connazionali”. Quale eredità ha lasciato questa donna al suo Paese?

Anna Politkovskaja era, è e deve essere un’icona del giornalismo moderno. C’è un prezioso documentario del giornalista Rai Andrea Riscassi che lo spiega molto bene, “Anna Politkovskaja, icona del giornalismo di opposizione“. Insomma, Anna Politkovskaja deve essere ricordata in Italia come in Russia per i suoi reportage sugli orrori della guerra in Cecenia e gli abusi compiuti dalle truppe federali. E per aver organizzato nel dicembre del 1999, sotto un bombardamento, l’evacuazione dell’ospizio di Grozny mettendo in salvo 89 anziani. E per aver tentato di far da mediatrice nell’ottobre del 2002 durante l’assalto al Teatro Dubrovka da parte di un commando di terroristi ceceni. E per aver subito un misterioso avvelenamento (servizi segreti russi?) nel settembre del 2004 mentre si apprestava a recarsi a Beslan per seguire il sequestro e il massacro degli ostaggi nella scuola dell’Ossezia. Mi chiedi quale è l’eredità di Politkovskaja? Sai cosa c’è scritto sotto una targa dedicata ad Anna dalla mia città, Roma? ANNA POLITKOVSKAJA – GIORNALISTA RUSSA TESTIMONE DI LIBERTÀ E ATTIVISTA DEI DIRITTI UMANI. Il messaggio di Anna è stato (ed è): che la colpa della Russia è stata quella di non essere andata in Cecenia a risolvere le cose politicamente sedendosi ad un tavolo, ma di averlo fatto attraverso la violenza fin dall’inizio, con la guerra. “La violenza genera violenza”. I Russi – diceva Anna Politkovskaja – non sono colpevoli di aver voluto risolvere un problema politico, quale era quello del ruolo della Repubblica Cecena all’interno della Federazione Russa, perché questo era nei loro diritti, ma di aver voluto risolvere quel problema attraverso la violenza. E questa violenza iniziale ha creato una spirale senza fine, fino a che anche il fondamentalismo islamico, che all’inizio non c’entrava niente, ha trovato nella povertà e nella sofferenza della gente un terreno fertile su cui proliferare. E così anche i guerriglieri si sono macchiati di violenze contro la popolazione che magari non li seguiva.

Quando, nella tua vita, hai incontrato la Russia e i paesi dell’Est Europa, tanto da decidere di impegnarti in prima linea nel ricordo di chi ha lottato per un’informazione libera in quei territori ed in iniziative che partono con il sito Annaviva?

Il mio interresse per la Russia nasce per la prima volta ai tempi del liceo e, per esattezza, dalla lettura di alcuni brani di Guerra e pace. In quinta ginnasio Tolstoj fu la mia rivoluzione copernicana della conoscenza e della coscienza. Da lì ho cominciato a leggere ed amare la letteratura russa. Col passare degli anni, però, quest’eco è andato spegnendosi, lasciando spazio ad altri mondi (sono stato adolescente anch’io!): la canzone di De Andrè, la politica, le ragazze… Finché… alla fine di settembre del 2006 avviene un certo episodio… Ero a passeggio nella cittadina dove vivo, Vittorio Veneto, e mi fermo in una delle librerie della città. Il mio sguardo è rapito da un volume: “La Russia di Putin”. Dentro di me faccio un po’ di conti e penso che è molto tempo che non mi occupo più di Russia. Anzi, a dirla tutta, io la Russia l’ho vista solo attraverso gli occhi di Dostoevskij, Tolstoj, Bulgakov… Che diavolo so della Russia di oggi: della Russia che dopo settant’anni di URSS è tornata ad essere Russia? Forse il libro di questa giornalista dal cognome impronunciabile potrebbe aiutarmi. Lo compro!, penso all’inizio preso dall’entusiasmo. Poi mi avvedo che “La Russia di Putin” è un libro di un certo… peso e opto per ordinarlo in biblioteca. Una settimana dopo leggo sul giornale che la giornalista dal cognome impronunciabile è stata assassinata. Da quel giorno ho imparato a pronunciare “Politkovskaja” e la mia vita è cambiata.

* Un affondo su una fetta di cronaca e storia della Repubblica Cecena (a cura di Massimo Ceresa):

Secondo l’ultimo rapporto di Memorial (settembre 2010) sebbene dall’inizio del 2007 fino alla prima metà del 2008, sembrava che la pace e la stabilità fossero state raggiunte nella Repubblica Cecena, anche se al prezzo di gravi violazioni dei diritti umani avvenuti negli anni precedenti e per quanto il conflitto armato avesse subito una decisa riduzione e le perdite tra le forze di sicurezza fossero anch’esse diminuite e gli stessi difensori dei diritti umani avessero segnalato un minor numero di casi di uso illegale della forza da parte delle forze governative. Tuttavia, a partire dalla fine del 2008, è diventato evidente che era stato prematuro parlare di stabilità nella Repubblica. Nell’estate del 2009, in Cecenia si è verificato il maggior numero di perdite tra le forze dell’ordine degli ultimi anni. Nel 2009 una serie di attacchi terroristici sono stati commessi in Cecenia, anche attraverso l’utilizzo di attacchi kamikaze. Alla fine dell’estate i ribelli hanno dimostrato la loro forza. Un esempio lampante è stato l’attacco notturno del 29 agosto portato contro la casa del Presidente Kadyrov nel villaggio di Tsentoroy (Khosi-Yurt), dove era in visita in quel momento. Per ovvi motivi, questo villaggio era stato fino ad allora considerato il posto più sicuro della Cecenia. Il regime totalitario di Kadyrov è basato sull’uso della forza e del terrore: gli agenti di polizia rapiscono le persone sospettate di essere in contatto con i ribelli, e si macchiano anche di altri delitti come il dare alle fiamme le case dei parenti dei ribelli, fino ad arrivare ad esecuzioni extragiudiziali. Questo arbitrario utilizzo della forza è sempre più in aumento e sta divenendo sempre più sfrontato e provocatorio, ha dato luogo ad una nuova resistenza. I giovani stanno di nuovo raggiungendo i ribelli nelle montagne. È importante ricordare che il lavoro di “Memorial” nella Repubblica cecena ha incontrato notevoli difficoltà nel 2009-2010. Dal mese di luglio fino a metà dicembre del 2009 Memorial è stata costretta a bloccare temporaneamente il lavoro dei suoi uffici nella Repubblica. Le Ong presenti a Grozny hanno subito negli ultimi mesi gravissime perdite: dopo l’uccisione di Natal’ja Estemirova, Memorial ha dovuto mettere in sicurezza i suoi uomini più importanti, perché gravemente minacciati dai kadyrovcy: una sorte toccata al capo della stessa Estemirova, Shakhman Abdulatov, in attesa di ricevere un passaporto della libertà dal Parlamento Europeo, e ad Akmed Gisaev a cui proprio in questi giorni la Corte Europea dei Diritti dell’uomo ha riconosciuto un risarcimento di 55.000 euro per danni morali, ai danni della Federazione Russa. Akhmed Gisaev era stato rapito il 23 ottobre del 2003, dalla sua casa di Grozny da militari russi. Da questi era stato portato in una “prigione segreta” (un luogo di detenzione illegale) dove era stato brutalmente torturato per due settimane affinché desse informazioni sui militanti ceceni. Gisaev è stato liberato il 7 novembre 2003, dopo che la sua famiglia aveva pagato 1.500 dollari di riscatto, con bruciature e lividi su tutto il suo corpo.

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