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Posts Tagged ‘Torino’

A Natale, ma non solo

A volte, nel periodo natalizio succedono piccole cose che hanno un sapore quasi magico. Sarà la voglia di lasciarsi stupire (più del solito, direi) o il desiderio di cose belle (più attese del solito, diciamolo), ma pare che gli occhi osservino in modo diverso e lo spirito colga con maggiore intensità. Attimi che vanno oltre ciò che semplicemente appare.

#cosebelle come: una buona cioccolata calda condivisa di prima mattina, una telefonata inaspettata, una piacevole chiacchierata con chi fino a quel momento si conosceva solo grazie a un libro, un dono fiorito di bianco, pagine di un romanzo disseminate lungo la strada come i semini per Pollicino che scatenano la fantasia di tre bookblogger (vero @tazzinadi e @GloriaGhioni?), un ritardo che diventa opportunità e ancora una buona notizia. Che bellezza poi camminare in una via affollata del centro di Torino, durante una giornata già tanto ricca di auguri di Natale, e incontrare un gruppo di ragazzi che intona a cappella canti natalizi! Sono rimasta incantata ad ascoltare per alcuni minuti e ho conosciuto così il Coro G: stupendo! Un momento di letizia sceso nel profondo, grazie a tante piccole cose belle. E non c’entrano le luci, i negozi con festoni o la gente con i pacchetti tutt’intorno.

L’augurio, per me e per voi, è che ogni giorno si sappiano ricercare le cose belle (o come suggerisce @Fraintesa via twitter, #3cosebelle e non solo a Natale), coltivando il gusto per il sano stupore e ricercando il senso del buono e del vero oltre che del bello (citazione tratta dalle parole di un saggio, lo ammetto). Qualcuno lo augura anche in musica: “o è Natale tutti i giorni o non è Natale mai”…

p.s: provate a indovinare titolo e autore della pagina senza libro! 😉

Albero di Natale in piazza Castello, Torino

Albero di Natale in piazza Castello, Torino

 

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Non-fate-troppi-pettegolezziDal parco del Valentino all’hotel Roma, da Superga alle vie del centro: lo scrittore Demetrio Paolin conosce bene la città di Torino e ha voluto raccontarla attraverso quattro grandi autori che l’hanno abitata e amata, in modo diverso ma intenso. Non fate troppi pettegolezzi, edito da LiberAria, è un agile e piacevole saggio che ripercorre i punti salienti della vita e il pensiero letterario di Emilio Salgari, Cesare Pavese, Primo Levi e Franco Lucentini offrendo al lettore anche note citazioni che ben si incastonano nell’architettura del libro. Paolin segue le orme di questi scrittori e nel capoluogo piemontese dei giorni d’oggi ricerca i personaggi delle loro opere: “Questo squarcio è così torinese che ancora adesso quando cammino le vie intorno alla stazione, cerco Deola”, parlando di I pensieri di Deola di Cesare Pavese; si affeziona ai luoghi che sono entrati nella quotidianità dei quattro “maestri”: “Tutte le volte che ci passo penso alla lirica scritta da Levi per l’albero che ogni giorno vedeva davanti al suo portone e che stava lì ad aspettarlo, quando lo scrittore usciva per andare a lavorare o quando rincasava dopo otto ore di fabbrica. Ci sono volte, quando la notte si popola di incubi o di cattivi presagi, che con la bici vengo fin qui e mi appoggio a quell’ippocastano e guardo il portone”. Il titolo del volume riprende un appunto lasciato da Cesare Pavese sui Dialoghi con Leucò nella stanza d’albergo in cui decise di togliersi la vita, “Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi”, e Paolin puntualizza che “la conoscenza dei particolari è pettegolezzo”. Così, nel suo libro non abitano morbosità o idealizzazione, ma solo passione letteraria e il desiderio di ricercare ciò che ha dato slancio all’intuizione e alle parole dei quattro, la voglia di ripercorrere un cammino intellettuale e di analizzare la scrittura oltre la critica già letta, in un’ottica di “paesaggio quotidiano”.

demetrio paolin

L’idea di scrivere questo libro è venuta leggendo o passeggiando per la città della Mole?

L’idea del libro è nata chiacchierando e passeggiando con Alessandra Minervini, la mia editor. Ovviamente camminavamo per Torino parlando di libri letti, e sulla strana relazione che c’era tra quei libri, i suoi autori e la città che li aveva visti vivere e morire. I miei libri nascono, quasi sempre,  passeggiando per la città, mi serve camminare e stare in mezzo alle persone. Noto qualche tic, qualche strano comportamento e lo memorizzo. Di colpo poi ho chiara la storia che voglio dire e così incomincio a scriverla. Per Nftp la cosa è stata simile e quindi ho voluto scrivere un libro che fosse in fieri; pagine dentro le quali il lettore sentisse come le idee e le interpretazioni e le immagini nascessero in quel preciso istante. Volevo scrivere un libro che sembrasse “spontaneo” e che rendesse minimamente visibile il labor della scrittura.

Quale è il luogo letterariamente più suggestivo di Torino per te, e perché?

L’intera città ha per me un fascino irresistibile. Ho scritto un racconto, pubblicato nel libro La seconda persona (Transeuropa), intitolato Fabbrica che narra la “circumnavigazione” in bicicletta di Mirafiori. Questo per dire che ai miei occhi ogni luogo di Torino può diventare suggestivo, anche se il luogo che più volte mi ha colpito, ma del quale ancora non sono riuscito a scrivere nulla, è la chiesa della Consolata.

I luoghi si trasformano nel tempo, assorbono anche le energie e il clima del contesto urbano e paesaggistico che li circonda, eppure quelli che racconti nel libro riescono a mantenere inalterato il proprio fascino e a proteggere la propria storia. Quanto contano vita, fama e opere di chi li ha abitati?

Ti confesso che a me piace molto andare a vedere le case degli scrittori, è una piccola ossessione o mania se vogliamo. Se vado in una città e in quella città ha vissuto uno scrittore che ho amato, io devo andare a vedere la casa, oppure devo andare a prendere il caffè dove lui lo prendeva e se posso vado a visitarne la tomba. È in mio modo, per citare il Foscolo dei Sepolcri, di abbracciare le urne dei forti. Nella mia testa io cerco quindi di ritrovare intatto lo spirito di chi ci ha abitato. La cosa bella dei luoghi, delle case, dei quartieri, delle città è che esse hanno memoria, tengono dentro di sé millesimate le esperienze di tutti: basta stare lì e ascoltare.

C’è un qualcosa per cui ti senti accomunato ai quattro autori di cui parli nel volume?

Il primo legame è la responsabilità. Mi sembra che sia un tema comune a tutti e quattro gli scrittori, studiati in NFTP. Loro si sentono responsabili delle parole che scrivono. In un tempo in cui la parola scritta è inflazionata, la loro cura e il loro tormento su quello che scrivono e su come lo scrivono mi sembra una cosa importante e da sottolineare. C’è poi il tema della vergogna e dell’impostura che me li fa sentire vicini. Spesso e volentieri anche io non mi sono sentito a mio agio rispetto alle cose che la vita mi ha condotto a fare. In me rivive un po’ la vergogna del contadino inurbato, quello che vedeva nella città un luogo fantastico da cui era essenzialmente separato. Credo che questa separazione sia il grado zero della vergogna, questo non sentirsi a proprio agio in nessun luogo.

Cosa è la scrittura per te? Hai già idee per un prossimo libro?

La scrittura per me è una prassi. È un modo per fare sì che le immaginazioni che ho nella testa trovino un luogo per esserci. Quando le immaginazioni finiranno anche questa prassi finirà. Per ora sto lavorando su alcune storie e ancora molto complicato da dire cosa ne verrà fuori, ma qualcosa di nuovo nascerà.

Quale è il libro che più ti ha segnato come lettore e che ancora ti accompagna?

Il libro che mi ha segnato di più è sicuramente la Bibbia, letto da bambino e da giovane, è ancora adesso fonte per me di profonde riflessioni. È la Bibbia che ha formato il mio immaginario, la mia visione del mondo; sono le scritture sacre quelle con le quali mi confronto maggiormente.

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Novembre, domenica mattina.
Una voce metallica dall’altoparlante annuncia l’arrivo del treno, salgo insieme ad un paio di uomini che portano trolley e borse di lavoro e insieme ci sediamo in uno scompartimento già abitato da un gruppo di donne. Un quadro vivace. Immediatamente il pensiero torna alle parole di Jonathan Coe, che due giorni fa ha partecipato a Scrittori in Città a Cuneo: “Una delle cose che mi aiuta è un lungo viaggio in treno per cui si trova il bilanciamento tra noia e interesse” (qui l’incontro). Il viaggio in treno diventa il tempo dedicato ai pensieri e a una prima scrittura. E’ vero, anche a me sale sempre un’irresistibile voglia di scrivere e appuntare idee regalate dal paesaggio che scorre e dalla gente che si incrocia; la scrittura, pur in forme diverse, appartiene ad ognuno.
Il chiacchiericcio delle donne mette allegria: si sistemano il trucco, si passano biglietti e regolano conti smistando monete di resto. I due uomini si siedono accanto a me e cercano una sistemazione per il bagaglio. Intanto, davanti a noi compare un violinista che inizia a suonare “Bella ciao”. Le donne applaudono contente e a fine pezzo gli mettono in mano una mancia chiedendo che suoni qualcosa di più allegro ed ecco che lui attacca “Fischia il vento”. Forse il concetto di allegria è relativo. Basta un po’ di musica a portare il sorriso. Dal finestrino colori autunnali, campi di terra fredda e alberi spogli, paesi e stazioni ancora assonnate.
Poche fermate e il treno arriva a Torino: il viaggio non è stato lungo ma le suggestioni non sono mancate.
Uscita dalla stazione di Porta Nuova vengo travolta da altri suoni, colori e pensieri e prima di andare al tanto atteso corso di dolci francesi mi godo il passaggio dei corridori della StraTorino.
Un’allegra domenica mattina di novembre.

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simonelli torino

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Visitare il Salone del Gusto e Terra Madre al Lingotto Fiere di Torino è un’esperienza unica che permette di fare un interessante viaggio tra i sapori del mondo. L’evento, che si chiude domani (lunedì 29 ottobre), si svolge ogni due anni attirando gente di ogni nazionalità, professionisti del settore e pubblico. Tre padiglioni per le regioni italiane e l’Oval a disposizione di tutti i Paesi: qui si resta incantati nel vedere costumi tradizionali e ancor più nell’assaporare cibi tanto distanti dai nostri e nell’ascoltare esperienze che parlano di valorizzazione e rispetto del territorio. Davvero in questo ambito le differenze diventano ricchezza culturale!

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Partecipare alla presentazione di un libro non significa andare ad ascoltare l’autore che racconta la trama della sua opera per convincere il pubblico ad acquistare il volume, ma aprirsi all’incontro con chi vive i libri “dal di dentro” e dialogare con tutte le parti della filiera editoriale. I protagonisti sono l’autore e l’editore, ma anche il libraio e il lettore. Non vi è una presentazione uguale ad un’altra.

Quella che vi racconto si è svolta a Chieri, bella cittadina del Torinese nota nel Medioevo come “la città delle cento torri”. Nell’elegante libreria Mondadori di piazza Cavour 3 che abita lo storico palazzo Balbiano di Colcavagno, il giallista piemontese Massimo Tallone ha parlato del suo ultimo lavoro Il fantasma di piazza Statuto pubblicato da Edizioni e/o. “Questa casa editrice è di nicchia ma di qualità – introduce Fabio della Tommasina, libraio dal 1989 – Durante il periodo del Muro di Berlino ha pubblicato con coraggio tutti i libri di Christa Wolf”. Con passione, il libraio puntualizza che “parlare di libri significa anche parlare di librerie e di librai” e legge pertanto uno stralcio della lettera che proprio l’editore Sandro Ferri di e/o ha inviato al quotidiano La Repubblica su cui è apparsa il 25 luglio.

Tallone, che ha pubblicato già diversi romanzi con Fratelli Frilli Editore, sottolinea ancora l’intraprendenza di cui necessitano gli editori e intanto distribuisce una cartolina con la cover del suo ultimo libro ad ogni convenuto. La curiosità si libera quando si nota che sul retro del cartoncino è pinzato un foglietto su cui è scritta in rosso una grande lettera dell’alfabeto. Ognuno ne ha una diversa e Tallone spiega le regole del gioco, “un modo per vivacizzare l’incontro e raccontare il giallo senza svelare troppi particolari”: ad ogni lettera corrisponde una parola chiave che spiega un elemento, un personaggio o un concetto presente nel libro.

R come riservatezza: “Torino è unica in Italia perché in questa città esiste l’obbligo del basso profilo, non si esibisce nulla – tratteggia Tallone – Annetta, la governante 80enne che è anche voce narrante ci tiene a questo, ma fino ad un certo punto perché vuole sapere se c’è veramente il fantasma e così va a consultare un occultista”… G come gradini, quelli che conducono allo studio del pittore, Ettore Doro, morto da anni. Cosa succede di notte nello studio dell’artista? “Ho voluto inventare una cosa: il giallo sonoro. Diciamo che è già difficile creare dettagli visivi trasformando la sintassi in immagini – prosegue l’autore – In questo libro il vero indizio è l’assenza di un rumore”. La storia è intrigante, colorata da molti elementi che traggono spunto dalla città di Torino e da ciò che è la “piemontesità”: dal carattere dei personaggi ad alcune abitudini tipiche come la “merenda sinoira”, passando per l’attenzione che i torinesi prestano ai necrologi su La Stampa. “Ho provato a far andare avanti la storia con una sola voce che tiene il filo di tutte le altre” chiosa Tallone. L’alfabeto incalza: U come udito, T come tono, B come brividi (non devono mai mancare nei gialli!) e C come… La presentazione non ha una chiusa stabilita, le lettere sono tante e per ognuna possono esserci più temi. Il gioco è stimolante: chi lo segue interviene insieme all’autore, tentando allo stesso tempo di ricostruire la storia collegando lettere e parole. In questo giallo non fa capolino solo un fantasma, ma arriva anche l’immancabile morto, Corrado, il nipote del pittore. Non è un caso neppure che la storia sia ambientata intorno a piazza Statuto, zona di Torino che già nell’epoca romana era considerata infausta, in cui si dice s’incontrino forze oscure e benigne e che oggi, secondo le leggende della Torino magica, è ritenuta un vertice del triangolo della magia nera. Preso il libro in mano, la lettura scorre veloce ed è divertente immergersi in sedute spiritiche che evocano “fantasmi in carne ed ossa” e seguire i discorsi salottieri che Maria Doro, la sorella del pittore defunto, intavola con un giornalista e una gallerista. Se nella prima parte del romanzo prevalgono le descrizioni e i pensieri di Annetta, nella seconda avanzano i dialoghi ma resta dominante il “punto di fuga” che parte dalla governante: l’abilità di Tallone è proprio quella di permettere al lettore di calarsi insieme a lei sulla scena e di mettere alla prova la propria percezione di ciò che parrebbe realtà.

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Scorci e curiosità sul Salone del Libro di Torino 2011.

Ancora una volta è stato battezzato l’evento librario dei record per affluenza, vendite ed eventi organizzati. Un programma ricco, perché oltre agli incontri al Lingotto Fiere e all’Oval dove è stata allestita la mostra “1861-2011. L’Italia dei Libri”, la città si è animata grazie alle presentazioni sparse in piazze e locali per il Salone Off. Forse, proprio per la sovrabbondanza e varietà di proposte, è stato un evento un po’ dispersivo ma allo stesso tempo molto vivace e culturalmente stimolante. Sul boom di vendite ogni editore avrebbe da dire la sua, di certo non sono tanti coloro che alla fine sono riusciti a venir fuori dalle spese dati gli alti costi per lo spazio e l’allestimento dello stand.

Tra autori emergenti e vip della letteratura è approdato anche lo sconosciuto Manuele Madalon che ha chiesto a vari personaggi famosi un commento sul proprio libro e questi si sono prodigati in elogi e consigli: così, gli studenti del corso di Ingegneria del Cinema del Politecnico di Torino hanno cercato di dimostrare che spesso “conta più la pubblicità di un libro che non il libro stesso”, ecco il fenomeno della “madalonizzazione” (la notizia e il video).

Su twitter si sono rincorsi informazioni e commenti, molti raccolti sotto l’hashtag #salonelibro che sabato 14 maggio si è guadagnato un buon posto nella lista delle tendenze; così c’è ad esempio chi, citando il giornalista Stefano Sgambati, scrive che “”la vita è quella cosa noiosa che succede tra una Fiera del Libro e l’altra”. Su facebook sono stati creati innumerevoli eventi e le pagine dedicate ai libri si sono riempite con citazioni e titoli. Tuttavia, il tentativo del Salone di aprirsi alla multimedialità con raduni per i twitterini non è molto riuscito, infatti gli orari sono stati segnalati sul programma cartaceo ma non attraverso il social network e così sono andati quasi deserti. I twitter addicted hanno però mantenuto i contatti grazie al tam tam e spesso sono riusciti ad incontrarsi nei vari stand.

Anche quest’anno Greenpeace ha distribuito volantini con l’elenco delle case editrici più meritevoli: la classifica “Salvaforeste” valuta 113 editori italiani in base alla sostenibilità della carta utilizzata nei propri libri (notizia e classifica).  Nonostante il miglioramento di alcuni grandi gruppi editoriali, resta qualche perplessità perché pare siano ancora “troppe le aziende che con politiche di acquisto della carta assolutamente inadeguate che si rendono corresponsabili della distruzione delle ultime foreste tropicali”.

Al Salone… C’è chi è andato alla (quasi disperata) ricerca di ebook e tablet e chi si è messo a chiacchierare del Giro d’Italia vicino allo stand di una casa editrice che pubblica volumi per gli amanti della bicicletta; c’è chi si è lasciato tentare ed ha assaggiato il cioccolato di alcuni artigiani del dolce negli stand all’Oval e c’è la cioccolataia che si è lamentata del posto e della poca affluenza di gente in quell’angolo in fondo al padiglione; c’è la ragazzina che ha girato tra gli stand con i rollerblade e c’è chi ha visitato la fiera in compagnia del proprio cane; c’è chi si è ricavato un angolo per leggere il libro appena acquistato e chi ne ha comprato uno solo perché attirato dalla copertina; c’è chi ha voluto provare a suonare il mandolino e chi ha scritto una dedica su una borsa di libri; c’è chi ha sorseggiato un vinello offerto da un editore e chi ha sonnecchiato durante la presentazione di un romanzo.

Ma soprattutto, al Salone c’è sempre un buon profumo di libri e la voglia di perdersi tra le pagine, la sorpresa nell’incontrare chi vive di libri e chi li scrive e il piacere di confrontarsi.

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