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Premessa.

In alcuni giorni più di altri c’è bisogno di parlare di bellezza con realismo e di progetti capaci di meravigliare e di ricordare l’importanza di atteggiamenti d’animo come la fiducia e la pazienza. Ecco perché oggi ho voluto tirar fuori dal taccuino degli appunti questa storia, incontrata quasi per caso come succede con molte altre.

Antefatto.

Leggendo Corse Matin, sulla spiaggia di Calvi, una mattina di agosto mi sono imbattuta in un articolo (anzi, tecnicamente una breve) che invitava a visitare il giardino botanico fruttifero di Avapessa, un paesello nel cuore della Balagna. Subito appuntato. Che si trattasse di una nuova attrazione? Pur andando in quella regione da diversi anni e girandola oltre le mete turistiche per conoscerne storia e anima, quel jardin botanique fruitier mi mancava. Ebbi un flash: il piccolo cartello che al fondo della strada di ingresso ad Avapessa indica come raggiungerlo. Un particolare che non avevo colto e ancora non aveva destato la mia curiosità. Questa volta però, grazie al quotidiano locale, ne ho fatto la meta di un pomeriggio. Uno dei più belli della passata estate corsa.

Storia.

“Il giardino è una scuola di pazienza” esordisce Robert Kran, che circa 40 anni fa ha dato vita a questo progetto naturalistico trasformandosi in giardiniere per amore di un sogno che affonda le radici nella sua infanzia. Quello di Avapessa si può definire un giardino di sperimentazione e di collezione perché ci sono piante che provengono da diversi Paesi del mondo. Alla base ci sono alcune scelte che sembrano controcorrente: Kran non usa concimi, non pota e non sposta le piante. “Nelle colture intensive a ogni taglio l’albero perde da 3 a 5 anni – spiega l’uomo, originario di un piccolo villaggio dell’Alsazia, che nella vita ha lavorato anche come direttore commerciale – La qualità dei frutti che compriamo oggi è molto diversa da quella di alcuni decenni fa e non si pensi sia migliore: alcuni studi hanno e evidenziato come occorrano 100 mele di oggi per ottenere le stesse vitamine di una mela di 50 anni fa. Questo perché con la grande distribuzione si sono privilegiate altre caratteristiche: forma, colore e soprattutto trasportabilità”. Lui, invece, ha deciso di provare a ricercare quella ricchezza e così la natura lo ricompensa regalando sorprese: “Ci sono situazioni che sembrano inspiegabili come quella pianta che quattro anni fa è stata coricata da una tempesta ma da allora regala più frutti delle altre”.

In tre ettari, quasi ai piedi delle montagne, si trovano piante corse e mediterranee accanto ad altre che arrivano da Africa, Australia e America. Fichi e castagni, meli e cachi, noci di Pecan e due palme che possono vivere anche a meno 20 gradi, piante di diversi tipi di pepe e erbe aromatiche, alberi giunti da Algeri nel 1960 e il ginepro della valle del Fango, l’aronia che è ancora poco conosciuta dalla gente ma è molto utile per stimolare le difese immunitarie e la cannella di Magellano, la papaya e il mirto, noccioli e avocado, mandarini e clementine (quanti di voi conoscono la reale differenza tra i due?), il limone caviale (chiamato così perché ricorda il rinomato pesce e i ristoranti arrivano a pagarlo anche 300 euro al chilo), la palma albicocca e la canna da zucchero, cardamomo e zucchini siciliani, la croce di Malta (considerato il più potente afrodisiaco esistente) e l’albero ratatuille che in verità sono tre piante che riescono straordinariamente a coesistere avvinghiate insieme, il pesco dell’Uzbekistan le cui foglie sono rosse fino a metà luglio e poi diventano verdi e ulivi di 400 anni. Molti gli esemplari particolari che si incontrano: tra le 40 varietà di cachi, ad esempio, c’è una pianta che produce frutti dalla forma insolita, tanto che Kran l’ha soprannominato “caco erotico”, o ancora una pianta di pistacchi che nel 2015 è diventata ermafrodita; le varietà di fichi sono 55 e l’ultima messa a terra arriva dal giardino del Vaticano; tra le piante di pepe nero e rosa, invece, incuriosisce il “pepe dei monaci”, detto così perché era l’unico che i consacrati potevano utilizzare non essendo un eccitante.

Ogni pianta che entra nel giardino è accompagnata da un certificato sanitario, ma Kran preferisce partire dalle sementi: “La crescita della pianta dipende da diversi fattori tra cui la composizione mineralogica del terreno e il clima. Prima la tengo al riparo e quando vedo che resiste e come cresce, dopo 3 o 4 anni, la metto definitivamente a terra all’esterno – tratteggia il giardiniere – Molte piante straniere faticano a superare il primo inverno, ma quelle che ci riescono sono forti e sviluppano resistenza al freddo e si comportano come le nostre”.

Inoltrandosi nel giardino ci si ritrova sotto un grande ulivo con i rami che guardano a terra, risultato di una naturale variazione: ai piedi della pianta Kran ha messo una panchina creando così un angolo molto suggestivo in cui le coppie amano farsi una foto. Non ci sono molti sentieri né indicazioni per orientarsi, ma Kran conosce ogni angolo e accompagna i visitatori permettendo loro di scoprire profumi e facendo assaggiare la frutta che raccoglie direttamente dagli alberi. Un’esperienza che risveglia i sensi. Con una saggezza dal sapore popolare ma arricchita da studi e confronti con specialisti del settore, il giardiniere lascia crescere l’erba e la taglia solo quando è alta perché resti comunque ai piedi degli alberi: “Quello strato protegge la terra dal troppo calore e offre nutrimento, oltre ad essere ambiente privilegiato per alcuni insetti che aiutano così a preservare la biodiversità”. I primi aiutanti di questo appassionato botanico e giardiniere sono gli uccelli, per questo lui ha deciso di piantare anche arbusti in cui diversi tipi di volatili possano costruirsi il nodo e trovare riparo; fa circolare tranquillamente galline e anatre, a cui si aggiungono persino due maiali vietnamiti.

La filosofia di Kran si ispira al motto “Vivi e lascia vivere”: “Il mio modello è la foresta. Da piccolo ho avuto modo di osservarla bene e allora ho pensato che avrei creato la mia foresta. Ho atteso 40 anni per farlo, ma sono contento”. Passeggiando nel giardino l’uomo intreccia la storia di alcune piante alla sua, così si viene a sapere che oltre ad essersi rifugiato da piccolo nel fitto della boscaglia per scappare ai bombardamenti, ha combattuto anche nella guerra d’Algeria: “Nel 1962, alla fine della guerra, sono stato rimpatriato e come ultima missione mi hanno mandato in Corsica: questo paesaggio mi ha ricordato la costa algerina e mi ha colpito, ho deciso che un giorno sarei venuto qui”.

Pur immerso in questo paradiso (o proprio per la fortuna e il dovere di esserne il custode), Kran è attento a ciò che avviene intorno a lui e nel mondo: “Mi preoccupa molto il cambiamento climatico. Negli ultimi 20 anni ho notato che la neve cade sempre più in alto, con una differenza di circa 60 metri, e si ferma sempre meno – tratteggia il giardiniere – Noto differenze anche nella frutta, l’uva ad esempio è sempre più precoce e contiene sempre più zucchero. Qualche anno fa gli studiosi dicevano che in Corsica nel 2050 ci sarà il clima di Tunisi, oggi dicono che ciò avverrà nel 2035”. Quando incontra i visitatori chiede loro la professione e invita insegnanti e professionisti in ambito medico e sociale a diffondere buone pratiche in difesa dell’ambiente: “La speranza è data soprattutto dall’educazione delle nuove generazioni – chiosa – C’è bisogno che le donne prendano in mano la situazione per riuscire a cambiare il nostro modo di vivere, loro hanno capacità e intraprendenza per risolvere i problemi”.

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Qualche mese fa ho iniziato a fare l’orto che era del nonno, un pezzettino di terra ormai incolto da tempo, dove le erbacce regnavano padrone e le piante di salvia si erano allargate senza regole perdendo vigore e foglie. Guardando quella striscia di terreno mi sono ricordata di quando da bambina aiutavo nonno Piero a innaffiare e raccogliere le verdure (pomodori e fagiolini erano i miei preferiti); così ho deciso di riprendere quei gesti, di continuare qualcosa dal sapore famigliare, di sperimentare e lanciarmi in un piccolo progetto. Con i consigli di papà e di qualche amico che ha più esperienza in agricoltura ho iniziato a sistemare l’area, a zappare e poi vangare: un’attività che impegna le ore libere nella settimana, non molte per la verità ma intense. Ho sfrondato la salvia, piantato pomodori e zucchini, fagiolini e patate, zucche e cavoli, carciofi e melanzane. Poi, un giorno di inizio luglio, ho trovato davanti al cancello una cassetta con ben diciassette piantine che il giorno dopo, chiedendo a un amico giardiniere, ho scoperto essere peperoncini piccanti; ad oggi, però, non so ancora chi le abbia lasciate e quindi chi ringraziare per il dono. Ho scoperto che fare l’orto è mentalmente rilassante (qualcuno lo definisce anche terapeutico), richiede molte energie e attenzioni ma dà anche grandi soddisfazioni: che bello poter cucinare e gustare la propria verdura!

Trasformando quello spazio e osservandolo cambiare talvolta mi son trovata a riflettere sulla semplicità di alcuni gesti e tradizioni e sul rapporto con la terra (che auguro a tutti di vivere e riscoprire). Un paio di mesi dopo aver iniziato questa piccola “avventura” ho avuto il piacere di presentare un libro che ha arricchito i miei pensieri: La terra non è mai sporca di Carola Benedetto e Luciana Ciliento per Add editore. È una raccolta di saggi in cui la terra, intesa in primis come elemento e quindi come pianeta, è raccontata in diversi ambiti: ogni personaggio a cui le autrici si sono rivolte ha declinato il tema secondo la propria esperienza, chi nel settore educativo, politico, economico, sociale, artistico, religioso e altro ancora. Scorrendo l’indice mi sono un po’ stupita che parlare di terra potesse unire personaggi così diversi, in verità ciò è possibile proprio perché il tema è tanto ampio e ognuno lo può vivere nella propria quotidianità sentendolo in modo unico.

Il volume inizia con il saggio di Pierre Rabhi, fondatore dell’agroecologia e poeta chiamato il “Gandhi della Terra”, in cui si afferma che “la nostra civiltà deve riconnettersi al più presto alle leggi della vita, alla terra, perché è la terra che custodisce ancora gli elementi della sopravvivenza”. C’è una sua frase che mi è rimasta particolarmente impressa: “coltivare la terra predispone anche al miracolo”. E’ vero, penso allo stupore di vedere la pianta che cresce e poi porta frutto e la fatica del lavoro è ripagata anche dalla meraviglia che si rinnova. Il titolo del libro è tratto dallo scritto di due monache induiste, Svamini Ma Uma Shakti Ghiri e Svamini Hamsananda Ghiri: “La terra non è mai sporca. Non ci sporchiamo le mani toccandola, sporchi sono i pensieri, il nostro egoismo. Mettere le mani nella terra, al contrario, rende l’essere umano partecipe del suo sforzo vitale”. Qualche pagina dopo, Paolo Marin, agronomo e referente tecnico di progetti agricoli penitenziari, spiega come coltivare un orto aiuti i detenuti (ma non solo) ad acquisire competenze di base, a ripensare la vita e ad avere un obiettivo che prevede una progressione perché “la terra non ti aspetta e quindi se c’è una cosa da fare, va fatta con modi e tempi precisi”. Paola Deda dell’Unece parla della presenza delle foreste nei 56 stati membri e del concetto di sviluppo e gestione sostenibile delle risorse: “per me la terra vuol dire Mondo ma anche Ambiente, (…) natura che deve essere protetta per garantirci il domani”. L’artista Michelangelo Pistoletto nella propria visione vuole legare passato, presente e futuro e dichiara di trovare pace nel rapporto tra la terra e la propria capacità di intenderla. Livia Firth, fondatrice di Eco-Age Ltd e Leader of Change delle Nazioni Unite, affronta l’impatto ambientale nella moda e richiama l’importanza della tracciabilità dei prodotti: “Sta a noi consumatori rispettare la terra e i suoi abitanti, comprando il meno possibile, e in maniera intelligente”. Cito qui solo alcuni degli altri contributors del libro: l’alpinista Daniele Nardi e la conduttrice televisiva Sveva Sagramola, il funanbolo zen Andrea Loreni e l’economista Maria Teresa Pisani, il docente di fisica Alexander Vilenkin e la band torinese Eugenio in Via Di Gioia, l’ideatore di Overland Beppe Tenti e il fashion designer Tiziano Guardini…

Questo libro è come un mosaico, una lettura molto interessante che permette di scoprire progetti (ad esempio Le Terre Traverse che raccoglie 16 aziende agricole nella pianura tra l’Appennino e il Po compreso tra Piacenza e Parma) e, attraverso il confronto con diverse voci, crescere nella consapevolezza dell’importanza di trattar bene la terra. Il bello è che parlano le storie prima ancora delle idee, perché queste nascono e si articolano quando si fa vera esperienza unendo mente e cuore.

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