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Questo articolo è la seconda tappa che Inchiostroindelebile propone sulla figura della giornalista russa Anna Politkovskaja, uccisa con quattro colpi di pistola il 7 ottobre 2006 nell’ascensore di casa. Nel primo articolo vi è l’intervista a Massimo Ceresa, autore del romanzo “Dania e la neve” che intreccia con verismo la vita della giornalista con la guerra in Cecenia; ora tocca allo sceneggiatore di un libro a fumetti sulla stessa Politkovskaja spiegare l’importanza di non “assuefarsi ad un giornalismo pilotato” e di raccontare la verità anche se scomoda.

A quei giornalisti che scelgono ancora di fare il loro mestiere”: è questa la dedica che campeggia all’interno del volume “Anna Poltkovskaja” edito da BeccoGiallo ed uscito nel novembre 2010. Sulla giornalista russa sono stati scritti innumerevoli libri, ma questa graphic novel “completa il ventaglio di accessi a una figura nobile e necessaria come la sua” (citando l’introduzione al testo scritta dall’attrice Ottavia Piccolo, interprete di un monologo dedicato alla giornalista e intitolato “Donna non rieducabile”).

Lo sceneggiatore Francesco Matteuzzi e l’illustratrice Elisabetta Benfatto, entrambi insegnanti alla Scuola Internazionale di Comics di Padova, hanno dato vita ad un’opera che scuote il lettore dirigendo l’attenzione su campi di osservazione che partono dagli occhi della stessa Anna Politkovskaja. Le prime quattro pagine mettono subito a fuoco la tragicità della realtà cecena con cui doveva fare i conti la giornalista: le azioni militari sui civili e la paura di farsi notare della gente che non vuole diventare un “bersaglio facile”. E’ la voce della stessa Anna Politkovskaja a ripercorrere i fatti dal 1999, anno della sua prima visita in Cecenia a pochi mesi dallo scoppio della seconda guerra. Con lo stile proprio di un cronista, utilizzando dialoghi asciutti e pungenti, Matteuzzi è stato capace di tratteggiare il coraggio e la costante ricerca della verità che la giornalista ha perseguito nella Russia di Putin nonostante intimidazioni e minacce di morte. Bella la zoomata sugli occhi vitrei di Anna che diventa consapevole che lei doveva essere uccisa al posto di un’amica della vicina di casa, così come la vicenda della scuola di Beslan presa in ostaggio dai terroristi sembra una parentesi raccontata con originale delicatezza e tragica semplicità. Molto intrigante è ancora la sequenza delle ultime sette pagine che gioca sul palleggio di due scene: si passa dagli attimi finali di vita della giornalista nell’ascensore di casa alla festa del 54esimo compleanno di Putin, dove la pistola che spara si contrappone al brindisi con i calici di vino. Un parallelismo che non può lasciare indifferente il lettore e che offre una lettura molto cruda. In coda, il volume riporta anche la cronistoria della vita della Politkovskaja, un contributo del giornalista Rai Andrea Riscassi che ha fondato l’associazione AnnaViva e l’intervista al giornalista Paolo Serbandini che l’ha conosciuta incontrata due volte.

Intervista a Francesco Matteuzzi.

Come è nata l’idea di scrivere una sceneggiatura per graphic novel su Anna Politkovskaja? Quale è stato lo spunto che ha dato il via al lavoro?

Tutto nasce da una mia idea, e da una constatazione. Quella di Anna è una figura che mi affascina molto, e che in qualche modo sentivo il bisogno di approfondire. Ma mi sono trovato davanti a un problema: dopo aver letto i suoi libri e i suoi articoli non c’era più nulla. Nessuno che si fosse occupato di lei, che avesse scritto un libro che ne raccontasse la storia mettendo in fila gli eventi. L’unico testo su Anna disponibile al momento era Anna è viva di Andrea Riscassi, pubblicato da Sonda, un libro prezioso che mette ordine in molti aspetti della vicenda. Ma una biografia vera e propria, un testo che raccontasse la sua vita, quella non c’era. La necessità di scrivere questo libro nasce da qui, ed essendo io sceneggiatore di fumetti è venuto naturale pensarlo per immagini. Ho proposto l’idea all’editore BeccoGiallo, che l’ha accettata immediatamente, quindi è salita a bordo Elisabetta Benfatto, la disegnatrice, che ha fatto un lavoro grafico splendido.

Da quali fonti sei partito e come hai elaborato il materiale?

Il punto di partenza sono stati gli scritti di Anna, che hanno fornito l’ossatura centrale del libro. Poi ovviamente, il già citato testo di Riscassi, una gran quantità di articoli sulla Russia e la Cecenia di ieri e di oggi, principalmente tradotti in italiano dalla mai troppo lodata Internazionale, i documentari Letter to Anna di Eric Bergkraut e 211: Anna di Paolo Serbandini e Giovanna Massimetti, che si sono rivelati estremamente utili anche per quanto riguarda la documentazione iconografica. A dire il vero, la difficoltà maggiore nel reperire materiale l’abbiamo trovata proprio per quanto riguarda le immagini: problemi che abbiamo risolto grazie ai documentari e alla rete.

In questa graphic è come se Anna Politkovskaja si raccontasse due volte: una in chiave fattuale sul filo degli eventi che corrono di striscia in striscia ed una in chiave più riflessiva, con considerazioni anche sulle condizioni socio-politiche, attraverso la “voce fuori campo” che arricchisce molte pagine. Come mai questa scelta?

Perché è così che lei lavorava: raccontando gli eventi e contestualizzandoli in una realtà più ampia. La decisione di far vedere cosa accade e in qualche modo “sentire” la voce di Anna che commenta viene da questo, dalla volontà di far parlare proprio lei. E per farlo è stato necessario cercare di entrare nella sua testa, comprendere i suoi punti di vista ed esplicitarli in quella che tu definisci “voce fuori campo” ma che è in realtà una vera e propria voce narrante, che prende per mano il lettore e lo accompagna nel corso della storia. Un po’ come se questo libro fosse una prosecuzione dei suoi scritti, in cui alla fine si mettono in fila tutti gli eventi.

Ci sono scene a cui ti senti particolarmente legato e perché?

Due, che sono poi le scene principali di tutto il volume: il sequestro del teatro Dubrovka, con l’ingresso di Anna per mediare con i terroristi, e la sequenza di Beslan. La parte del Dubrovka credo di averla riscritta almeno tre volte, buttando via le versioni precedenti perché non ero convinto del risultato finale. La versione definitiva, invece, con la narrazione che scorre su più linee parallele ci ha convinti e rende bene la situazione. La parte relativa a Beslan è stata invece quella in assoluto più complicata di tutto il libro, perché si tratta di un episodio dal quale è impossibile cercare di distaccarsi emotivamente. Io, Elisabetta e l’editore nei giorni in cui abbiamo realizzato quelle pagine ci sentivamo al telefono varie volte al giorno per discutere ogni singolo dettaglio. A vederle stampate non sembrano pagine particolarmente complicate da realizzare, e questo è un bene, ma nascondono un lavoro enorme. La sfida era quella di raccontare una sequenza così forte e così cruda senza mancare di rispetto alle persone che vi sono state coinvolte, per la maggior parte bambini, molti dei quali non sono sopravvissuti. Dovevamo raccontare senza mostrare, e trattandosi di un fumetto questo potrebbe sembrare paradossale. Ma il fumetto permette anche questo.

La vicenda della scuola presa in ostaggio è raccontata come se fossero gli stessi bambini a descriverla attraverso i disegni sul quaderno, ma è aperta e chiusa da scene di blackout rese con il semplice ed efficace uso del colore nero. Una scelta narrativa e stilistica che mi ha molto colpito…

È anche l’unica parte di tutto il libro in cui Anna Politkovskaja non è presente, e quindi non è lei a raccontare in prima persona. Ricordo brevemente i fatti: appena saputo del sequestro della scuola di Beslan, Anna parta per recarsi sul luogo, nella speranza di poter mediare con i terroristi come aveva fatto al teatro Dubrovka. Però durante il volo aereo viene avvelenata: si sveglierà in ospedale quando sarà ormai troppo tardi per intervenire. Tra l’altro, le sue cartelle cliniche spariscono misteriosamente, come in una pessima spy story. Questo, unito a ciò che dicevo prima, ci ha convinti a raccontare la storia in questo modo: Anna non c’è, sono presenti circa 1200 persone tra bambini, insegnanti e genitori. La scelta, in qualche modo, di far raccontare la sequenza proprio ai bambini è stato un modo per creare un distacco con una realtà altrimenti insostenibile. Distacco che però a livello emotivo pesa più che se avessimo raccontato tutto “in presa diretta”.

Cosa ha comportato il lavoro di sintesi per scrivere la cronistoria che si trova in appendice?

Parlando di sintesi, la parte della cronologia è stata in realtà quella meno problematica. Nel senso che si tratta di una semplice elencazione degli eventi principali relativi alla vita di Anna e ad altri argomenti contingenti. Il vero lavoro di sintesi è stato fatto per il fumetto, per capire quali eventi dovevano essere raccontati e quali parti, invece, potevano essere solo riassunte.

In appendice si legge l’intervista al giornalista e sceneggiatore Paolo Serbandini che racconta stralci della vita di Anna, aneddoti e tratti di analisi storica che arricchiscono la parte raccontata con le immagini. In che modo si è sviluppata questa integrazione?

Ho conosciuto Paolo prima di iniziare a lavorare al libro, in occasione della proiezione bolognese del suo 211: Anna. Ho avvicinato lui e Giovanna Massimetti al termine della visione per parlare di quello che all’epoca era ancora solo un progetto di libro. Loro si sono mostrati subito entusiasti dell’idea e mi hanno dato piena disponibilità per qualsiasi cosa di cui avessi avuto bisogno. L’idea dell’intervista è venuta in seguito, una volta che avevo già iniziato a lavorare al fumetto. Ho pensato che la voce di Paolo, che Anna l’aveva conosciuta di persona e intervistata in un paio di occasioni, poteva essere ottima per dare al lettore alcune informazioni, anche di carattere personale, che dal libro non sarebbero potute venire fuori. Quindi ci siamo incontrati a Roma e abbiamo registrato la lunga intervista che adesso si trova in coda al volume. Talmente lunga che con l’editore abbiamo discusso se tagliarne o meno alcune parti, per evitare che fosse troppo pesante. Ma poi ci è sembrata troppo interessante per sacrificarla, anche se solo parzialmente, e quindi abbiamo deciso di inserirla tutta.

Il volume è corredato anche da una riflessione del giornalista Andrea Riscassi, che inizia il proprio contributo con una domanda che ora giro a te. Cosa ti lascia in eredità Anna Politkovskaja dopo che hai avuto occasione di approfondire la sua figura e il suo lavoro?

Sicuramente lascia un’idea di giornalismo a cui non siamo abituati, pur non essendo affatto nuova, ma indica un ritorno alle origini dell’informazione. Purtroppo siamo assuefatti a un giornalismo pilotato, in cui l’obiettivo principale non è più quello di dare le notizie ma quello di promuovere un’idea o una parte politica. Come dice Anna relativamente alla Russia, i giornalisti si dividono in due categorie. I buoni, ovvero i portavoce dello Stato, e i cattivi, quelli che raccontano la verità. Qui da noi, in Italia, non è che l’informazione si muova su binari così diversi. Magari i giornalisti non vengono ammazzati, ma si cerca di toglierli di mezzo in altri modi. Basta guardare cosa è successo a Enzo Biagi, o in tempi più recenti a Tiziana Ferrario. E cosa sta ancora succedendo: affidare a un personaggio come Giuliano Ferrara la striscia televisiva che per anni è stata occupata da Biagi non è altro che un insulto. E non a Biagi o alla vera Radio Londra, ma a tutto il pubblico pensante.

Cosa desideri che questo libro a fumetti lasci in eredità ai lettori?

Esattamente questo. Che la verità si può dire. Anzi, che la si deve raccontare. Non lasciamoci infinocchiare dalle menzogne di cui siamo investiti tutti i giorni. Siamo nelle mani di persone che non sanno di stare andando a letto con minorenni, che non sanno chi ha pagato la loro casa, che non sanno di avere assunto uno stalliere mafioso. Con tutto quello che non sanno della loro vita privata, come possono sapere cosa è meglio per il Paese?

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Stats Monkey riesce a scrivere articoli sulle partite di baseball basandosi (solamente) su una banca dati: analizza i punteggi delle partite, ricostruisce le formazioni e le azioni, riportando anche i commenti dei giocatori a fine gara. Stats Monkey è il primo reporter artificiale. I suoi ideatori, soddisfatti del lavoro, punterebbero però ad un obiettivo più ampio: creare “un programma di intelligenza artificiale capace di confezionare per ogni spettatore un tg su misura” che spazi nei diversi ambiti di interesse. Ecco la notizia lanciata da La Stampa: http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=43&ID_articolo=1632&ID_sezione=58&sezione=

Che fine farebbero allora i giornalisti? Si apre un dibattito su quali siano le abilità di chi scrive, per passione e per professione, anche solo brevine o agenzie. Cosa può dare di più un giornalista rispetto ad uno Stats Monkey? Vincerà la cruda legge del mercato (ancora una volta)?

Riflessioni che cadono nel giorno in cui il mondo del giornalismo piange la morte di Edmondo Berselli (classe 1951): partito come correttore di bozze, è passato a La Gazzetta di Modena nel 1986; ha lavorato anche per Il Resto del Carlino, Il Messaggero, La Stampa, Il Sole 24 Ore ed infine per L’Espresso e La Repubblica. Occupatosi di politica, sport, televisione e cultura, ha scritto inoltre una quindicina di volumi. C’è chi lo definisce “diretto, ironico, inimitabile” e ancora “osservatore attento della società italiana, fustigatore – se necessario – delle sue debolezze e delle contraddizioni della politica con l’occhio dello spirito libero”… Ad un giornalista così non bastava una banca dati. Non basta a nessun giornalista che voglia sul serio leggere e raccontare i fatti.

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