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Posts Tagged ‘crisi’

“Quando c’è crisi, la creatività è una delle prime cose che si usa per cercare di uscire dalle difficoltà”. E’ ciò che mi dice Barbara – polacca di origine ma residente in Italia – mostrandomi due lavoretti che ha creato con lana infeltrita alla fiera ManualMente di Torino. La incontro alla stazione, carica di borse che custodiscono il bottino di una giornata dedicata a un hobby che può diventare una piccola risorsa per la sua famiglia. Percorriamo un tratto di viaggio insieme e mi racconta di come ha deciso, con un’amica, di imparare a fare lavoretti con la stoffa e altri materiali da vendere ai mercatini e della soddisfazione nell’insegnare a sua figlia ciò che lei stessa impara.

lavoretti lana infeltrita

Mentre lei parla riaffiorano alla mente alcune frasi lette su una biografia del grande fisico Albert Einstein: “La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. È nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere superato. Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e disagi, inibisce il proprio talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni. La vera crisi è l’incompetenza. Il più grande inconveniente delle persone e delle nazioni è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie di uscita ai propri problemi”.

Tornata a casa vado in libreria e sfilo un libro dalla mensola: Pensieri di un uomo curioso, di Albert Einstein (Mondadori). Apro a caso, inizio a leggere e dopo poco, a pagina 100, mi imbatto in questa frase: “Io credo che la più importante missione dello stato sia quella di proteggere l’individuo e di metterlo in condizione di sviluppare una personalità creativa…”.

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Sembra un mantra. Ogni tanto mi torna in mente il titolo di un libro, Invertendo l’ordine dei fattori di Lello Gurrado edito da Marcos y Marcos. E riaffiora anche la storia, sebbene la si sia letta diversi mesi prima: è ciò che accade con tutti quei libri che riportano dei “topoi universali” e un susseguirsi di eventi ed incontri che solo in apparenza si possono dire nascosti dietro il termine “coincidenze”.

Sulla copertina di questo romanzo campeggia un simpatico orologio fatto di frutta e verdura ma, tralasciando l’originalità del disegno che pur non mi ha conquistata, ciò che conta è la rappresentatività dell’oggetto che pare essere uno dei protagonisti della storia. Anzi, quello che detta azioni e reazioni. Gurrado, giornalista di lungo corso e autore di numerosi libri di cronaca ma anche di narrativa, intreccia sapientemente dialoghi e descrizioni: tutto ruota attorno all’Orologeria Rocchi situata nel centro di Milano e al suo titolare Gianni, 50enne che in prima persona racconta la difficoltà di difendere l’attività di famiglia dalla crisi e dall’irrompere sul mercato delle catene e dei grandi magazzini dove si vendono (e mai si aggiustano) orologi in serie. Gianni ha due figli dai quali non si sente compreso: loro non hanno la sua passione verso gli orologi né la voglia di preservare una tradizione e lo spingono a cedere il negozio per trasformarsi in anonimo gestore e commesso di uno dei tanti punti vendita di catena. La figura dell’orologiaio, che ha tentato di salvare la propria bottega con tecniche di mercato che non stanno al passo con i tempi, si contrappone a quella del figlio laureato definito “un insopportabile bocconiano, di quelli che sanno tutto”. Gianni vacilla, professionalmente e umanamente, e alla fine cade. La moglie, capace di regalare libertà ma allo stesso tempo combattuta tra la devozione al marito e la fiducia nei figli, ed altre tre donne (un’amica, una segretaria e una psicologa) lo aiutano però a recuperare l’equilibrio. Chiaramente Gianni si rimette in piedi come uomo, ma trova una via nuova e scopre una comprensione di sé che va oltre i limiti. “Non è stato facile, ho dovuto percorrere un sentiero infido, pieno di trappole e insidie, a volte ho inciampato, sono caduto e mi sono sbucciato le ginocchia, ma alla fine ce l’ho fatta e ora mi sento più forte di prima. (…) E sorrido con grande fierezza” (pag. 221).

Il finale di questa storia è molto gustoso, chiude il cerchio eppure apre mille riflessioni su come l’uomo reagisca di fronte allo scorrere (a volte impetuoso) della vita. Ecco perché spesso si dice che fa bene osservare le cose da un’altra angolazione. Occorre anche ricordarselo e questo libro, che cattura piacevolmente il lettore di pagina in pagina, aiuta a mettere un post-it sull’accumulo dei pensieri: “invertire l’ordine dei fattori”.

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Ci troviamo in un momento storico cruciale. I mercati sono più deboli e insicuri di quanto non fossero da molti anni”, così si esprime il giornalista inglese Stephen Armstrong  nel suo libro I super-ricchi erediteranno la terra (citazione tratta a pagina 277). Il titolo del volume edito da Alet di sicuro è accattivante e provocatorio. Armstrong, collaboratore tra gli altri del Guardian e del Sunday Times, propone un ritratto e la storia di personaggi che hanno in mano grandi capitali e che, di conseguenza, riescono a dirigere le sorti di mercati e Paesi; tra questi vi sono ad esempio il russo Roman Abramovic, proprietario del Chelsea, e il magnate Lakshmi Mittal, l’uomo più ricco della Gran Bretagna stando alla classifica del Sunday Times del 2009. L’autore tratteggia gli scenari dell’economia inglese, la vita degli oligarchi russi, i potenti americani e le mosse intraprendenti dei ricchi cinesi. Non si tratta di un vero e proprio saggio, quanto di una scorrevole analisi socioeconomica farcita di aneddoti, interviste ad esperti e ricercatori ed interessanti note che permettono di arrivare alle fonti del testo. Una lettura agile e intrigante dalla quale scaturiscono domande sull’attuale situazione e sulle prospettive dell’assetto economico internazionale.

Partendo da alcuni spunti offerti dal libro, ecco un’intervista al giornalista e studioso di green economy Enrico Flavio Giangreco. Laureato in Economia Aziendale all’Università Bocconi di Milano e docente di Comunicazione economica, Giangreco è autore anche di diversi libri su argomenti di carattere economico e finanziario: con Alberto Canova, “I fondi strutturali. Come finanziarsi in Europa per fare impresa” (Franco Angeli); insieme a Giorgio Falsanisi, “Le società di calcio del 2000. Dal marketing alla quotazione in Borsa” (Rubbettino); “La fabbrica del pallone. La gestione delle aziende calcistiche” (Rubbettino). Ancora, Giangreco è cultore della materia presso la cattedra di Marketing della facoltà di Economia dell’Università degli Studi di Bergamo e alcuni suoi interventi si possono rintracciare sul blog Inseguitorediparole.

Armstrong definisce chiaramente i super-ricchi russi e denuncia il conflitto di interessi di chi amministra “la cosa pubblica”: “E’ dunque evidente che non esiste una divisione netta fra gli interessi degli oligarchi e quelli dello stato. Quasi tutti i ministri russi siedono anche nel consiglio di amministrazione di qualche impresa privata. Il governo ha assegnato ai propri oligarchi la gestione di giganteschi gruppi statali conferendo loro un potere immenso” (pag. 86). Oltre agli oligarchi russi, si possono riconoscere altre fasce di super ricchi?

Sì, si identificano alcune categorie, ad esempio gli arabi a Londra che si occupano di intermediazione o i cinesi di Shangai che sono riusciti ad arricchirsi, così come i ricchi ebrei a New York. Sono persone appassionate di tutto ciò che è luxury, dall’uso di marmo prestigioso all’affitto di megaville, quindi in generale sono i destinatari di prodotti lussuosi.

E allo stesso modo, infatti, Armstrong tratteggia i super-ricchi che risiedono all’ombra della capitale britannica: “Negli ultimi dieci anni i miliardari sono arrivati in Gran Bretagna a vagonate, anche se nel loro caso più che di vagoni si trattava di limousine. Uno dei motivi che ha provocato questa massiccia immigrazione è il generosissimo trattamento riservato dal paese agli stranieri ricchi non residenti. Anche se di recente qualcosa è cambiato…” (pag. 20). Molte le digressioni che a questo punto si potrebbero fare sull’argomento e gli esempi di noti (super)ricchi che cadrebbero a pennello, ma la chiacchierata con il giornalista esperto di green economy prosegue con una panoramica a tuttotondo.

Insieme ai cambiamenti sociali e agli “spostamenti di capitali”, come è variato negli ultimi anni il concetto di economia?

Alcuni ceti vedono la società come immobile, altri invece ne percepiscono il dinamismo. Così ci sono imprenditori che hanno cercato spazi e scenari nuovi nella green economy: ora ci sono persone che cominciano ad interessarsene e se ne parla sempre più. La comunicazione economica si è popolarizzata, vi è una maggior diffusione di concetti e idee, basti pensare ad esempio a quanti usano il termine “spread” pur magari non conoscendone il pieno significato. A tutto ciò si ricollegano anche l’uso e la potenza di internet perché sul web si può attingere ad un mare magnum di informazioni che fino a 15 anni fa era patrimonio di pochi.

Il modello e lo stile di vita dei super ricchi si può realmente conciliare con una reale green economy che fonde analisi del sistema economico e considerazioni sull’impatto ambientale?

Sì, ci sono anche prodotti green come i tessuti eco che hanno prezzi ragguardevoli. Allo stesso modo l’uso di energie rinnovabili può essere un punto di riferimento in ambito economico a livello internazionale. L’osservatorio Energia e Lavoro dell’Ires ha pubblicato il dossier “Energia e lavoro sostenibile” in cui, partendo da uno studio della situazione esistente, descrive possibili scenari sull’occupazione green, arrivando a ipotizzare che entro il 2020 si potrebbero raggiungere 250.000 unità lavorative, molte nel fotovoltaico e nell’eolico. Tutto ciò significa sfruttare le opportunità. Nel 2009 la Deutsche Bank e Siemens hanno deciso di investire 400 miliardi di euro nel progetto Desertec, che prevede la costruzione di una grande centrale solare nel deserto del Sahara per produrre entro il 2020 il 20 per cento del fabbisogno europeo di energia. Gli scenari sono così importanti da far cessare la dipendenza dei Paesi dalla bolletta del petrolio e farli diventare più autonomi.

Cosa dire dei ricchi e della realtà economica nel nostro Paese?

L’Italia ha una struttura sociale ben precisa. Non si vede il proliferare di nuovi ricchi come negli anni ’80 ma c’è un’alta borghesia italiana che ha accumulato per generazioni e che in un sistema come il nostro si avvicina ai super ricchi pensando di poter mantenere lo stesso stile. E’ una borghesia arroccata sul proprio status. Ciò che viviamo ora è frutto della mancanza di un ceto emergente; non viviamo la mobilità, ma ci sono i soliti salotti. E’ un’economia da “italietta”. Negli anni ’60 e ’80 vi era maggior dinamismo sociale. Rileggendo Gramsci, e puntualizzo che non sono marxista, ritrovo la citazione che si riferisce alla “borghesia di straccioni”. Penso che questi ceti borghesi han fatto diventare la nostra società vecchia; purtroppo ci sono persone che non hanno il senso del ruolo.

In questo periodo di crisi cosa serve all’economia italiana? Alcune piccole realtà reagiscono aumentando i mercatini dello scambio o incentivando la Banca del Tempo…

E’ la dimostrazione che il passato ha qualcosa di buono da recuperare: logico che se non ho liquidità cerco di scambiare ciò che ho e questo fa parte della vita dell’uomo, ma si tratta pur sempre di una soluzione temporanea. Se vogliamo riuscire a venir fuori da questa situazione di crisi, occorre capire che anche gli usi e i costumi devono cambiare. In passato vi era propensione a spendere troppo e così alcuni si sono indebitati per accedere ad un’utilità che non era adeguata alle proprie tasche e ora queste persone devono pagare. Ecco perché bisogna selezionare le opportunità di consumo. Inoltre, ogni territorio ha una propria vocazione socio-economica legata alla realtà locale e a determinati prodotti: bisogna tornare a farvi riferimento arricchendo questa vocazione di scenari che arrivano da fonti della rete.

Si può realmente abbattere il debito pubblico dei cosiddetti Paesi in via di sviluppo?

Ci sono voci di attivo e passivo che sono state ereditate dai governi passati; bisogna stare attenti a non spendere più di quanto si incassa, tagliare le inefficienze e destinarle ad altri supporti. Le risorse che si liberano si potrebbero destinare ad un fondo per mettere in sicurezza il Paese e il territorio. Avere un pareggio significa non creare debiti che fanno aumentare il valore del debito pubblico. Occorre fare scelte razionali che seguano l’anno solare ed in ciascun esercizio economico si deve attribuire efficacia all’efficienza.

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