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Posts Tagged ‘scuola’

(Leggere il post ascoltando Somewhere over the rainbow nella versione di Israel Kamakawiwo’Ole)

Poche righe possono contenere grandi pensieri e una catena di riflessioni. A maggior ragione se si tratta di una poesia così sapiente, dolce e profonda come The Rainbow di William Wordsworth. Ogni tanto torno sui versi di questo poeta romantico inglese che racchiude nell’immagine dell’arcobaleno l’intimo sentire capace di donare speranza e accompagnare il fluire del tempo scandendo le fasi della vita. Mi incantò la prima volta che la lessi al liceo durante la lezione di letteratura inglese (grazie prof!), mi ha affascinato quando l’ho ripresa in un corso all’università e ancora continua, così quest’anno ho voluto proporla in terza media (le parti si invertono: sono io la prof ora).

My heart leaps up when i behold

A rainbow in the sky:

So was it when my life began;

So is it now I am a man;

So be it when I shall grow old,

Or let me die!

The Child is father of the Man;

And I could wish my days to be

Bound each to each by natural piety.

Che bello confrontarsi con la curiosità dei ragazzi e entrare insieme nel significato della poesia! Chi non è rimasto incantato almeno una volta a osservare l’arcobaleno? La bellezza della natura muove il cuore. “Il mio cuore sobbalza quando vedo un arcobaleno nel cielo”…

arcobaleno
Bisogna preservare la capacità di provare stupore di fronte alla bellezza, è anche questo che ricordano le parole di Wordsworth. Non c’è limite di età per farsi toccare dalla bellezza e lasciarle spazio. “Il bambino di ieri è l’uomo di oggi e il bambino di oggi è l’uomo di domani”: un passo del commento alla poesia che i ragazzi hanno letto per la festa di fine anno scolastico (bravi!). Mi sono emozionata nel sentirli recitare convinti My heart leaps up, con le pause e sfumature che hanno colto…

Non so se sia colpa della poesia o dell’anno scolastico appena concluso (lo so bene, c’è chi deve ancora affrontare gli esami), ma ricordi e sensazioni si fondono lasciando impresso il sorriso: “emotion recollected in tranquillity” le chiama Wordsworth.

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Ho letto un libro che dovrebbe leggere ogni insegnante, un libro che analizza il rapporto tra tecnologie e didattica stimolando riflessioni e confronti. Il volume Il digitale e la scuola italiana (ed. Ledizioni) scritto da Marco Dominici traccia un quadro della scuola del presente prospettando alcuni contorni di quello del futuro. L’autore, @mediadigger su twitter, è redattore editoriale e crea materiali didattici, scrive su leggoergosum e approfondisce e integra i contenuti del saggio su Medium.

digitale e scuolaIniziamo con una constatazione: la scuola è un ambiente in continua evoluzione che necessita di maggiori risorse di diverso tipo. La maggioranza dei testi scolastici sono multimediali e quasi tutti gli istituti si stanno dotando di Lim in ogni classe, ma questo non basta per dire che la scuola riesce a stare al passo con i tempi e le esigenze degli studenti. L’utilizzo delle tecnologie in aula e la tanto nominata (e sospirata) scuola 2.0 (ma non saremo già alle soglie di quella 3.0?) necessitano di competenze ulteriori da parte dei docenti e di metodologie rinnovate, che travalicano la propria disciplina di insegnamento arricchendo i piani interdisciplinari e extradidattici. Dominici argomenta tutto partendo da esempi concreti di sperimentazioni (come unblogdiclasse dell’insegnante Elisa Lucchesi) e da teorie trasformatesi in pratica quotidiana in Italia e all’estero, cita pareri e descrive piattaforme che supportano il lavoro in classe. Il testo, oltre a fornire la necessaria informazione sull’argomento, grazie a un layout strutturato in paragrafi brevi e riquadri, aiuta il lettore a focalizzare l’attenzione su una terminologia che diventa sempre più indispensabile per un insegnante di oggi (da intermediazione a flipped classroom passando per la didattica ibrida). Ecco l’intervista a Marco Dominici:

L’integrazione di metodologie differenti è davvero possibile nella scuola attuale?

Tutto è possibile, basta volerlo veramente. Purtroppo, invece, si ragiona ancora in maniera molto dicotomica, per esclusione: o questo o quello, o digitale o analogico, solo innovazione o solo tradizione. E’ una logica che pone limiti, invece che espandere orizzonti. Una mentalità controproducente, che non fa bene a nessuno, in primo luogo agli studenti.

Al di là della scissione tra insegnanti “apocalittici” e “entusiasti” sull’uso delle tecnologie nella didattica, esistono dati reali e attendibili sui vantaggi di queste?

Per quanto riguarda i dati, proprio nel mio saggio menziono l’Osservatorio sui media digitali a scuola istituito da Pier Ceare Rivoltella presso il Cremit dell’Università Cattolica di Milano. Si tratta di monitoraggi necessariamente recenti e che, al contrario di quelli recentemente diffusi dall’Ocse, si concentrano su realtà in cui il digitale viene integrato in maniera attenta, programmata e condivisa tra istituzione, famiglie e studenti. Al di là dei dati, infatti, vorrei che ci si attenesse alle buone pratiche. Ne esistono e stanno dando ottimi risultati. La questione, come dice Gino Roncaglia, è tramutare queste pratiche virtuose in pratiche replicabili. Ma dietro ogni pratica virtuosa c’è un lavoro in profondità, che parte sempre dal metodo e solo alla fine arriva al dispositivo e alle tecnologie.

Una delle caratteristiche delle tecnologie è la flessibilità, questa appartiene anche al mondo della scuola o si possono educare gli insegnanti a metterla in pratica in modo efficace per gli studenti?

Concordo del tutto con Pier Cesare Rivoltella, il quale insieme ad altri, distingue tra tecnologie intese come tecniche e tecnologie intese come logiche; finché si privilegia il primo approccio si andrà sempre al muro contro muro; la tua domanda parte invece giustamente dall’approccio opposto, cioè quello di vedere le tecnologie come sistemi di conoscenza, come strategie cognitive. Si tratta oltretutto di strategie e sistemi che fanno parte del patrimonio della pedagogia e passano dalla nostra Montessori per arrivare a Dewey fino a Piaget e al costruttivismo. In questo senso, le tecnologie non fanno altro che riproporre e potenziare un qualcosa che è tutt’altro che estraneo al mondo della scuola; prima di essere integrate nella didattica si deve quindi necessariamente operare una riorganizzazione dei contenuti e un ripensamento generale delle finalità della scuola.

A un certo punto della deflagrazione del processo di intermediazione con l’avvento del web 2.0, l’insegnante resta una figura fondamentale a tutto tondo o con l’uso di alcune tecnologie per la didattica integrata può addirittura ritenersi superflua?

Non sono assolutamente tra i sostenitori della tecnologia come sostitutiva di alcunché, figuriamoci dell’insegnante. La tecnologia, da sempre, accelera ed estende le nostre capacità. C’è però da dire che sono d’accordo con la provocatoria affermazione di David Thornburg, secondo la quale “ogni insegnante che può essere sostituito da una macchina, allora merita di esserlo”. Battute a parte, sappiamo bene che un bravo insegnante non si limita semplicemente a trasmettere informazioni, nozioni, conoscenze. Gli insegnanti che abbiamo amato e stimato di più sono quelli che hanno saputo darci qualcosa di più, che ci hanno ispirato, che ci hanno lasciato qualcosa che andava oltre la lezione e la materia che insegnavano. Tutto questo una macchina non credo potrà mai farlo.

Quali consigli daresti a un insegnante che si sta avviando all’uso del digitale a scuola e quale consiglio a chi pubblica libri per gli insegnanti? In fondo sono due punti di vista differenti ma che devono poter dialogare e incontrarsi…

All’insegnante consiglierei di iniziare dal metodo e solo in seguito capire se e come “estenderlo” con le tecnologie. Se da una parte infatti le tecnologie possono essere uno stimolo per improntare la propria didattica alla condivisione, alla costruzione della conoscenza intesa come risultato di una negoziazione tra pari e guidata dall’insegnante, dall’altra non deve mancare una cornice pedagogica adeguata: insomma, la didattica viene prima. Soltanto dopo un’approfondita riflessione metodologica ci si potrà rivolgere alle tecnologie ponendo le domande corrette e cercando le soluzioni idonee. Gli editori forniscono agli insegnanti materiali e contenuti didattici, quindi sarebbe naturale, come dici, che i due mondi dialogassero. Purtroppo non è sempre così, anche perché tra i due attori c’è di mezzo anche l’istituzione, che spesso – troppo spesso – influenza gli uni e gli altri in maniera o poco chiara, o affrettata, o ambigua, oppure troppo decisionista. Infine, non si dimentichi che la parola “scuola” racchiude una pluralità di soggetti (dirigenti, insegnanti, genitori, studenti) che nemmeno il più sapiente alchimista saprebbe armonizzare. Come scrivo nel saggio, penso sia quindi necessario interrogarsi sul ruolo dell’editoria scolastica: deve essere attivo agente di cambiamento o soggetto passivo che aspetta e asseconda le mosse altrui (del Ministero, del mercato dei dispositivi, delle politiche commerciali di grandi player internazionali e – perché no – delle pratiche virtuose di alcuni insegnanti e alcune scuole)?

Tre verbi, che appartengono ai sette principi generali per un buon ambiente di apprendimento, rappresentano tre mission per la scuola: creare, motivare, incoraggiare. Indipendentemente da quanti tablet o lim si usino e dalla teoria che si voglia seguire.

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Torino, cintura sud. Capita che in una giornata con le strade bloccate di neve e il freddo che imperversa, pochi bambini riescano a raggiungere la scuola. Così, la maestra si trova a dover adattare la lezione scegliendo di dar vita ad un momento creativo per far sposare fantasia e programma di italiano. Come nascono le poesie in rima e cosa sono i limerick?
Questo è il risultato:

Mi sono svegliato stamattina
e ho guardato verso la collina
tutto era bianco
ed io ero stanco.
A scuola dovevo andare
ma io volevo giocare
un pupazzo volevo fare
e nella neve rotolare.
Quando a scuola sono arrivato
la maestra mi ha lodato:
ho sfidato la tempesta
e i compagni mi hanno fatto festa.
Vicini vicini ci siamo messi
e a dire il vero sembravamo
pesci lessi.
Di geometria abbiamo
risolto dei problemi
ma non abbiamo ricevuto premi.
Aspettiamo fiduciosi
l’intervallo per divertirci
con qualche ballo.

* Ringrazio la maestra Roberta e la sua classe per aver condiviso il lavoro.

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Gippa (foto di Gabriella Ceron)

Suona per passione e insegna a cantare e creare musica ai bambini: Gippa, all’anagrafe Giuseppe Fortunato, è un geometra che ha finito i suoi studi al conservatorio di Torino specializzandosi in flauto traverso ed ora lavora in campo educativo scolastico cercando di coniugare la quotidianità in chiave musicale. “Ho avuto tantissimi sogni da bambino, ma quelli che mi venivano meglio erano legati all’immagine di me seduto con la radio accesa mentre tengo il tempo e in un attimo ero ovunque volessi – racconta il musicista 34enne – Oggi è più o meno uguale. A volte è da questi momenti che nascono le emozioni giuste per relazionarsi con la musica”. Tutto parte dalla passione. Durante i laboratori musicali la classe si trasforma in una sala di registrazione: così Gippa insegna i testi delle canzoni ai bambini raccontando come sono nate le parole e si sono trasformati i dialoghi dei personaggi delle fiabe, spiega come comportarsi davanti ad un microfono e come sentire la musica in cuffia, ma soprattutto cerca di far capire che ognuno può esprimere molto con la propria voce.  Su youtube si possono trovare sei canali con i video delle sue creazioni: flute out raggruppa pezzi ri-arrangiati con il flauto; gippatube è dedicato alle sue canzoni pop-rock-latin; su ilsuonodiCharlie si trovano varie canzoni didattiche frutto di laboratori nelle scuole; chescirechannel è il canale delle canzoni scritte da Gippa su Alice nel paese delle meraviglie che hanno caratterizzato un intero corso didattico; in ozistherainbow ci sono canzoni a tema sul film “Il Mago di Oz” ed infine in galleriadeibriganti si possono ascoltare canzoni ideate per raccontare la fiaba “I Musicanti di Brema”.

Quali generi musicali hai “masticato” crescendo e quali preferisci? Ci sono artisti che consideri dei “maestri”?

A scuola ho avuto un’impostazione “stra-classica”, non solo classica. Disciplina e applicazione, silenzio e pedalare. Ma ho sempre ascoltato di tutto, a 360 gradi, anche la “tunz dance”. L’artista pop italiano che considero “comunicatore per eccellenza” è Lorenzo Jovanotti mentre non mi piacciono artisti o gruppi che scrivono testi vittimisti. Credo che chi scriva musica abbia una grande responsabilità: donarla in modo costruttivo, positivo; prendiamo ad esempio Romeo e Giulietta di Nino Rota: è struggente ma tocca note che non ti fanno mai perdere la “speranza”.

Insegni musica ai bambini lasciando che siano loro a creare. Come avvengono le lezioni e quali sono le reazioni dei bambini?

Mi piace farmi trasportare dalle loro idee, sentire che cosa piace, leggere emozioni nell’ esposizione di un’idea; la realizzazione della canzone Dado Dadino, che ho musicato con una classe per un laboratorio, ha seguito proprio questo iter. Quando insegno le canzoni ai bambini, le lezioni sono un mix tra gioco, disciplina e scherzo; ogni tanto credo di sembrare anche un po’ “pazzo”, ma io mi sento normalissimo. I bambini rispondono anche in modo maggiore a quello che gli do proprio perché sono bambini ed il filtro nelle emozioni lo hanno solo gli adulti.

Quale spazio dovrebbe essere dato alla musica nelle scuole e cosa può veicolare?

Per quello che ho visto io, da quando lavoro nelle scuole, fino a qualche anno fa il modello scolastico italiano per la primaria era molto funzionale e dava molto spazio alla musica: certo, aveva ampi margini di miglioramento davanti, ma una buona base. Credo che ogni singolo istituto, avendo un proprio discreto budget, potesse scegliere con relativa “tranquillità” l’attività didattica musicale più indicata; ora, con tutti questi tagli statali e, secondo me, una scuola pubblica sempre più alla rovina, quello che una volta era un diritto non lo è più, la musica in un certo senso sembra un bene di “lusso” e la prima cosa che si fa in un qualsiasi sistema che zoppica è “tagliare” iniziando proprio dal lusso. Eppure la musica contribuisce all’integrazione culturale e l’Italia ne ha bisogno, è un bene quindi iniziare a seminarla proprio dai più piccini. La musica deve essere insegnata da chi ne ha competenza e la sa rimandare nel giusto linguaggio, altrimenti si possono fare anche grossi danni (senza nulla togliere alle maestre, non si può insegnare tutto nella vita).

Oggi la televisione propone diversi programmi in cui i bambini si mettono alla prova, cantano e suonano imitando i grandi con brani ideati per i grandi. Da insegnante di musica, cosa ne pensi? Vi possono essere differenze in ambito musicale in base all’età?

Tutto questo non mi piace e non seguo questi programmi. Il bambino ha un’identità delicata e le responsabilità dell’adulto nei suoi confronti sembrano svanire quando inizia a specchiarsi in quello che vorrebbe vedere per lui. Parliamoci chiaro: sono i genitori che portano il proprio bambino in questi programmi. Il bambino ha talento ed è bravo? Vuole suonare o cantare nella propria vita? Ok, ecco il mio consiglio: studiare, forgiarsi, crescere e a quel punto la televisione sarà ancora lì, ma allora si tratterà di una sua scelta. Ripeto, i bambini hanno “identità delicata” e l’orco cattivo della televisione si chiama “Share” ed è molto egoista.

Quali progetti hai per il futuro e quali sogni nel cassetto?

Che bella domanda! Voglio risponderti con una frase di Linus che ho letto e mi è così piaciuta che l’ho fatta subito mia. Charlie Brown: “Cosa ti piacerebbe essere da grande?”, Linus: “Felice da fare schifo!”. E io aggiungo, “ovviamente non da solo”.

Un paio di assaggi di brani di genere differente firmati Gippa:

Heigh-ho! (sulla fiaba “I sette nani”)

Le emozioni

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Dalla fine della seconda guerra mondiale ai giorni nostri si sono perse diverse lingue ancestrali e la legislazione italiana riconosce solo alcune parlate come lingue; inoltre, quasi non ci sono misure per tutelare le lingue ancestrali e, soprattutto, vi è molta disinformazione sull’argomento. Questo il quadro dalle tonalità grigie che tratteggia il professor Sergio Gilardino, ex docente di Lingue e Letterature comparate all’università McGill di Montréal e studioso di piemontese che coomenta: “Finché genitori, direttori didattici, docenti universitari, legislatori e Chiesa non cambiano il loro atteggiamento verso tutto ciò che è lingua e cultura di popolo non si potrà arrivare ad un clima, se non di capillare competenza, almeno di mutuo rispetto”. E cosa dire dell’italiano che si sta impigrendo, imprestando parole ma non formando più neologismi? Le riflessioni di Gilardino si spandono in un’analisi che dalla lingua utilizzata oggi conduce alle implicazioni di stili di vita e modelli culturali. Così, la ricetta per tornare a parlare la “vera propria lingua” pare abbia come ingrediente base l’orgoglio per la propria terra…

Questo articolo fa seguito ad un primo con un’intervista allo stesso Gilardino sulla differenza tra lingua e dialetto (Incontro con il piemontese 1) e ad un secondo che racconta la particolare realtà linguistica di un borgo sulle montagne cuneesi che cerca di tutelare il proprio patrimonio (Comboscuro: patria del provenzale con classi monolingue).

Ci sono autori che hanno scritto in lingua piemontese di grande importanza ma pressoché sconosciuti a molti: come incentivare la diffusione della loro opera? Esistono progetti editoriali estesi in merito o si resta in un ambito di nicchia?

Sto terminando proprio in questi mesi l’edizione filologica, in due grossi volumi di 500 pagine l’uno, sul più grande lirico di questa letteratura, Luigi Armando Olivero (autore di qualcosa come 700 composizioni poetiche di varia lunghezza). Olivero era giornalista ed ha scritto centinaia di articoli in italiano, francese e inglese, per i più prestigiosi giornali europei, americani, africani. Ha pure scritto tre romanzi, uno dei quali ha venduto in traduzione inglese 800.000 copie. Era amico di Garcìa Lorca, di Ezra Pound, di Dylan Thomas, con i quali ha scambiato poesie e dediche. Dire che una traduzione delle poesie di Olivero aiuterebbe a farlo conoscere sarebbe errato: una sua deliziosa raccolta di poesie, Ij Faunèt, con illustrazioni – tra gli altri – di Matisse, è apparsa con traduzioni magistrali in italiano e in francese e ciò non ha cambiato nulla.

Case editrici scrupolosissime dal punto di vista filologico, come il Centro Studi Piemontesi, hanno dato alle stampe edizioni impeccabili di diecine e diecine di classici, reperibili nelle biblioteche comunali e universitarie. Non è servito a nulla. Si sono fatti convegni internazionali (i famosi Rëscontr) sulla lingua, la letteratura, la civiltà e la storia del Piemonte, con studiosi di tutto il mondo, molti dei quali si sono espressi in lingua sabauda, con voluminosi atti dei convegni puntualmente pubblicati ogni anno e corredati da ampie bibliografie e traduzioni in italiano e in francese. Non è servito a nulla.

Non serve a nulla (o quasi) perché gli italiani chiamano la lingua ancestrale “dialetto” (facendosi puntualmente ridere dietro ai convegni internazionali, dove la parola “dialetto” significa “variante di una lingua”) e considerano tutto ciò che è scritto in “dialetto” poco meno che ciarpame. Non sono i poeti, i prosatori, i favolisti piemontesi che devono fare di meglio, ma la mentalità italiana che deve aggiornarsi.

Quanto delle trasformazioni subite dalla lingua piemontese si può osservare anche in altre lingue e dialetti che caratterizzano le diverse zone d’Italia? Come tutelarle e cosa fanno a riguardo enti e Governo?

La letteratura in piemontese presenta generi letterari e fenomeni di diastratia, diafasia, diatopia e diacronia che non hanno paralleli nelle altre letterature regionali. La lingua si è straordinariamente arricchita e purificata dagli anni Venti in poi ad opera di una scuola di poeti-filologi (Ij Brandé) che da Pinin Pacòt e Luigi Olivero fino a Camillo Brero, Tòni Baudrìe, Bianca Dorato e Tavo Burat ha regalato alle muse piemontesi una serie di capolavori e una panoplia lessicale che nessun’altra lingua regionale possiede. La linguistica (studiosi canadesi, inglesi e tedeschi come Gebhard, Lütke, Clivio, Mayr Parry), la filologia (Gasca Queirazza, Tavo Burat) e la critica letteraria (Gilardino, Pasero, Gorlier) sono andate di pari passo. Ma il Piemonte, si sa, ha sempre fatto storia a sé e questo per tutti i mille anni della sua esistenza. L’idioma piemontese possiede anche una ricca produzione in prosa (racconti, romanzi, petits poèmes en prose, giornalismo) che è pressoché assente dalle altre compagini letterarie regionali.

La Legge 482 ha escluso la lingua del Risorgimento (gli eserciti piemontesi ricevevano ordini solo in piemontese) dal novero delle lingue riconosciute. Un minimo di conoscenza delle dinamiche delle lingue ancestrali (senza cioè tener conto della civiltà letteraria) avrebbe potuto evitare al legislatore italiano l’errore imperdonabile di riconoscere alcune parlate come lingue e altre no: dal punto di vista scientifico è un’affermazione che procurerebbe la bocciatura immediata anche ad un esaminando del primo anno di linguistica negli atenei stranieri.

Nonostante l’articolo 6 della Costituzione italiana (tutela delle minoranze linguistiche), la perdita di lingue ancestrali dalla fine della seconda guerra mondiale ai giorni nostri è stata esponenzialmente più rapida che non negli otto decenni che l’hanno preceduta. Coloro che in Italia hanno salvato una lingua ancestrale sono pochissimi e l’hanno fatto lottando con le unghie e con i denti, soprattutto contro leggi, regolamenti, direttive, scuola, mancanza di aiuti o di sovvenzioni.

Le misure in atto al momento attuale sono risibili e del tutto inadeguate, scoordinate, disinformate. Bisogna apprestare un manuale che spieghi cos’è una lingua ancestrale, quale valore ha, che valori rappresenta, come si concilia con l’apprendimento della lingua nazionale e delle lingue internazionali, come si rivitalizza, come si può al limite risuscitare, come si leggono i capolavori delle letterature regionali, come si dialoga con le altre minoranze linguistiche, e così via. Ma questo manuale non c’è.

I POLITICI ITALIANI, numerosissime volte sollecitati da questa sede con proposte di legge, piani, sunti, richieste NON HANNO FATTO NULLA, anche quando il fare qualcosa non implicava nessun dispendio.

Spesso si sente dire che l’italiano si sta impoverendo: considerando che l’evoluzione della lingua è un “fenomeno naturale” e in stretto rapporto con fatti storici e trasformazioni sociali, da cosa dipende questo impoverimento e, soprattutto, come ci si può porre rimedio? 

La lingua inglese, forse quella che ha assimilato più parole straniere di qualsiasi altra lingua al mondo, può permettersi di continuare a farlo (ha di recente adottato in modo permanente, con migliaia di altre parole da altre lingue, “cappuccino”, “caffelatte”, “latte macchiato”, ecc.) perché la sua struttura paratattica, la sua sintassi per periodi diretti, la sua fondamentale ossatura anglo-sassone non vengono sminuite di una iota dai continui imprestiti. È arrivato Google? Bene, nel giro di pochi giorni è nata l’espressione “google it”: il nome è diventato verbo e significa “fai una ricerca del significato di quella parola tramite Google”. Le parole arrivano, alcune rimangono, altre svaniscono, ma la natura fondamentale dell’inglese non cambia.

Non è così per l’italiano. Ciò è dovuto non solo alla natura del suo lessico prevalentemente romanzo, o alla sintassi ipotattica, ma al fatto che culturalmente gli italiani vogliono evadere dalle angustie della cultura nazionale e credono di farlo servendosi, spesso a sproposito, di espressioni americane. Ne consegue che il numero di parole straniere introdotte negli ultimi dieci anni nella parlata di ogni giorno, negli articoli di giornale, nei servizi radiofonici e televisivi, è anchilosante: l’italiano sta perdendo la sua capacità neologica: non forma più neologismi, semplicemente impresta altre parole.

Ma gli italiani non sono solo a disagio nei riguardi della loro cultura. Sono anche mediamente indotti: mediamente leggono poco e scrivono ancora meno. Ripeto: mediamente. Una lingua nazionale non è un fenomeno linguisticamente naturale. È il frutto di un modello centrale, cui tutti i locutori di una determinata area politica accettano di adeguarsi e che da un’autorità politica, culturale ed economica riceve costanti moniti all’adeguamento. Se non si legge e non si scrive le “deviazioni” rispetto ai modelli si moltiplicano. Abbiamo cominciato male, con un monarca che non parlava la lingua nazionale, e continuato peggio, offrendo come modello una lingua dalle parole astruse, incomprensibili, incastonate in una sintassi prolissa, dalle cento frasi dipendenti, coordinate, subordinate. Inoltre la letteratura italiana è gravemente carente di classici popolari, a differenza di quella francese e inglese, che ne rigurgitano.

Risultato: gli italiani non hanno mai sentito come proprio quel modello di lingua e non hanno mai raggiunto nella lingua nazionale la spontaneità, idiomaticità ed espressività che invece possedevano nelle rispettive lingue regionali. Hanno scordato quest’ultime, senza imparare a dovere la prima. Se a questo aggiungiamo il disdoro delle istituzioni, delle scuole, delle università e dei poteri centrali, che non si pongono più come modelli e come dispensatori di sicurezza economica e di identità nazionale, capiremo come anche gli stimoli stiano venendo meno.

Siamo di fronte ad un rigetto vero e proprio. Una cultura che è tutta erogata tramite lo schermo (televisivo/telematico), un Paese che è avvertito come asfittico, una cultura che non affascina i giovani, un’economia periclitante, degli uomini-guida e dei religiosi di dubbia moralità, hanno fatto perdere al popolo italiano il concetto di orgoglio per la propria terra e per la propria lingua. Bisogna ricominciare da dove ci eravamo interrotti un secolo e mezzo fa: dalla regione. La cultura italiana non è mai stata “nazionale” nel senso francese, tedesco o inglese del termine, ma locale.

Bene, diamo alle scuole più libertà e più spazio per insegnare e valorizzare le caratteristiche locali, regionali: storia, personaggi, cose del proprio luogo. Incoraggiamo – in un’unità politica e territoriale che oramai più nessuno mette in discussione – il concetto di “patria pcita”, incluso lo studio della lingua ancestrale. Come per i bambini amerindiani del Canada, che accanto al francese e all’inglese parlano, leggono e scrivono la propria lingua ancestrale, con libri di storia parametrati alla loro storia e alla loro ancestralità, diamo anche ai bambini italiani l’occasione di scoprire chi veramente sono. Basta con il letto di Procuste di una cultura centrale, con Roma capitale politica e Firenze capitale linguistica. Questo non è un programma politico, ma un semplice consiglio linguistico: per parlare bene la lingua degli altri bisogna prima conoscere bene la propria.

La lingua vera degli italiani, anche se oggi più del 90% la parla quasi esclusivamente, non è l’italiano, ma i mille anni di storia dietro ad ogni cultura e lingua ancestrale. È dall’orgoglio che inevitabilmente ognuno sente per la propria terra che deve rinascere il desiderio di parlare lingue piccole e grandi, nostrane e straniere, con la competenza di chi sa di essere cittadino di una terra straordinariamente ricca e straordinariamente svariata. Senza quell’orgoglio non vi sarà nessuna rinascita, né linguistica, né sociale.

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