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Posts Tagged ‘scrittore’

Ci sono autori poliedrici che davvero incarnano la passione per la lettura e la letteratura nel senso più ampio: intervistarli è come fare un interessante viaggio il cui percorso si svela passo a passo. Il genovese Anselmo Roveda, anche giornalista e autore di racconti radiofonici, è di sicuro uno di questi: ha pubblicato diversi libri di critica letteraria e saggi su tradizioni popolari, fiabe per bambini e narrativa per adulti, raccolte di poesie e testi di pedagogia (www.anselmoroveda.com). “Scrivere per età diverse, oltre ad essere divertente, può aiutare a non fissarsi in un’immagine statica di sé e a evitare di imbalsamare la lingua” afferma Roveda, anche coordinatore redazionale del mensile Andersen – Il mondo dell’infanzia. In modo molto famigliare lo scrittore ci racconta come la sua passione per la scrittura sia nata ascoltando le storie della bisnonna Angelica e spiega come ognuno porti in sé storie da raccontare e aspetti del meraviglioso. Il suo è un chiaro invito a stimolare sempre una sana curiosità. Le sue risposte offrono spunti di riflessione sull’importanza di trasmettere il gusto per la lettura ai più piccoli e di saper ricavare tempo per leggere, ad ogni età.

anselmo roveda

In cosa si differenzia uno scrittore di libri per bambini da uno di libri per grandi?

Nel mio caso sono le idee narrative e le storie a “scegliere”, a determinare, se quello che sto scrivendo finirà più facilmente tra le mani di un lettore adulto, giovane, giovanissimo o addirittura di un prelettore. Più in generale e da un punto di vista creativo, penso che non ci siano differenze sostanziali. Le differenze iniziano quando l’idea narrativa diventa narrazione e registro linguistico: uno scrittore, quale che sia il lettore che vuole incontrare, dovrà sempre compiere delle scelte precise in fatto di immaginario da evocare e di parole da usare. Si potrebbe dire che tra uno scrittore per bambini e uno per adulti passa la stessa differenza che c’è tra un pilota di gare su circuito, tipo F1, e uno di rally, o viceversa: non è la competenza di guida in discussione, ma il contesto in cui agirla. Infine, le vere differenze stanno in certe retoriche e in certi stereotipi intorno all’idea di “scrittore”, più o meno introiettati dagli stessi autori e dalla filiera del libro. Insomma, difficilmente vedremo immagini pubbliche di scrittori per l’infanzia con aria tormentata millantare cruciali passaggi esistenziali. Sono solo giochi d’apparenza, autorappresentazioni quando non marketing. Cose che capitano anche per altri settori e generi della letteratura: prendi un’autrice di romance e una di noir, uno di romanzi storici e uno di fantascienza, difficilmente avranno lo stesso trucco, lo stesso guardaroba o lo stesso layout del sito. Ma sono croste che stanno ben sopra, o sotto, la letteratura. I buoni libri alla fine sono fatti di buone storie; nonostante qualsivoglia etichetta gli si apponga o l’autore pretenda di apporvi.

al lavoro coverIl tuo ultimo libro per bambini è intitolato “Al lavoro!” (edito da Coccole books) e racconta, in modo semplice e con diversi esempi, perché il lavoro sia un diritto ma anche un dovere. Affronti quindi un tema molto dibattuto che in questo particolare periodo storico-sociale potremmo definire “scottante”, toccando anche esperienze come il licenziamento e concetti come la meritocrazia.  Cosa ti ha spinto a dar vita a questa storia e perché i suoi personaggi sono raffigurati come degli uccelli?

Il lavoro, e non solo in questi tempi di crisi, è un elemento pervasivo dell’immaginario infantile; i bambini spesso ci pensano (“da grande farò…”) o sono portati a pensarci (“cosa fa tuo papà?”, “e la tua mamma?”). Il lavoro investe la realtà delle famiglie e del contesto sociale nel quale vivono, determinando anche lo spettro delle possibilità: dai percorsi di vita ai consumi alimentari, al tempo libero (“oggi la mamma non può, deve lavorare”). Inoltre il lavoro riveste parte importante delle fantasie e delle aspettative di futuro. Ragionare con le nuove generazioni sui modelli di sviluppo possibile, riflettere con loro su cos’è il lavoro riaffermandone le componenti di diritto e dovere mi sembra oggi interessante e opportuno. Anche usando la narrativa come occasione per rompere il ghiaccio. Sono partito da una domanda (“cosa farai da grande?”) che gli adulti fanno spesso ai bambini, talvolta non ascoltiamo davvero le risposte. Ritengo sia importante prendersi questo tempo di ascolto: il lavoro non investe solo la dimensione del sogno magico e a lungo termine ma anche quella, assai concreta, dell’evoluzione personale quotidiana. I libri poi sono giochi di squadra, nascono e crescono insieme agli altri. La reinterpretazione di alcune immagini note e storiche attraverso la trasfigurazione delle figure umane in volatili è frutto del percorso di ricerca dell’illustratrice Sara Ninfali. L’idea mi ha convinto ed è stata, grazie al confronto con lo staff della casa editrice, benzina per la narrazione.

In “Al lavoro!” racconti l’importanza di indirizzare la ricerca del lavoro in base alle proprie attitudini e ai propri desideri. Tu come hai iniziato a scrivere?

Fin da bambino ho amato ascoltare e incontrare storie. Nei pomeriggi d’inverno la bisnonna Angelica preparava cena e raccontava, io costruivo castelli di sedie e ascoltavo. Angelica era nata a fine Ottocento in Brasile da una famiglia friulana; era tornata in Italia giusto in tempo per una guerra mondiale e aveva sposato al fronte un bersagliere piemontese di nome Armellino. Poi, novelli sposi in fuga, erano migrati nell’industriale Genova. Erano stati entrambi operai: lei in un saponificio, lui nell’altoforno. Prima di crescere nonna Bruna avevano perso due figli, poi c’era stata un’altra guerra e altri trenta anni di vita. Insomma,  Angelica aveva storie da raccontare. Lì è nata la voglia di narrare a mia volta. Una voglia che ha preso forma qualche anno dopo, in adolescenza. E visto che non sono un oratore da palcoscenico, disegno con pigrizia e suono maldestramente, ho scelto la scrittura e ho iniziato a riempire quaderni su quaderni. Un processo lungo e in divenire che ha avuto, dopo gli anni della formazione e in quelli dell’impegno socioeducativo, qualche momento carsico e coabitazioni con altri mestieri che mi hanno appassionato altrettanto.

Sei uno scrittore poliedrico, che spazia dalla narrativa per adulti a quella per ragazzi passando attraverso la poesia, la saggistica pedagogica e diversi testi su tradizioni popolari e lingue regionali. C’è un filo conduttore che vuoi perseguire o vesti tante passioni? 

Le tante passioni, e le diverse forme della scrittura, sono intrecciate nella curiosità per la meraviglia, talvolta dolorosa talvolta orribile ma pur sempre meraviglia, che è capace di suscitare l’umanità nella sua interazione con ciò che la circonda. Ogni cosa e, a maggior ragione, ognuno di noi è al tempo stesso costituito da storie ed è generatore di storie: alcune possibili, altre plausibili, altre ancora impossibili ma immaginabili. Dare conto di un frammento, da un particolare e minimo punto di vista, di queste catene di storie vissute immaginate e immaginabili è il mio mestiere: l’ho fatto da ragazzo come barista durante la stagione estiva, l’ho fatto per lunghi anni da educatore e amministratore di servizi socioeducativi, lo faccio da giornalista e critico, lo faccio da saggista e divulgatore, lo appunto in poesia e lo gioco in narrativa.

Spesso si sente dire che bambini e ragazzi leggono poco, ma cosa possono fare i grandi per incentivare questa abitudine e passione?

Mostrare loro che nei libri ci sono tutte le avventure del mondo e della propria esistenza, ci sono tormenti e risate, cattiveria e amore, problemi e soluzioni. Si può iniziare molto presto, con la lettura ad alta voce. Ma a tutte le età c’è un modo silenzioso ancora più potente: leggere. Farsi vedere mentre si legge, dedicare tempo e spazio ai libri. Saranno il nostro mutare continuo di espressioni, lo scoppiare a ridere o il trattenere un magone, a far venire voglia di guardare dentro a quei volumi capaci di suscitare così tante e varie emozioni.

anselmo roveda scuola 1Quali sono i libri che più ti hanno segnato da bambino e quali le tue ultime letture?

Insieme alle “Fiabe sonore” – ebbene sì, sono della generazione mangiadischi – i primi libri che ricordo di aver amato sono quelli di Richard Scarry, le une e gli altri ampiamente scarabocchiati e “integrati” in personali versioni. Stavano nello scaffale basso della libreria di casa insieme a “Gelsomino nel paese dei bugiardi” di Rodari, il primo libro che ho letto da solo, e a due pop-up di Kubasta, quello che amavo di più e conservo ancora è “Gli spericolati corridori”. C’erano poi dei classici per l’infanzia, di quelli regalati da zie vere e presunte, tutti scritti e che guardavo con sospetto. Mi perdevo invece nella collana “Guarda e scopri gli animali” (una delle poche cose che si trovava nell’unica cartolibreria del piccolo paese dove sono cresciuto) e, solo dopo mille giuramenti sull’integra restituzione del volume, nella prima edizione einaudiana delle “Fiabe del focolare” dei Grimm che era stata di mamma da bambina. Appena cresciuto abbastanza da metter mano agli scaffali più alti mi appassionai a una raccolta illustrata di miti leggende e fiabe della Garzanti, poi venne la curiosità per le voci sui personaggi storici e sull’astronautica contenute nelle enciclopedie. E i fumetti: Mafalda, Asterix e gli albi supereroistici dell’Editoriale Corno. Passata l’infanzia e un’adolescenza di letture generazionali (dai poeti maledetti a Bukowski e Duchaussois), ho iniziato a leggere un po’ di tutto, privilegiando a lungo la saggistica storico-politica e, per questioni di formazione, quella psicosociopedagogica e antropologica. In letteratura – oltre ai vari soliti intramontabili (due che iniziano per S? Shakespeare e Simenon) e a qualche cotta passeggera (due di Marsiglia? Izzo e Carrese) – gli autori che ho amato di più, o forse solo letto di più, sono Manuel Scorza, Jean Giono, Philip K. Dick, Cesare Pavese, Beppe Fenoglio, Nanni Balestrini, Francesco Biamonti e Sergio Atzeni (quest’ultimi due i preferiti). Per la poesia I Novissimi, Buttitta, Fortini e Firpo; oggi Guasoni. Di letteratura per ragazzi leggo moltissimo per lavoro; da lettore, e per dire solo degli italiani in attività, i miei preferiti sono Beatrice Masini, Giusi Quarenghi e Guido Quarzo per la narrativa, Emanuela Bussolati per la progettazione degli albi infanzia, Chiara Carminati e ancora Quarenghi per la poesia. Infine, tra le letture degli ultimi tempi – oltre a classici della letteratura in genovese, a China Miéville e all’underground del fantastico italiano (quello dei blog novel e degli ebook, per intenderci) – mi sono perso nella riedizione della “Storia confidenziale della letteratura italiana” di Giampaolo Dossena, uno spasso.

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Il cammino per diventare bravi scrittori inizia a 7 anni: è il momento in cui si impara a scrivere, la fantasia entra in relazione con elementi reali in modo più organizzato e si sviluppa la consapevolezza del mondo intorno. Il programma di italiano di seconda elementare prevede infatti l’apprendimento delle regole per costruire una buona storia, principalmente di fantasia. In una classe ho visto appeso alla parete un cartello con sei punti:

  1. presentazione del protagonista
  2. cosa fa il protagonista
  3. arriva il cattivo
  4. il cattivo fa del male al protagonista
  5. arriva il salvatore
  6. momento di felicità

Così i bambini imparano ad architettare e raccontare storie come quelle di Biancaneve e Cappuccetto Rosso. Questo è uno schema che invita inoltre all’happy ending, cioè a trovare una soluzione che ristabilisca l’armonia in situazioni difficili. Insomma, un invito al pensare positivo.

Poi si cresce, si continua a scrivere (si spera!) e magari a leggere (ancora una volta, si spera!). E tra le tante storie, si incontrano (e si vivono, purtroppo) anche quelle che non finiscono bene… Ma i punti centrali (2, 3 e 4) sono gli stessi: la lotta tra il bene e il male.

Comunque, senza volare necessariamente con la fantasia, ci si può imbattere in storie di vita quotidiana che vanno dal punto 1 al 6 e l’ultimo paragrafo è forse quello che dà maggiore soddisfazione.

Dunque, chi vuole raccontare una storia?

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