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Posts Tagged ‘lavoro’

“Quando c’è crisi, la creatività è una delle prime cose che si usa per cercare di uscire dalle difficoltà”. E’ ciò che mi dice Barbara – polacca di origine ma residente in Italia – mostrandomi due lavoretti che ha creato con lana infeltrita alla fiera ManualMente di Torino. La incontro alla stazione, carica di borse che custodiscono il bottino di una giornata dedicata a un hobby che può diventare una piccola risorsa per la sua famiglia. Percorriamo un tratto di viaggio insieme e mi racconta di come ha deciso, con un’amica, di imparare a fare lavoretti con la stoffa e altri materiali da vendere ai mercatini e della soddisfazione nell’insegnare a sua figlia ciò che lei stessa impara.

lavoretti lana infeltrita

Mentre lei parla riaffiorano alla mente alcune frasi lette su una biografia del grande fisico Albert Einstein: “La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. È nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere superato. Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e disagi, inibisce il proprio talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni. La vera crisi è l’incompetenza. Il più grande inconveniente delle persone e delle nazioni è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie di uscita ai propri problemi”.

Tornata a casa vado in libreria e sfilo un libro dalla mensola: Pensieri di un uomo curioso, di Albert Einstein (Mondadori). Apro a caso, inizio a leggere e dopo poco, a pagina 100, mi imbatto in questa frase: “Io credo che la più importante missione dello stato sia quella di proteggere l’individuo e di metterlo in condizione di sviluppare una personalità creativa…”.

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La svolta può essere decidere di mettersi in proprio, abbandonare la sicurezza di un impiego da dipendente e tentare di farcela con le sole proprie forze. Come tanti giovani, questo è ciò che ha provato a fare Enrico Milanesio, 32enne della provincia di Cuneo con in mano una laurea in Lingue ad indirizzo manageriale e alle spalle oltre otto anni di lavoro come agente di commercio: “Era una decisione che mi girava per la testa da parecchio tempo e ho fatto il salto”. Ma non è stata solo questione di volontà, infatti prima ha allacciato rapporti con le società che avrebbe poi rappresentato, si è appoggiato ad un commercialista e consorziato con la Confcommercio di Torino ed infine ha redatto un business plan. Esistono inoltre servizi di enti che assistono i giovani che vogliono crearsi un’attività propria; uno di questi è il Mip (Mettersi in Proprio) della Provincia di Torino. Detto così sembra tutto abbastanza semplice, eppure bisogna saper dosare spirito d’iniziativa, sacrificio e prudenza. Enrico racconta il suo percorso, fatiche e speranze.

Spesso si sente dire che conoscere le lingue apre le porte al mondo del business, è un’affermazione realistica? Come si coniugano formazione ed esperienza nel lavoro?

In molti casi le lingue sono state necessarie per potermi inserire in un determinato posto di lavoro, ma nella vita di molte aziende sono sostanzialmente poco e mal conosciute: questo vale soprattutto per le realtà medio-piccole in cui si possono avere degli avanzamenti di carriera (seppur ridicoli o minimi) più per anzianità che per preparazione scolastica o bravura. Le lingue straniere sono sempre più importanti e considerate un “must” (specialmente l’inglese), eppure non si capisce come mai la preparazione in tal senso sia sempre più insufficiente e aumenti il numero degli improvvisati “maccheroni English speakers”. D’altra parte per un’azienda conta moltissimo (forse ancora di più) l’esperienza. Quante volte capita di leggere annunci assurdi tipo “cercasi giovane max. 35 anni, esperienza decennale nel settore, conoscenza inglese, tedesco, ecc.. per posizione di sales manager”; sono annunci fittizi che mascherano l’ovvio o comunque il sospetto che i lavori migliori continuino ad averli i “conosciuti” per non essere polemici; oltre a ciò, va considerato che se mediamente uno si laurea oltre i 25-26 anni, come si fa ad avere dieci anni di esperienza a 35 di età?

Sono tempi in cui media, imprenditori e lavoratori, associazioni di categoria e cittadini parlano di crisi e le notizie continuano a riportare di ditte che chiudono o lasciano a casa dipendenti mentre il costo della vita aumenta. Nonostante il quadro poco roseo, c’è chi come te proprio in questi ultimi mesi ha deciso di mettersi in proprio, perché?

Se uno conosce il detto “chi non risica non rosica” ha risposto alla domanda di per se; ironia a parte, ognuno fa le proprie scelte in base alle aspettative, al background ed al bagaglio di esperienze. Conosco dei responsabili commerciali validissimi ma che se dovessero tuffarsi nel lavoro indipendente, probabilmente farebbero un sacco di fatica. Ho lavorato per circa 7 anni vendendo pannelli per l’arredamento tecnico per interni di navi da crociera, carrozze ferroviarie, yacht e autobus e al momento di fare la mia scelta non mi mancavano né l’esperienza né i contatti giusti per tentare la mia avventura da agente in proprio. Se l’atterraggio sarà ottimale, purtroppo, lo potrò dire solo verso l’arrivo a terra, ma bisogna mantenere la fede nelle proprie scelte ed avere il giusto ottimismo, altrimenti si rischia di fare gli struzzi e vivere di rimpianti.

C’è qualche “lezione di vita” appresa studiando o da insegnanti che ti è tornata utile o ha anticipato la strada che volevi imboccare?

Il primo esempio l’ho avuto in famiglia: se si vogliono ottenere risultati dal punto di vista economico-professionale per raggiungere una “tranquillità economica” sufficiente bisogna fare dei sacrifici. Alle superiori, una scuola paritaria religiosa, ho appreso che la via facile non porta quasi mai ad una vita migliore o al successo, ma bisogna studiare molto e non mollare mai. Negli anni dell’università ho visto molti esempi non troppo edificanti, ma alcuni professori li porto nel cuore, visto che hanno contribuito a farmi crescere una certa testardaggine nel poter perseguire obiettivi importanti. Ricordo che c’era un professore che all’epoca ritenevo troppo montato e convinto delle sue verità per poterlo stimare, ma durante un suo corso aveva detto in aula una cruda ma oggi più che mai concreta realtà. Mentre facevamo un case study su una nota multinazionale di ristoranti di fast food, lui se ne uscì con la frase che noi ragazzi ci saremmo dovuti creare una mobilità professionale e toglierci dalla testa i concetti obsoleti del posto sicuro o fisso, magari vicino a casa; anzi, consigliava vivamente di cambiare e di fare più esperienze lavorative possibili che avrebbero contribuito alla crescita professionale del singolo. Ora sposo in pieno questa tesi.

Come definiresti originalità e coraggio nel vivere l’attività lavorativa?

E’ sempre più complesso essere originali ed accattivanti: ad esempio, trattando prodotti di natura industriale, posso tentare di risultare più simpatico di miei colleghi e concorrenti, posso cercare di instaurare un rapporto di fiducia con i clienti, ma è fondamentale la perseveranza. Il coraggio va visto in senso lato, nel senso che bisogna imparare a rispettare tutti – anche i grossi squali che lavorano presso aziende clienti e per la concorrenza – ma a non avere paura di nessuno e dire le cose come stanno, senza denigrare né indebolire l’immagine degli altri; il coraggio è cercare di rimanere se stessi; è vero che io vendo prodotti realizzati dalle aziende che tratto, ma fondamentalmente, io vendo me stesso, e quindi non posso e non voglio cadere nel gioco di tanti colleghi più esperti ed azzimati, quello cioè di avere sempre un sorriso a 46 denti e promettere cose impossibili. Oggi si fatica perché conta quasi esclusivamente la politica del prezzo basso, ma nel medio – lungo periodo, so che porterà frutto… ci spero!

Molti sognano di trovare o crearsi un lavoro che permetta anche di viaggiare. A te succede spesso di prendere l’aereo e incontrare clienti all’estero. Ma cosa comporta in realtà tutto ciò?

All’inizio ogni trasferta è vissuta come la possibilità di evasione dall’ufficio e dai colleghi, più o meno simpatici (come i parenti, difficilmente ce li scegliamo): si vedono posti nuovi e si mangia fuori tutti i giorni, si dorme in alberghi molto belli in alcuni casi e molto meno in altri e si viaggia in aereo; insomma, si vive tutto ciò un po’ come un fatto ludico. Ma nel mio caso, dopo un paio d’anni, l’evento si trasformò lentamente in 50-60.000 km in auto ogni anno, una decina di voli, di attese in aeroporti, di ritardi e di disagi. Se si vuole costruire una famiglia il viaggio pesa un po’ di più; l’essere responsabile commerciale richiede che si portino più ordini possibili e nuovi clienti, quindi a volte si ruba tempo agli affetti per la preparazione e il riassestamento dopo un viaggio.

C’è qualche aneddoto di viaggio curioso o che ricordi in particolare?

Nel 2007 ho lavorato presso un’azienda del settore metalmeccanico della provincia di Cuneo come  area manager per i paesi di lingua tedesca, per il Nord Europa e i Paesi dell’Est. Dopo 4 o 5 giorni l’azienda mi ha mandato in Inghilterra, la settimana dopo in Svizzera e Austria; quindi ho trascorso 3 o 4 giorni in ufficio e poi sono partito la domenica mattina per la Polonia, dove ho percorso almeno 1.800 km, avuto una decina di incontri e visitato una fiera a Varsavia. Al giovedì sera tardi sono partito dall’aeroporto di Varsavia per Madrid, passando da una temperatura di 10°C a 28°C; arrivato a Barajas, ho preso la metro per Gran Calle, ma arrivando dal freddo, ero vestito quasi come uno scalatore, con giaccone invernale e tirandomi dietro una valigia enorme; ho cercato l’hotel per venti minuti, infine ho visto il mio collega sul balcone in canottiera che rideva e mi chiamava. Che situazione! Comunque, è tutta esperienza!

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La crisi economica continua e la cronaca ogni giorno racconta di situazioni lavorative difficili e di precariato. Come reagiscono le piccole imprese? La situazione viene monitorata dalla Cna, Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa che offre rappresentanza sindacale datoriale e consulenze ad artigiani, commercianti e piccoli industriali.

La Cna di Torino conta quasi 15.000 associati e dal 2010 ha dato vita ad un’alleanza con un’altra associazione imprenditoriale torinese, CasArtigiani: le due società di servizi si sono fuse diventando la più importante realtà di servizi alle imprese del Piemonte. “Nonostante la paura della mancanza di prospettive per il futuro, occorre fare rete per combattere la pressione dei mercati internazionali” afferma Vitaliano Alessio Stefanoni, responsabile dell’Ufficio Comunicazione e Rapporti con la Stampa della sede di Torino. A lui facciamo qualche domanda per tratteggiare il quadro che caratterizza la zona del capoluogo piemontese.

Cosa emerge dai dati raccolti nella vostra quinta “indagine congiunturale”? L’analisi della Cgia (Associazione Artigiani Piccole Imprese Mestre) denuncia ad esempio un indebitamento delle imprese italiane (la notizia)…

La situazione economica è molto grave. Fino a quest’anno le piccole imprese hanno dimostrato di riuscire a difendersi, mantenendo la propria forza lavoro nonostante cali del fatturato che hanno oscillato tra il 30 e il 50%. Anche per questo è aumentata l’esposizione bancaria delle imprese, mentre altri imprenditori hanno deciso di dare fondo ai propri risparmi pur di non chiudere l’azienda in cui hanno investito tutta la propria vita. Ma ciò che spaventa gli imprenditori, adesso, è l’assoluta mancanza di prospettive per il prossimo futuro. La crisi insomma non sembra avere termine e se è immaginabile che prima o poi la ripresa economica arrivi, ad oggi non è chiaro quando sarà quel giorno. Questo produce una grande incertezza che potrebbe causare entro la fine dell’anno molte chiusure di attività.

E’ possibile coniugare tradizione e modernità anche nelle piccole imprese e su quali risorse del territorio queste possono contare?

Le imprese artigiane coniugano ogni giorno tradizione e modernità. Purtroppo, spesso si ha dell’artigianato una visione stereotipata e non corrispondente alla realtà. Il punto però è un altro. Le piccole imprese devono essere aiutate a crescere: solo così è possibile assicurare un futuro all’economia del Paese. Nella provincia di Torino esistono dei distretti e delle specializzazioni che rischiano di scomparire sotto la pressione dei mercati internazionali e spesso anche della concorrenza sleale dei produttori del sud-est asiatico. Penso in particolare al distretto del tessile nel Chierese e a quello dell’informatica nell’Eporediese: queste competenze sono una risorsa per la provincia di Torino e per l’Italia e come tali vanno difese con azioni di politica industriale. Va però anche detto che le stesse imprese dovrebbero imparare a difendersi in prima persona, facendo rete tra loro: insieme sono più forti, possono reggere la concorrenza e distinguersi sul mercato.

Circa un mese fa la Cna ha organizzato un meeting nazionale di giovani imprenditori: quali sono le sfide da affrontare e quali le richieste emerse?

I giovani imprenditori rappresentano il futuro dell’Italia e una grande organizzazione imprenditoriale che conta 650 mila associati a livelo nazionale non può non occuparsi di loro e, attraverso loro, porsi il problema del rinnovo della propria leadership. I giovani chiedono opportunità con molto realismo, sanno bene che non ci sono più risorse e che chi li ha preceduti, generazionalmente parlando, ha già svuotato il sacco. Ma vogliono spazi adeguati alla loro voglia di fare, chiedono di essere ascoltati e di avere modo di esprimere le proprie capacità ed i talenti. Nasceranno sicuramente imprese nuove, anche da un punto di vista concettuale. Il fare impresa potrà manifestarsi nei prossimi anni attraverso nuove forme di lavoro autonomo che richiedono bassissimi investimenti iniziali e comportano forme di relazione di nuova concezione, fortemente basate sull’uso delle nuove tecnologie.

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