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Posts Tagged ‘amore’

Ogni tanto mi piace fare un giro in biblioteca, in quella vicino a casa o in un’altra che trovo lungo la via. Un clima differente rispetto alle librerie (servono entrambi gli ambienti per diffondere la passione per la lettura e la cultura). E’ sempre un momento di pausa, i pensieri seguono i libri che incontro. Mi piace osservare le novità acquistate e il posizionamento sugli scaffali dei consigli; talvolta mi soffermo anche a scambiare qualche impressione di lettura con altri utenti che stanno scegliendo il prossimo prestito e che magari indugiano con gli occhi sui volumi che tengo in mano.

In una delle mie recenti incursioni ho trovato un libro che si è rivelata una piacevole sorpresa. Mi ha attirato il titolo, ma non pensavo che quella storia dalle sembianze così distensive potesse offrire tante riflessioni e un buon tocco di ironia da lasciare un segno evidente. Anche i pesci si innamorano, di René Freund edito da Piemme. E’ proprio vero che anche in fatto di lettura c’è un tempo per ogni cosa e quanto un libro possa entrare in noi dipende molto dalla predisposizione (emotiva, ma non solo… a tal riguardo consiglio di seguire PerfectBook) del momento. E quando l’ho restituito in biblioteca ho incuriosito la bibliotecaria e un’altra signora che ancora non l’avevano letto.

anche i pesci si innamorano 1

E’ la storia di un uomo, un poeta tedesco apprezzato dalla critica e dai lettori ma ammaccato dalla vita (un amore finito, ma non solo) e dal cinismo. Dopo un ricovero in ospedale, la sua editrice gli consiglia un periodo di riposo e gli fa avere le chiavi della sua baita in montagna con la speranza che ritrovi creatività e passione per vivere. Lei ha bisogno di un suo nuovo libro di poesie per non chiudere la casa editrice la cui sorte già versa in acque difficili. Una convalescenza, lontano dai ritmi di Berlino e dalla tecnologia, che all’inizio pare forzata ma giorno dopo giorno diventa sempre più salutare (e non ditemi che almeno una volta non avete desiderato anche voi staccare del tutto la spina per qualche giorno?!). Il poeta si scontra con la vita spartana e con la natura, con cui però poco per volta si riconcilia e che diventa elemento indispensabile per la sua risalita. Due le figure che lo accompagnano in questo percorso: la guardia forestale August e la ricercatrice Mara. E’ proprio questa giovane a raccontare ad Alfred che “anche i pesci si innamorano” e ad aiutarlo a recuperare spontaneità e desiderio di amare.

anche i pesci si innamorano 2

Un romanzo caratterizzato da viaggi, fughe e ritorni. Un finale con tutti i pezzi che combaciano e rispondono alle aspettative del lettore create dal gioco di incastri. La particolarità di questo libro, tuttavia, non penso stia tanto nella costruzione della trama, quanto nell’evoluzione psicologica del protagonista e nella sua maturazione: arrivare a comprendere che l’amore è importante e necessario. Ecco perché anche i pesci si innamorano. E se non ci credete leggete questo simpatico articolo sui rituali di corteggiamento di pesci e animali marini.

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Si possono mappare i sentimenti? Oppure son talmente tante le sfumature per cui la classificazione è ardua? Me lo son chiesto quando ho visto il programma di PordenoneLegge, che nella giornata di venerdì riporta diversi appuntamenti sotto il titolo “Mappa dei sentimenti”. Cosa si può dire dell’amore? Non è possibile teorizzare se veramente si tenta di viverlo. Tanto è che Valeria Parrella (autrice di Ma quale amore edito da Einaudi) ha scelto di dedicare l’intero suo incontro alla lettura di un suo racconto inedito sul tema. La storia di una donna cinquantenne che, insegnante precaria itinerante per l’Italia e mamma di una ragazza, si trova costretta ad accudire sua madre colpita da un ictus e che pur nella difficile quotidianità scandita da cure e ritmi tosti si lascia cogliere da pensieri ammiccanti verso un cameriere.

In questo racconto, scritto con un linguaggio spigliato e spesso umoristico, ci sono quasi tutte le forme di amore: filiale, materno, amicale e sensuale. E’ proprio su quest’ultimo che nella conclusione Parrella spalanca la porta alla speranza. La cinquantenne va alla ricerca dell’amore (sensuale, prevalentemente)… – chi di noi non lo desidera? – e ne raggiunge il senso: “Dietro di lui e senza casco mi sentii proprio al mio posto” (cit.). Magari è questo l’amore, trovare la propria metà e sentire che le parti combaciano perfettamente. Il racconto scritto da Parrella, che ha conquistato il pubblico in sala, non ha immagini mielose o che possono essere “universalmente” considerate romantiche; è piuttosto una serie di scene che concentrano l’attenzione sul tipo e sulla qualità della relazione tra i personaggi. Perché l’amore è un percorso e forse proprio per questo la scrittrice ha scelto di non corredare la lettura con riflessioni varie, cosa che però a me è un po’ mancata; in fondo, su temi così importanti e carichi di aspettativa si cerca il confronto e sarebbe stato interessante un approfondimento dal testo alla vita a cura dell’autrice.

Ecco che allora si chiarisce l’idea della mappatura dei sentimenti: l’incontro è un’occasione per delineare il focus, per mettersi a confronto con il testo scritto sul tema. Quanti hanno scritto sull’amore! Vi viene in mente almeno un libro in cui, in qualche modo, non si parli di amore? E’ un sentimento che in qualche misura e chiave tocca tutti e quando si comprende cosa si sta davvero cercando cambia la prospettiva con cui si guardano e vivono le situazioni: “ma quello che più importa è come ti senti il giorno dopo”, così termina il racconto scatenando un lungo applauso.

 

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Durante le vacanze di Natale mi piace sempre leggere un libro che in qualche pagina ne richiami l’atmosfera. Così, ho terminato il 2013 con Cinque cuccioli sotto l’albero di W. Bruce Cameron edito da Giunti: la storia di cinque cagnolini svezzati da un’altra mamma e accuditi da chi tutto avrebbe pensato, tranne di avere dei cani in casa ma di cui subito si innamora. Un romanzo che parla di affetti (ci sono di mezzo anche l’amore per una donna che salva dal peso del passato e la ricostruzione della storia di una famiglia), di rispetto e amicizia, di tradizioni legate alle feste e di paesaggi colorati da neve e boschi. Una lettura realisticamente dolce e rilassante, simpatica per i vari aneddoti sui cuccioli e che ispira bontà senza negare l’esistenza di tratti bui nella vita e nella quotidianità. Ho iniziato il libro su un dondolo della sala lettura del Circolo dei Lettori di Torino, per concedermi una pausa in attesa del Capodanno, l’ho proseguito in treno davanti a una signora con capelli rossi raccolti che più volte ha fissato il titolo sulla copertina sorridendo (non mi stupirei se ora lo stesse leggendo lei) e l’ho finito a casa prima di addormentarmi.

Il giorno dopo, il 31 dicembre, ho indossato il grembiule e mi sono messa a preparare i muffin ai quattro formaggi (ricotta, toma, gorgonzola e formaggio di capra) e speck e al salmone e rucola per la cena di Capodanno con gli amici. In ciò sono più brava del protagonista del libro, lui compra piatti già pronti. Mentre impastavo, Joy, un vivace segugio focato già un po’ cresciuto, ha fatto capolino dal davanzale della finestra per sbirciare… ma questo non è un libro, è un’altra storia…

 

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federica bosco lunas torta

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Ci sono tanti tipi di lettori ma quando succede di incontrarne uno in grado di scendere nelle viscere di un libro che ha toccato profondamente le sue corde si resta affascinati nell’ascoltare l’attenta lettura. Così è stato quando Long John Silver alias Barbecue (con questo nome lo si incontra su anobii.com) ha parlato di I doni della vita di Irene Némirovsky ad una serata del gruppo Anobii Torino. Ecco la sua analisi, ricca di riferimenti storici, che parte dalla biografia dell’autrice:

Irene Némirowsky

Irene Némirowsky

Non avevo mai letto nulla della Némirovsky e quindi sono stato colpito dalla sua biografia. Il post sul Nonblog di Habanera segnalato da un’altra anobiina mi è parso molto interessante. Su wikipedia si parla della sua richiesta di cittadinanza francese (peraltro non accettata) e della conversione al cattolicesimo avvenuta nel 1939: credo che si sentisse una scrittrice francese e dunque fosse normale per lei chiedere la cittadinanza. Quanto alla conversione al cattolicesimo alcuni ebrei speravano in tal modo di salvarsi da eventuali leggi razziali future. Esistono poi una biografia di Némirovsky edita da Adelphi ed alcune scritte dalle figlie che forse spiegheranno queste sue decisioni. La conversione al cattolicesimo non l ‘avrebbe comunque salvata visto il concetto del nazionalsocialismo di “Blut und Boden” del politico tedesco Darré…. Nell’edizione Adelphi viene riportata come data di inizio stesura del libro la seconda metà del 1940… La caduta di Parigi avvenne il 14 di giugno e dunque la prima cosa interessante da capire è se abbia cominciato a scrivere ancora nella capitale francese o se si sia subito rifugiata in Borgogna. Il romanzo apparve a puntate sul giornale Gringoire come romanzo inedito di una giovane donna. Mi sono chiesto se, malgrado il clima storico, le fosse rimasto qualche amico in redazione oppure se qualche direttore senza scrupoli, notando il suo talento, se la sia cavata pagandola pochi franchi. Riguardo alla censura credo che a Vichy si sia fatta via via più’ stretta. D’altronde lei cosa avrebbe potuto opporre? Poteva certo auto censurarsi , ma anche la redazione del giornale avrebbe potuto intervenire dopo avere ricevuto i suoi scritti. Se il censore avesse provveduto a tagli e modifiche lei cosa potevo fare? Era una “ghostwriter” nel vero senso del termine. Addirittura il regime di Vichy assecondava i Nazisti senza che, a volte, dovessero chiedere… Il rastrellamento del Velodrome a Parigi nella parte occupata della Francia direttamente dai Nazisti fu effettuato senza alcuna pressione da parte tedesca e solo più’ tardi Eichmann approvo’ l ‘operazione. Mi ha incuriosito la scelta di ambientare il romanzo nel Pas– De-Calais. La spiegazione più semplice è che, vivendo a Parigi, sicuramente avrà trascorso lì dei periodi di vacanza, ma la topografia dei luoghi descritti si è inevitabilmente collegata alla Prima e Seconda Guerra Mondiale. Restano le “coincidenze” tra alcuni luoghi del Pas-de-Calais e il movimento del Reggimento List di cui faceva parte Hitler durante la seconda guerra mondiale. Hitler fu ferito diverse volte durante la prima guerra mondiale tra cui la battaglia di San Quintino e Saint Quentin è nominata diverse volte nel libro della Némirovsky. A pagina 78 parla dello Chemin des Dames e nell’autunno del 1917 Hitler partecipa ai combattimenti furiosi in quella zona. A pagina 77  si legge: “allora si ricordo’ del gas. La più’ atroce delle morti”. Possiamo parlare di premonizione oppure le voci sul programma eutanasia erano arrivate anche in Francia? L’uso del gas (anche se non era lo Zyklon b) inizia ben prima della Conferenza di Wansee… E se non mi sbaglio nel libro viene citata Ypres diverse volte e nella battaglia di Passchendaele lo stesso Hitler fu colpito dall’iprite o mostarda azotata. Hitler considerava la Seconda Guerra Mondiale come una diretta conseguenza della Prima e di sicuro per lui era così; senza di essa lui sarebbe stato solo un renitente alla leva dell’Impero Asburgico e non avrebbe potuto essere un combattente. Lo storico britannico Ian Kershaw scrive che Hitler fu reso possibile dalla Grande Guerra… “Immaginava quale caos quella fuga avrebbe prodotto lungo la strada e, soprattutto, pensava che se i civili continuavano a fuggire, l’esercito era perduto” (pag. 200). Ecco un’indicazione di strategia militare che fu poi chiamata “febbre dell’esodo”: davvero particolare in un romanzo una descrizione del genere! Ancora, Nemirovsky racconta che “la gente aspettava la guerra come l’uomo aspetta la morte: sa che non le sfuggirà, gli sia concessa solo una proroga”. Una miglior descrizione della guerra stramba tra la caduta della Polonia e l’offensiva a ovest non me la ricordo. E nel romanzo a Guy vengono fatte dire parole significative: “Caro papà , non c’è che da abbassare la testa e aspettare che passi la bufera. O le cose si sistemeranno per tutti, o la catastrofe sarà generale”. Il filosofo Cioran scrive riguardo all’essere ebreo questa frase: “Malgrado la sua chiaroveggenza, sacrifica di buon grado all’illusione: spera, spera sempre troppo”. In effetti il finale del libro in fondo è un inno alla speranza, ma trovandosi sola, braccata e senza poter scrivere firmando con il proprio nome, forse a Irene Némirovsky non rimaneva che questo.

Quanto conta l’intreccio tra storia e romanzo in questo libro? 

Conta molto. L’autrice descrive trent’anni di storia francese seguendo le vicende di una famiglia dell’alta borghesia, ma doni_della_vitainevitabilmente la piccola storia familiare e quella con la esse maiuscola si intrecciano. Con l’arrivo delle Grande Guerra la sicurezza che avvolge la famiglia Hardelot “fatta di buon sangue , di carni robuste e sane e di risparmi investiti in Titoli di Stato, una barriera destinata a proteggere per sempre dalle insidie della sorte”, finisce con l ‘essere messa in discussione. Il capofamiglia degli Hardelot è come un monarca assoluto e per lui la Grande Guerra finisce con il segnare l’inizio dell’inevitabile declino. La figura di Julien Hardelot mi è apparsa come una allegoria della fine delle vecchie monarchie europee. Era l’ultima guerra, non ce ne sarebbero state altre dice uno dei protagonisti del libro. In fondo era proprio quella l ‘atmosfera del primo dopoguerra: un nuovo periodo di prosperità si affacciava. Già nel 1914 Charles Hardelot diceva: “E del resto, sono assolutamente convinto che una guerra mondiale debba svolgersi quasi senza spargimento di sangue. Capisci bene che se non fosse cosi, se ogni potenza mettesse in campo tutte le sue forze , con lo spaventoso progresso dell’industria bellica… Dov’ero rimasto? Ah, si, sarebbe una tremenda carneficina che decreterebbe la fine della civiltà umana. E’ evidente che nessuno stato vorrà assumersi la responsabilità di rispondere davanti ai posteri di una simile scelleratezza!”. allora si poteva sperare che la coscienza di un possibile massacro fermasse ogni futuro conflitto. Avrebbero pensato la crisi del 1929 e il Nazionalsocialismo ad archiviare quei sogni ad occhi aperti.

Quale punto del romanzo ti è piaciuto maggiormente? 

Trovare un solo punto che mi ha interessato è assai difficile. Tuttavia questo breve periodo mi pare si adatti straordinariamente anche a oggi: “Difficile farle capire che, nel mondo in cui vivevano, l ‘intelligenza, la cultura e l’educazione non valevano più’ granché. Merci costose che nessuno acquista più”. La voglia di continuare a leggere i suoi scritti e una domanda che mi ritorna in mente: quanti possibili capolavori di questa scrittrice ci siamo persi?

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20 novembre: ricorre oggi la Giornata Internazionale per i Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza. Infatti, proprio il 20 novembre 1989 veniva approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia.

Ma non ci sono solo le notizie (la maggior parte di cronaca, ahimè!) che permettono di riflettere su questo tema; poche ore fa, ad esempio, ho terminato di leggere un libro che mi ha appassionato (dalla prima all’ultima pagina) e che racconta la storia di due ragazzi di culture differenti con diritti negati. Il gusto proibito dello zenzero, Jamie Ford, edizioni Garzanti (2010).

Trama (dall’interno della copertina). Seattle. Nella cantina dell’hotel Panama il tempo pare essersi fermato: sono passati quarant’anni, ma tutto è rimasto come allora. Nonostante sia coperto di polvere, l’ombrellino di bambù brilla ancora, rosso e bianco, con il disegno di un pesce arancione. A Henry Lee basta vederlo aperto per ritrovarsi di nuovo nei primi anni Quaranta. L’America è in guerra ed è attraversata da un razzismo strisciante. Henry, giovane cinese, è solo un ragazzino ma conosce già da tempo l’odio e la violenza. Essere picchiato e insultato a scuola è la regola ormai, a parte quei pochi momenti fortunati in cui semplicemente viene ignorato. Ma un giorno Henry incontra due occhi simili ai suoi: lei è Keiko, capelli neri e frangetta sbarazzina, l’aria timida e smarrita. È giapponese e come lui ha conosciuto il peso di avere una pelle diversa. All’inizio la loro è una tenera amicizia, fatta di passeggiate nel parco, fughe da scuola, serate ad ascoltare jazz nei locali dove di nascosto si beve lo zenzero giamaicano. Ma, giorno dopo giorno, si trasforma in qualcosa di molto più profondo. Un amore innocente e spensierato. Un amore impossibile. Perché l’ordine del governo è chiaro: tutti i giapponesi dovranno essere internati e a Henry, come alle comunità cinesi e, del resto, a tutti gli americani, è assolutamente vietato avere rapporti con loro. Eppure i due ragazzini sono disposti a tutto, anche a sfidare i pregiudizi e le dure leggi del conflitto. E, adesso, quarant’anni dopo, quell’ombrellino custodisce ancora una promessa. La promessa che la Storia restituisca loro la felicità che si meritano.
Un romanzo d’esordio che ha sorpreso e incantato, rivelandosi un fenomeno editoriale unico. Uscito in sordina negli Stati Uniti, ben presto ha scalato le classifiche di tutto il paese e ha venduto migliaia di copie solo grazie al passaparola dei lettori. Ambientato durante uno delle epoche più buie e dolorose degli Stati Uniti,Il gusto proibito dello zenzero è una storia indimenticabile e commovente di speranza e determinazione, di abbandono e di rimpianti, di lealtà e coraggio che esplora la forza eterna e immutabile dell’amore. Booktrailer

Il gusto proibito dello zenzero è un romanzo che cattura chi ama le storie che sanno di autenticità, ben contestualizzate con l’aiuto anche di riferimenti storici. C’è anche sentimento, tratteggiato con intimo realismo. Il lettore cammina al fianco di Henry e Keiko e si interroga su come questi due ragazzi di cultura diversa ma profondamente legati riescano a sopportare tanto odio intorno a loro, li vede crescere e attraverso i loro occhi osserva la dura realtà. Tra le pagine si sente respirare l’anima “di zenzero” di Seattle, della parte che ha ospitato cinesi e giapponesi: allora si ringrazia l’autore che – in un’intervista in appendice – racconta di essersi a lungo documentato e aver camminato per le strade della città con un taccuino in mano per fare schizzi e prendere appunti. E, leggendo, quanta voglia di metter davvero piede in quell’hotel Panama, ancora oggi scrigno di ricordi e storia! Chi ama il jazz resta di sicuro affascinato da questo libro perché lo sente in sottofondo, è un ritmo che impregna la scena e scorre nelle vene dei principali protagonisti; inoltre, qua e là si incontrano citati grandi nomi della scena musicale degli anni ’40 come il pianista Oscar Holden (padre della cantante Grace), Floyd Standifer e Buddy Catlett. Ancora, non resta deluso chi cerca una storia a lieto fine: non neghiamolo, a metà del racconto si può forse iniziare ad intuire cosa accadrà nelle ultime pagine eppure l’happy end non risulta banale tanto le vicende sono raccontate con verismo.

Chiuso il libro, tornando con l’attenzione ai giorni nostri, mi son chiesta quanti bambini e ragazzi si trovino ancora a vivere in situazioni come quella di Henry e Keiko…

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