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Posts Tagged ‘scrittori’

Ogni festival letterario e ogni fiera ha un taglio particolare e qualcosa per cui si distingue al di là del tema. Il clima, soprattutto. pordenonelegge è una manifestazione che resta nel cuore! Una città a misura d’uomo con un bel centro storico si veste di giallo e nero per oltre una settimana: vetrine e mezzi di trasporto (persino le biciclette dei cittadini) hanno tutti qualche addobbo o scritta che richiama la “Festa del libro con gli autori”. In alcuni locali di Pordenone si trovano persino menù a tema. Al centro dell’attenzione però c’è molto di più: gli scrittori raccontano le proprie opere; le presentazioni si svolgono in antichi chiostri, auditorium, sale, cinema e anche nelle piazze. A vegliare sul buon svolgimento di ogni evento ci sono gli “Angeli”, giovani con magliette gialle che sul retro hanno disegnate delle ali: indirizzano il pubblico, danno informazioni, distribuiscono il materiale e riordinano gli spazi; sempre sorridenti e molti sono interessati a comprendere come funziona il mondo del libro perché vivono la lettura come una passione.

pordenonelegge 2014: (da sin) Noemi Cuffia, Gloria Ghioni, Michela Zin, Sara Bauducco

pordenonelegge 2014: (da sin) Noemi Cuffia, Gloria Ghioni, Michela Zin, Sara Bauducco

Ho partecipato a pordenonelegge lo scorso anno come giornalista e blogger: per quattro giorni ho seguito interessanti incontri con scrittori, chiacchierato con organizzatori, colleghi e amici, scambiato qualche battuta con i lettori, ascoltato le prove di un concerto, mangiato piatti tipici e visitato la città (sono persino salita in cima al campanile del duomo). Ho scoperto libri e gettato i semi per nuove idee e progetti. Tutto ciò ho raccontato sul blog (qui) e sui social. Quest’anno, invece, potendo solamente seguire gli eventi a distanza, ho deciso di dare spazio a chi ha le mani in pasta nell’organizzazione: ecco quindi l’intervista a Michela Zin, membro della Fondazione Pordenonelegge.it.

pordenonelegge significa letteratura e la città vive questa manifestazione non solo nei luoghi d’incontro con gli autori, ma anche per le strade che si tingono di giallo. C’è un motivo per questo colore e come viene scelto il logo di anno in anno?

La scelta del giallo e nero risale al 2000, anno in cui nacque pordenonelegge. Fu una proposta di chi ci aiutò nell’avvio della prima edizione e, a dire il vero, all’inizio non ci entusiasmava. Con gli anni però abbiamo apprezzato la solarità del giallo e il legame ai caratteri di stampa del nero. Ora questi due colori caratterizzano così tanto pordenonelegge e sono entrati con così tanta forza nell’immaginario collettivo che sarebbe difficile pensare di farne a meno. E la nostra città quando si colora di giallo e nero, è bellissima! La scelta dell’immagine è merito del nostro studio grafico (DM+B & Associati) in particolare di Patrizio De Mattio che da sempre ci sorprende per le sue originali proposte. Anche quando non sembra esserci nessun aggancio evidente alla manifestazione, se non magari il solo richiamo a uno dei due colori, siamo i primi a stupirci per il celato legame. Inoltre, a noi piace molto che anche il nostro pubblico si costruisca un perché, si senta libero di vivere il proprio pordenonelegge fin da quando facciamo uscire l’immagine di quell’edizione.

Gli angeli di pordenonelegge sono una risorsa importante dal punto di vista organizzativo e una presenza che concretizza il significato dell’accoglienza. Ognuno con un compito ben preciso. Può essere un modello esportabile per altre manifestazioni?

Gli angeli sono il nostro orgoglio. Soprattutto perché si criticano sempre le nuove generazioni accusandole di essere poco coinvolte nelle attività pubbliche o nel sociale. Invece i nostri ragazzi sono una bellissima eccezione. Il ricorso ai giovani é sicuramente un modello già utilizzato da molti altri festival anche se credo che la nostra impostazione non abbia uguali. Diamo loro regole precise e una formazione puntuale ma vogliamo anche che comprendano di essere un tassello fondamentale di quel meraviglioso puzzle che è pordenonelegge. Il risultato è che loro si sentono responsabilizzati e noi soddisfatti di quel che fanno per noi. Motivarli, responsabilizzarli e gratificarli credo siano i nostri punti di forza.

Cosa ha significato la partecipazione di pordenonelegge al Salone del Libro di Torino quest’anno?

Abbiamo proposto agli organizzatori di occuparci della poesia portando nel nostro stand quanto, con Librerie Coop, avevamo creato a pordenonelegge nel 2014. E abbiamo proposto molti incontri su questo tema. È stato un successo, anche più del previsto. Questo ci ha permesso di stringere ancor più le relazioni con la Fondazione che cura il Salone del Libro e ritagliarci un momento di grande visibilità a livello internazionale. Del resto, il tema della poesia è uno di quelli su cui stiamo lavorando già da alcuni anni e che ha dato vita, per esempio, al censimento dei poeti italiani under 40 e alla pubblicazione di volumi ed ebook con le raccolte di alcuni di questi giovani.

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Il logo dell’edizione 2015, che si svolge dal 16 al 20 settembre, è simpatico e “gustoso”: una serie di girelle di liquirizia. Nomi illustri nel programma che è inaugurato da Daniel Pennac con il suo nuovo libro L’amico scrittore (Feltrinelli): da Marcelo Figueras a David Leavitt, da Nicola Lagioia a Antonia Arslan…

Quali sono i punti di forza e le peculiarità dell’edizione 2015?

Il programma realizzato dal Comitato artistico – guidato da Gian Mario Villalta con Alberto Garlini e Valentina Gasparet – è anche quest’anno di altissimo profilo. Difficile sottolinearne i punti forza per me che l’ho visto nascere di giorno in giorno. Credo che anche quest’anno ci sia una grande attenzione a proporre ospiti e temi non banali, a creare dialoghi inusuali, a stuzzicare nuovi percorsi o punti di vista innovativi. Ecco, credo che da sempre pordenonelegge si distingua per questo, per essere un festival originale. E se poi vogliamo riprendere quanto sottolineato dai curatori nella presentazione del programma, l’edizione di pordenonelegge 2015 si caratterizza per un esame attento delle parole “crisi” e “futuro”, indissolubilmente legate tra loro ma con un interessante strumento per approfondirne conseguenze, prospettive e attese: il libro.

pordenonelegge vive anche durante l’anno , oltre il periodo della rassegna, per valorizzare il rapporto tra cultura e territorio attraverso gite in luoghi letterari, incontri e concorsi. Avete già pensato a cosa attuare tra 2015 e 2016?   

Da quando è nata la Fondazione effettivamente abbiamo messo ordine alle molte iniziative che già realizzavamo e ne abbiamo proposte di nuove. L’idea è quella di diventare una sorta di agenzia culturale a disposizione del territorio. Ad esempio per i prossimi mesi abbiamo proposto il corso “Tradurre la narrativa” perché sappiamo bene quanto sia importante il lavoro “artigianale” che deve fare un traduttore. Torneranno sicuramente le nostre visite sul territorio in compagnia di autori che hanno avuto un grandissimo successo e, dopo il pordenonese, passeremo a esplorare nuove aree. Non mancheranno poi le nostre pubblicazioni, altri percorsi di scrittura creativa, collaborazioni in regione, fuori regione e anche con altri festival internazionali con i quali stiamo scrivendo un progetto europeo. Il marchio pordenonelegge, insomma si diffonderà nell’arco di tutto l’anno.

Quali incontri seguirai dell’edizione 2015?

Come ormai accade fin dalla prima edizione, purtroppo nessuno! Nonostante per un anno intero, si lavori intorno a quell’incontro o a quell’ospite, quando é l’ora di vederlo sul palco, per noi dell’organizzazione e per i curatori é tempo di correre in un altro luogo, rispondere a una necessità del momento, risolvere qualche imprevisto. O forse potrei anche rispondere tantissimi, perché nel mio correre da un angolo all’altro della città per vedere che tutto stia andando come abbiamo programmato, ho sempre la fortuna di avere una visione speciale, arrivando proprio in prossimità del palco. Giusto in tempo per carpire qualche battuta, scambiare uno sguardo con i curatori o con gli angeli per verificare che tutto sia ok ed è già tempo di rispondere al telefono o correre da un’altra parte. È comunque un privilegio per noi poter entrare in contatto con questi ospiti illustri per tutta la fase preparatoria. E un loro passaggio in segreteria per un saluto durante le giornate o una mail di ringraziamento post festival ci gratifica di tutto il lavoro fatto.

 

 

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atlante immaginarioAtlante immaginario è un libro che conquista il lettore, accompagnandolo alla scoperta di un universo in cui i confini di spazio e tempo si sciolgono lungo sentieri indicati da grandi autori come Omero, Calvino, Kafka e tanti altri. Questa lettura è stata davvero un lieto incontro che ha lasciato il segno! Lo scrittore Giuseppe Lupo, docente di letteratura italiana contemporanea all’università Cattolica di Milano e Brescia, è riuscito a fondere sapientemente stile narrativo e saggistico per dare vita a riflessioni che si muovono tra quotidianità e passione per la lettura, ricordi e sogni, considerazioni storiche e osservazioni geografiche: i pensieri respirano, la fantasia vola, il passato è accolto con nuove valenze. Edito da Marsilio, Atlante immaginario, raccoglie cinquanta capitoli che provengono dall’omonima rubrica domenicale pubblicata su Avvenire dal settembre 2012 al luglio 2013: “Ho sempre pensato che questi scritti potessero diventare un libro quindi non ho modificato impostazione o ordine, ma solo apportato piccole variazioni o integrazioni” spiega Lupo.

La scrittura è sempre trasfigurazione della realtà” ha commentato la scrittrice Paola Mastrocola introducendo il libro di Lupo al Circolo dei Lettori di Torino insieme al critico letterario Sergio Pent, che ha definito l’autore “uno dei più grandi conoscitori della letteratura industriale”. Lupo, che si definisce “un geografo mancato” e innamorato del racconto Le mille e una notte, afferma la supremazia delle storie nel senso più ampio del termine: “Se non ci fossero cosa sarebbe il mondo e cosa gli darebbe gusto? Muoiono i popoli ma non le loro storie. Bisogna profetizzare la storia per costruire il mondo. Gli scrittori non devono raccontare la cronaca”.

Sergio Pent - Giuseppe Lupo - Paola Mastrocola (Circolo dei Lettori, Torino)

Sergio Pent – Giuseppe Lupo – Paola Mastrocola (Circolo dei Lettori, Torino, 17 novembre 2014)

Intervista a Giuseppe Lupo

Quali sono gli strumenti necessari per costruirsi un “atlante immaginario” e come si inizia la sua realizzazione? 

Prima di tutto credo sia necessario avere immaginazione, tanta non poca, e anche curiosità. A volte conoscere una geografia significa anche inventarsela, portarla alla superficie da quel limbo sotterraneo dove si trova fino al momento della scrittura. Per realizzarla basta un po’ di azzardo. I mondi occorre inventarli nei libri se vogliamo che poi si realizzino.

Quale è il libro che ti ha permesso di viaggiare maggiormente con la fantasia e perché?

Non ce n’è solo uno, almeno quattro: l’Odissea, l’Orlando furioso, il Don Chisciotte e Cent’anni di solitudine. I motivi sono anche qui tanti: sono poemi-romanzi che inventano geografie, oltre che descriverle.

Cosa significa “futuro” per uno scrittore che ama viaggiare (realmente e in senso figurato) e quale città italiana sceglieresti per ambientare un romanzo nel futuro?

Non sono un gran viaggiatore nel senso classico del termine, non mi muovo tanto da casa se non per lavoro. Questo forse mi permette di pensare a viaggi che non farò mai, ma che vorrei fare. Una città in cui mi piacerebbe ambientare un romanzo è Venezia, la più atipica delle città italiane, una città che solo i poeti o i visionari potevano costruire. In parte era già presente nel mio ultimi romanzo, Viaggiatori di nuvole (Marsilio).

Secondo te è possibile scrivere un romanzo che risulti “nuovo” o inevitabilmente bisogna fare i conti con universali e topoi letterari che nascono dall’animo umano?

L’idea è affascinante e antichissima. Ogni scrittore, agli inizi della sua storia, crede di inventare qualcosa di unico, qualcosa che nessuno mai avrebbe scritto. Poi non sempre questa fortuna accade. Anzi, ogni scrittore non può non cimentarsi con quella che si chiama tradizione. Ogni cosa che facciamo ci somiglia ed è figlia di ciò che ci è arrivato dal tempo di ieri. L’importante credo sia distinguere se stessi e la propria voce dalle voce precedenti. Per quanto mi riguarda, ogni mio romanzo cerca di battere strade poco frequentate. Ne sto completando uno che aspira ad avere caratteri di originalità o, come scrivono alcuni miei recensori, di inattualità.

Mi ha molto incuriosito il capitolo in cui racconti di avere due scrivanie, una per lavorare a testi di saggistica e una per dedicarti ai romanzi. Questi due generi, che tu definisci “geografie diverse” e “due alfabeti”, possono incontrarsi in qualche modo?

Cerco di non far passare le carte da una scrivania all’altra, ma non sempre ci riesco. È chiaro che quando scrivo di narrativa ragiono da narratore (e peraltro anche sfrenato nella fantasia), quando scrivo di saggistica ragiono guardando le questioni da un’altra prospettiva. Poi a volte le carte, prima che sulle scrivanie attraversate dal vento, si mescolano dentro la mia testa.

Spesso nel libro fai riferimento alla tua Lucania, offrendo percorsi geografici e culturali propri della regione. Quale importanza hanno secondo te le origini nella formazione e nella crescita umana e “spirituale” di una persona?

La geografia a cui ciascuno di noi appartiene e in cui poggiano i nostri piedi è come la terra in cui affondano le radici degli alberi. Non credo che tutto sia giocato nei primi anni della nostra vita, come pensava Pavese, però – certo – molto del futuro viene disegnato nel tempi dell’infanzia, che è anche il tempo della memoria.

Nel libro parli di scrittori da pianura e da montagna, a seconda del loro modo di approcciarsi alla scrittura, riportando anche qualche esempio. Pensi quindi che vi corrispondano lettori da pianura e lettori da montagna?

In un certo senso sì. Come esistono scrittori abituati a scalare o a passeggiare sul piano (in questo sta la differenza tra romanzieri e autori di racconti), forse esistono lettori che amano le passeggiate su terreni pianeggianti, amano l’orizzontalità o il narrare breve, e ce ne possono essere altri che prediligono la verticalità, la vetta delle Alpi.

“I libri navigano davvero a cavallo delle onde e gli editori stanno in allerta, pronti a calare le reti”: come è cominciata la tua esperienza nel mondo editoriale e cosa secondo te determina un buon libro (quindi, una buona pesca per l’editore)?  

Ho avuto la fortuna di incontrare Raffaele Croci, il quale, oltre che essere un importante scrittore e intellettuale, è stato anche un talent scout. Lui mi ha “allevato” con grande attenzione e cura, mi ha seguito come deve fare un maestro, mi ha introdotto nel mondo editoriale. Grazie ai suoi consigli, ho infilato le mie carte in una bottiglia e l’ho buttata in mare. La fortuna, il caso, il destino, il vento hanno soffiato nella direzione di Venezia, dove il mio editore passeggiava sulle rive del mare ad attendere messaggi in bottiglia. L’ha raccolta e l’ha assaggiata, come si fa con il vino. L’immagine me l’ha data proprio lui, Cesare De Michelis, in una conferenza che gli sentii pronunziare una quindicina di anni fa. Per questo motivo il romanzo Viaggiatore di nuvole l’ho dedicato a lui, “che aspetta messaggi in bottiglia sulle rive di Venezia”.

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Non-fate-troppi-pettegolezziDal parco del Valentino all’hotel Roma, da Superga alle vie del centro: lo scrittore Demetrio Paolin conosce bene la città di Torino e ha voluto raccontarla attraverso quattro grandi autori che l’hanno abitata e amata, in modo diverso ma intenso. Non fate troppi pettegolezzi, edito da LiberAria, è un agile e piacevole saggio che ripercorre i punti salienti della vita e il pensiero letterario di Emilio Salgari, Cesare Pavese, Primo Levi e Franco Lucentini offrendo al lettore anche note citazioni che ben si incastonano nell’architettura del libro. Paolin segue le orme di questi scrittori e nel capoluogo piemontese dei giorni d’oggi ricerca i personaggi delle loro opere: “Questo squarcio è così torinese che ancora adesso quando cammino le vie intorno alla stazione, cerco Deola”, parlando di I pensieri di Deola di Cesare Pavese; si affeziona ai luoghi che sono entrati nella quotidianità dei quattro “maestri”: “Tutte le volte che ci passo penso alla lirica scritta da Levi per l’albero che ogni giorno vedeva davanti al suo portone e che stava lì ad aspettarlo, quando lo scrittore usciva per andare a lavorare o quando rincasava dopo otto ore di fabbrica. Ci sono volte, quando la notte si popola di incubi o di cattivi presagi, che con la bici vengo fin qui e mi appoggio a quell’ippocastano e guardo il portone”. Il titolo del volume riprende un appunto lasciato da Cesare Pavese sui Dialoghi con Leucò nella stanza d’albergo in cui decise di togliersi la vita, “Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi”, e Paolin puntualizza che “la conoscenza dei particolari è pettegolezzo”. Così, nel suo libro non abitano morbosità o idealizzazione, ma solo passione letteraria e il desiderio di ricercare ciò che ha dato slancio all’intuizione e alle parole dei quattro, la voglia di ripercorrere un cammino intellettuale e di analizzare la scrittura oltre la critica già letta, in un’ottica di “paesaggio quotidiano”.

demetrio paolin

L’idea di scrivere questo libro è venuta leggendo o passeggiando per la città della Mole?

L’idea del libro è nata chiacchierando e passeggiando con Alessandra Minervini, la mia editor. Ovviamente camminavamo per Torino parlando di libri letti, e sulla strana relazione che c’era tra quei libri, i suoi autori e la città che li aveva visti vivere e morire. I miei libri nascono, quasi sempre,  passeggiando per la città, mi serve camminare e stare in mezzo alle persone. Noto qualche tic, qualche strano comportamento e lo memorizzo. Di colpo poi ho chiara la storia che voglio dire e così incomincio a scriverla. Per Nftp la cosa è stata simile e quindi ho voluto scrivere un libro che fosse in fieri; pagine dentro le quali il lettore sentisse come le idee e le interpretazioni e le immagini nascessero in quel preciso istante. Volevo scrivere un libro che sembrasse “spontaneo” e che rendesse minimamente visibile il labor della scrittura.

Quale è il luogo letterariamente più suggestivo di Torino per te, e perché?

L’intera città ha per me un fascino irresistibile. Ho scritto un racconto, pubblicato nel libro La seconda persona (Transeuropa), intitolato Fabbrica che narra la “circumnavigazione” in bicicletta di Mirafiori. Questo per dire che ai miei occhi ogni luogo di Torino può diventare suggestivo, anche se il luogo che più volte mi ha colpito, ma del quale ancora non sono riuscito a scrivere nulla, è la chiesa della Consolata.

I luoghi si trasformano nel tempo, assorbono anche le energie e il clima del contesto urbano e paesaggistico che li circonda, eppure quelli che racconti nel libro riescono a mantenere inalterato il proprio fascino e a proteggere la propria storia. Quanto contano vita, fama e opere di chi li ha abitati?

Ti confesso che a me piace molto andare a vedere le case degli scrittori, è una piccola ossessione o mania se vogliamo. Se vado in una città e in quella città ha vissuto uno scrittore che ho amato, io devo andare a vedere la casa, oppure devo andare a prendere il caffè dove lui lo prendeva e se posso vado a visitarne la tomba. È in mio modo, per citare il Foscolo dei Sepolcri, di abbracciare le urne dei forti. Nella mia testa io cerco quindi di ritrovare intatto lo spirito di chi ci ha abitato. La cosa bella dei luoghi, delle case, dei quartieri, delle città è che esse hanno memoria, tengono dentro di sé millesimate le esperienze di tutti: basta stare lì e ascoltare.

C’è un qualcosa per cui ti senti accomunato ai quattro autori di cui parli nel volume?

Il primo legame è la responsabilità. Mi sembra che sia un tema comune a tutti e quattro gli scrittori, studiati in NFTP. Loro si sentono responsabili delle parole che scrivono. In un tempo in cui la parola scritta è inflazionata, la loro cura e il loro tormento su quello che scrivono e su come lo scrivono mi sembra una cosa importante e da sottolineare. C’è poi il tema della vergogna e dell’impostura che me li fa sentire vicini. Spesso e volentieri anche io non mi sono sentito a mio agio rispetto alle cose che la vita mi ha condotto a fare. In me rivive un po’ la vergogna del contadino inurbato, quello che vedeva nella città un luogo fantastico da cui era essenzialmente separato. Credo che questa separazione sia il grado zero della vergogna, questo non sentirsi a proprio agio in nessun luogo.

Cosa è la scrittura per te? Hai già idee per un prossimo libro?

La scrittura per me è una prassi. È un modo per fare sì che le immaginazioni che ho nella testa trovino un luogo per esserci. Quando le immaginazioni finiranno anche questa prassi finirà. Per ora sto lavorando su alcune storie e ancora molto complicato da dire cosa ne verrà fuori, ma qualcosa di nuovo nascerà.

Quale è il libro che più ti ha segnato come lettore e che ancora ti accompagna?

Il libro che mi ha segnato di più è sicuramente la Bibbia, letto da bambino e da giovane, è ancora adesso fonte per me di profonde riflessioni. È la Bibbia che ha formato il mio immaginario, la mia visione del mondo; sono le scritture sacre quelle con le quali mi confronto maggiormente.

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Quanti leggono racconti?”: lo ha chiesto lo scrittore e editor Giulio Mozzi al pubblico che ha partecipato all’incontro con lui e Rossella Milone a PordenoneLegge. Un piccolo test che, nonostante il tema della serata, ha comunque decretato la supremazia dei romanzi. Un dato riscontrabile anche dal mercato editoriale: “E’ difficile vendere una raccolta di racconti perché è difficile leggerla – ha evidenziato Milone, autrice di raccolte di racconti anche per Einaudi – Il romanzo è più rassicurante, come se appagasse in modo più forte il desiderio di immedesimazione del lettore”. Si tratta di generi letterari differenti, a cui lo scrittore si approccia in modo differente: “Ogni scrittore guarda il mondo e le persone in un certo modo e per quest’angolazione cerca un linguaggio e una forma adatti. Quando vieni dai racconti e decidi di scrivere un romanzo è come se facessi un trasloco – ha continuato Milone – Il racconto deve avere soprattutto una forte intensità e una forte significazione; lo scrittore di racconti non ha tempo e spazio di prendere respirir molto ampi e fare deviazioni”. Mozzi, sottolineando come i racconti permettano a chi scrive di fare sperimentazioni formali, ha tratteggiato brevemente l’evoluzione del genere sul mercato: “Fino a non tanto tempo fa racconti e romanzi si pubblicavano a puntate sui giornali e riviste tipo Grazia. Io ho letto così I Fratelli karamazov. Poi incontravano anche la pubblicazione integrale come destino definitivo. Nei Paesi anglosassoni si pubblica ancora letteratura sui periodici, negli Stati Uniti esiste una fittissima rete di riviste letterarie dove gli scrittori fanno palestra”. E in Italia? Forse leggere i racconti è più impegnativo, ha sintetizzato Milone: “Uscire da un racconto della Munro è come se ti spostasse e il modo in cui lo fa ti arricchisce, ma questo spostamento repentino richiede al lettore molta energia”.

Mozzi Milone

E voi, leggete racconti? Se volete, suggerite qualche titolo o qualche autore…

 

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L’inquietudine in letteratura è un sentimento tutt’altro che negativo” così ha esordito Marcello Fois nell’incontro di PordenoneLegge per la Mappa dei Sentimenti. Il racconto ideato per l’occasione dallo scrittore narra la storia di un ragazzo che vuole diventare sacerdote, contro il volere del padre e avvolto da dubbi sulla stessa autenticità della propria vocazione e da problemi di salute: “A me Dio si presentò come nelle peggiori e più trite agiografie”. Il protagonista sente qualcosa che definisce “violenza nel centro dell’estasi”. Fois scende nell’intimo del personaggio, regala al lettore la possibilità di sentire ciò che lui prova, tratteggia un cammino segnato dalla sofferenza (“Avevo un dolore al petto, un piccolo dolore, sottile e angosciante”), fisica e psicologica, nella consapevolezza che “non esistono danni lievi, ma solo danni”. Il giovane descritto da Fois arriva a definirsi una “falena su questa terra”, non prova paura, riconosce le proprie debolezze (“io ho francamente esercitato l’antagonismo, contro il corpo” e “sono stato rabbioso come un mastino alla catena”) e lucidamente conclude: “pronto a combattere, finalmente inquieto”.

Marcello Fois 1

Lo scrittore, per spiegare come è nato il suo racconto, ha citato Undici figli di Kafka: “E’ un maestro di quella che io vorrei definire come inquietudine di un sistema: la necessità di fare della propria inquietudine un materiale attivo. La scrittura è inerte fino a che noi non ci mettiamo dentro del motore”. Fois ha affermato che è inquietante la natura stessa dello scrivere: “Il lato più inquietante della letteratura è il lato ripetitivo: da secoli si pubblicano tanti libri, tentativi di uscire dal già detto e scritto. (…) Chi parla di Calvino per sanare la propria incapacità di parlare di leggerezza senza passare dalla propria complessità e durezza, allora non ha letto Calvino”. Se da una parte “lo scrittore per essere tale dovrebbe continuamente inquietarsi”, dall’altra “la letteratura è l’unico settore in cui dovrebbe essere l’assenza dell’inquietudine a dettare la tendenza”. Fois quasi si è scandalizzato per una certa banale attenzione letteraria alle opere: “Ancora discutiamo di trama e stile come se discutessimo di petto e coscia a tavola. Non può esistere che voi lettori ascoltiate persone che discutono sulla prevalenza della trama o dello stile. (…) Se uno si definisce scrittore ha dei doveri deontologici, come usare il vocabolario senza reprimere”. Fois ha poi fatto un balzo dalla letteratura all’informazione richiamando la quantità di notizie cariche di inquietudine che altrimenti non potrebbero essere definite notizie da molti: “Questo fa sì che il fatto si trasformi in letteratura mentre il romanzo resta nella palude del fattuale: sono questi gli autori che millantano di investigare il presente come se il presente fosse l’oggi. Purtroppo ci siamo accontentati degli esiti anziché dei percorsi”.

E ha concluso: “Se i romanzi che abbiamo scritto saranno letteratura semplicemente ci sopravvivranno. Da questa inquietudine nasce l’etica dello scrivere: se si rinuncia a cambiare il mondo si rinuncia alla scrittura pur scrivendo”.

Vibrante il silenzio del pubblico che ha ascoltato lo scrittore delineare un percorso letterario così ricco di spunti che penso interroghino a lungo la coscienza del lettore. L’inquietudine spesso si accompagna a un senso di attesa, a un profondo desiderio di cambiamento, all’osservazione insoddisfatta della realtà, all’incapacità di vedere le cose per ciò che saranno. Quale meraviglia quando ho ritrovato un accenno all’inquietudine in alcuni versi del poeta Edgar Lee Masters (“George Gray”) nella mostra dedicata a Spoon River che il lunedì dopo la fine del festival ho gustato insieme a @tazzinadi nella biblioteca civica di Pordenone (qui le informazioni). Così mi son chiesta: non è forse vero che ognuno di noi custodisce in sé, in misura differente, una dose di inquietudine che sprona a rifiutare l’immobilismo e a ricercare altro?

 

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Si possono mappare i sentimenti? Oppure son talmente tante le sfumature per cui la classificazione è ardua? Me lo son chiesto quando ho visto il programma di PordenoneLegge, che nella giornata di venerdì riporta diversi appuntamenti sotto il titolo “Mappa dei sentimenti”. Cosa si può dire dell’amore? Non è possibile teorizzare se veramente si tenta di viverlo. Tanto è che Valeria Parrella (autrice di Ma quale amore edito da Einaudi) ha scelto di dedicare l’intero suo incontro alla lettura di un suo racconto inedito sul tema. La storia di una donna cinquantenne che, insegnante precaria itinerante per l’Italia e mamma di una ragazza, si trova costretta ad accudire sua madre colpita da un ictus e che pur nella difficile quotidianità scandita da cure e ritmi tosti si lascia cogliere da pensieri ammiccanti verso un cameriere.

In questo racconto, scritto con un linguaggio spigliato e spesso umoristico, ci sono quasi tutte le forme di amore: filiale, materno, amicale e sensuale. E’ proprio su quest’ultimo che nella conclusione Parrella spalanca la porta alla speranza. La cinquantenne va alla ricerca dell’amore (sensuale, prevalentemente)… – chi di noi non lo desidera? – e ne raggiunge il senso: “Dietro di lui e senza casco mi sentii proprio al mio posto” (cit.). Magari è questo l’amore, trovare la propria metà e sentire che le parti combaciano perfettamente. Il racconto scritto da Parrella, che ha conquistato il pubblico in sala, non ha immagini mielose o che possono essere “universalmente” considerate romantiche; è piuttosto una serie di scene che concentrano l’attenzione sul tipo e sulla qualità della relazione tra i personaggi. Perché l’amore è un percorso e forse proprio per questo la scrittrice ha scelto di non corredare la lettura con riflessioni varie, cosa che però a me è un po’ mancata; in fondo, su temi così importanti e carichi di aspettativa si cerca il confronto e sarebbe stato interessante un approfondimento dal testo alla vita a cura dell’autrice.

Ecco che allora si chiarisce l’idea della mappatura dei sentimenti: l’incontro è un’occasione per delineare il focus, per mettersi a confronto con il testo scritto sul tema. Quanti hanno scritto sull’amore! Vi viene in mente almeno un libro in cui, in qualche modo, non si parli di amore? E’ un sentimento che in qualche misura e chiave tocca tutti e quando si comprende cosa si sta davvero cercando cambia la prospettiva con cui si guardano e vivono le situazioni: “ma quello che più importa è come ti senti il giorno dopo”, così termina il racconto scatenando un lungo applauso.

 

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Da dove arrivano i libri? E’ una domanda che ogni tanto fa capolino quando incontro una nuova lettura che mi attira particolarmente: ho la curiosità di sapere per quali vie quella storia ha raggiunto la pubblicazione. E, grazie al lavoro, talvolta ho la fortuna di conoscere questo percorso (se non addirittura di seguirlo da vicino).

E alcuni manoscritti diventano libri passando per i concorsi di inediti.
Ho assistito alla finale del Premio Italo Calvino svoltasi al Circolo dei Lettori di Torino venerdì 23 maggio e son curiosa di sapere chi e quando pubblicherà alcune delle opere che più mi hanno colpito (pur avendone ascoltato appena uno stralcio). Nove i finalisti della 27esima edizione e la giuria ha scelto di assegnare il primo premio a “L’Amalassunta” di Pier Franco Brandimarte, disegnatore di vignette di satira e scrittore di favole e spettacoli teatrali per bambini che ha incentrato il suo primo romanzo – saggio attorno alla figura del pittore Osvaldo Licini.

27° Premio Calvino - primi tre classificati (Brandimarte: il primo a destra)

27° Premio Calvino – primi tre classificati (Brandimarte: il primo a destra)

Per la cronaca della serata rimando all’articolo del giornalista Saverio Simonelli, che era seduto alle mie spalle, e al suo servizio per Tv2000. Erano presenti gli editor delle principali case editrici italiane, che hanno preso diligentemente appunti mentre i giurati (Antonia Arslan, Paolo di Paolo, Barbara Lanati, Tommaso Pincio e Concita De Gregorio la quale però era assente) descrivevano le caratteristiche delle opere.

A distanza di settimane dalla premiazione mi restano alcune suggestioni che volgono in desiderio e condivido partendo proprio dalla curiosità sul “dietro le quinte” dei libri. Spero di leggere presto l’opera di Carmela Scotti (“un lungo monologo interiore, poetico e barbaro, sostenuto da una scrittura che è il vero punto di forza” recita la presentazione del Calvino), intitolata “L’imperfetta” e ambientata nella Sicilia di fine Ottocento, che mi ha affascinato per il ritmo narrativo; già il nome della protagonista è molto evocativo, Catena. Ancora, mi piacerebbe sostare tra le pagine scritte da Francesca Pilato, saggista e appassionata ricercatrice di relazioni tra letteratura e musica: probabilmente proprio da questi suoi interessi nasce una spiccata attenzione alla lingua, ricercata ma fluida e ricca di piacevoli sonorità (e anche questa storia si svolge in Sicilia nell’Ottocento).

Diversi i fattori secondo cui una casa editrice individua un testo per il proprio catalogo. Ma quello è solo un ulteriore passo, perché il lavoro di redazione è una delle fasi più importanti (e interessanti, a mio parere) che determina il vestito finale del libro.
Mi sono soffermata alcuni minuti a leggere l’elenco delle opere premiate al Calvino che sono state pubblicate…

Opere premiate al Calvino e pubblicate

Opere premiate al Calvino e pubblicate

Ogni libro ha un suo percorso e una sua storia che si intreccia con la storia di tante persone, editori, editor e lettori, ma anche librai e bibliotecari. Questo è il valore aggiunto che rende unico ogni libro.

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