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Archive for the ‘Viaggiando’ Category

Quando parto da un luogo ricco di bellezza in cui sono stata bene, provo già una sorta di dolce malinconia, sento un legame con quel luogo e mi riprometto di tornarci presto. Quello diventa un luogo del cuore. Così è avvenuto anche per l’Alto Adige, dove son tornata quest’estate a distanza di anni. Con sei amici sono stata nella valle di Castelrotto: una settimana per camminare e rilassarsi in compagnia e gustare piatti tipici (il cibo ha sempre un’attrattiva, diciamolo). Una settimana in cui ho lasciato che i pensieri andassero a zonzo ispirati dal paesaggio, dall’imponenza delle Dolomiti, dalla carica del verde dei boschi e dalla profondità del cielo che anche con qualche nube veste le montagne di fascino.

Abbiamo alloggiato appena fuori Castelrotto, al limitare con Siusi, in strada St Valentin. Una scelta che si è rivelata perfetta: la vista spaziava a 360 gradi. Poche case sparse sui pendii, un paio di alberghi e cascine che lì si chiamano “masi” dalla tipica struttura in legno, poi prati e campi proprio in faccia allo Scilliar. Essendomi aggiunta all’ultimo al gruppo avevo come base il maso Kamaunhof della famiglia Fulterer mentre a cena andavo all’hotel Ortler con gli altri, dove pianificavamo le gite del giorno dopo chiedendo consiglio al cuoco Armin (grazie a lui ho gustato una stupenda vellutata di sedano e sono diventata dipendente dall’insalata di crauti con finocchietto selvatico e salsa di yoghurt). Mi sono affezionata alla vista che godevo dal balcone su cui si affacciava la mia stanza (quanto mi maca!): quando mi svegliavo al suono delle campane del paese di sotto e prima di andare a letto contemplavo le montagne nelle loro infinite sfumature. Mi sono trovata in ambienti famigliari, dove l’ospitalità è coltivata con piccole attenzioni, parole genuine e gesti semplici. La mattina chiacchieravo in tedesco con la signora del maso e quando rientravo nel tardo pomeriggio passavo a salutare il marito che raccontava qualcosa sul suo lavoro nella stalla o all’alpeggio. Ho scoperto che quell’Andreas Fulterer ricordato con affetto nelle tante foto appese nell’ingresso e nella sala colazione era un noto cantante le cui foto e canzoni si ritrovano in molti locali del Sudtirolo. Una settimana in cui ho raccolto tanti piccoli tasselli che contribuiscono a far capire l’importanza del radicamento della cultura locale e delle tradizioni altoatesine, del sentire e vivere il territorio come bene condiviso.

La montagna è quel posto che ti sprona ad alzare lo sguardo, ad andare oltre ciò che hai sempre pensato, a metterti alla prova e – allo stesso tempo – a dosare le forze, ad ascoltare il tuo respiro e a prendere il tuo ritmo e passo giusto. In montagna c ‘è quella sorta di empatia e fratellanza per cui si saluta chiunque si incontri lungo il sentiero, per cui ci si sente accomunati dalla bellezza circostante e dal faticare (ognuno a modo suo) per avvicinarcisi e immergercisi un po’ di più. Quella bellezza si svela camminando. La stanchezza a fine giornata si accetta con la consapevolezza di aver rimesso in circolo energia. Io non sono un tipo da vie ferrate e ghiacciai, ma da trekking nei boschi e su pascoli per arrivare un po’ in quota o comunque dove si iniziano a vedere le vette con i profili e contorni più chiari.

Camminare in gruppo significa anche valutare insieme la meta e accordare il passo. Siamo andati all’alpe Marinzen, dove abbiamo socializzato con delle simpatiche capre (son loro che vengono a cercarti e si mettono tranquillamente in posa aspettando che tu gli dia qualcosa da mangiare), poi abbiamo proseguito per Schafstall e fatto ritorno a Castelrotto lungo un anello che passava accanto a delle pietre chiamate Hexenstuhle (sedie delle streghe). Abbiamo camminato all’Alpe di Siusi (che vista!) su diversi percorsi per poi fare tappa alla malga Saltner Hütte, 1.850 m, da dove si possono ammirare il Sasso Piatto e il Sasso Lungo (qui, stupendi i canederli, anche quelli dolci di mele!). Ancora un giro ai laghi di Fiè per salire a Tuffalm (bis di canederli di spinaci e formaggio); giro in valle tra Siusi e Sant’Osvaldo per visitare il mulino Malenger che sorge sul rio Freddo e ancora produce farina con antiche varietà di grano e l’azienda Pflegerhof che produce migliaia di erbe aromatiche e fiori. Nella settimana soste anche a Chiusa, all’abbazia di Novacella e a Bressanone. Il penultimo giorno, visita del castello di Velturno e poi salita alla chiesa di St. Valentin con una guida locale che ne ha illustrato i dipinti.

Viene normale soffermarsi a guardare il paesaggio in silenzio, in montagna non si desiderano rumori ma si ascolta cosa racconta la natura. Quale sorpresa quando ormai alla fine della breve vacanza ho scoperto una panchina su un’altura al fondo del prato sotto il maso! Peccato non averla vista prima.

Tra una camminata e l’altra sono andata a curiosare anche nella biblioteca di Siusi: wow! Un locale accogliente su due piani, con arredi in legno chiaro che ospitano tante novità (una volontaria mi ha detto che la valle negli ultimi anni investe molto nel servizio). Una bella biblioteca di montagna che all’ingresso invita alla lettura con tanti attaccapanni su cui sono stesi dei libri: la maggior parte dei volumi sono in tedesco, ma uno scaffale nella sala soppalcata è dedicato a testi in lingua italiana, molti dei quali però sono di autori stranieri editi da case editrici italiane e pare che siano letti per lo più dai turisti (per arricchire l’offerta, ne ho consigliati diversi di scrittori italiani sul quaderno delle proposte d’acquisto). Il mio libro da portare a casa l’ho trovato per caso gironzolando per le vie di Castelrotto: davanti a una porta c’erano due scatole con tanti volumi di ogni tipo, per grandi e piccoli, e lasciando un’offerta destinata al gruppo chierichetti della parrocchia nella cassetta della posta sopra le scatole se ne poteva prendere uno. Ho scelto un testo in tedesco di poesia tirolese: Dichtung in Südtirol dello scrittore filosofo e docente di letteratura Eugen Thurnher (Tyrolia Verlag 1966).

“Le montagne – come lo sport, il lavoro e l’arte – dovrebbero servire solo come mezzo per far crescere l’uomo che è in noi”
Walter Bonatti

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Alcune curiosità nascono da semplici esperienze che sono piccole epifanie personali il cui ricordo ogni tanto torna. Questa estate ho visitato un piccolo paese corso, nella regione della Balagne, in cima a un monte con vista mare: Speloncato. Stupendo! Vi ero già stata diversi anni fa, ma non lo ricordavo bene. Sono arrivata nel primo pomeriggio, nell’ora più calda e forse proprio questo ha regalato un sapore più intenso all’esperienza: colori nitidi, il sole arrabbiato sulle pietre e l’aria che baciava la pelle, il cielo azzurro terso e un dolce silenzio rotto talvolta solo dal grido di due aquile. Questa è la meraviglia che mi ha accompagnato quel giorno: essere a 600 metri sul livello del mare ed esser così vicina a quegli uccelli che planavano sopra la piazza della chiesa, seguirne la rotta e osservarne la grandezza.

Il centro di Speloncato si può percorrere solo a piedi perché le stradine sono molto strette, di acciottolato e a gradini; penso che il borgo si sia ingrandito senza un disegno razionale. Non mi sono accontentata di passeggiare, volevo andare più in alto per scoprire un angolo da cui si aprisse la vista; così sono arrivata su un terrazzino e sono rimasta incantata. La piana e il mare davanti a me. Pensavo di aver raggiunto il punto più alto, eppure i viottoli continuavano a salire e dopo poco eccomi lungo un muro di cinta accanto alle rocce, sull’altro lato del paese. Mi sono seduta e ho lasciato andare lo sguardo, aspettando che le aquile si avvicinassero un po’.

E’ stato lì che ho iniziato a pensare al nome del paese, a volerne conoscere il motivo e a immaginare che la presenza delle aquile lo giustificasse. Speloncato rimanda facilmente al termine “spelonca”: forse un tempo vi erano caverne o era rifugio per qualcuno. Ho chiesto a Jean Chiorboli, @chiorboli2B, linguista e docente all’università di Corsica, che ogni venerdì scrive un articolo sull’inserto Settimana di Corse Matin per spiegare un toponimo corso (Toponymie corse, un nom de lieu chaque vendredi). L’etimologia del nome è facilmente immaginabile, la cosa curiosa è stato conoscere altri nomi con la stessa etimologia. Ci saranno le aquile anche lì?

Sono rimasta seduta un po’ su quel muretto, pensando che il momento fosse perfetto (per nulla in particolare, lo era e basta). Le aquile poi sono scomparse sull’altura alle spalle di Speloncato e io sono ridiscesa verso la piazza dove c’è il monumento ai caduti nella guerra del ‘14 – ’18 (ogni paese della Corsica ne ha uno) per tornare al mare…

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Fabio Dipinto dopo la proiezione al cinema Jolly di Villastellone

Fabio Dipinto, giovane film maker torinese, ha attraversato intere regioni a piedi, dal Colle del Gran San Bernardo a Roma, per girare il documentario I volti della Via Francigena: sei settimane di cammino con la sua Reflex legata in vita e il cavalletto nello zaino. Un progetto che si è concretizzato grazie all’Associazione Europea delle Vie Francigene, al tour operator SloWays che promuove viaggi a piedi e in bicicletta e, ancora, al crowdfunding sulla piattaforma Eppela. Terminate le riprese ci sono voluti altri sei mesi per lavorare il materiale raccolto.

Il regista non ha seguito alcuna traccia, ha semplicemente scelto di intervistare chi trovava lungo il cammino: dallo scrittore Enrico Brizzi al rettore della confraternita san Giacomo di Compostela Paolo Caucci von Saucken, dal pellegrino all’ospitaliere, dallo storico al traghettatore che tiene il conto di quante persone trasporta con la barca sul Po (la Via Francigena è uno dei pochi cammini per cui è necessario attraversare dei fiumi). “Ho cercato di mettere in risalto i borghi, l’Italia meno scontata o turistica – racconta il regista, che già nel 2012 aveva affrontato il cammino di Santiago con la compagna – A causa della pioggia non ho solo potuto filmare un paio di giorni”. Il risultato è un docufilm ricco di belle cartoline fotografiche accompagnate da un’interessante narrazione dal il taglio fortemente umano.

Il cammino può assumere diversi volti, ognuno ha una motivazione personale per affrontarlo: ricerca di silenzio, bisogno di preghiera, desiderio di mettersi alla prova, voglia di prendersi una pausa dai soliti ritmi o più semplicemente desiderio di provare una vacanza alternativa. “Camminare permette di avere la mente libera, ma se si deve sviluppare una storia bisogna concentrarsi – chiosa Dipinto – Durante il viaggio sono riuscito a ritagliarmi degli spazi per riflettere e mettermi in contatto con la natura e con i silenzi”.

Guardando il film fa realisticamente capolino il pensiero di mettersi in cammino senza lasciarsi spaventare dai chilometri o dai cambiamenti climatici, per affrontare centinaia di chilometri ma soprattutto un viaggio interiore che aiuta a crescere umanamente e spiritualmente. Le musiche del pianista Andrea Cavallo contribuiscono a creare un clima suggestivo carico di silenzio che parla di raccoglimento, riflessione e stupore.

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Vi si arriva salendo per una strada con un po’ di curve che si presenta come una balconata sulla costa della Balagne tra Ile Rousse e Calvi: Pigna è un paisolu corso che a prima vista sembra uguale agli altri, abbarbicato su un’altura e composto da tante case del colore della sabbia una stretta all’altra tra strette vie di acciottolato. Ma proprio come tutti gli altri borghi corsi, in particolare quelli della route des artisans, Pigna ha sviluppato una vocazione per l’artigianato oltre a essere segnalato come importante centro per la creazione e la diffusione della musica corsa ma non solo.

La storia racconta sia stata fondata nel tardo 800 da Consalvo, compagno del conte Colonna che fu mandato dal papa a liberare l’isola dai saraceni; all’inizio del XVIII secolo Pigna faceva parte della Pieve d’Aregno insieme ad altri quindici villaggi. Nel 1954 contava solo più 60 abitanti, ma il passaggio da comunità per lo più rurale a centro che punta su cultura e turismo (chiave che muove l’economia ) avviene negli anni ’60 e così nel 1974 il Comune ha ideato la formula Paese in festa, manifestazione che si ripresenta ogni anno il 13 luglio con un ricco cartellone di esecuzioni polifoniche, improvvisazioni teatrali e declamazioni di poesie. Grazie a questo percorso di valorizzazione, nel 2014 si contava un aumento di residenti ad oltre cento unità.

Passeggiando per i suoi viottoli è facile imbattersi nella bottega di un ceramista o in una casa con l’insegna “sala di registrazione”, in un cafè che prepara piatti corsi da gustare sotto la pergola di un giardino o nel laboratorio di una creatrice di carillon (scat’a musica). Da una piccola piazzetta lungo il percorso musicale si vede il mare mentre dall’anfiteatro, alzando un po’ lo sguardo al di sopra delle mura,  si scorge il convento di Corbara sull’altura di fronte. Da una finestra o da un cortile possono giungere le note di un violino o di un pianoforte, così la visita assume un sapore ancora più unico. Ogni volta che ci vado è come se il tempo rallentasse per darmi l’opportunità di soffermarmi sui dettagli: insegne in legno o ceramica che indicano le vie e i luoghi d’interesse, angoli con piante rampicanti, gatti sui balconi o sulle scale che amano farsi coccolare da chi passa, sedie di paglia accanto a una porta.

Spesso nei paesi della Balagne il giro termina nel punto in cui è iniziato, le strade che salgono poi girano attorno al borgo. A Pigna il punto di partenza e di arrivo è nella piazza davanti alla chiesa bianca con due torri campanarie, di fianco alla posta, dove c’è un cartello che vieta l’accesso con alcun mezzo a motore: Pigna è un paese “co2 free”, senza anidride carbonica, “per il piacere di abitanti e visitatori”.

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“Perché dobbiamo sempre essere reperibili e connessi? Si tende a voler essere sempre “in diretta” e sui social, eppure a me in vacanza piace staccare la connessione dati ogni tanto e lasciare andare a zonzo i pensieri senza legami con l’oltre dove sono e sapere di essere distante da ciò che in quel momento non fa parte della mia quotidianità. Godermi l’hic e il nunc senza intromissioni. Talvolta rischiamo di farci prendere dall’ansia di raccontare agli altri quanto ci divertiamo o rilassiamo, quanto sia bello il posto o chi abbiamo incontrato. Sì, lo faccio anche io, non lo nego (e dai miei profili si vede)…ma in vacanza amo ancor di più scrivere sui miei taccuini di viaggio unendo ciò che vedo a ciò che sento intimamente (è così: da anni scrivo diari, ognuno con un titolo che lo caratterizza). Mi soffermo sul paesaggio e penso che ci sono luoghi capaci di comunicare la bellezza in modo così diretto e sublime che non c’è foto capace di renderne veramente l’idea. Nasce così una piccola – e mai troppo scontata – riflessione, tirando ancora una volta in ballo il noto e caro Dostoevskij: lasciamoci interpellare dalla bellezza per restare connessi con noi stessi (la parte più profonda e personale) e con il mondo come ci si presenta”.

Ho scritto questo post in una calda domenica di agosto, dopo aver raccontato alcuni momenti del mio viaggio su una pagina di diario (una classica Moleskine nera, a questo giro), seduta sotto un gigantesco leccio nel centro di Calvi, in una piazzetta sterrata di fianco al mare di un blu che forse neppure un pittore saprebbe definire con un solo nome e di fronte alle possenti mura tinta sabbia della citadelle che reca la scritta “Semper fidelis”.

Nota bene: non aggiungo foto a queste poche righe, lascio a te lettore la capacità di immergerti con gli occhi della mente nella breve descrizione del paesaggio…

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Sono tornata per un weekend, in una cittadina sui monti piemontesi dove già cinque anni fa avevo trascorso una settimana per staccare la spina, da sola, una di quelle vacanze che restano memorabili per il gusto unico. Questa volta davvero un toccata e fuga, ancora da sola, e una conferma: ci sono luoghi che ci parlano più di altri anche per il modo in cui li viviamo. Forse la sicurezza del già provato (e già raccontato: qui), l’esser non distante trattandosi di un breve weekend, il desiderio di trovarsi in una località di montagna ma dal sapore vivo e caratteristico: tutto ciò mi ha fatto prender il treno un sabato mattina, neppure troppo presto (e se relax deve essere lasciamo anche l’auto a casa), con cambio veloce a Fossano e destinazione Limone Piemonte.

Mi sono portata due libri per farmi compagnia (un romanzo commedia di cui ho già visto il film almeno tre volte, così da valutare le differenze, e uno legato a un mistero e alla vita di un pittore: due storie diverse per poter scegliere in base al mood della vacanzina) ma ho letto poco perché mi sono lasciata distrarre osservando il paesaggio, facendo camminate e chiacchierando con una famiglia di compaesani incontrati per caso che mi hanno fatto scoprire il mondo degli appassionati della bicicletta ad alta quota. Io non ho pedalato ma ho seguito l’arrivo della corsa della Via del Sale: una gara ciclistica che si svolge su tre percorsi di chilometraggio differente. Mi sono persino trovata in mezzo a un raduno di auto d’epoca itinerante, dalle montagne a Nizza. Sono questi eventi di vita da paese che, secondo me, danno quel sapore festivo in più a un luogo per cui la vacanza (lunga o corta che sia) regala suggestioni oltre il paesaggio e ciò che fin da subito si ricerca.

E’ stato bello gironzolare per il paese scoprendo a ogni angolo un simpatico spaventapasseri con faccia gialla (colore che richiama il nome del centro), ripercorrere la strada romana, salire ai prati sopra le seggiovie e starsene seduta ad ammirare le vette un po’ velate da qualche nuvola, seguire sentieri camminare senza preoccuparsi della meta o dell’ora.

A ogni vacanza corrispondono anche scoperte culinarie e sapori che arricchiscono il nostro bagaglio esperienziale di cui si gode al ricordo (o forse sono solo io che lego i piatti ai luoghi visitati?) e io in questi promemoria sono brava. Quindi, ecco un abbinamento per me nuovo e gustoso, prosciutto di cervo con valerianella e albicocche alla Taverna degli Orsi (cena simpatica anche grazie al personale), e la stupenda marmellata di limoni servita a colazione al Piccolo Parco (non avevo dubbi sul voler tornare in questo hotel per il clima famigliare e la cura dei dettagli, ho sorriso vedendo più ricca la libreria per gli ospiti posta all’ingresso ed è stato piacevole chiacchierare con il titolare davanti a foto delle vette che circondano Limone).

Due giorni come una madeleine proustiana arricchita da incontri e nuove piccole esplorazioni, due giorni che non restano parentesi perché il viaggio ha un’eco che suggerisce idee e abbatte confini, sempre.

“Le persone non fanno i viaggi, sono i viaggi che fanno le persone”
John Steinbeck

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(Dal diario di viaggio in Corsica)

Vedere il sole sorgere sul mare regala un’emozione forte che fa percepire la grandezza della natura di fronte alle piccole cose, a ciò che è relativo e anche ai pensieri negativi; uno spettacolo così aiuta a comprendere meglio il significato della parola bellezza.

Ho visto il sole sorgere sul mare di Calvi nel viaggio di ritorno in Italia (la parola “casa” indica per me entrambi i luoghi citati, ha una valenza fortemente affettiva). Da un paio di anni prendo il treno per Bastia (le chemin de fer corse offre un ottimo servizio) e questo mi permette di godere del paesaggio, dal lungomare (la ferrovia corre dietro le spiagge) ai paeselli della costa fino a Ile Rousse e poi nuovamente su un tratto di costa orientale, dalle alte scogliere ricche di maquis alle verdi montagne dell’interno quasi del tutto disabitate… Il bello di un viaggio è dato non solo dalla meta stessa, quanto dal percorso per raggiungerla (ecco perché non so come giovani  viaggiatori con grandi zaini che si professano camminatori e amanti del paesaggio possano dormire con le cuffie nelle orecchie durante tutto il tragitto… la stanchezza, forse sarà stata lei ad avere la meglio).

C’è un unico binario. Quando si costeggia il mare noti infinite tonalità di blu, di azzurro e di bianco con le onde che si infrangono sugli scogli, poi il treno passa sui monti lungo foreste, sotto una piana dai colori più caldi dove ogni tanto scorgi greggi di pecore o rare casupole in pietra (forse abitate), di fronte altre verdi montagne e oltre, tra le cime, riesci ancora a puntare un triangolo di mare. Quale varietà in Corsica!

Tante le piccole stazioni in cui ci si ferma e di alcune viene da chiedersi il perché non notando il paese. Si tratta di edifici dai colori pastello (spesso rosa o tinta sabbia) e dall’aspetto di altri tempi, magari con accanto qualche albero fiorito. In direzione Novella il paesaggio si fa più brullo, caratterizzato da arbusti rossicci e solo raramente svetta qualche pianta nella parte che resta più in ombra e in basso torrenti in secca, ogni tanto qualche mucca affianca il treno. Poi a Ponteleccia (il nome richiama due elementi del centro abitato, il ponte e i lecci, molto presenti sull’isola), stazione di snodo nel cuore dell’heute Corse, i binari diventano tre per permettere il cambio a chi vuole andare verso Corte o Ajaccio. Qui torna a dominare il verde, delle coltivazioni e dei boschi. A Ponteleccia tanti scendono (sul treno sono rimasti con me solo un gruppo di tedeschi e alcuni corsi) e ripresa la via verso Bastia si vedono maggiori segni della presenza dell’uomo: la ferrovia corre lungo la strada, ci sono più case con giardino, paesi con stazioni a doppio binario e le coltivazioni sono più intense fino a che si raggiungono zone industrializzate ai confini della grande città portuale.

Il mio viaggio in treno è iniziato con il sole e terminato con qualche nuvola, sempre accompagnato dal vento profumato di quest’isola che entra nel cuore. I patiti della meteorologia possono deporre le armi, tanto il tempo cambia velocemente in Corsica: colpa del vento*. Di questo vento e dei suoi profumi mi inebrio e cerco di far scorta ogni volta. Corse, a la prochaine fois!

*colpa del vento… “è sempre colpa del vento”, direbbe la pittrice Vanna Spagnolo che ha così chiamato la sua galleria d’arte di Volterra e che vuole trasmettere energia positiva con le sue opere raffigurando la forza della natura, come in quel grande albero con una ricca chioma, sotto un cielo blu scuro squarciato da lame di luce e sopra un prato verde brillante, che ammiro ogni mattina quando mi alzo.

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