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Archive for the ‘Viaggiando’ Category

(Dal diario di viaggio in Corsica)

Vedere il sole sorgere sul mare regala un’emozione forte che fa percepire la grandezza della natura di fronte alle piccole cose, a ciò che è relativo e anche ai pensieri negativi; uno spettacolo così aiuta a comprendere meglio il significato della parola bellezza.

Ho visto il sole sorgere sul mare di Calvi nel viaggio di ritorno in Italia (la parola “casa” indica per me entrambi i luoghi citati, ha una valenza fortemente affettiva). Da un paio di anni prendo il treno per Bastia (le chemin de fer corse offre un ottimo servizio) e questo mi permette di godere del paesaggio, dal lungomare (la ferrovia corre dietro le spiagge) ai paeselli della costa fino a Ile Rousse e poi nuovamente su un tratto di costa orientale, dalle alte scogliere ricche di maquis alle verdi montagne dell’interno quasi del tutto disabitate… Il bello di un viaggio è dato non solo dalla meta stessa, quanto dal percorso per raggiungerla (ecco perché non so come giovani  viaggiatori con grandi zaini che si professano camminatori e amanti del paesaggio possano dormire con le cuffie nelle orecchie durante tutto il tragitto… la stanchezza, forse sarà stata lei ad avere la meglio).

C’è un unico binario. Quando si costeggia il mare noti infinite tonalità di blu, di azzurro e di bianco con le onde che si infrangono sugli scogli, poi il treno passa sui monti lungo foreste, sotto una piana dai colori più caldi dove ogni tanto scorgi greggi di pecore o rare casupole in pietra (forse abitate), di fronte altre verdi montagne e oltre, tra le cime, riesci ancora a puntare un triangolo di mare. Quale varietà in Corsica!

Tante le piccole stazioni in cui ci si ferma e di alcune viene da chiedersi il perché non notando il paese. Si tratta di edifici dai colori pastello (spesso rosa o tinta sabbia) e dall’aspetto di altri tempi, magari con accanto qualche albero fiorito. In direzione Novella il paesaggio si fa più brullo, caratterizzato da arbusti rossicci e solo raramente svetta qualche pianta nella parte che resta più in ombra e in basso torrenti in secca, ogni tanto qualche mucca affianca il treno. Poi a Ponteleccia (il nome richiama due elementi del centro abitato, il ponte e i lecci, molto presenti sull’isola), stazione di snodo nel cuore dell’heute Corse, i binari diventano tre per permettere il cambio a chi vuole andare verso Corte o Ajaccio. Qui torna a dominare il verde, delle coltivazioni e dei boschi. A Ponteleccia tanti scendono (sul treno sono rimasti con me solo un gruppo di tedeschi e alcuni corsi) e ripresa la via verso Bastia si vedono maggiori segni della presenza dell’uomo: la ferrovia corre lungo la strada, ci sono più case con giardino, paesi con stazioni a doppio binario e le coltivazioni sono più intense fino a che si raggiungono zone industrializzate ai confini della grande città portuale.

Il mio viaggio in treno è iniziato con il sole e terminato con qualche nuvola, sempre accompagnato dal vento profumato di quest’isola che entra nel cuore. I patiti della meteorologia possono deporre le armi, tanto il tempo cambia velocemente in Corsica: colpa del vento*. Di questo vento e dei suoi profumi mi inebrio e cerco di far scorta ogni volta. Corse, a la prochaine fois!

*colpa del vento… “è sempre colpa del vento”, direbbe la pittrice Vanna Spagnolo che ha così chiamato la sua galleria d’arte di Volterra e che vuole trasmettere energia positiva con le sue opere raffigurando la forza della natura, come in quel grande albero con una ricca chioma, sotto un cielo blu scuro squarciato da lame di luce e sopra un prato verde brillante, che ammiro ogni mattina quando mi alzo.

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La Corsica non è solo mare, è anche montagna. Anzi, il fascino di quest’isola è proprio l’unione tra i due elementi, così vicini e così intensamente definiti. Se già conoscete me o il mio blog non vi stupirà leggere un (altro) post sull’ile de beauté. Ogni volta che ci torno scopro qualcosa di più del suo carattere, nuovi scorci e paesoli, colori e profumi… ed è una gioia che desidero raccontare.

Visitando il sito naturale della forêt de Bonifatu mi è venuto in mente un verso dantesco, perché la zona montagnosa alle spalle di Calvi è proprio così: “aspra e selvaggia e forte”, che tuttavia non rinnova la paura come cantava il sommo bensì la meraviglia per la sua bellezza. Neppure mezzora d’auto e si raggiunge il cuore del parco, Bonifatu, da cui partono molte camminate. All’inizio della strada che attraversa il parco si sente ancora l’aria salmastra del mare e l’occhio plana su distese di pini marittimi, ma più si sale (la foresta va dai 300 metri ai 2.000 di altitudine) e più si vedono i pini larici tipici delle alture corse.

“I monti sono maestri muti e fanno discepoli silenziosi”
Johann Wolfgang Goethe

Ho fatto una camminata di circa due ore, un percorso ad anello definito semplice (boucle de Ficaghjola) che permette di ammirare il massiccio. Essere avvolti dal fresco del bosco nel primo tratto del sentiero, poi vedere la possenza e linearità di alcune rocce che passano dal giallo al nero e delle cime, attraversare letti di fiumi ormai asciutti per poi scoprire che all’improvviso tra i sassi riaffiora l’acqua e forma delle belle vasche naturali dove i camminatori possono sostare per un bagno, ancora seguire una pietraia dove si notano tracce del passaggio di alcuni cavalli…

Ho camminato e preso il sole sulle rocce, ho attraversato un ruscello e mi sono bagnata i piedi nell’acqua fresca di montagna (per me troppo fresca per concedermi un bagno); ho incontrato due coppie di Parigi con cui si è parlato di finti luoghi comuni legati alle nostre  rispettive nazionalità e una bella famiglia tedesca con quattro figli che risalivano il fiume alla ricerca di pesciolini (ce ne sono molti!). Spesso, in vacanza anche piccoli incontri casuali diventano fatti degni di menzione perché arricchiscono l’esperienza del viaggio.

Incantata, ho scattato diverse foto lungo il percorso, ma al termine della bella giornata ho percepito la consapevolezza (come spesso mi succede di fronte alla bellezza) che nessuna immagine è in grado di regalare le stesse forti emozioni del paesaggio dal vivo. Foto come ricordi, come voci di un brainstorming, come pezzi di un vissuto che si espande tra mente e cuore…

“Sulla montagna sentiamo la gioia di vivere,
la commozione di sentirsi buoni
e il sollievo di dimenticare le miserie terrene.
Tutto questo perché siamo più vicini al cielo”
Emilio Comici, alpinista

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Ha una lunga spiaggia di sabbia fine e una antica citadelle con mura difensive che domina il borgo di pescatori e il golfo, edifici di colori caldi e le spalle coperte dai monti ricchi di foreste, scogliere di maquis che si tuffano in un blu profondo e un vento frizzante che raramente l’abbandona. Ogni volta che torno in Corsica a Calvi scopro nuovi scorci e mi lascio trasportare da emozioni inedite che mi regala il paesaggio. Capoluogo della Balagne, la città vanta cittadini illustri come Cristoforo Colombo (conteso con l’Italia, per la verità) e aneddoti entrati nella storia (è qui che l’ammiraglio britannico Orazio Nelson perse l’occhio, cercando di conquistare la Corsica nel 1974). L’attenzione dei turisti sulla spiaggia è anche attirata dai paracadutisti della legione straniera (il Camp Raffalli è alle porte della città) che ogni tanto si lanciano per le esercitazioni. Calvi è una città in cui spesso si fermano anche artisti di strada (pittori, musicisti e giocolieri fanno la loro esibizione nella piazzetta o nei pressi del porto), ci sono mostre e concerti di musica corsa nella Citadelle e nei locali. Quest’anno l’ingresso e il muro del porto sono stati tappezzati di volti grazie all’artista JR e al suo Inside Out Project: chi voleva poteva farsi scattare una foto nel furgoncino che gira il mondo per il progetto, poi le gigantografie venivano subito stampate e appese; così mi sono messa in coda e ho partecipare anche io.

Salendo dietro la città al santuario di Notre Dame de la Serra si può ammirare l’intero golfo, spaziando con lo sguardo da Calvi a Lumio; scendendo, invece, si è di fronte a La Revellata. Tante le camminate che si possono fare nei dintorni di Calvi, ammirando scenari unici che mozzano il fiato che si incontrano anche viaggiando lungo la costa con “u trinighello”, un vecchio trenino che fa diverse tappe per arrivare fino a Ile Rousse fischiando per avvisare del proprio passaggio sull’unico binario tra la spiaggia e la pineta.

Alcuni anni fa mi sono innamorata di Calvi, o meglio… di tutta la Balagne (sul mio blog ne ho scritto qui). In modo quasi viscerale, crescendo nella curiosità e nel desiderio di conoscere sempre più la regione e tutta l’isola. La Corsica ha un sapore selvaggio, una forza e una bellezza che ammaliano; ci si deve arrendere al suo stile, non si può pensare di viverla restando ancorati a logiche e abitudini propri dell’Italia o del continente. Penso che questo valga per qualsiasi località, bisogna coglierne l’essenza e le tipicità, il carattere e l’anima, mettersi in ascolto della gente e della sua storia rispettandoli. I ritmi stessi di vita sono differenti e non solo perché si decide di andarci in vacanza…

Difficile riconoscere con chiarezza lo spirito e le origini di Calvi (e così di tutta l’isola): nei secoli è stata sotto il dominio dei francesi, degli inglesi per un paio di anni e degli italiani; la lingua corsa mantiene vivo l’eco dei legami con l’Italia e Genova, a cui è rimasta fedele dal 1284 fino alla metà del XVIII secolo e a cui si deve la scritta sulla porta di ingresso della citadelle “Civitas Calvi semper fidelis”. Diversi i periodi di indipendenza che l’hanno segnata e che oggi possiamo rileggere anche attraverso la presenza in quasi ogni paese della statua del patriota corso Pascal Paoli, che guidò un’insurrezione contro la Repubblica di Genova verso la metà del 1700. Quindi i genovesi la vendettero poi al re francese Luigi XV con il trattato di Versailles nel maggio 1768. Il desiderio di autonomia è forte ancora oggi, sebbene nel 1982 la Francia abbia riconosciuto alla Corsica uno statuto speciale per la Corsica.

Mi ritrovo nella parole di Stefano Tomassini quando nel libro Amor di Corsica edito da Feltrinelli racconta l’isola e il suo rapporto con essa (partito da studi sull’autonomismo corso) come in un viaggio, ammonendo chi pensa si tratti di una meta esotica : “Volevo che le scoperte geografiche precedessero quelle storiche. Cercavo anche spiagge e bagni di mare e ci misi niente a capire che lì avrei trovato più o meno tutto quello che cercavo”.

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La storia, quella che accomuna tutti (o molti), passa e si racconta anche attraverso piccoli gesti e cose di uso quotidiano. Non solo libri e opere d’arte, ma anche tazze e abiti, giochi e utensili.

Mi ricordo che da piccola era quasi un’avventura andare sul solaio nella casa dei nonni alla ricerca di qualcosa che poteva tornare utile: tutto assumeva un’aura di mistero e incanto, ancor più se era ricoperto da un bello strato di polvere resa luminosa dalla luce che filtrava dalla finestrella sul tetto. Oggetti che attraversavano il tempo e parlavano della famiglia.

Mi ricordo che durante gli anni della scuola media il professore di arte faceva restaurare a noi ragazzi dei vecchi pezzi in legno usati dai contadini a fine ‘800 o inizio ‘900: Riccardo Assom ci ha insegnato a trattarli con rispetto e a scoprirne le origini, a custodirli e tramandarne il significato. Il frutto di quel lavoro continuato per una decina di anni coinvolgendo allievi e famiglie è ora visibile in un museo di storia locale, il Museo di Cultura Popolare e Contadina di Villastellone, uno spazio che continua a crescere e a raccogliere testimonianze ma anche a ospitare mostre che zoomano su gente e oggetti di oggi mettendo così epoche e tempi a confronto.

Mi ricordo il mercatino di Calvi (Corsica), visitato a inizio agosto: un grande spiazzo appena fuori la città popolato di banchetti e teli da spiaggia ricoperti di cose di ogni genere, dalle scarpe ai vasi, dalle bambole ai libri, dai vestiti agli attrezzi. Occasionali venditori, alcuni bambini, cercavano di conquistare i turisti che si fermavano prima di andare in spiaggia. La storia quotidiana si intreccia con la storia del Paese nelle tazzine con il ritratto di Napoleone e nel giornale che riporta l’esposizione internazionale di Parigi, ma anche nel ricettario di piatti tipici locali e nelle cartoline d’epoca.

Mi ricordo la bellezza del mercatino dell’antiquariato di Sarzana in cui anche quest’anno ho gironzolato felice per una sera con un’amica (colpa sua se questo appuntamento è diventato quasi imperdibile per me): quanti libri e oggetti vintage e fin anche antichi! Un appuntamento che richiama specialmente i collezionisti.

Mi ricordo: è questo il titolo del romanzo di Paola Capriolo edito da Giunti che mi ha catturata per la sua intensità e per l’intreccio. Un titolo che, per la verità, mi ha subito rimandato a un esercizio di scrittura creativa fatto anni fa durante un corso tenuto da Giorgio Vasta. Ma questa è un’altra storia… Nel libro il lettore viaggia tra passato (quello degli anni ’30 e ’40 con la persecuzione degli ebrei) e contemporaneità seguendo fili che portano a rivelazioni e conferme. L’autrice ha disseminato nella narrazione espressioni che permettono di scendere nell’animo delle due protagoniste, Sonja e Adela, che si raccontano a capitoli alterni: l’azione, più che dai fatti, è data dal moto delle zone d’ombra e di luce che le caratterizza e scuote. “Sento il bisogno di un altrove così totale” scrive Adela, figlia di un medico ebreo che abita in una casa borghese, al Maestro illustre poeta con cui parla spesso di bellezza e poi di paura. Non stupisce quindi ritrovarsi a leggere la citazione tratta da L’idiota di Fiodor Dostoevskij: “Ma quale bellezza salverà il mondo?”. Anzi, tale frase inanella con maggiore determinazione il contesto e le considerazioni della giovane. Poi vi è Sonja, che lavora come badante di un vecchio malato proprio in una bella casa tanto ricca di passato: la donna deve fare i conti con domande che riaffiorano, dolori e ricordi dai quali non riesce a sottrarsi. Attraverso queste due figure l’autrice racconta una storia corale che diventa storia privata e personale tanto che, proprio quando i dettagli si allineano, passato e presente si fondono e giustificano vicendevolmente. Così, osservando la copertina del romanzo, alla fine della lettura quasi ci si chiede se quella donna tra le nubi stia precipitando o fluttuando mantenendosi a galla…

Mi ricordo

 

 

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La passione per la lettura è un atteggiamento non esclusivo: si leggono i propri libri, ma tanto più si è lettori forti quanto più si è portati anche a “sbirciare” i libri degli altri. Ogni libro può essere motivo di condivisione e di conoscenza. Poi, aggiungiamo un pizzico di deformazione professionale e in me fa capolino anche la naturale curiosità di sondare gusti e tendenze. Questo, succede nella propria città così come in vacanza.

C’è un luogo che amo e considero casa (nel senso più ampio) e vacanza (il mio buen retiro), allo stesso tempo: Calvi e la Balagne, in Corsica. Chi segue Inchiostro Indelebile ormai conosce la cittadina e la sua regione perché ne ho già parlato (qui). Anche qui il vissuto si intreccia con il gusto per la lettura.
Primo appuntamento mattutino con il quotidiano Corse Matin per restare aggiornati su cronaca locale e iniziative dell’isola: ad esempio, come quest’anno, il piacere di leggere sul posto la notizia del ritrovamento di un quadro di Picasso su una imbarcazione a Calvi, di scoprire artisti e artigiani corsi che lavorano per valorizzare le risorse del territorio, di apprendere fatti che coinvolgono il tessuto sociale nel quale ti immergi per un periodo e semplicemente la voglia di entrare ancor meglio nella realtà che ti circonda.

Immancabili, ovviamente, i libri: me ne sono portata solamente due, ben sapendo che sarei andata a far un giro nelle librerie della zona. Parlano di storia (quella con la lettera maiuscola) che si intreccia con storie di amore (inseguite e trovate, perse e riallacciate), persone che cadono e si rialzano e sognano e progettano. Purgatorio di Tomas Eloy Martinez (edito da Sur), romanzo coinvolgente che ben rappresenta i toni della letteratura sudamericana, spinge il lettore sul filo del surreale permettendogli di incontrare passato, presente e futuro in un unico anello narrativo. Si cammina al fianco di Emilia che vuole ritrovare il marito Simon scomparso trent’anni prima in seguito all’arresto da parte del regime dittatoriale; si ripercorrono i suoi ricordi, si conoscono i punti bui da cui cerca di evadere e quelli di luce a cui mira che conducono inevitabilmente a Simon. Quando nella mente di Emilia tutti i punti della sua storia sembrano riannodati, nell’animo del lettore regna ancora il desiderio di sondare e fare chiarezza: “La vera identità delle persone sono i ricordi”.
Ho iniziato a leggere Canto della tempesta che verrà dello scrittore svedese Peter Froberg Idling (edito da Iperborea) proprio sulla spiaggia, in una giornata in cui il cielo sembrava ammiccare al titolo del libro. Clima suggestivo. Lettura affascinante fin dalla prima pagina per lo stile del linguaggio e l’architettura: tre sezioni, una per ogni protagonista del triangolo (il giovane idealista Sar, l’ambizioso Sary e l’affascinante Somaly), raccontate da una voce esterna che pare più vicina al primo. La Cambogia del 1955 reduce dal dominio francese è lo scenario in cui amore e potere duellano per contendersi la supremazia sulla sorte dei tre. Un libro intrigante e riflessivo. Una citazione riecheggia: “E’ il silenzio che libera la parola (…) Ma se nessuno ascolta, qual è il valore della parola?”.

I miei avvistamenti librari? Sulle spiagge ho notato molti romanzi in lingua francese di Mary Higgins Clark e di Guillaume Musso (in Italia pubblicati da Sperling & Kupfer), di Marc Levy (In Italia con Rizzoli) e alcuni di Jean – Marc Souvira e di Paula Hawkins. E’ sbarcato con furore in Corsica anche l’ultimo capitolo delle sfumature di grigio e su diversi scaffali campeggiano i libri della canadese e Premio Nobel Alice Munro.

Dai miei tour nelle librerie, sono riemersa con due libri che profumano di storia, letteratura e Corsica (amo tornare a casa da ogni viaggio con pagine che possono poi, in qualche modo, ricondurmi in quel luogo).

libri Corsica 2015

Non siamo sempre noi a cercare libri, a volte sono loro a chiamarci e a farsi trovare. Così è stato sul traghetto per l’Italia, tratta Bastia – Livorno: accanto a un tavolino con vista mare, ho conosciuto due ragazzi emiliani, Iacopo e Gloria: dal loro zaino, oltre a una cartina dell’isola su cui abbiamo ripercorso le rispettive vacanze, è uscito Il maestro e Margherita di Michail Bulgakov che stavano leggendo insieme. E poi a parlare ancora di musica (Iacopo è pianista e compositore e suona nel gruppo jazz Twins Quintet) e suggestioni culinarie (dai formaggi corsi al miele), di studi (da medicina a comunicazione) e di progetti. Che bella la naturalezza che caratterizza gli incontri che vanno oltre i luoghi comuni e arricchiscono lo scambio! Prima di salutarsi e scendere a terra, Iacopo mi regala ancora un consiglio di lettura: Storie impreviste di Roald Dahl (edito da Tea). Ecco quindi svelata quale sarà una delle mie prossime letture.

cartina

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Scegliendo dove alloggiare per una breve vacanza a Alagna, in Valsesia, mi sono imbattuta in una recensione su un motore di ricerca turistico che definisce la località “paese delle fate, da favola”. Suggestivo, ma ho pensato che si riferisse solo a un angolo o che il giudizio fosse edulcorato dalla nevicata che l’ospite raccontava. Il mio desiderio era soprattutto fare camminate e staccare la spina qualche giorno; in più volevo conoscere da vicino la tradizione Walser. E tutto ciò è stato.

Arrivata in paese, osservando le cime e le frazioni di antiche baite in legno sopra il fiume e accanto al bosco, non ho potuto fare a meno di pensare che ero davvero in un luogo da favola. Alagna pare abbia mantenuto il proprio impianto e stile originario. La piazza con la chiesa e l’ufficio informazioni turistiche rappresenta il cuore su cui veglia la statua di Antonio Grober, alpinista che per primo scalò il versante valsesiano del Monte Rosa nel 1874; un piccolo ufficio postale e un’edicola (bello passarci davanti e vedere la giornalaia intenta a ricamare il pizzo a puncetto come in poche sanno fare); locali che preparano i miacci, ricetta tipica della Valsesia che per forma ricorda le piadine, e la piccola scuola elementare con le finestre tappezzate di disegni realizzati dai circa venti bambini che la frequentano durante l’anno. Le case hanno recinzioni basse e orti e giardini molto curati (in uno addirittura hanno ricreato un mini alpeggio con tanto di mucche e pecore in plastica) e molte sono le fontane lungo le strade (credo di averle provate tutte: acqua freschissima!). Tappa fondamentale per chi si trova a Alagna è il Museo Walser in frazione Pedemonte, ma a questo intendo dedicare un articolo a parte per raccontare tradizioni e lingua ancora in vita.

Se d’inverno Alagna diventa il paradiso degli sciatori (punto di forza è la funivia che collega così la Valsesia con la Valle d’Aosta), d’estate lo è degli escursionisti e io – pur senza fare vie ferrate e attraversare ghiacciai – ho voluto seguire qualche sentiero che puntava in alto. Gita all’Alpe Faller per la tradizionale Festa dell’Alpe organizzata dal Cai di Varallo e nel primo tratto mi sono fermata a visitare il giardino botanico di Alagna (nella baita una bella mostra sulla presenza in valle di stambecchi e camosci); simpatico incontrare cartelli lungo il percorso che invitavano gli escursionisti a raccogliere pezzi di legno sul sentiero per cuocere poi la polenta con il latte (un gusto così intenso e avvolgente!). Di tanto in tanto, camminando, alzavo lo sguardo e il Monte Rosa mi si offriva con un nuovo profilo e lo stupore per tanta bellezza si rinnovava. La grandezza della montagna parla.

Da Alagna si può raggiungere la valle d’Otro, seguendo un sentiero ben tracciato e puntellato di cappelle votive che fino agli anni ’70 alcuni valligiani percorrevano ancora quotidianamente per scendere dall’alpe al paese. Percorso davvero consigliato, in mezzo al bosco costituito per lo più da gradini. Quando poi il sentiero si apre ci si ritrova in un pianoro che ospita sei piccole frazioni (tra cui Follu, Dorf – nome walser che non a caso in tedesco significa “paese” – e Scarpia), al centro anche una chiesetta e un locale di ristoro. Sono rimasta incantata dal paesaggio e, prima di tornare a valle, ne ho approfittato per prendere una fetta di torta di mele.

La mia vacanza è stata allietata anche dalle letture. Da casa mi ero portata L’ora di lettura di Carole Lanham edito da Bookme, che narra la storia d’amore tra un domestico di colore e la sua padrona bianca negli anni Venti, in Mississippi: il rapporto tra il giardiniere Hadley e l’avvenente e determinata Lucinda, nato leggendo “libri proibiti”, attraversa decenni e si dipana tra segni dei tempi che cambiano e differenze sociali… Ma che sorpresa trovare una fornita biblioteca proprio nella hall dell’hotel Cristallo dove ho alloggiato! Già un paio di ore dopo il mio arrivo ho iniziato a curiosare sugli scaffali, individuando anche uno dei primi libri che l’insegnante di italiano del liceo aveva assegnato in prima per l’estate: L’ora di tutti di Maria Corti per Bompiani (assolutamente da leggere!); poi libri in inglese e anche in francese, molti con dedica…

Ecco, per me la presenza di una biblioteca a disposizione degli ospiti può essere il valore aggiunto di una struttura, senza nulla togliere alla “camera con vista” (anche questa volta sono stata fortunata e ne ho goduto) e ai piatti preparati dallo chef (ricordo in particolare una mousse al cioccolato presentata con olio d’oliva e sale)…

 

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Portovenere. Il nome già tradisce la bellezza del luogo, ma nulla rivela delle suggestioni letterarie che emana e racconta anche a chi di letteratura poco conosce. Un paese sulla costa spezzina, sulla sponda occidentale del Golfo dei Poeti (non per nulla!), inserito tra i patrimoni dell’umanità dell’Unesco con le Cinque Terre e le isole Palmaria, Tino e Tinetto. La prima volta che ci sono stata era una sera d’autunno e ho visto il tramonto, fugace e tiepido, con il mare che si scuriva e le luci del borgo che si accendevano. Poi ci sono tornata, alcune settimane fa, e ho assaporato altre sfumature di colori e sussurri delle onde, profumi e eco di poesia.

Portovenere

Ho un piccolo rituale vacanziero che anche questa volta non ho mancato: scattare una foto dalla stanza in cui alloggio. La mia “camera con vista”. Non si tratta solo di riprendere la bellezza del paesaggio, ma di portarsi a casa (prima ancora nella mente e nel cuore) un particolare punto di osservazione, attorno a cui ruota la vacanza, breve o lunga che sia.

Vista da una camera dell'Hotel Belvedere di Portovenere

Vista da una camera dell’Hotel Belvedere di Portovenere

Portovenere è legato al nome di Lord Byron, poeta inglese che vi soggiornò nel 1822 e “ardito nuotatore che sfidò le onde del mare” arrivando fino a San Terenzo vicino a Lerici (pare per andare a trovare i coniugi Shelley). Sugli scogli a destra della chiesa di San Pietro c’è una grotta a lui dedicata e una targa ricorda sua impresa. Grande l’amore di Byron per il mare, tanto da farne il protagonista del poema “Il Corsaro”, scritto però nel 1814; lo descrive con intensità e tratteggiando tonalità profonde: “Sulle serene onde del mar azzurro cupo”. Un sentire tipico del Romanticismo, quando parlare di mare significava evocare libertà di pensiero e passioni.

Come Mrs Ramsay in Gita al faro di Virginia Woolf, non ho potuto trattenermi dall’esclamare “Oh, how beautiful!” durante la mia gita in battello per visitare l’arcipelago… e un piccolo faro l’ho anche avvistato. Rapita dalle infinite tonalità di blu e dalla nitidezza del cielo mi è tornata alla mente una citazione della scrittrice inglese (che io tanto amo, ormai si sarà capito): “Ogni onda del mare ha una luce differente, proprio come la bellezza di chi amiamo”.

Sarebbe troppo scontato collegare l’immagine di quel gabbiano che si è fermato sul muretto, accanto alle scalinate che portano alla Grotta Byron, solo al famoso pennuto Jonathan Livingston, sebbene quel nome sia stato il primo a balenarmi in mente (chi non avesse ancora letto il racconto di Richard Bach, se lo gusti: l’estate è il tempo adatto). Poco dopo, durante il giro in battello, ho ricordato i primi versi del poema “The seagull” di Mary Howitt: “Oh the white seagull, the wild seagull, a joyful bird is he”. Tanti i gabbiani che si librano nel cielo di Portovenere (sentirne il richiamo la mattina presto è affascinante) e qualcuno tenta anche un contatto con l’uomo, come quell’astuto esemplare che accettava briciole di pane da una coppia di anziani seduti su una panchina vicino agli scogli.

Tante le suggestioni del luogo…

“Sempre il mare, uomo libero, amerai!
perché il mare è il tuo specchio; tu contempli
nell’infinito svolgersi dell’onda
l’anima tua”

(Charles Baudelaire, L’uomo e il mare)

Porticato accanto alla chiesa di San Pietro - Portovenere

Porticato accanto alla chiesa di San Pietro – Portovenere

Dedico questo post agli amici con cui ho condiviso le piacevoli visite a Portovenere, in particolare a mia sorella Margherita che è stata protagonista della più recente…

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