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Archive for the ‘Viaggiando’ Category

Vi si arriva salendo per una strada con un po’ di curve che si presenta come una balconata sulla costa della Balagne tra Ile Rousse e Calvi: Pigna è un paisolu corso che a prima vista sembra uguale agli altri, abbarbicato su un’altura e composto da tante case del colore della sabbia una stretta all’altra tra strette vie di acciottolato. Ma proprio come tutti gli altri borghi corsi, in particolare quelli della route des artisans, Pigna ha sviluppato una vocazione per l’artigianato oltre a essere segnalato come importante centro per la creazione e la diffusione della musica corsa ma non solo.

La storia racconta sia stata fondata nel tardo 800 da Consalvo, compagno del conte Colonna che fu mandato dal papa a liberare l’isola dai saraceni; all’inizio del XVIII secolo Pigna faceva parte della Pieve d’Aregno insieme ad altri quindici villaggi. Nel 1954 contava solo più 60 abitanti, ma il passaggio da comunità per lo più rurale a centro che punta su cultura e turismo (chiave che muove l’economia ) avviene negli anni ’60 e così nel 1974 il Comune ha ideato la formula Paese in festa, manifestazione che si ripresenta ogni anno il 13 luglio con un ricco cartellone di esecuzioni polifoniche, improvvisazioni teatrali e declamazioni di poesie. Grazie a questo percorso di valorizzazione, nel 2014 si contava un aumento di residenti ad oltre cento unità.

Passeggiando per i suoi viottoli è facile imbattersi nella bottega di un ceramista o in una casa con l’insegna “sala di registrazione”, in un cafè che prepara piatti corsi da gustare sotto la pergola di un giardino o nel laboratorio di una creatrice di carillon (scat’a musica). Da una piccola piazzetta lungo il percorso musicale si vede il mare mentre dall’anfiteatro, alzando un po’ lo sguardo al di sopra delle mura,  si scorge il convento di Corbara sull’altura di fronte. Da una finestra o da un cortile possono giungere le note di un violino o di un pianoforte, così la visita assume un sapore ancora più unico. Ogni volta che ci vado è come se il tempo rallentasse per darmi l’opportunità di soffermarmi sui dettagli: insegne in legno o ceramica che indicano le vie e i luoghi d’interesse, angoli con piante rampicanti, gatti sui balconi o sulle scale che amano farsi coccolare da chi passa, sedie di paglia accanto a una porta.

Spesso nei paesi della Balagne il giro termina nel punto in cui è iniziato, le strade che salgono poi girano attorno al borgo. A Pigna il punto di partenza e di arrivo è nella piazza davanti alla chiesa bianca con due torri campanarie, di fianco alla posta, dove c’è un cartello che vieta l’accesso con alcun mezzo a motore: Pigna è un paese “co2 free”, senza anidride carbonica, “per il piacere di abitanti e visitatori”.

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“Perché dobbiamo sempre essere reperibili e connessi? Si tende a voler essere sempre “in diretta” e sui social, eppure a me in vacanza piace staccare la connessione dati ogni tanto e lasciare andare a zonzo i pensieri senza legami con l’oltre dove sono e sapere di essere distante da ciò che in quel momento non fa parte della mia quotidianità. Godermi l’hic e il nunc senza intromissioni. Talvolta rischiamo di farci prendere dall’ansia di raccontare agli altri quanto ci divertiamo o rilassiamo, quanto sia bello il posto o chi abbiamo incontrato. Sì, lo faccio anche io, non lo nego (e dai miei profili si vede)…ma in vacanza amo ancor di più scrivere sui miei taccuini di viaggio unendo ciò che vedo a ciò che sento intimamente (è così: da anni scrivo diari, ognuno con un titolo che lo caratterizza). Mi soffermo sul paesaggio e penso che ci sono luoghi capaci di comunicare la bellezza in modo così diretto e sublime che non c’è foto capace di renderne veramente l’idea. Nasce così una piccola – e mai troppo scontata – riflessione, tirando ancora una volta in ballo il noto e caro Dostoevskij: lasciamoci interpellare dalla bellezza per restare connessi con noi stessi (la parte più profonda e personale) e con il mondo come ci si presenta”.

Ho scritto questo post in una calda domenica di agosto, dopo aver raccontato alcuni momenti del mio viaggio su una pagina di diario (una classica Moleskine nera, a questo giro), seduta sotto un gigantesco leccio nel centro di Calvi, in una piazzetta sterrata di fianco al mare di un blu che forse neppure un pittore saprebbe definire con un solo nome e di fronte alle possenti mura tinta sabbia della citadelle che reca la scritta “Semper fidelis”.

Nota bene: non aggiungo foto a queste poche righe, lascio a te lettore la capacità di immergerti con gli occhi della mente nella breve descrizione del paesaggio…

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Sono tornata per un weekend, in una cittadina sui monti piemontesi dove già cinque anni fa avevo trascorso una settimana per staccare la spina, da sola, una di quelle vacanze che restano memorabili per il gusto unico. Questa volta davvero un toccata e fuga, ancora da sola, e una conferma: ci sono luoghi che ci parlano più di altri anche per il modo in cui li viviamo. Forse la sicurezza del già provato (e già raccontato: qui), l’esser non distante trattandosi di un breve weekend, il desiderio di trovarsi in una località di montagna ma dal sapore vivo e caratteristico: tutto ciò mi ha fatto prender il treno un sabato mattina, neppure troppo presto (e se relax deve essere lasciamo anche l’auto a casa), con cambio veloce a Fossano e destinazione Limone Piemonte.

Mi sono portata due libri per farmi compagnia (un romanzo commedia di cui ho già visto il film almeno tre volte, così da valutare le differenze, e uno legato a un mistero e alla vita di un pittore: due storie diverse per poter scegliere in base al mood della vacanzina) ma ho letto poco perché mi sono lasciata distrarre osservando il paesaggio, facendo camminate e chiacchierando con una famiglia di compaesani incontrati per caso che mi hanno fatto scoprire il mondo degli appassionati della bicicletta ad alta quota. Io non ho pedalato ma ho seguito l’arrivo della corsa della Via del Sale: una gara ciclistica che si svolge su tre percorsi di chilometraggio differente. Mi sono persino trovata in mezzo a un raduno di auto d’epoca itinerante, dalle montagne a Nizza. Sono questi eventi di vita da paese che, secondo me, danno quel sapore festivo in più a un luogo per cui la vacanza (lunga o corta che sia) regala suggestioni oltre il paesaggio e ciò che fin da subito si ricerca.

E’ stato bello gironzolare per il paese scoprendo a ogni angolo un simpatico spaventapasseri con faccia gialla (colore che richiama il nome del centro), ripercorrere la strada romana, salire ai prati sopra le seggiovie e starsene seduta ad ammirare le vette un po’ velate da qualche nuvola, seguire sentieri camminare senza preoccuparsi della meta o dell’ora.

A ogni vacanza corrispondono anche scoperte culinarie e sapori che arricchiscono il nostro bagaglio esperienziale di cui si gode al ricordo (o forse sono solo io che lego i piatti ai luoghi visitati?) e io in questi promemoria sono brava. Quindi, ecco un abbinamento per me nuovo e gustoso, prosciutto di cervo con valerianella e albicocche alla Taverna degli Orsi (cena simpatica anche grazie al personale), e la stupenda marmellata di limoni servita a colazione al Piccolo Parco (non avevo dubbi sul voler tornare in questo hotel per il clima famigliare e la cura dei dettagli, ho sorriso vedendo più ricca la libreria per gli ospiti posta all’ingresso ed è stato piacevole chiacchierare con il titolare davanti a foto delle vette che circondano Limone).

Due giorni come una madeleine proustiana arricchita da incontri e nuove piccole esplorazioni, due giorni che non restano parentesi perché il viaggio ha un’eco che suggerisce idee e abbatte confini, sempre.

“Le persone non fanno i viaggi, sono i viaggi che fanno le persone”
John Steinbeck

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(Dal diario di viaggio in Corsica)

Vedere il sole sorgere sul mare regala un’emozione forte che fa percepire la grandezza della natura di fronte alle piccole cose, a ciò che è relativo e anche ai pensieri negativi; uno spettacolo così aiuta a comprendere meglio il significato della parola bellezza.

Ho visto il sole sorgere sul mare di Calvi nel viaggio di ritorno in Italia (la parola “casa” indica per me entrambi i luoghi citati, ha una valenza fortemente affettiva). Da un paio di anni prendo il treno per Bastia (le chemin de fer corse offre un ottimo servizio) e questo mi permette di godere del paesaggio, dal lungomare (la ferrovia corre dietro le spiagge) ai paeselli della costa fino a Ile Rousse e poi nuovamente su un tratto di costa orientale, dalle alte scogliere ricche di maquis alle verdi montagne dell’interno quasi del tutto disabitate… Il bello di un viaggio è dato non solo dalla meta stessa, quanto dal percorso per raggiungerla (ecco perché non so come giovani  viaggiatori con grandi zaini che si professano camminatori e amanti del paesaggio possano dormire con le cuffie nelle orecchie durante tutto il tragitto… la stanchezza, forse sarà stata lei ad avere la meglio).

C’è un unico binario. Quando si costeggia il mare noti infinite tonalità di blu, di azzurro e di bianco con le onde che si infrangono sugli scogli, poi il treno passa sui monti lungo foreste, sotto una piana dai colori più caldi dove ogni tanto scorgi greggi di pecore o rare casupole in pietra (forse abitate), di fronte altre verdi montagne e oltre, tra le cime, riesci ancora a puntare un triangolo di mare. Quale varietà in Corsica!

Tante le piccole stazioni in cui ci si ferma e di alcune viene da chiedersi il perché non notando il paese. Si tratta di edifici dai colori pastello (spesso rosa o tinta sabbia) e dall’aspetto di altri tempi, magari con accanto qualche albero fiorito. In direzione Novella il paesaggio si fa più brullo, caratterizzato da arbusti rossicci e solo raramente svetta qualche pianta nella parte che resta più in ombra e in basso torrenti in secca, ogni tanto qualche mucca affianca il treno. Poi a Ponteleccia (il nome richiama due elementi del centro abitato, il ponte e i lecci, molto presenti sull’isola), stazione di snodo nel cuore dell’heute Corse, i binari diventano tre per permettere il cambio a chi vuole andare verso Corte o Ajaccio. Qui torna a dominare il verde, delle coltivazioni e dei boschi. A Ponteleccia tanti scendono (sul treno sono rimasti con me solo un gruppo di tedeschi e alcuni corsi) e ripresa la via verso Bastia si vedono maggiori segni della presenza dell’uomo: la ferrovia corre lungo la strada, ci sono più case con giardino, paesi con stazioni a doppio binario e le coltivazioni sono più intense fino a che si raggiungono zone industrializzate ai confini della grande città portuale.

Il mio viaggio in treno è iniziato con il sole e terminato con qualche nuvola, sempre accompagnato dal vento profumato di quest’isola che entra nel cuore. I patiti della meteorologia possono deporre le armi, tanto il tempo cambia velocemente in Corsica: colpa del vento*. Di questo vento e dei suoi profumi mi inebrio e cerco di far scorta ogni volta. Corse, a la prochaine fois!

*colpa del vento… “è sempre colpa del vento”, direbbe la pittrice Vanna Spagnolo che ha così chiamato la sua galleria d’arte di Volterra e che vuole trasmettere energia positiva con le sue opere raffigurando la forza della natura, come in quel grande albero con una ricca chioma, sotto un cielo blu scuro squarciato da lame di luce e sopra un prato verde brillante, che ammiro ogni mattina quando mi alzo.

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La Corsica non è solo mare, è anche montagna. Anzi, il fascino di quest’isola è proprio l’unione tra i due elementi, così vicini e così intensamente definiti. Se già conoscete me o il mio blog non vi stupirà leggere un (altro) post sull’ile de beauté. Ogni volta che ci torno scopro qualcosa di più del suo carattere, nuovi scorci e paesoli, colori e profumi… ed è una gioia che desidero raccontare.

Visitando il sito naturale della forêt de Bonifatu mi è venuto in mente un verso dantesco, perché la zona montagnosa alle spalle di Calvi è proprio così: “aspra e selvaggia e forte”, che tuttavia non rinnova la paura come cantava il sommo bensì la meraviglia per la sua bellezza. Neppure mezzora d’auto e si raggiunge il cuore del parco, Bonifatu, da cui partono molte camminate. All’inizio della strada che attraversa il parco si sente ancora l’aria salmastra del mare e l’occhio plana su distese di pini marittimi, ma più si sale (la foresta va dai 300 metri ai 2.000 di altitudine) e più si vedono i pini larici tipici delle alture corse.

“I monti sono maestri muti e fanno discepoli silenziosi”
Johann Wolfgang Goethe

Ho fatto una camminata di circa due ore, un percorso ad anello definito semplice (boucle de Ficaghjola) che permette di ammirare il massiccio. Essere avvolti dal fresco del bosco nel primo tratto del sentiero, poi vedere la possenza e linearità di alcune rocce che passano dal giallo al nero e delle cime, attraversare letti di fiumi ormai asciutti per poi scoprire che all’improvviso tra i sassi riaffiora l’acqua e forma delle belle vasche naturali dove i camminatori possono sostare per un bagno, ancora seguire una pietraia dove si notano tracce del passaggio di alcuni cavalli…

Ho camminato e preso il sole sulle rocce, ho attraversato un ruscello e mi sono bagnata i piedi nell’acqua fresca di montagna (per me troppo fresca per concedermi un bagno); ho incontrato due coppie di Parigi con cui si è parlato di finti luoghi comuni legati alle nostre  rispettive nazionalità e una bella famiglia tedesca con quattro figli che risalivano il fiume alla ricerca di pesciolini (ce ne sono molti!). Spesso, in vacanza anche piccoli incontri casuali diventano fatti degni di menzione perché arricchiscono l’esperienza del viaggio.

Incantata, ho scattato diverse foto lungo il percorso, ma al termine della bella giornata ho percepito la consapevolezza (come spesso mi succede di fronte alla bellezza) che nessuna immagine è in grado di regalare le stesse forti emozioni del paesaggio dal vivo. Foto come ricordi, come voci di un brainstorming, come pezzi di un vissuto che si espande tra mente e cuore…

“Sulla montagna sentiamo la gioia di vivere,
la commozione di sentirsi buoni
e il sollievo di dimenticare le miserie terrene.
Tutto questo perché siamo più vicini al cielo”
Emilio Comici, alpinista

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Ha una lunga spiaggia di sabbia fine e una antica citadelle con mura difensive che domina il borgo di pescatori e il golfo, edifici di colori caldi e le spalle coperte dai monti ricchi di foreste, scogliere di maquis che si tuffano in un blu profondo e un vento frizzante che raramente l’abbandona. Ogni volta che torno in Corsica a Calvi scopro nuovi scorci e mi lascio trasportare da emozioni inedite che mi regala il paesaggio. Capoluogo della Balagne, la città vanta cittadini illustri come Cristoforo Colombo (conteso con l’Italia, per la verità) e aneddoti entrati nella storia (è qui che l’ammiraglio britannico Orazio Nelson perse l’occhio, cercando di conquistare la Corsica nel 1974). L’attenzione dei turisti sulla spiaggia è anche attirata dai paracadutisti della legione straniera (il Camp Raffalli è alle porte della città) che ogni tanto si lanciano per le esercitazioni. Calvi è una città in cui spesso si fermano anche artisti di strada (pittori, musicisti e giocolieri fanno la loro esibizione nella piazzetta o nei pressi del porto), ci sono mostre e concerti di musica corsa nella Citadelle e nei locali. Quest’anno l’ingresso e il muro del porto sono stati tappezzati di volti grazie all’artista JR e al suo Inside Out Project: chi voleva poteva farsi scattare una foto nel furgoncino che gira il mondo per il progetto, poi le gigantografie venivano subito stampate e appese; così mi sono messa in coda e ho partecipare anche io.

Salendo dietro la città al santuario di Notre Dame de la Serra si può ammirare l’intero golfo, spaziando con lo sguardo da Calvi a Lumio; scendendo, invece, si è di fronte a La Revellata. Tante le camminate che si possono fare nei dintorni di Calvi, ammirando scenari unici che mozzano il fiato che si incontrano anche viaggiando lungo la costa con “u trinighello”, un vecchio trenino che fa diverse tappe per arrivare fino a Ile Rousse fischiando per avvisare del proprio passaggio sull’unico binario tra la spiaggia e la pineta.

Alcuni anni fa mi sono innamorata di Calvi, o meglio… di tutta la Balagne (sul mio blog ne ho scritto qui). In modo quasi viscerale, crescendo nella curiosità e nel desiderio di conoscere sempre più la regione e tutta l’isola. La Corsica ha un sapore selvaggio, una forza e una bellezza che ammaliano; ci si deve arrendere al suo stile, non si può pensare di viverla restando ancorati a logiche e abitudini propri dell’Italia o del continente. Penso che questo valga per qualsiasi località, bisogna coglierne l’essenza e le tipicità, il carattere e l’anima, mettersi in ascolto della gente e della sua storia rispettandoli. I ritmi stessi di vita sono differenti e non solo perché si decide di andarci in vacanza…

Difficile riconoscere con chiarezza lo spirito e le origini di Calvi (e così di tutta l’isola): nei secoli è stata sotto il dominio dei francesi, degli inglesi per un paio di anni e degli italiani; la lingua corsa mantiene vivo l’eco dei legami con l’Italia e Genova, a cui è rimasta fedele dal 1284 fino alla metà del XVIII secolo e a cui si deve la scritta sulla porta di ingresso della citadelle “Civitas Calvi semper fidelis”. Diversi i periodi di indipendenza che l’hanno segnata e che oggi possiamo rileggere anche attraverso la presenza in quasi ogni paese della statua del patriota corso Pascal Paoli, che guidò un’insurrezione contro la Repubblica di Genova verso la metà del 1700. Quindi i genovesi la vendettero poi al re francese Luigi XV con il trattato di Versailles nel maggio 1768. Il desiderio di autonomia è forte ancora oggi, sebbene nel 1982 la Francia abbia riconosciuto alla Corsica uno statuto speciale per la Corsica.

Mi ritrovo nella parole di Stefano Tomassini quando nel libro Amor di Corsica edito da Feltrinelli racconta l’isola e il suo rapporto con essa (partito da studi sull’autonomismo corso) come in un viaggio, ammonendo chi pensa si tratti di una meta esotica : “Volevo che le scoperte geografiche precedessero quelle storiche. Cercavo anche spiagge e bagni di mare e ci misi niente a capire che lì avrei trovato più o meno tutto quello che cercavo”.

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La storia, quella che accomuna tutti (o molti), passa e si racconta anche attraverso piccoli gesti e cose di uso quotidiano. Non solo libri e opere d’arte, ma anche tazze e abiti, giochi e utensili.

Mi ricordo che da piccola era quasi un’avventura andare sul solaio nella casa dei nonni alla ricerca di qualcosa che poteva tornare utile: tutto assumeva un’aura di mistero e incanto, ancor più se era ricoperto da un bello strato di polvere resa luminosa dalla luce che filtrava dalla finestrella sul tetto. Oggetti che attraversavano il tempo e parlavano della famiglia.

Mi ricordo che durante gli anni della scuola media il professore di arte faceva restaurare a noi ragazzi dei vecchi pezzi in legno usati dai contadini a fine ‘800 o inizio ‘900: Riccardo Assom ci ha insegnato a trattarli con rispetto e a scoprirne le origini, a custodirli e tramandarne il significato. Il frutto di quel lavoro continuato per una decina di anni coinvolgendo allievi e famiglie è ora visibile in un museo di storia locale, il Museo di Cultura Popolare e Contadina di Villastellone, uno spazio che continua a crescere e a raccogliere testimonianze ma anche a ospitare mostre che zoomano su gente e oggetti di oggi mettendo così epoche e tempi a confronto.

Mi ricordo il mercatino di Calvi (Corsica), visitato a inizio agosto: un grande spiazzo appena fuori la città popolato di banchetti e teli da spiaggia ricoperti di cose di ogni genere, dalle scarpe ai vasi, dalle bambole ai libri, dai vestiti agli attrezzi. Occasionali venditori, alcuni bambini, cercavano di conquistare i turisti che si fermavano prima di andare in spiaggia. La storia quotidiana si intreccia con la storia del Paese nelle tazzine con il ritratto di Napoleone e nel giornale che riporta l’esposizione internazionale di Parigi, ma anche nel ricettario di piatti tipici locali e nelle cartoline d’epoca.

Mi ricordo la bellezza del mercatino dell’antiquariato di Sarzana in cui anche quest’anno ho gironzolato felice per una sera con un’amica (colpa sua se questo appuntamento è diventato quasi imperdibile per me): quanti libri e oggetti vintage e fin anche antichi! Un appuntamento che richiama specialmente i collezionisti.

Mi ricordo: è questo il titolo del romanzo di Paola Capriolo edito da Giunti che mi ha catturata per la sua intensità e per l’intreccio. Un titolo che, per la verità, mi ha subito rimandato a un esercizio di scrittura creativa fatto anni fa durante un corso tenuto da Giorgio Vasta. Ma questa è un’altra storia… Nel libro il lettore viaggia tra passato (quello degli anni ’30 e ’40 con la persecuzione degli ebrei) e contemporaneità seguendo fili che portano a rivelazioni e conferme. L’autrice ha disseminato nella narrazione espressioni che permettono di scendere nell’animo delle due protagoniste, Sonja e Adela, che si raccontano a capitoli alterni: l’azione, più che dai fatti, è data dal moto delle zone d’ombra e di luce che le caratterizza e scuote. “Sento il bisogno di un altrove così totale” scrive Adela, figlia di un medico ebreo che abita in una casa borghese, al Maestro illustre poeta con cui parla spesso di bellezza e poi di paura. Non stupisce quindi ritrovarsi a leggere la citazione tratta da L’idiota di Fiodor Dostoevskij: “Ma quale bellezza salverà il mondo?”. Anzi, tale frase inanella con maggiore determinazione il contesto e le considerazioni della giovane. Poi vi è Sonja, che lavora come badante di un vecchio malato proprio in una bella casa tanto ricca di passato: la donna deve fare i conti con domande che riaffiorano, dolori e ricordi dai quali non riesce a sottrarsi. Attraverso queste due figure l’autrice racconta una storia corale che diventa storia privata e personale tanto che, proprio quando i dettagli si allineano, passato e presente si fondono e giustificano vicendevolmente. Così, osservando la copertina del romanzo, alla fine della lettura quasi ci si chiede se quella donna tra le nubi stia precipitando o fluttuando mantenendosi a galla…

Mi ricordo

 

 

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