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Posts Tagged ‘lettura’

Da piccola, ogni tanto, la sera, mamma e papà mi portavano in biblioteca a Carignano: loro chiacchieravano con il bibliotecario mentre sceglievano le letture e io, comodamente seduta per terra tra gli scaffali, sfogliavo libri per bambini (i miei preferiti erano gli albi di Asterix e Obelix… ma questa è un’altra storia). Quando frequentavo il liceo, peregrinavo in diverse biblioteche della zona per riuscire a completare l’elenco delle letture estive e così è stato anche per gli esami universitari. Oggi continuo ad andarci con piacere per curiosare quali novità vengono acquistate (cartina tornasole dei gusti degli utenti), per scovare vecchie edizioni di classici e per seguire incontri con scrittori.

Ogni biblioteca parla del territorio in cui è inserita, dello sforzo di chi ci lavora e di chi vi è impegnato come volontario (una grande risorsa!), della bellezza di condividere e incentivare la passione per la lettura e della voglia di incontrarsi grazie ai libri.

In quest’ultimo mese, seguendo la bella rassegna Passaggio a Nord Ovest, mi son trovata a riflettere ancora una volta sulla ricchezza sociale e culturale che nasce dall’avere biblioteche tanto diverse inserite nella stessa rete territoriale. A fine maggio, infatti, è partito un progetto di 14 appuntamenti nelle altrettante biblioteche dello Sbam del Nord Ovest dell’Area Metropolitana Torinese.

Il ciclo di incontri organizzato da Dinoitre eventi con il contributo della Regione Piemonte mi ha portata in quattro Comuni (per gli altri ho passato il testimone a Giorgio Perona) e martedì 20 giugno mi farà approdare ad Alpignano per presentare Luca Bianchini con il suo Nessuno come noi edito da Mondadori.

A Druento sono entrata in una vecchia chiesa sconsacrata dove al posto dei banchi ci sono sedie verdi per gli incontri e nelle navate laterali scaffali con libri per adulti e ragazzi: qui, per parlare del libro di Margherita Giacobino Il prezzo del sogno (Mondadori), sono stata accolta da alcuni volontari che mi hanno illustrato l’evoluzione del loro gruppo di lettura. Per chiacchierare con Tiziano Fratus sul suo L’Italia è un giardino (Laterza) ho attraversato la campagna verde a nord di Torino avvicinandomi alle montagne delle Valli di Lanzo tanto da immaginare di andare in vacanza: La Cassa è un paesino la cui gente ama raccontare la storia del luogo e per gli incontri la biblioteca si trasferisce nel salone parrocchiale dove a far gli onori di casa vi è l’attento responsabile dei volontari. La biblioteca di Collegno, capofila dell’Area e del progetto, in cui ho presentato Giuseppe Culicchia con Essere Nanni Moretti (Mondadori) è una casetta al centro del Villaggio Leumann, quartiere operaio costruito alla fine dell’Ottocento e ora inserito nell’Ecomuseo sulla Cultura Materiale della Provincia di Torino: l’edificio in stile liberty all’interno è una moderna e accogliente biblioteca che all’anno registra circa 7.000 prestiti (brava la responsabile Noemi Turolla che traina con entusiasmo). A Venaria, per Emiliano Poddi con il suo Le vittorie imperfette edito da Feltrinelli (un libro che mi ha conquistata facendomi entrare nel mondo del basket), sono rimasta incuriosita e affascinata dal muro di parole e citazioni che conduce all’ingresso della biblioteca e dal murales con l’aereo e la rosa del Piccolo Principe su sfondo nero alle mie spalle: il bibliotecario, amante anche del teatro, ci ha raccontato dei numerosi eventi che animano i locali durante l’anno coinvolgendo le scuole.

L’esplorazione prosegue…

 

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Ogni festival letterario e ogni fiera ha un taglio particolare e qualcosa per cui si distingue al di là del tema. Il clima, soprattutto. pordenonelegge è una manifestazione che resta nel cuore! Una città a misura d’uomo con un bel centro storico si veste di giallo e nero per oltre una settimana: vetrine e mezzi di trasporto (persino le biciclette dei cittadini) hanno tutti qualche addobbo o scritta che richiama la “Festa del libro con gli autori”. In alcuni locali di Pordenone si trovano persino menù a tema. Al centro dell’attenzione però c’è molto di più: gli scrittori raccontano le proprie opere; le presentazioni si svolgono in antichi chiostri, auditorium, sale, cinema e anche nelle piazze. A vegliare sul buon svolgimento di ogni evento ci sono gli “Angeli”, giovani con magliette gialle che sul retro hanno disegnate delle ali: indirizzano il pubblico, danno informazioni, distribuiscono il materiale e riordinano gli spazi; sempre sorridenti e molti sono interessati a comprendere come funziona il mondo del libro perché vivono la lettura come una passione.

pordenonelegge 2014: (da sin) Noemi Cuffia, Gloria Ghioni, Michela Zin, Sara Bauducco

pordenonelegge 2014: (da sin) Noemi Cuffia, Gloria Ghioni, Michela Zin, Sara Bauducco

Ho partecipato a pordenonelegge lo scorso anno come giornalista e blogger: per quattro giorni ho seguito interessanti incontri con scrittori, chiacchierato con organizzatori, colleghi e amici, scambiato qualche battuta con i lettori, ascoltato le prove di un concerto, mangiato piatti tipici e visitato la città (sono persino salita in cima al campanile del duomo). Ho scoperto libri e gettato i semi per nuove idee e progetti. Tutto ciò ho raccontato sul blog (qui) e sui social. Quest’anno, invece, potendo solamente seguire gli eventi a distanza, ho deciso di dare spazio a chi ha le mani in pasta nell’organizzazione: ecco quindi l’intervista a Michela Zin, membro della Fondazione Pordenonelegge.it.

pordenonelegge significa letteratura e la città vive questa manifestazione non solo nei luoghi d’incontro con gli autori, ma anche per le strade che si tingono di giallo. C’è un motivo per questo colore e come viene scelto il logo di anno in anno?

La scelta del giallo e nero risale al 2000, anno in cui nacque pordenonelegge. Fu una proposta di chi ci aiutò nell’avvio della prima edizione e, a dire il vero, all’inizio non ci entusiasmava. Con gli anni però abbiamo apprezzato la solarità del giallo e il legame ai caratteri di stampa del nero. Ora questi due colori caratterizzano così tanto pordenonelegge e sono entrati con così tanta forza nell’immaginario collettivo che sarebbe difficile pensare di farne a meno. E la nostra città quando si colora di giallo e nero, è bellissima! La scelta dell’immagine è merito del nostro studio grafico (DM+B & Associati) in particolare di Patrizio De Mattio che da sempre ci sorprende per le sue originali proposte. Anche quando non sembra esserci nessun aggancio evidente alla manifestazione, se non magari il solo richiamo a uno dei due colori, siamo i primi a stupirci per il celato legame. Inoltre, a noi piace molto che anche il nostro pubblico si costruisca un perché, si senta libero di vivere il proprio pordenonelegge fin da quando facciamo uscire l’immagine di quell’edizione.

Gli angeli di pordenonelegge sono una risorsa importante dal punto di vista organizzativo e una presenza che concretizza il significato dell’accoglienza. Ognuno con un compito ben preciso. Può essere un modello esportabile per altre manifestazioni?

Gli angeli sono il nostro orgoglio. Soprattutto perché si criticano sempre le nuove generazioni accusandole di essere poco coinvolte nelle attività pubbliche o nel sociale. Invece i nostri ragazzi sono una bellissima eccezione. Il ricorso ai giovani é sicuramente un modello già utilizzato da molti altri festival anche se credo che la nostra impostazione non abbia uguali. Diamo loro regole precise e una formazione puntuale ma vogliamo anche che comprendano di essere un tassello fondamentale di quel meraviglioso puzzle che è pordenonelegge. Il risultato è che loro si sentono responsabilizzati e noi soddisfatti di quel che fanno per noi. Motivarli, responsabilizzarli e gratificarli credo siano i nostri punti di forza.

Cosa ha significato la partecipazione di pordenonelegge al Salone del Libro di Torino quest’anno?

Abbiamo proposto agli organizzatori di occuparci della poesia portando nel nostro stand quanto, con Librerie Coop, avevamo creato a pordenonelegge nel 2014. E abbiamo proposto molti incontri su questo tema. È stato un successo, anche più del previsto. Questo ci ha permesso di stringere ancor più le relazioni con la Fondazione che cura il Salone del Libro e ritagliarci un momento di grande visibilità a livello internazionale. Del resto, il tema della poesia è uno di quelli su cui stiamo lavorando già da alcuni anni e che ha dato vita, per esempio, al censimento dei poeti italiani under 40 e alla pubblicazione di volumi ed ebook con le raccolte di alcuni di questi giovani.

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Il logo dell’edizione 2015, che si svolge dal 16 al 20 settembre, è simpatico e “gustoso”: una serie di girelle di liquirizia. Nomi illustri nel programma che è inaugurato da Daniel Pennac con il suo nuovo libro L’amico scrittore (Feltrinelli): da Marcelo Figueras a David Leavitt, da Nicola Lagioia a Antonia Arslan…

Quali sono i punti di forza e le peculiarità dell’edizione 2015?

Il programma realizzato dal Comitato artistico – guidato da Gian Mario Villalta con Alberto Garlini e Valentina Gasparet – è anche quest’anno di altissimo profilo. Difficile sottolinearne i punti forza per me che l’ho visto nascere di giorno in giorno. Credo che anche quest’anno ci sia una grande attenzione a proporre ospiti e temi non banali, a creare dialoghi inusuali, a stuzzicare nuovi percorsi o punti di vista innovativi. Ecco, credo che da sempre pordenonelegge si distingua per questo, per essere un festival originale. E se poi vogliamo riprendere quanto sottolineato dai curatori nella presentazione del programma, l’edizione di pordenonelegge 2015 si caratterizza per un esame attento delle parole “crisi” e “futuro”, indissolubilmente legate tra loro ma con un interessante strumento per approfondirne conseguenze, prospettive e attese: il libro.

pordenonelegge vive anche durante l’anno , oltre il periodo della rassegna, per valorizzare il rapporto tra cultura e territorio attraverso gite in luoghi letterari, incontri e concorsi. Avete già pensato a cosa attuare tra 2015 e 2016?   

Da quando è nata la Fondazione effettivamente abbiamo messo ordine alle molte iniziative che già realizzavamo e ne abbiamo proposte di nuove. L’idea è quella di diventare una sorta di agenzia culturale a disposizione del territorio. Ad esempio per i prossimi mesi abbiamo proposto il corso “Tradurre la narrativa” perché sappiamo bene quanto sia importante il lavoro “artigianale” che deve fare un traduttore. Torneranno sicuramente le nostre visite sul territorio in compagnia di autori che hanno avuto un grandissimo successo e, dopo il pordenonese, passeremo a esplorare nuove aree. Non mancheranno poi le nostre pubblicazioni, altri percorsi di scrittura creativa, collaborazioni in regione, fuori regione e anche con altri festival internazionali con i quali stiamo scrivendo un progetto europeo. Il marchio pordenonelegge, insomma si diffonderà nell’arco di tutto l’anno.

Quali incontri seguirai dell’edizione 2015?

Come ormai accade fin dalla prima edizione, purtroppo nessuno! Nonostante per un anno intero, si lavori intorno a quell’incontro o a quell’ospite, quando é l’ora di vederlo sul palco, per noi dell’organizzazione e per i curatori é tempo di correre in un altro luogo, rispondere a una necessità del momento, risolvere qualche imprevisto. O forse potrei anche rispondere tantissimi, perché nel mio correre da un angolo all’altro della città per vedere che tutto stia andando come abbiamo programmato, ho sempre la fortuna di avere una visione speciale, arrivando proprio in prossimità del palco. Giusto in tempo per carpire qualche battuta, scambiare uno sguardo con i curatori o con gli angeli per verificare che tutto sia ok ed è già tempo di rispondere al telefono o correre da un’altra parte. È comunque un privilegio per noi poter entrare in contatto con questi ospiti illustri per tutta la fase preparatoria. E un loro passaggio in segreteria per un saluto durante le giornate o una mail di ringraziamento post festival ci gratifica di tutto il lavoro fatto.

 

 

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La passione per la lettura è un atteggiamento non esclusivo: si leggono i propri libri, ma tanto più si è lettori forti quanto più si è portati anche a “sbirciare” i libri degli altri. Ogni libro può essere motivo di condivisione e di conoscenza. Poi, aggiungiamo un pizzico di deformazione professionale e in me fa capolino anche la naturale curiosità di sondare gusti e tendenze. Questo, succede nella propria città così come in vacanza.

C’è un luogo che amo e considero casa (nel senso più ampio) e vacanza (il mio buen retiro), allo stesso tempo: Calvi e la Balagne, in Corsica. Chi segue Inchiostro Indelebile ormai conosce la cittadina e la sua regione perché ne ho già parlato (qui). Anche qui il vissuto si intreccia con il gusto per la lettura.
Primo appuntamento mattutino con il quotidiano Corse Matin per restare aggiornati su cronaca locale e iniziative dell’isola: ad esempio, come quest’anno, il piacere di leggere sul posto la notizia del ritrovamento di un quadro di Picasso su una imbarcazione a Calvi, di scoprire artisti e artigiani corsi che lavorano per valorizzare le risorse del territorio, di apprendere fatti che coinvolgono il tessuto sociale nel quale ti immergi per un periodo e semplicemente la voglia di entrare ancor meglio nella realtà che ti circonda.

Immancabili, ovviamente, i libri: me ne sono portata solamente due, ben sapendo che sarei andata a far un giro nelle librerie della zona. Parlano di storia (quella con la lettera maiuscola) che si intreccia con storie di amore (inseguite e trovate, perse e riallacciate), persone che cadono e si rialzano e sognano e progettano. Purgatorio di Tomas Eloy Martinez (edito da Sur), romanzo coinvolgente che ben rappresenta i toni della letteratura sudamericana, spinge il lettore sul filo del surreale permettendogli di incontrare passato, presente e futuro in un unico anello narrativo. Si cammina al fianco di Emilia che vuole ritrovare il marito Simon scomparso trent’anni prima in seguito all’arresto da parte del regime dittatoriale; si ripercorrono i suoi ricordi, si conoscono i punti bui da cui cerca di evadere e quelli di luce a cui mira che conducono inevitabilmente a Simon. Quando nella mente di Emilia tutti i punti della sua storia sembrano riannodati, nell’animo del lettore regna ancora il desiderio di sondare e fare chiarezza: “La vera identità delle persone sono i ricordi”.
Ho iniziato a leggere Canto della tempesta che verrà dello scrittore svedese Peter Froberg Idling (edito da Iperborea) proprio sulla spiaggia, in una giornata in cui il cielo sembrava ammiccare al titolo del libro. Clima suggestivo. Lettura affascinante fin dalla prima pagina per lo stile del linguaggio e l’architettura: tre sezioni, una per ogni protagonista del triangolo (il giovane idealista Sar, l’ambizioso Sary e l’affascinante Somaly), raccontate da una voce esterna che pare più vicina al primo. La Cambogia del 1955 reduce dal dominio francese è lo scenario in cui amore e potere duellano per contendersi la supremazia sulla sorte dei tre. Un libro intrigante e riflessivo. Una citazione riecheggia: “E’ il silenzio che libera la parola (…) Ma se nessuno ascolta, qual è il valore della parola?”.

I miei avvistamenti librari? Sulle spiagge ho notato molti romanzi in lingua francese di Mary Higgins Clark e di Guillaume Musso (in Italia pubblicati da Sperling & Kupfer), di Marc Levy (In Italia con Rizzoli) e alcuni di Jean – Marc Souvira e di Paula Hawkins. E’ sbarcato con furore in Corsica anche l’ultimo capitolo delle sfumature di grigio e su diversi scaffali campeggiano i libri della canadese e Premio Nobel Alice Munro.

Dai miei tour nelle librerie, sono riemersa con due libri che profumano di storia, letteratura e Corsica (amo tornare a casa da ogni viaggio con pagine che possono poi, in qualche modo, ricondurmi in quel luogo).

libri Corsica 2015

Non siamo sempre noi a cercare libri, a volte sono loro a chiamarci e a farsi trovare. Così è stato sul traghetto per l’Italia, tratta Bastia – Livorno: accanto a un tavolino con vista mare, ho conosciuto due ragazzi emiliani, Iacopo e Gloria: dal loro zaino, oltre a una cartina dell’isola su cui abbiamo ripercorso le rispettive vacanze, è uscito Il maestro e Margherita di Michail Bulgakov che stavano leggendo insieme. E poi a parlare ancora di musica (Iacopo è pianista e compositore e suona nel gruppo jazz Twins Quintet) e suggestioni culinarie (dai formaggi corsi al miele), di studi (da medicina a comunicazione) e di progetti. Che bella la naturalezza che caratterizza gli incontri che vanno oltre i luoghi comuni e arricchiscono lo scambio! Prima di salutarsi e scendere a terra, Iacopo mi regala ancora un consiglio di lettura: Storie impreviste di Roald Dahl (edito da Tea). Ecco quindi svelata quale sarà una delle mie prossime letture.

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atlante immaginarioAtlante immaginario è un libro che conquista il lettore, accompagnandolo alla scoperta di un universo in cui i confini di spazio e tempo si sciolgono lungo sentieri indicati da grandi autori come Omero, Calvino, Kafka e tanti altri. Questa lettura è stata davvero un lieto incontro che ha lasciato il segno! Lo scrittore Giuseppe Lupo, docente di letteratura italiana contemporanea all’università Cattolica di Milano e Brescia, è riuscito a fondere sapientemente stile narrativo e saggistico per dare vita a riflessioni che si muovono tra quotidianità e passione per la lettura, ricordi e sogni, considerazioni storiche e osservazioni geografiche: i pensieri respirano, la fantasia vola, il passato è accolto con nuove valenze. Edito da Marsilio, Atlante immaginario, raccoglie cinquanta capitoli che provengono dall’omonima rubrica domenicale pubblicata su Avvenire dal settembre 2012 al luglio 2013: “Ho sempre pensato che questi scritti potessero diventare un libro quindi non ho modificato impostazione o ordine, ma solo apportato piccole variazioni o integrazioni” spiega Lupo.

La scrittura è sempre trasfigurazione della realtà” ha commentato la scrittrice Paola Mastrocola introducendo il libro di Lupo al Circolo dei Lettori di Torino insieme al critico letterario Sergio Pent, che ha definito l’autore “uno dei più grandi conoscitori della letteratura industriale”. Lupo, che si definisce “un geografo mancato” e innamorato del racconto Le mille e una notte, afferma la supremazia delle storie nel senso più ampio del termine: “Se non ci fossero cosa sarebbe il mondo e cosa gli darebbe gusto? Muoiono i popoli ma non le loro storie. Bisogna profetizzare la storia per costruire il mondo. Gli scrittori non devono raccontare la cronaca”.

Sergio Pent - Giuseppe Lupo - Paola Mastrocola (Circolo dei Lettori, Torino)

Sergio Pent – Giuseppe Lupo – Paola Mastrocola (Circolo dei Lettori, Torino, 17 novembre 2014)

Intervista a Giuseppe Lupo

Quali sono gli strumenti necessari per costruirsi un “atlante immaginario” e come si inizia la sua realizzazione? 

Prima di tutto credo sia necessario avere immaginazione, tanta non poca, e anche curiosità. A volte conoscere una geografia significa anche inventarsela, portarla alla superficie da quel limbo sotterraneo dove si trova fino al momento della scrittura. Per realizzarla basta un po’ di azzardo. I mondi occorre inventarli nei libri se vogliamo che poi si realizzino.

Quale è il libro che ti ha permesso di viaggiare maggiormente con la fantasia e perché?

Non ce n’è solo uno, almeno quattro: l’Odissea, l’Orlando furioso, il Don Chisciotte e Cent’anni di solitudine. I motivi sono anche qui tanti: sono poemi-romanzi che inventano geografie, oltre che descriverle.

Cosa significa “futuro” per uno scrittore che ama viaggiare (realmente e in senso figurato) e quale città italiana sceglieresti per ambientare un romanzo nel futuro?

Non sono un gran viaggiatore nel senso classico del termine, non mi muovo tanto da casa se non per lavoro. Questo forse mi permette di pensare a viaggi che non farò mai, ma che vorrei fare. Una città in cui mi piacerebbe ambientare un romanzo è Venezia, la più atipica delle città italiane, una città che solo i poeti o i visionari potevano costruire. In parte era già presente nel mio ultimi romanzo, Viaggiatori di nuvole (Marsilio).

Secondo te è possibile scrivere un romanzo che risulti “nuovo” o inevitabilmente bisogna fare i conti con universali e topoi letterari che nascono dall’animo umano?

L’idea è affascinante e antichissima. Ogni scrittore, agli inizi della sua storia, crede di inventare qualcosa di unico, qualcosa che nessuno mai avrebbe scritto. Poi non sempre questa fortuna accade. Anzi, ogni scrittore non può non cimentarsi con quella che si chiama tradizione. Ogni cosa che facciamo ci somiglia ed è figlia di ciò che ci è arrivato dal tempo di ieri. L’importante credo sia distinguere se stessi e la propria voce dalle voce precedenti. Per quanto mi riguarda, ogni mio romanzo cerca di battere strade poco frequentate. Ne sto completando uno che aspira ad avere caratteri di originalità o, come scrivono alcuni miei recensori, di inattualità.

Mi ha molto incuriosito il capitolo in cui racconti di avere due scrivanie, una per lavorare a testi di saggistica e una per dedicarti ai romanzi. Questi due generi, che tu definisci “geografie diverse” e “due alfabeti”, possono incontrarsi in qualche modo?

Cerco di non far passare le carte da una scrivania all’altra, ma non sempre ci riesco. È chiaro che quando scrivo di narrativa ragiono da narratore (e peraltro anche sfrenato nella fantasia), quando scrivo di saggistica ragiono guardando le questioni da un’altra prospettiva. Poi a volte le carte, prima che sulle scrivanie attraversate dal vento, si mescolano dentro la mia testa.

Spesso nel libro fai riferimento alla tua Lucania, offrendo percorsi geografici e culturali propri della regione. Quale importanza hanno secondo te le origini nella formazione e nella crescita umana e “spirituale” di una persona?

La geografia a cui ciascuno di noi appartiene e in cui poggiano i nostri piedi è come la terra in cui affondano le radici degli alberi. Non credo che tutto sia giocato nei primi anni della nostra vita, come pensava Pavese, però – certo – molto del futuro viene disegnato nel tempi dell’infanzia, che è anche il tempo della memoria.

Nel libro parli di scrittori da pianura e da montagna, a seconda del loro modo di approcciarsi alla scrittura, riportando anche qualche esempio. Pensi quindi che vi corrispondano lettori da pianura e lettori da montagna?

In un certo senso sì. Come esistono scrittori abituati a scalare o a passeggiare sul piano (in questo sta la differenza tra romanzieri e autori di racconti), forse esistono lettori che amano le passeggiate su terreni pianeggianti, amano l’orizzontalità o il narrare breve, e ce ne possono essere altri che prediligono la verticalità, la vetta delle Alpi.

“I libri navigano davvero a cavallo delle onde e gli editori stanno in allerta, pronti a calare le reti”: come è cominciata la tua esperienza nel mondo editoriale e cosa secondo te determina un buon libro (quindi, una buona pesca per l’editore)?  

Ho avuto la fortuna di incontrare Raffaele Croci, il quale, oltre che essere un importante scrittore e intellettuale, è stato anche un talent scout. Lui mi ha “allevato” con grande attenzione e cura, mi ha seguito come deve fare un maestro, mi ha introdotto nel mondo editoriale. Grazie ai suoi consigli, ho infilato le mie carte in una bottiglia e l’ho buttata in mare. La fortuna, il caso, il destino, il vento hanno soffiato nella direzione di Venezia, dove il mio editore passeggiava sulle rive del mare ad attendere messaggi in bottiglia. L’ha raccolta e l’ha assaggiata, come si fa con il vino. L’immagine me l’ha data proprio lui, Cesare De Michelis, in una conferenza che gli sentii pronunziare una quindicina di anni fa. Per questo motivo il romanzo Viaggiatore di nuvole l’ho dedicato a lui, “che aspetta messaggi in bottiglia sulle rive di Venezia”.

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Non-fate-troppi-pettegolezziDal parco del Valentino all’hotel Roma, da Superga alle vie del centro: lo scrittore Demetrio Paolin conosce bene la città di Torino e ha voluto raccontarla attraverso quattro grandi autori che l’hanno abitata e amata, in modo diverso ma intenso. Non fate troppi pettegolezzi, edito da LiberAria, è un agile e piacevole saggio che ripercorre i punti salienti della vita e il pensiero letterario di Emilio Salgari, Cesare Pavese, Primo Levi e Franco Lucentini offrendo al lettore anche note citazioni che ben si incastonano nell’architettura del libro. Paolin segue le orme di questi scrittori e nel capoluogo piemontese dei giorni d’oggi ricerca i personaggi delle loro opere: “Questo squarcio è così torinese che ancora adesso quando cammino le vie intorno alla stazione, cerco Deola”, parlando di I pensieri di Deola di Cesare Pavese; si affeziona ai luoghi che sono entrati nella quotidianità dei quattro “maestri”: “Tutte le volte che ci passo penso alla lirica scritta da Levi per l’albero che ogni giorno vedeva davanti al suo portone e che stava lì ad aspettarlo, quando lo scrittore usciva per andare a lavorare o quando rincasava dopo otto ore di fabbrica. Ci sono volte, quando la notte si popola di incubi o di cattivi presagi, che con la bici vengo fin qui e mi appoggio a quell’ippocastano e guardo il portone”. Il titolo del volume riprende un appunto lasciato da Cesare Pavese sui Dialoghi con Leucò nella stanza d’albergo in cui decise di togliersi la vita, “Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi”, e Paolin puntualizza che “la conoscenza dei particolari è pettegolezzo”. Così, nel suo libro non abitano morbosità o idealizzazione, ma solo passione letteraria e il desiderio di ricercare ciò che ha dato slancio all’intuizione e alle parole dei quattro, la voglia di ripercorrere un cammino intellettuale e di analizzare la scrittura oltre la critica già letta, in un’ottica di “paesaggio quotidiano”.

demetrio paolin

L’idea di scrivere questo libro è venuta leggendo o passeggiando per la città della Mole?

L’idea del libro è nata chiacchierando e passeggiando con Alessandra Minervini, la mia editor. Ovviamente camminavamo per Torino parlando di libri letti, e sulla strana relazione che c’era tra quei libri, i suoi autori e la città che li aveva visti vivere e morire. I miei libri nascono, quasi sempre,  passeggiando per la città, mi serve camminare e stare in mezzo alle persone. Noto qualche tic, qualche strano comportamento e lo memorizzo. Di colpo poi ho chiara la storia che voglio dire e così incomincio a scriverla. Per Nftp la cosa è stata simile e quindi ho voluto scrivere un libro che fosse in fieri; pagine dentro le quali il lettore sentisse come le idee e le interpretazioni e le immagini nascessero in quel preciso istante. Volevo scrivere un libro che sembrasse “spontaneo” e che rendesse minimamente visibile il labor della scrittura.

Quale è il luogo letterariamente più suggestivo di Torino per te, e perché?

L’intera città ha per me un fascino irresistibile. Ho scritto un racconto, pubblicato nel libro La seconda persona (Transeuropa), intitolato Fabbrica che narra la “circumnavigazione” in bicicletta di Mirafiori. Questo per dire che ai miei occhi ogni luogo di Torino può diventare suggestivo, anche se il luogo che più volte mi ha colpito, ma del quale ancora non sono riuscito a scrivere nulla, è la chiesa della Consolata.

I luoghi si trasformano nel tempo, assorbono anche le energie e il clima del contesto urbano e paesaggistico che li circonda, eppure quelli che racconti nel libro riescono a mantenere inalterato il proprio fascino e a proteggere la propria storia. Quanto contano vita, fama e opere di chi li ha abitati?

Ti confesso che a me piace molto andare a vedere le case degli scrittori, è una piccola ossessione o mania se vogliamo. Se vado in una città e in quella città ha vissuto uno scrittore che ho amato, io devo andare a vedere la casa, oppure devo andare a prendere il caffè dove lui lo prendeva e se posso vado a visitarne la tomba. È in mio modo, per citare il Foscolo dei Sepolcri, di abbracciare le urne dei forti. Nella mia testa io cerco quindi di ritrovare intatto lo spirito di chi ci ha abitato. La cosa bella dei luoghi, delle case, dei quartieri, delle città è che esse hanno memoria, tengono dentro di sé millesimate le esperienze di tutti: basta stare lì e ascoltare.

C’è un qualcosa per cui ti senti accomunato ai quattro autori di cui parli nel volume?

Il primo legame è la responsabilità. Mi sembra che sia un tema comune a tutti e quattro gli scrittori, studiati in NFTP. Loro si sentono responsabili delle parole che scrivono. In un tempo in cui la parola scritta è inflazionata, la loro cura e il loro tormento su quello che scrivono e su come lo scrivono mi sembra una cosa importante e da sottolineare. C’è poi il tema della vergogna e dell’impostura che me li fa sentire vicini. Spesso e volentieri anche io non mi sono sentito a mio agio rispetto alle cose che la vita mi ha condotto a fare. In me rivive un po’ la vergogna del contadino inurbato, quello che vedeva nella città un luogo fantastico da cui era essenzialmente separato. Credo che questa separazione sia il grado zero della vergogna, questo non sentirsi a proprio agio in nessun luogo.

Cosa è la scrittura per te? Hai già idee per un prossimo libro?

La scrittura per me è una prassi. È un modo per fare sì che le immaginazioni che ho nella testa trovino un luogo per esserci. Quando le immaginazioni finiranno anche questa prassi finirà. Per ora sto lavorando su alcune storie e ancora molto complicato da dire cosa ne verrà fuori, ma qualcosa di nuovo nascerà.

Quale è il libro che più ti ha segnato come lettore e che ancora ti accompagna?

Il libro che mi ha segnato di più è sicuramente la Bibbia, letto da bambino e da giovane, è ancora adesso fonte per me di profonde riflessioni. È la Bibbia che ha formato il mio immaginario, la mia visione del mondo; sono le scritture sacre quelle con le quali mi confronto maggiormente.

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La storia di un traduttore che riscopre il suo essere scrittore, un uomo che cerca di “risorgere” da un presente professionalmente difficile; ma anche la storia di un’amicizia e di amori romantici, passionali e disincantati: tutto questo caratterizza l’intreccio di Il superlativo di amare, romanzo di Sergio Garufi edito da Ponte alle Grazie che ho il piacere di presentare al festival TreQuarti di Weekend a Pavia sabato 11 ottobre alle 10,30.

“I libri emanano un odore ma si impregnano anche dell’odore di chi li legge”
(Sergio Garufi, Il superlativo di amare)

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Per giocare con la lingua occorre conoscerla. Di sicuro lo sa bene lo scrittore messicano Oscar de la Borbolla che ha scritto Las vocales malditas e lo sa bene anche Raul Schenardi che ha tradotto il suo libro in italiano per Edizioni Arcoiris. Un entusiasmante volumetto che racchiude cinque racconti definiti lipogrammi multipli monovocalici: in ognuno, cioè, vengono omesse quattro vocali ed è quindi scritto utilizzando parole con la stessa vocale. Per gustare meglio la lettura, a chi ancora non si è imbattuto in tali “esercizi di stile” (impossibile non richiamare a questo punto l’opera di Raymond Queneau), consiglio di immergersi prima nella nota del traduttore posta in appendice.

vocali maledette - cover

Devo ammettere, da addetta ai lavori così come da appassionata lettrice, che spesso al traduttore non viene attribuita la giusta attenzione, eppure senza di lui non si avrebbe il piacere di leggere opere di autori stranieri a maggior ragione se ha dato vita a una buona resa. Nel caso di Le vocali maledette il traduttore pare trasformarsi quasi nell’alter ego dello scrittore: deve fare i conti con le regole dettate dai lipogrammi tenendo conto della coerenza del racconto e allo stesso tempo andare a scandagliare struttura e lessico della lingua di arrivo oltre il naturale e l’ovvio. Schenardi cita Paul Valéry: “Le costrizioni, regole esteriori arbitrarie, obbligano a trovare relazioni e combinazioni situate fuori dal terreno spirituale creato dal bisogno immediato”. Nella nota è bello e interessante leggere come il traduttore si è posto nei confronti del lavoro e quali scelte ha dovuto compiere ampliando il concetto di traduzione: Las vocales malditas è stata una sfida anche per lui, a mio parere superata con ottimi risultati.

L’ordine dei racconti segue quello delle vocali: a, e, i, o, u. Nel primo si parla di Abraham che amava Sara e di costei che va da Baltasar: una lettura piana, talvolta cantilenante, in cui è protagonista la passione che fa quasi uno sberleffo. Il secondo, più breve, appaga la sonorità vocalica ed è caratterizzato da un buon grado di humor nero. “Il bikini di Mimi”, il cui tema chiave è la seduzione, ha toni sferzanti e divertiti (divertenti) accentuati dalle numerose espressioni onomatopeiche; nel quarto racconto, “Cosmo non ortodosso”, si incontrano toni più cupi assecondati dall’uso della vocale “o” e di una forte aggettivazione. Infine, leggendo l’ultimo racconto, “Un guru vudù”, il lettore non può che abbandonarsi alla logica del lipogramma che in questo caso trasforma tutte le vocali in u esaltando il gioco lessicale.

Un libro che consiglio a chi ama la lingua e a chi vuole scoprirne le risorse, a chi vuole giocare con le parole e a chi desidera, semplicemente, godere della lettura.

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