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Portovenere. Il nome già tradisce la bellezza del luogo, ma nulla rivela delle suggestioni letterarie che emana e racconta anche a chi di letteratura poco conosce. Un paese sulla costa spezzina, sulla sponda occidentale del Golfo dei Poeti (non per nulla!), inserito tra i patrimoni dell’umanità dell’Unesco con le Cinque Terre e le isole Palmaria, Tino e Tinetto. La prima volta che ci sono stata era una sera d’autunno e ho visto il tramonto, fugace e tiepido, con il mare che si scuriva e le luci del borgo che si accendevano. Poi ci sono tornata, alcune settimane fa, e ho assaporato altre sfumature di colori e sussurri delle onde, profumi e eco di poesia.

Portovenere

Ho un piccolo rituale vacanziero che anche questa volta non ho mancato: scattare una foto dalla stanza in cui alloggio. La mia “camera con vista”. Non si tratta solo di riprendere la bellezza del paesaggio, ma di portarsi a casa (prima ancora nella mente e nel cuore) un particolare punto di osservazione, attorno a cui ruota la vacanza, breve o lunga che sia.

Vista da una camera dell'Hotel Belvedere di Portovenere

Vista da una camera dell’Hotel Belvedere di Portovenere

Portovenere è legato al nome di Lord Byron, poeta inglese che vi soggiornò nel 1822 e “ardito nuotatore che sfidò le onde del mare” arrivando fino a San Terenzo vicino a Lerici (pare per andare a trovare i coniugi Shelley). Sugli scogli a destra della chiesa di San Pietro c’è una grotta a lui dedicata e una targa ricorda sua impresa. Grande l’amore di Byron per il mare, tanto da farne il protagonista del poema “Il Corsaro”, scritto però nel 1814; lo descrive con intensità e tratteggiando tonalità profonde: “Sulle serene onde del mar azzurro cupo”. Un sentire tipico del Romanticismo, quando parlare di mare significava evocare libertà di pensiero e passioni.

Come Mrs Ramsay in Gita al faro di Virginia Woolf, non ho potuto trattenermi dall’esclamare “Oh, how beautiful!” durante la mia gita in battello per visitare l’arcipelago… e un piccolo faro l’ho anche avvistato. Rapita dalle infinite tonalità di blu e dalla nitidezza del cielo mi è tornata alla mente una citazione della scrittrice inglese (che io tanto amo, ormai si sarà capito): “Ogni onda del mare ha una luce differente, proprio come la bellezza di chi amiamo”.

Sarebbe troppo scontato collegare l’immagine di quel gabbiano che si è fermato sul muretto, accanto alle scalinate che portano alla Grotta Byron, solo al famoso pennuto Jonathan Livingston, sebbene quel nome sia stato il primo a balenarmi in mente (chi non avesse ancora letto il racconto di Richard Bach, se lo gusti: l’estate è il tempo adatto). Poco dopo, durante il giro in battello, ho ricordato i primi versi del poema “The seagull” di Mary Howitt: “Oh the white seagull, the wild seagull, a joyful bird is he”. Tanti i gabbiani che si librano nel cielo di Portovenere (sentirne il richiamo la mattina presto è affascinante) e qualcuno tenta anche un contatto con l’uomo, come quell’astuto esemplare che accettava briciole di pane da una coppia di anziani seduti su una panchina vicino agli scogli.

Tante le suggestioni del luogo…

“Sempre il mare, uomo libero, amerai!
perché il mare è il tuo specchio; tu contempli
nell’infinito svolgersi dell’onda
l’anima tua”

(Charles Baudelaire, L’uomo e il mare)

Porticato accanto alla chiesa di San Pietro - Portovenere

Porticato accanto alla chiesa di San Pietro – Portovenere

Dedico questo post agli amici con cui ho condiviso le piacevoli visite a Portovenere, in particolare a mia sorella Margherita che è stata protagonista della più recente…

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Paesaggio e natura parlano attraverso la forza e i colori, gli effetti che scatenano intorno e nell’animo dell’uomo. Così fa il mare con le sue onde che lambiscono dolcemente il bagnasciuga ed altre che si infrangono vivacemente sugli scogli, con le onde che arrivano inaspettate fin sulla spiaggia e con quelle che regalano conchiglie, pietre multicolori e legni levigati… Tralasciamo per una volta quelle immagini catastrofiche che ci arrivano dalla cronaca o quelle meno poetiche in cui si legge forte il comportamento negligente dell’uomo verso l’ambiente…

Concentriamoci sul mare come luogo dove lasciar andare liberi i pensieri. Le vacanze possono essere occasione privilegiata per abbandonarsi ad ascoltare questo linguaggio e restarne affascinati. E ci sono luoghi che, più di altri, permettono ciò. Come la Corsica (di cui ho già anche scritto nella stessa sezione “Viaggiando”), un’isola che per fortuna rivela ancora molto sapore selvaggio. Le foto pubblicate di seguito ritraggono Punta della Revellata, le spiagge di Bodri, Calvi e Porto (dove è anche stata scattata da Erika Ferrero l’immagine della famigliola che osserva la nave all’orizzonte).

Guardando quel mare mi sono venute in mente le pagine di “Il gabbiano Jonathan Livingston” e quelle di “Il vecchio e il mare”, ma anche i tanto famosi versi di Giosuè Carducci (“E sotto il maestrale / Urla e biancheggia il mar”); poi, tornata a casa, mi sono imbattuta nelle parole del poeta Cesare Pascarella, “Eppure er mare… er mare, quann’è bello, / Che vedi quel’azzurro der turchino, / Che te sdraj longo li vicino, / Te s’apre er core come ‘no sportello”.

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“Quanta umanità!”. Con queste parole prende forma nella mia mente il pensiero che nasce dall’osservazione vivace e curiosa delle auto e della gente in attesa di imbarcarsi per la Corsica. Al porto, ma così anche nelle stazioni e negli aeroporti, si possono cogliere dettagli che parlano delle differenti abitudini di vita. Sia per vacanza o per lavoro, il viaggio rappresenta il primo passo per tuffarsi in una nuova esperienza: si lascia la solita quotidianità per imbastirne una nuova, talvolta incognita, eppure ancora e sempre aggrappati a quel po’ di sé a cui è difficile rinunciare. La letteratura parla spesso del viaggio come metafora della vita. E tra le opere più note che ne affrontano le tematiche, potremmo citare ad esempio l’Odissea di Omero e la Divina Commedia di Dante.

Ormai, molti traghetti che collegano l’Italia con la Corsica e la Sardegna sono in verità delle vere navi, gigantesche ed attrezzate con ogni genere di comodità, città galleggianti che possono ospitare duemila e più persone. In colonna al posteggio, che può contare ventinove e più file per l’imbarco, ci sono auto, camper, moto e camioncini. Una volta parcheggiato il proprio mezzo seguendo le indicazioni degli addetti alla viabilità portuale, ci si può sgranchire le gambe e mangiare qualcosa. Così questa umanità in viaggio inizia ad incontrarsi e ad osservarsi. Ci sono italiani, tedeschi, francesi, belgi, svizzeri, magrebini e anche qualche olandese. Il fumo di nave che entra in porto catalizza l’attenzione, attira lo sguardo di grandi e piccoli e, dopo averla seguita con lo sguardo fino a che si ferma vicino alla banchina, tutti scappano di nuovo ai loro posti pronti a mettere in moto i veicoli.

La nave attracca e inizia lo sbarco di chi termina invece il proprio viaggio. Lanci di fune e fischi, portelloni che si aprono ed il personale di bordo che si affaccia dai ponti o scende sulla terraferma per dirigere il lento deflusso delle auto che escono dalla pancia della nave. Sorrisi curiosi da parte di chi attende di partire e di chi ha concluso la traversata. Gli uni scrutano gli altri.

Il modo in cui si viaggia tradisce qualcosa dell’origine, dello stile di vita e anche del carattere. Le famiglie con due o tre figli le si ritrova per lo più in camper e auto famigliari, i giovani con borsoni e zaini sono stipati su utilitarie mentre giovani più attempati con lo spirito d’avventura nel sangue (e l’abilità di ridimensionare il proprio bagaglio) scelgono la moto. Tedeschi e francesi è facile che viaggino con le bici al seguito, poste dietro o sopra quei furgoncini dai colori sbiaditi che servono da grande bagagliaio e casa con le ruote. Insomma, si può quasi scatenare il gioco del “dimmi come viaggi e ti dirò chi sei”.

E tornano ad affacciarsi numerosi i libri: non come testimoni del significato del viaggio, ma come compagni della traversata, per breve che sia. Non si capisce se sia la nave ad infondere la voglia di leggere in chi sale a bordo o se ospiti piuttosto, in modo preferenziale, un nutrito popolo di lettori. Ognuno ha il suo, quando non più di uno (ho visto una famiglia di quattro persone affrontare le quattro ore di viaggio con sei libri sul tavolo, forse però era solo indecisione sul titolo). Anche in questo caso la curiosità vince e scatena altre domande: chissà come sono stati scelti i libri da portarsi in viaggio. Ci si imbatte in “La filosofia dei Simpson” e nella versione francese del noto thriller “Uomini che odiano le donne”, in un romanzo di Carofiglio e in uno di Sophie Kinsella, nei trattati di sociologia di Jean-Francois Amadieu e nelle avventure del topolino Geronimo Stilton. Se qualcuno l’ha dimenticato a casa o in auto (ormai chiusa nella stiva) o non ci aveva pensato, nessun problema: anche sulla nave c’è una libreria ben fornita per tutti i gusti. C’è chi legge a bordo piscina e sulle sdraio disseminate sul ponte più alto, seduto al tavolino del bar o vicino alla ringhiera per sentire più sferzante l’aria del mare sulla faccia, disteso su un divanetto dello spazio relax o accovacciato per le scale vicino all’ingresso delle cabine. Perché quindi non pensare di dotare le navi di una biblioteca? Che qualcuno ci pensi!

“Il viaggio sempre ricomincia, ha sempre da ricominciare, come l’esistenza, e ogni sua annotazione è un prologo. (…) Viaggiare significa fare i conti con la realtà ma anche con le sue alternative” (dalla prefazione di “L’infinito viaggiare”, di Claudio Magris).

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