Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘politica’

Edizioni di Comunità è una realtà che affonda le radici nel passato, legge in chiave critica il presente e guarda al futuro in modo costruttivo. Fondata nel 1946 dall’imprenditore e politico Adriano Olivetti (1901 – 1960), la casa editrice è tornata a rivivere nel 2012 sotto la guida del nipote Beniamino de’ Liguori Carino e ha partecipato quest’anno per la prima volta al Salone del Libro di Torino. In catalogo raccoglie gli scritti, per lo più inediti, di Olivetti e lo stesso logo (una campana) è simbolo del  risveglio culturale e spirituale che si promuove attraverso le pubblicazioni. “E’ un progetto divulgativo di natura quasi monografica che s’innesta nelle diverse attività che da cinquant’anni svolge la Fondazione Adriano Olivetti per attualizzarne il pensiero attraverso una progettualità di tipo sperimentale e che, fino a oggi, ha anche permesso di tenere viva la memoria di quell’esperienza” spiega de’ Liguori. I libri di Edizioni di Comunità, caratterizzati anche da un elegante ma essenziale veste grafica, attirano l’attenzione soprattutto dei giovani che cercano riferimenti coerenti capaci di legare contesto sociale e vita politica. Il direttore editoriale de’ Liguori racconta lo spirito che anima il lavoro di redazione.

Cosa si prova a ridar vita ad un progetto che fa parte della propria storia famigliare, così come dell’Italia, e come si coniuga l’idea originale con il contesto attuale?

E’ una domanda complicata che ha che fare con il confronto che si ha con la propria storia e con il carico emotivo e psicologico che questa porta con se’, nel mio caso come in quello di qualsiasi persona. Lasciando perciò fuori dalla risposta quello che mi riguarda più direttamente e intimamente, che non credo sia interessante, direi soprattutto il peso della responsabilità. Soprattutto in questo caso perché, in termini generali, l’esperienza delle Edizioni di Comunità è stata una tra le iniziative editoriali più importanti del Novecento italiano, sebbene questo, un po’ come accaduto per la storia olivettiana in generale, non sia stato riconosciuto fino in fondo, o perlomeno non fino ad oggi.  Rifare quelle Edizioni sarebbe francamente impossibile, e peraltro non è in nessun modo la nostra ambizione. Ma vogliamo cercare di recuperare lo spirito che sottintendeva quella iniziativa, che poi in fondo è lo spirito diciamo così olivettiano. Non a caso ripartiamo e abbiamo come primo e principale obiettivo proprio quello di mettere in relazione i temi di attualità del pensiero di Adriano Olivetti con la contemporaneità, e lo facciamo quindi pubblicando anzitutto i suoi scritti, a distanza di anni dalle ultime edizioni e in forme nuove, inedite.

Mi pare importante intendersi cosa significhi oggi Adriano Olivetti. È infatti nel sentimento d’identità con gli aspetti più significativi e profondi della sua esperienza che, perlomeno individualmente, mi è possibile affrontare in modo sereno anche il legame personale, familiare. L’esperienza di Adriano Olivetti rappresenta un patrimonio collettivo dell’Italia di oggi e non solo di quella di allora, ed è un patrimonio dell’intelligenza nel quale, mi pare, ci si riconosce anzitutto come persone, in particolare quelle della mia età. Per certi versi, come abbiamo scritto nelle prime pubblicazioni, la voce di Adriano Olivetti è più chiara oggi di cinquant’anni fa e oggi, per tante ragioni di contesto socio culturale, siamo più disponibili ad ascoltarla nelle sue note più forti. L’idea del lavoratore che è prima di tutto e irrinunciabilmente una persona, la pretesa di una vocazione spirituale e più alta per la politica, la preoccupazione per il benessere di tutto il Paese, inteso come una “comunità”, sono esigenze che ormai quasi tutti sentono e che Adriano Olivetti aveva a suo tempo intuito, ben prima che diventassero evidenti, se non addirittura essenziali per il futuro, a tutti come lo sono oggi.

Devo dire che sono poi molto fortunato perché, oltre che nell’identità che l’iniziativa editoriale ha con le prerogative statutarie della Fondazione, il progetto delle Edizioni vive anche grazie alla passione e alla profonda corrispondenza che le persone che sono in vario modo e a vario titolo coinvolte in questo progetto sentono di avere con quello che la storia di Adriano Olivetti rappresenta: Alberto Saibene e Angela Ricci, e in particolare i ragazzi di BeccoGiallo (Guido, Federico e Davide) che, con BeccoGiallo Lab, lavorano insieme a me nella realizzazione di questa iniziativa, e Marco Peroni, che è la voce capace di raccontare quello che facciamo ai librai indipendenti e nei luoghi dove cerchiamo di distribuire la nostra proposta editoriale autonomamente. Ecco, esiste insomma un’adesione generazionale e di sentire comune, in questo progetto, che mi pare che meglio di ogni altra cosa possa in fondo rispondere alla tua domanda.


“Abbiamo portato in tutti i villaggi le nostre armi segrete: i libri, i corsi, le opere dell’ingegno e dell’arte. Noi crediamo nella virtù rivoluzionaria della cultura che dona all’uomo il suo vero potere”. E’ uno dei pensieri chiave del libro “Il cammino della Comunità”, cosa occorre fare perché oggi si riesca a concretizzare una reale diffusione della cultura?

Francamente io a questa domanda non so cosa rispondere. Noi facciamo libri, o meglio cerchiamo di raccontare, in modo comprensibile ma per questo non incompleto, una tra le più grandi iniziative democratiche di questo paese. Non spetta a noi dire cosa si possa fare. Certo ci sono alcuni aspetti progettuali e di merito dell’esperienza olivettiana di cui sarebbe interessante testare l’applicazione oggi. Ma leggere quelle parole di Olivetti che abbiamo messo sul piatto di copertina del libro introdotto da Salvatore Settis (Il cammino della Comunità), mi pare producano un coinvolgimento profondo che è universale e che allo stesso tempo può diventare esperienza concreta del singolo. Perché il potere e la forza rivoluzionaria della cultura, che sono poi per Olivetti strumenti di solidarietà, di giustizia, oltre che di conoscenza, si legano sempre alla responsabilità di chi la accoglie e la assume come reale punto di riferimento. Mi pare allora, e vengo alla domanda, che anzitutto sia importante capire l’importanza di quelle parole anche e soprattutto per il metodo cui rimandano, che se ne colga in modo autentico e al di là della retorica degli slogan l’importanza vitale per orientarsi, collettivamente, come comunità appunto, oggi. Le politiche seguiranno. Quello che cerchiamo di fare come Edizioni di Comunità è restituire i contenuti dell’esperienza di Adriano Olivetti attraverso la pubblicazione delle cose che ha scritto (nelle due collane che gli abbiamo dedicato: Humana Civilitas e Olivettiana, e attraverso un’altra collana in allestimento che coniugherà in modo calibrato pubblicazioni solo in ebook con pubblicazioni tradizionali), di restituire dicevo anche quel livello spirituale, direi di empatia emotiva che la storia e le parole di Adriano Olivetti producono nel lettore e in chi si avvicina al racconto della sua storia. La tecnica e la scienza per costruire un mondo materialmente più fascinoso e spiritualmente più realizzato, questo diceva, e ha tentato di costruire, Adriano Olivetti. Mi sembrano parole alle quali, perlomeno io, ho sempre riconosciuto una potenza immaginifica che tocca corde molto profonde di una persona. E’ un approccio essenziale per conoscere e acquisire il senso profondo della storia di Adriano Olivetti e della sua personalità così inconsueta e, come è stato detto, veramente unica proprio per aver coniugato queste due anime che spesso sembrano essere state invece messe in conflitto, all’interno di un progetto imprenditoriale e di riforma della società straordinariamente efficace (anime che peraltro si trovano anche nel catalogo delle Edizioni di Comunità del periodo olivettiano infatti).

Quale è il titolo delle Edizioni a cui sei maggiormente legato e perché?

I titoli fanno tutti parte di uno stesso discorso che si va completando e arricchendo, ma forse “Il mondo che nasce” è quello che per ora meglio esprime l’idea complessiva delle Edizioni, o meglio che definisce in modo chiaro gli aspetti che, prima ancora dei contenuti di merito, rappresentano al meglio il fascino e la suggestione che la figura di Adriano Olivetti incarna. Che è, dicevo, anzitutto istintiva, pura si potrebbe dire. Alcuni degli scritti che raccoglie non erano mai stati pubblicati prima, ma tutta l’antologia in sé è inedita ed è il racconto dell’esperienza olivettiana fatto dalla viva voce di Adriano Olivetti. In questi discorsi e negli scritti si percepiscono chiaramente le difficoltà, la maturazione costante e i continui ampliamenti di prospettiva che hanno caratterizzato la storia olivettiana. Si vede davvero nascere il mondo che Adriano Olivetti voleva realizzare e ha in parte realizzato, e che oggi è una nostra eredità e forse traccia i perimetri del mondo che vorremmo e che ci aspettiamo per il futuro. Così come nostra è la responsabilità di farlo nascere seguendo le tracce che Olivetti ci ha lasciato. La quarta di copertina del mondo che nasce lo dice esplicitamente, definisce il libro “un’agenda ideale per costruire un mondo davvero nuovo”. È così che l’abbiamo pensato ed è un’idea cui è difficile non legarsi.

Cosa c’è nel futuro di Edizioni di Comunità?

C’è ancora tanto lavoro da fare sugli scritti originali, che riproporremo nella chiave attuale, ma c’è anche un grande universo letterario che ruota intorno ad Adriano Olivetti e che è fondamentale per comprenderne appieno la persona e l’esperienza. E quindi alle collane già presentate Humana Civilitas e Olivettiana se ne affiancherà una terza, dedicata alla critica olivettiana. Il formato sarà per lo più quello digitale e ci sarà un’apertura anche a contributi nuovi. Poi in cantiere c’è una quarta collana, Nostalgia del Futuro, che recupererà alcuni titoli del catalogo delle storiche Edizioni di Comunità. È un’operazione che segna certamente una continuità ideale, ma è anche un ulteriore arricchimento della figura di Adriano Olivetti, perché i testi che riproporremo testimoniano sia le sue fonti d’ispirazione, sia l’acutezza critica con cui selezionò a suo tempo, e fece conoscere in Italia, opere che in molti casi divennero poi dei classici, ma che soprattutto hanno retto all’usura del tempo e, come lo stesso Adriano Olivetti, oggi hanno ancora parecchio da dire.

Read Full Post »

Il fumetto può diventare un importante strumento di comunicazione in politica. Partendo da un’analisi delle più note ed influenti strips, ce lo spiega Federico Vergari nel suo saggio Politicomics. Raccontare e fare politica attraverso i fumetti, edito da Tunuè nel 2008 ma ancora attuale per il taglio e le osservazioni che offre sull’argomento. Laureatosi nel 2005 in Comunicazione Politica presso la facoltà di Scienze della Comunicazione all’Università La Sapienza di Roma, Vergari ora lavora per l’Associazione Italiana Editori e ogni tanto offre “esercizi di stile giornalistico” sul suo blog ilcanedaguardia.blogspot.com. Il fumetto, capace di esprimere qualsiasi contenuto con immediatezza e semplicità, viene in questo testo analizzato come medium linguistico (e non solo) che si rivolge in particolare a potenziali elettori: le strisce sono fotografie della società ma anche caricature di personaggi e, non di meno, strumenti di satira. Possiamo parlare, a ragione, di giornalismo a fumetti. Vergari passa dal tratteggiare i political comics americani all’accennare un’analisi del panorama fumettistico italiano: Paesi con storie e culture diverse utilizzano lo stesso mezzo connotandolo con uno spirito proprio che evidenzia scopi differenti. Politicomics risulta quindi un’interessante lettura corredata da numerosi esempi e studi specifici, da una ricca bibliografia e nondimeno da un buon apparato di note.

Come hai fuso interesse personale e studio in questo libro?

Prima di diventare un libro politicomics è stato una tesi di laurea. Sono sempre stato appassionato di comunicazione politica e di fumetti. Quando ho scoperto che c’era un mondo (purtroppo non in Italia) che utilizzava il fumetto come strumento di commento giornalistico e di comunicazione politica non ho esitato un secondo a proporre la mia tesi alla professoressa Sara Bentivegna, tra i più noti esperti di comunicazione politica in Europa, che si è dimostrata sin da subito entusiasta. Sapevo di essere tra i pochi (l’unico?) ad aver fatto un simile studio in Italia, così l’invio del mio elaborato alla Tunué è venuto naturale. Cercavo un modo per tenere viva l’attenzione sulla mia ricerca e una casa editrice specializzata in saggistica sui fumetti era l’ideale.

Perché scegliere i fumetti per parlare di politica o anche per fare politica?

La risposta all’italiana sarebbe: “Per farlo strano”. Io preferisco risponderti all’americana: perché il fumetto è un linguaggio. Per raccontare una storia puoi scrivere un testo, comporre una melodia, trasmettere un messaggio in codice morse e puoi fare anche un fumetto. Una domanda come la tua (qui e ora legittima e necessaria) in altri posti del mondo, per i motivi elencati, non la farebbero mai.

Quale differenza trovi oggi nell’uso dei fumetti politici tra stampa italiana e stampa americana, che è poi quella che hai analizzato?

In Italia oggi il fumetto politico è percepito nella maniera errata e viene erroneamente identificato con le vignette satiriche, che parlano di politica ma sono ambigue. Criticano il potere, ma al tempo stesso gli strizzano l’occhio. All’estero il fumetto politico ha mille e più sfaccettature e se dobbiamo trovargli una collocazione giornalistica possiamo dire che è qualcosa di molto simile al pezzo di commento. Per usare un termine tecnico il fumettista americano è un pundit, colui che analizza la realtà politica guardando con sospetto chi detiene il potere e facendo dello humor la sua principale arma retorica.

Come si gioca l’equilibrio tra disegno e testo nei fumetti a tema politico?

Se analizziamo le strips quotidiane, penso a Doonesbury il più famoso fumetto politico che da oltre quaranta anni descrive giornalmente la politica statunitense, l’equilibrio è netto: una striscia divisa in tre o quattro vignette. Uno o due baloon per vignetta e una battuta secca a chiudere. Se invece parliamo di una graphic novel allora è diverso. È una questione prettamente stilistica. L’autore deve raccontare una storia sapendo di avere a disposizione un certo numero di pagine. In quel caso non ci sono equilibri particolari, ma si segue una sceneggiatura. Possiamo trovare un’intera pagina scritta o una pagina fatta di sole vignette senza testo.

C’è un qualche aspetto che non sei riuscito a toccare nel tuo libro (per motivi di organizzazione testuale o di tempo) e che invece ti sarebbe piaciuto?

Per quella che era la mia idea iniziale direi che ho fatto tutto. C’è una parte del mio libro in cui dico che questo tipo di comunicazione è stata adottata in Italia quasi esclusivamente dalla sinistra (quella vera) e dal popolo dei centri sociali e che purtroppo questo “utilizzo esclusivo” ha etichettato in maniera troppo politica il fumetto che parla di politica. La mia sensazione è che finché il fumetto non uscirà dai centri sociali, in Italia non esisterà mail il vero fumetto politico. Questo concetto, approfondito poi nel corso di un’altra intervista, ha riscosso parecchie critiche. Col senno di poi mi piacerebbe affrontarlo e svilupparlo meglio. Mi piacerebbe inoltre analizzare le prossime elezioni americane. Magari sul web, un modo si trova…

Quali sono gli ingredienti necessari per fare buona satira a fumetti?

Non faccio satira, anche se ogni tanto mi diverto a scrivere su spinoza.it, ma posso risponderti da lettore. Sicuramente occorre evitare l’effetto bagaglino. Non diventare compagni di giochi del potere, ma colpirlo con la parola e infilzarlo con la matita. Forattini fa ridere, ma nel leggerlo hai la sensazione che si tratti di un complice e non di un carnefice. Vauro a volte non fa ridere, ma io non ho mai visto un politico presenziare alla presentazione di un suo libro.

Pare che in Italia il fumetto non sia ancora apprezzato come vero genere letterario al pari della varia o della saggistica, da cosa pensi che dipenda ciò?

Se vai in una libreria francese o belga non trovi la sezione fumetto, ma trovi i fumetti nelle varie sezioni: narrativa, romanzo storico, giornalismo e così via. Gli inglesi scrivono graphic novel e noi usiamo il termine fumetto che già sminuisce… “-etto”. È una tendenza tutta italiana questa. Si pensi a quanto i suffissi –opoli  e –ina abbiano cambiato in peggio e banalizzato il linguaggio e la storia italiana negli ultimi anni.

Quale sarà secondo te la prossima frontiera che dovranno raggiungere i fumetti?

Sogno librerie italiane che seguano il “modello francese” e penso che i tablet (ma non gli e-reader, per una questione di qualità e di colore) potranno contribuire alla diffusione su larga scala del fumetto. È una rivoluzione culturale e per affrontarla dobbiamo integrarci. Non c’è spazio per gli apocalittici.

Read Full Post »

“La cultura ha il compito di far valere di fronte alla forza le esigenze della vita morale. Contro il politico che obbedisce alla ragion di Stato, l’uomo di cultura è il devoto interprete della coscienza morale. Queste antitesi appaiono continuamente, or l’una or l’altra, nel dissidio tra i diritti della cultura e quelli della politica e colorano in varia misura il dissenso tra intellettuali e politici” (N. Bobbio, 1954).

Per quali ragioni il rapporto tra cultura e politica è conflittuale? Quali situazioni storiche, recenti o remote, consentono di verificare la natura dei rapporti tra cultura e politica?

Le parole di Bobbio e le domande riportate sotto costituivano una delle tracce per la prova di italiano dell’esame di maturità del 1996/1997.  Io ero tra gli studenti che hanno svolto quel tema. Rileggendo la citazione e riflettendo sugli stessi quesiti a distanza di anni, non si può che constatarne ancora l’attualità.

Forse che cultura e politica sono davvero espressioni antitetiche? Oppure il conflitto è determinato da chi le incarna assolutizzando posizioni, punti di non dialogo ed obiettivi differenti? Già nel 1949 il poeta dialettale Giacomo Noventa aveva asserito che cultura e politica si guardano con sospetto in Italia. Ma solamente in Italia? Storia e letteratura hanno sempre raccontato del rapporto tra questi due termini, due filosofie di vita. La cronaca continua a farlo e ci ricorda che questo rapporto conflittuale non è soggetto a delimitazioni geografiche…

(E per chi vuole, spazio a pensieri e riflessioni)

Read Full Post »