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Posts Tagged ‘donne’

Così come talvolta la sintonia con qualcuno si percepisce “a pelle”, ci sono libri che a prima vista entrano nel cuore, libri la cui copertina suggerisce atmosfere e sensazioni che toccano corde profonde. A me è successo con il romanzo Reykjavik Café di Sólveig Jónsdóttir edito da Sonzogno.

Reykjavik Café

Il disegno di uno scorcio di città avvolto in un blu che lascia presagire la notte ma apre al giorno mi ha conquistato, soprattutto sono rimasta affascinata da quella finestra illuminata: un’apertura su diverse storie. Il titolo richiama quel filo che lega le vite di quattro ragazze (e delle persone che hanno attorno), ognuna con un passato e sogni diversi: talvolta appena si sfiorano inconsapevolmente, altre volte condividono il momento di un caffè o alcune battute e altre ancora si scontrano per riemergere con maggiore consapevolezza. Reykjavik fa da sfondo, ma il suo clima (con l’aria “immobile ma gelida”) e i suoi colori impregnano la quotidianità (fatta anche di scivoloni a causa del ghiaccio e di scarpe con troppo tacco) e i ricordi che vengono a galla. “Da quella mattina un sottile strato di neve si era depositato sopra i cumuli ghiacciati lungo le strade e i marciapiede”: così, Reykjavik diventa un personaggio che può silenziosamente influire sui tempi e sugli incontri, sulle decisioni e sui progetti. In questa storia c’è chi sogna altro e chi teme di cambiare, chi vuole restare e chi desidera partire, chi è prigioniero del passato e chi del presente, chi percorre solo la strada nota e chi senza pensare ne imbocca una sconosciuta…

Il finale del romanzo soddisfa, a tratti sembra chiudere il cerchio delle vicende ma lascia aperta quella finestra illuminata su quattro ragazze che sono cresciute nei sogni e nei progetti e hanno fatto i conti anche con l’imprevedibilità della vita. Un libro che mi ha affascinata dalla copertina all’ultima pagina, lasciandomi inoltre la voglia di fare un viaggetto a Reykjavik.

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mary-poppins-bagSono quasi le 21, il treno è pieno. Trovo posto davanti a due ragazze che parlano di palestra e di quanto uomini e donne amino sfidarsi in amore (sull’argomento occorrerebbe forse aprire più di una parentesi). Poso la borsa sul sedile a fianco, per fortuna libero. Ripenso all’evento da poco terminato e, come altre volte, sorrido del piacere di parlare con scrittori e editori. Intanto, la fame si fa sentire quindi estraggo dalla mia big bag rosa fluo un pacchetto di taralli (tradizionali, i miei preferiti, comprati nella libreria della stazione). Lo apro e inizio a gustarli. Al quarto passa il controllore: “Signorina, il biglietto prego!”. Mi scuso per essermi fatta cogliere con un tarallo in bocca e inizio a cercare nelle tasche della borsa. Nulla. Lui mi guarda con fare interrogativo e va avanti a chiedere agli altri passeggeri. Mentre cerco, sgranocchio un altro tarallo. L’uomo torna indietro e io sono nuovamente alle prese con un tarallo. Chiedo ancora scusa continuando a rovistare nella borsa e nelle tasche. Dopo alcuni minuti lo tiro fuori da un plico di fogli, lo alzo in mano e vittoriosa esclamo: “Eccolo, sa… nelle borse delle donne ci sono sempre tante cose”. Il controllore fa un foro sul biglietto e risponde: “Lo so, è sempre così. Si vede”. Repentini nella mia mente spuntano alcuni versi del poeta torinese con la barba Guido Catalano:
“ho avuto più volte la certezza
che le borse delle donne
siano portali dimensionali
verso la sfera dell’entropia”.
A questi si affianca l’immagine della borsa di Mary Poppins (chi non l’ha desiderata almeno una volta?). E sorge una domanda, tra le pieghe dei pensieri di una giornata ricca di incontri letterari: quali autori si sono soffermati a descrivere le borse delle donne e il mondo che contengono o le donne che vi cercano dentro? In quali romanzi se ne parla? Forte la tentazione di lanciare un hashtag su twitter per raccogliere risposte. Nasce #bigbagneilibri. Non faccio in tempo a riprendere in mano il pacchetto di taralli che il treno si ferma, sono arrivata. La porta del vagone si apre e davanti a me c’è una donna con un borsone grigio in mano e uno zaino blu a spalle… chissà dove va?!

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Giorgio Pirazzini vive a Parigi e attorno a questa città ha ambientato il suo libro. Non è un romanzo né un’autobiografia, non è una monografia storica né un diario di viaggio o una raccolta fotografica. Eppure 9 notti a Parigi (pubblicato da Miraggi Edizioni) raccoglie l’essenza di tutti questi generi. Il protagonista è un giovane italiano che si è trasferito per lavoro sul suolo francese (proprio come l’autore) e stralci della sua vita sono raccontati attraverso gli incontri nei locali parigini, per le strade e alle fermate della metro. Pirazzini racconta una Parigi a tratti un po’ naif e bohemien, spontanea e non ricoperta di lustrini, con un alone romantico che però poco condivide con le immagini dei molti film che l’hanno eletta capitale dell’amore. Piuttosto, sono gli incontri e il clima che abita le sue strade a regalare un’occhiata piena di fascino alla capitale francese. Così, tra bicchieri di vino e degustazioni di formaggi, occhiate a donne avvenenti e chiacchiere con tifosi di calcio stranieri e clochard, si tratteggia un percorso per le vie di Parigi che dal libro si traduce in un sito in continuo aggiornamento.

* sopra, Giorgio Pirazzini nelle foto di Andrea Liverani 

Come è nata l’idea di questo romanzo e vi si può leggere qualche tratto autobiografico?

È nato come un puzzle. Prima ho scritto qualche racconto ispirato dall’arrivo a Parigi, poi ho cominciato a vedere una certa coerenza dei temi e quindi ho lavorato sulle ambientazioni e sui personaggi per renderli coerenti nel libro. Ci ho messo diversi anni, con lunghe pause e grandi accelerazioni. A livello narrativo, di autobiografico c’è il 50 per cento, l’altro 50 per cento è finzione. Al lettore la scelta dei rispettivi 50. Nei dettagli invece è fedele alla realtà. Ci sono i miei gusti di vini, bar (anche quelli che non consiglio), formaggi e soprattutto le strade di Parigi, con i loro particolari e la loro storia.

E’ simpatico e originale trovare in mezzo al volume l’inserto con le cartine, i percorsi seguiti dal protagonista e le foto dei locali. Quanto ha inciso nella struttura del libro l’ambientazione e la scelta di prediligere la notte come sfondo?

Se leggi Fiesta sulla terrazza di un bistrot di Parigi, quando alzi gli occhi ti accorgi che puoi ripercorrere le strade di cui Hemingway parla nel suo libro. Dal momento che Parigi è un personaggio vero e proprio, cercavo un modo di dare al lettore la possibilità di seguire il protagonista fra le strade del Quartiere Latino, del Marais e di Montmartre e di vedere con i propri occhi i locali dove sono ambientate le notti. Quanto alla notte è una pura preferenza personale: gli incontri da ricordare mi sono quasi sempre capitati di notte.

Ogni capitolo appare quasi come una vicenda a sé, anche se la caratterizzazione dei personaggi principali e talvolta degli ambienti imprime una forte omogeneità a livello narrativo… 

L’idea è quella di raccontare la vita quotidiana e notturna di un trentenne a Parigi. All’inizio di ogni capitolo il lettore non deve resettare la mente perché il protagonista è sempre lo stesso, quindi i suoi gusti, i suoi amici e la sua vita sono sempre gli stessi. Nella tua prima domanda lo hai definito come un romanzo, e non una raccolta di racconti come l’ho visto io per molto tempo, e dici bene.

E’ un libro che gioca molto sulla sensorialità. Semplificando possiamo dire che gli ingredienti base del romanzo sono il cibo e il vino, le donne e le feste; eppure tutto sembra dettato dalla casualità ed un grande ruolo è ricoperto dalla spontaneità degli incontri. Verso la fine inizi a far parlare anche il protagonista di libertà. Vi sono “scopi filosofeggianti” in questo romanzo o si tratta solo del normale fluire di pensieri incastonati in una vita un po’ bohemien?    

La sensorialità è importantissima proprio perché per me Parigi è stato un incontro sensoriale. Ricordo le prime sensazioni che ho avuto quando mi sono trasferito, gli odori delle boulangerie, scoprire i vini, scegliere le ostriche, ordinare un piatto di formaggi al bancone di una brasserie. Ecco perché ho poi cercato di dare al lettore un glossario di questa sensorialità sul sito www.novenotti.it. Verso la fine il protagonista è lasciato da solo a fare il flâneur. Pensa alle cose più disparate e guarda quello che lo circonda con occhi diversi da quelli di qualcuno che va verso un luogo preciso. Però spero sempre di esser riuscito a fare un passo indietro per lasciare parlare le storie perché come lettore sono spesso più interessato alla storia che all’opinione dell’autore.

Si nota quasi una trasformazione nel protagonista da quando al suo fianco appare l’affascinante Marion, mentre prima si osservava una carrellata di figure femminili che sembravano farlo ruotare su una giostra…  

Quella è una parte dell’evoluzione del personaggio. Ha una vita personale che continua attraverso le notti, prima è un single a Parigi e poi incontra qualcuno e così il personaggio evolve con gli incontri che fa. La storia con Marion non è la scintilla di una trama, perché questo libro è una raccolta di scene parigine senza picchi drammatici, ma cambia il suo modo di comportarsi. Le notti sono più onde di marea che tsunami.

Molto intenso l’ultimo capitolo dove racconti l’incontro con un clochard e il vivere da barbone per due giorni a cui è portato lo stesso protagonista. In tutto il libro, però, qua e là, spuntano figure che vivono la strada. Puoi raccontare qualcosa di più su questo aspetto del romanzo?

Il vagabondo metropolitano è una figura intensa e dolorosa, l’abitante principe di una città perché non ne esce mai, una specie di yeti urbano al contrario che tutti vedono ma nessuno ricorda. Sembrano ombre ma sono esseri umani, vivono in simbiosi con la città che gli dà briciole per sopravvivere e al tempo stesso se li divora. Probabilmente molti di loro avevano un’esistenza normale e un tetto sopra la testa prima di crollare. Cosa è mancato? La famiglia? Amici? Amore?

Ci sono aspetti di Parigi che per motivi di conduzione della storia o di contesto non sei riuscito ad inserire ma ti sarebbe piaciuto?

Più cafés, più bistrots, più brasserie, più bar, più luoghi dove vivere o guardare la vita della gente. Dovrei fare una sezione speciale dei bar che ho dimenticato o che non sono riuscito ad aggiungere. Ma in realtà, c’è già. Infatti, sul mio sito www.giorgiopirazzini.com ho inserito una mappa di tutti i bar che preferisco; dovrei aggiornarla più spesso, ma di tanto in tanto mi ricordo di farlo.

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