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Fabio Dipinto dopo la proiezione al cinema Jolly di Villastellone

Fabio Dipinto, giovane film maker torinese, ha attraversato intere regioni a piedi, dal Colle del Gran San Bernardo a Roma, per girare il documentario I volti della Via Francigena: sei settimane di cammino con la sua Reflex legata in vita e il cavalletto nello zaino. Un progetto che si è concretizzato grazie all’Associazione Europea delle Vie Francigene, al tour operator SloWays che promuove viaggi a piedi e in bicicletta e, ancora, al crowdfunding sulla piattaforma Eppela. Terminate le riprese ci sono voluti altri sei mesi per lavorare il materiale raccolto.

Il regista non ha seguito alcuna traccia, ha semplicemente scelto di intervistare chi trovava lungo il cammino: dallo scrittore Enrico Brizzi al rettore della confraternita san Giacomo di Compostela Paolo Caucci von Saucken, dal pellegrino all’ospitaliere, dallo storico al traghettatore che tiene il conto di quante persone trasporta con la barca sul Po (la Via Francigena è uno dei pochi cammini per cui è necessario attraversare dei fiumi). “Ho cercato di mettere in risalto i borghi, l’Italia meno scontata o turistica – racconta il regista, che già nel 2012 aveva affrontato il cammino di Santiago con la compagna – A causa della pioggia non ho solo potuto filmare un paio di giorni”. Il risultato è un docufilm ricco di belle cartoline fotografiche accompagnate da un’interessante narrazione dal il taglio fortemente umano.

Il cammino può assumere diversi volti, ognuno ha una motivazione personale per affrontarlo: ricerca di silenzio, bisogno di preghiera, desiderio di mettersi alla prova, voglia di prendersi una pausa dai soliti ritmi o più semplicemente desiderio di provare una vacanza alternativa. “Camminare permette di avere la mente libera, ma se si deve sviluppare una storia bisogna concentrarsi – chiosa Dipinto – Durante il viaggio sono riuscito a ritagliarmi degli spazi per riflettere e mettermi in contatto con la natura e con i silenzi”.

Guardando il film fa realisticamente capolino il pensiero di mettersi in cammino senza lasciarsi spaventare dai chilometri o dai cambiamenti climatici, per affrontare centinaia di chilometri ma soprattutto un viaggio interiore che aiuta a crescere umanamente e spiritualmente. Le musiche del pianista Andrea Cavallo contribuiscono a creare un clima suggestivo carico di silenzio che parla di raccoglimento, riflessione e stupore.

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Vi si arriva salendo per una strada con un po’ di curve che si presenta come una balconata sulla costa della Balagne tra Ile Rousse e Calvi: Pigna è un paisolu corso che a prima vista sembra uguale agli altri, abbarbicato su un’altura e composto da tante case del colore della sabbia una stretta all’altra tra strette vie di acciottolato. Ma proprio come tutti gli altri borghi corsi, in particolare quelli della route des artisans, Pigna ha sviluppato una vocazione per l’artigianato oltre a essere segnalato come importante centro per la creazione e la diffusione della musica corsa ma non solo.

La storia racconta sia stata fondata nel tardo 800 da Consalvo, compagno del conte Colonna che fu mandato dal papa a liberare l’isola dai saraceni; all’inizio del XVIII secolo Pigna faceva parte della Pieve d’Aregno insieme ad altri quindici villaggi. Nel 1954 contava solo più 60 abitanti, ma il passaggio da comunità per lo più rurale a centro che punta su cultura e turismo (chiave che muove l’economia ) avviene negli anni ’60 e così nel 1974 il Comune ha ideato la formula Paese in festa, manifestazione che si ripresenta ogni anno il 13 luglio con un ricco cartellone di esecuzioni polifoniche, improvvisazioni teatrali e declamazioni di poesie. Grazie a questo percorso di valorizzazione, nel 2014 si contava un aumento di residenti ad oltre cento unità.

Passeggiando per i suoi viottoli è facile imbattersi nella bottega di un ceramista o in una casa con l’insegna “sala di registrazione”, in un cafè che prepara piatti corsi da gustare sotto la pergola di un giardino o nel laboratorio di una creatrice di carillon (scat’a musica). Da una piccola piazzetta lungo il percorso musicale si vede il mare mentre dall’anfiteatro, alzando un po’ lo sguardo al di sopra delle mura,  si scorge il convento di Corbara sull’altura di fronte. Da una finestra o da un cortile possono giungere le note di un violino o di un pianoforte, così la visita assume un sapore ancora più unico. Ogni volta che ci vado è come se il tempo rallentasse per darmi l’opportunità di soffermarmi sui dettagli: insegne in legno o ceramica che indicano le vie e i luoghi d’interesse, angoli con piante rampicanti, gatti sui balconi o sulle scale che amano farsi coccolare da chi passa, sedie di paglia accanto a una porta.

Spesso nei paesi della Balagne il giro termina nel punto in cui è iniziato, le strade che salgono poi girano attorno al borgo. A Pigna il punto di partenza e di arrivo è nella piazza davanti alla chiesa bianca con due torri campanarie, di fianco alla posta, dove c’è un cartello che vieta l’accesso con alcun mezzo a motore: Pigna è un paese “co2 free”, senza anidride carbonica, “per il piacere di abitanti e visitatori”.

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“Perché dobbiamo sempre essere reperibili e connessi? Si tende a voler essere sempre “in diretta” e sui social, eppure a me in vacanza piace staccare la connessione dati ogni tanto e lasciare andare a zonzo i pensieri senza legami con l’oltre dove sono e sapere di essere distante da ciò che in quel momento non fa parte della mia quotidianità. Godermi l’hic e il nunc senza intromissioni. Talvolta rischiamo di farci prendere dall’ansia di raccontare agli altri quanto ci divertiamo o rilassiamo, quanto sia bello il posto o chi abbiamo incontrato. Sì, lo faccio anche io, non lo nego (e dai miei profili si vede)…ma in vacanza amo ancor di più scrivere sui miei taccuini di viaggio unendo ciò che vedo a ciò che sento intimamente (è così: da anni scrivo diari, ognuno con un titolo che lo caratterizza). Mi soffermo sul paesaggio e penso che ci sono luoghi capaci di comunicare la bellezza in modo così diretto e sublime che non c’è foto capace di renderne veramente l’idea. Nasce così una piccola – e mai troppo scontata – riflessione, tirando ancora una volta in ballo il noto e caro Dostoevskij: lasciamoci interpellare dalla bellezza per restare connessi con noi stessi (la parte più profonda e personale) e con il mondo come ci si presenta”.

Ho scritto questo post in una calda domenica di agosto, dopo aver raccontato alcuni momenti del mio viaggio su una pagina di diario (una classica Moleskine nera, a questo giro), seduta sotto un gigantesco leccio nel centro di Calvi, in una piazzetta sterrata di fianco al mare di un blu che forse neppure un pittore saprebbe definire con un solo nome e di fronte alle possenti mura tinta sabbia della citadelle che reca la scritta “Semper fidelis”.

Nota bene: non aggiungo foto a queste poche righe, lascio a te lettore la capacità di immergerti con gli occhi della mente nella breve descrizione del paesaggio…

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Sono tornata per un weekend, in una cittadina sui monti piemontesi dove già cinque anni fa avevo trascorso una settimana per staccare la spina, da sola, una di quelle vacanze che restano memorabili per il gusto unico. Questa volta davvero un toccata e fuga, ancora da sola, e una conferma: ci sono luoghi che ci parlano più di altri anche per il modo in cui li viviamo. Forse la sicurezza del già provato (e già raccontato: qui), l’esser non distante trattandosi di un breve weekend, il desiderio di trovarsi in una località di montagna ma dal sapore vivo e caratteristico: tutto ciò mi ha fatto prender il treno un sabato mattina, neppure troppo presto (e se relax deve essere lasciamo anche l’auto a casa), con cambio veloce a Fossano e destinazione Limone Piemonte.

Mi sono portata due libri per farmi compagnia (un romanzo commedia di cui ho già visto il film almeno tre volte, così da valutare le differenze, e uno legato a un mistero e alla vita di un pittore: due storie diverse per poter scegliere in base al mood della vacanzina) ma ho letto poco perché mi sono lasciata distrarre osservando il paesaggio, facendo camminate e chiacchierando con una famiglia di compaesani incontrati per caso che mi hanno fatto scoprire il mondo degli appassionati della bicicletta ad alta quota. Io non ho pedalato ma ho seguito l’arrivo della corsa della Via del Sale: una gara ciclistica che si svolge su tre percorsi di chilometraggio differente. Mi sono persino trovata in mezzo a un raduno di auto d’epoca itinerante, dalle montagne a Nizza. Sono questi eventi di vita da paese che, secondo me, danno quel sapore festivo in più a un luogo per cui la vacanza (lunga o corta che sia) regala suggestioni oltre il paesaggio e ciò che fin da subito si ricerca.

E’ stato bello gironzolare per il paese scoprendo a ogni angolo un simpatico spaventapasseri con faccia gialla (colore che richiama il nome del centro), ripercorrere la strada romana, salire ai prati sopra le seggiovie e starsene seduta ad ammirare le vette un po’ velate da qualche nuvola, seguire sentieri camminare senza preoccuparsi della meta o dell’ora.

A ogni vacanza corrispondono anche scoperte culinarie e sapori che arricchiscono il nostro bagaglio esperienziale di cui si gode al ricordo (o forse sono solo io che lego i piatti ai luoghi visitati?) e io in questi promemoria sono brava. Quindi, ecco un abbinamento per me nuovo e gustoso, prosciutto di cervo con valerianella e albicocche alla Taverna degli Orsi (cena simpatica anche grazie al personale), e la stupenda marmellata di limoni servita a colazione al Piccolo Parco (non avevo dubbi sul voler tornare in questo hotel per il clima famigliare e la cura dei dettagli, ho sorriso vedendo più ricca la libreria per gli ospiti posta all’ingresso ed è stato piacevole chiacchierare con il titolare davanti a foto delle vette che circondano Limone).

Due giorni come una madeleine proustiana arricchita da incontri e nuove piccole esplorazioni, due giorni che non restano parentesi perché il viaggio ha un’eco che suggerisce idee e abbatte confini, sempre.

“Le persone non fanno i viaggi, sono i viaggi che fanno le persone”
John Steinbeck

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Ha una lunga spiaggia di sabbia fine e una antica citadelle con mura difensive che domina il borgo di pescatori e il golfo, edifici di colori caldi e le spalle coperte dai monti ricchi di foreste, scogliere di maquis che si tuffano in un blu profondo e un vento frizzante che raramente l’abbandona. Ogni volta che torno in Corsica a Calvi scopro nuovi scorci e mi lascio trasportare da emozioni inedite che mi regala il paesaggio. Capoluogo della Balagne, la città vanta cittadini illustri come Cristoforo Colombo (conteso con l’Italia, per la verità) e aneddoti entrati nella storia (è qui che l’ammiraglio britannico Orazio Nelson perse l’occhio, cercando di conquistare la Corsica nel 1974). L’attenzione dei turisti sulla spiaggia è anche attirata dai paracadutisti della legione straniera (il Camp Raffalli è alle porte della città) che ogni tanto si lanciano per le esercitazioni. Calvi è una città in cui spesso si fermano anche artisti di strada (pittori, musicisti e giocolieri fanno la loro esibizione nella piazzetta o nei pressi del porto), ci sono mostre e concerti di musica corsa nella Citadelle e nei locali. Quest’anno l’ingresso e il muro del porto sono stati tappezzati di volti grazie all’artista JR e al suo Inside Out Project: chi voleva poteva farsi scattare una foto nel furgoncino che gira il mondo per il progetto, poi le gigantografie venivano subito stampate e appese; così mi sono messa in coda e ho partecipare anche io.

Salendo dietro la città al santuario di Notre Dame de la Serra si può ammirare l’intero golfo, spaziando con lo sguardo da Calvi a Lumio; scendendo, invece, si è di fronte a La Revellata. Tante le camminate che si possono fare nei dintorni di Calvi, ammirando scenari unici che mozzano il fiato che si incontrano anche viaggiando lungo la costa con “u trinighello”, un vecchio trenino che fa diverse tappe per arrivare fino a Ile Rousse fischiando per avvisare del proprio passaggio sull’unico binario tra la spiaggia e la pineta.

Alcuni anni fa mi sono innamorata di Calvi, o meglio… di tutta la Balagne (sul mio blog ne ho scritto qui). In modo quasi viscerale, crescendo nella curiosità e nel desiderio di conoscere sempre più la regione e tutta l’isola. La Corsica ha un sapore selvaggio, una forza e una bellezza che ammaliano; ci si deve arrendere al suo stile, non si può pensare di viverla restando ancorati a logiche e abitudini propri dell’Italia o del continente. Penso che questo valga per qualsiasi località, bisogna coglierne l’essenza e le tipicità, il carattere e l’anima, mettersi in ascolto della gente e della sua storia rispettandoli. I ritmi stessi di vita sono differenti e non solo perché si decide di andarci in vacanza…

Difficile riconoscere con chiarezza lo spirito e le origini di Calvi (e così di tutta l’isola): nei secoli è stata sotto il dominio dei francesi, degli inglesi per un paio di anni e degli italiani; la lingua corsa mantiene vivo l’eco dei legami con l’Italia e Genova, a cui è rimasta fedele dal 1284 fino alla metà del XVIII secolo e a cui si deve la scritta sulla porta di ingresso della citadelle “Civitas Calvi semper fidelis”. Diversi i periodi di indipendenza che l’hanno segnata e che oggi possiamo rileggere anche attraverso la presenza in quasi ogni paese della statua del patriota corso Pascal Paoli, che guidò un’insurrezione contro la Repubblica di Genova verso la metà del 1700. Quindi i genovesi la vendettero poi al re francese Luigi XV con il trattato di Versailles nel maggio 1768. Il desiderio di autonomia è forte ancora oggi, sebbene nel 1982 la Francia abbia riconosciuto alla Corsica uno statuto speciale per la Corsica.

Mi ritrovo nella parole di Stefano Tomassini quando nel libro Amor di Corsica edito da Feltrinelli racconta l’isola e il suo rapporto con essa (partito da studi sull’autonomismo corso) come in un viaggio, ammonendo chi pensa si tratti di una meta esotica : “Volevo che le scoperte geografiche precedessero quelle storiche. Cercavo anche spiagge e bagni di mare e ci misi niente a capire che lì avrei trovato più o meno tutto quello che cercavo”.

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Sei ore di viaggio in treno, da Torino a Pordenone con cambio a Venezia. Tempo per leggere una rivista e per rileggere il libro di Tiziano Fratus (in fondo, racconta di un viaggio) che presenterò la prossima settimana; tempo per osservare il paesaggio che scorre fuori dal finestrino (così dolce vicino al lago di Garda) e gustare l’attesa per PordenoneLegge. E’ come se viaggiando in treno il tempo si dilatasse.

Sono partita con le nuvole, ho attraversato la pioggia in quel di Milano e rivisto il sole tra Desenzano e Vicenza: mi affascina sempre molto percorrere lunghe distanze, la geografia pare riscriversi in tempo reale davanti ai tuoi occhi, con le varie tonalità di verde e di marrone e i colori del cielo…

Sono arrivata a Pordenone che era già buio ma  non è stato difficile distinguere le tante bandiere gialle che invadono la città per il festival. Un “angelo custode”, anche lui con maglietta gialla, mi ha dato il benvenuto. Poi, in hotel ho trovato ad attendermi una borsa (anch’essa gialla)… e così è iniziata l’avventura!

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La differenza la fanno le persone. Quando si viene catturati da un bel romanzo, spesso ciò che attrae maggiormente – oltre all’intreccio dei fatti – è la caratterizzazione dei personaggi. Ritratti vividi e talvolta originali o semplici ma con caratteristiche dell’aspetto o del carattere ben particolari, anche con abitudini che li rendono unici. Tutto sommato, nulla di strano: ognuno di noi ha qualcosa di inconfondibilmente proprio e ogni giorno facciamo incontri (o “avvistamenti”) che per qualche ragione attirano la nostra attenzione. Pensavo a tutto ciò dopo aver scritto qualche riga durante un viaggio alcuni giorni fa…

“Al porto di Nizza ci incolonniamo dietro altre auto in attesa che arrivi il traghetto per la Corsica. Si percepisce un comune senso di attesa scrutando il mare. Quando la nave arriva, l’area di imbarco si riempie di uomini con giacche gialle e arancioni catarifrangenti che indicano la direzione così tutti entrano in ordine nella pancia della balena di ferro. Lasciate le auto nei garage scatta la caccia ai posti migliori: chi li vuole vicino al finestrino, chi cerca il tavolino e chi il divanetto. E’ a questo punto che si entra in modalità viaggio e ognuno tira fuori dalla borsa le proprie armi per affrontare e godere della traversata. Di fronte a me una coppia francese, lei con i capelli bianchi raccolti in una coda e lui con un colore alquanto innaturale per l’ipotizzabile età: lui gioca a sudoku e lei legge un libro (tento di sbirciare l’autore ma non ci riesco); lui beve acqua frizzante, lei birra accompagnata da patatine e biscotti al cioccolato. Lui le versa da bere sorridendo e lei ricambia: un gioco di attenzioni che porta ad invertire i giochi, lei passa ai sudoku e lui al tomo da leggere. Nelle poltroncine di fianco ci sono due ragazzi sulla trentina: lei con unghie perfettamente laccate di arancione legge una rivista di gossip il cui titolo a tutta pagina strilla “Io sono il padre di 99 bambini”, lui con anelli e giubbotto borchiato sfoglia visibilmente contento un giornale di automobili. Trovo una signora assorta in un libro che io ho letto alcuni mesi fa, Et puis, Paulette (in Italia E poi, Paulette edito da Einaudi)Mi chiedo poi cosa direbbe Enzo Miccio se vedesse una distinta signora di mezza età che ha abbinato pantaloni e maglie grigie di tonalità diverse con delle originali calze maculate marroni che non trovano pace in un paio di scarpe da ginnastica beige. Per fortuna si può sempre dire che il bello è soggettivo. Poco più in là una ragazza corsa (rivela i tratti tipici degli isolani) accarezza il suo porcellino d’India che le corre in grembo mentre io spero che il peloso animaletto non voglia esplorare la sala. Ci sono bambine che fanno scobidoo e bambini che, seduti allo stesso tavolino, giocano ognuno con il proprio Nintendo sotto lo sguardo compiaciuto dei papà che si chiedono chi vincerà per primo (un’immagine che mi lascia un po’ di tristezza: il significato di “insieme” subisce necessariamente un’alterazione); altri si rincorrono sulla scala a elica che porta sul ponte della piscina dribblando cagnolini con i rispettivi padroni. Uomini che giocano a carte e signore che chiacchierano. C’è persino una tedesca che lavora ai ferri della lana gialla, quasi mi vien voglia di riprovare come facevo da piccola sotto lo sguardo e le indicazioni della nonna che mi portavano sempre a terminare lunghe sciarpe bicolore perché erano la cosa più semplice.
E dopo due ore di viaggio lui-acqua e lei-birra sono passati a fare insieme i sudoku spizzicando i biscotti rimasti”.

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Quando viaggio mi piace fare attenzione a quali libri incontro. Sul treno o in nave, in aereo o anche solo facendo una passeggiata per le strade cittadine. Un’occasione per cogliere i gusti della gente. Talvolta nasce la curiosità sul perché sia stato scelto proprio quel libro e dal come ci si immerge nella lettura si possono intuire ad esempio l’attenzione al testo e all’argomento e il rapporto con le pagine scritte…

Ecco alcuni scatti e impressioni raccolte durante la vacanza in Corsica (dell’isola ho già parlato in altri due post: Ile de Beauté e Il linguaggio del mare). Tra le letture degli italiani sulle spiagge della Balagne, primeggiano E l’eco rispose di Kaled Hosseini e Inferno di Dan Brown, seguiti a ruota da Io che amo solo te di Luca BianchiniMandami tanta vita di Paolo di Paolo e Zero zero zero di Roberto Saviano. Tra i titoli francesi,  molti gli avvistamenti del romanzo erotico Cinquante nuances de Grey di E. L. James, specialmente in mano agli uomini (qui un recente articolo di Le Huffington Post) e molti anche i lettori del giallista statunitense Harlan Coben; le donne invece pare preferiscano i romanzi di Marc Levy e di Guillaume Musso (a questo punto voglio assaggiarne un paio pure io). Ho fatto un giro inoltre in diverse librerie (impossibile starci lontana!), che per la verità in Corsica sono edicole ben fornite anche di narrativa francese e internazionale e di testi su storia, tradizioni e attrattive locali.

E se qualcuno se lo stesse mai domandando… io ho iniziato la mia vacanza leggendo Tokyo blues di Haruki Murakami.

 

libri Murakami

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mary-poppins-bagSono quasi le 21, il treno è pieno. Trovo posto davanti a due ragazze che parlano di palestra e di quanto uomini e donne amino sfidarsi in amore (sull’argomento occorrerebbe forse aprire più di una parentesi). Poso la borsa sul sedile a fianco, per fortuna libero. Ripenso all’evento da poco terminato e, come altre volte, sorrido del piacere di parlare con scrittori e editori. Intanto, la fame si fa sentire quindi estraggo dalla mia big bag rosa fluo un pacchetto di taralli (tradizionali, i miei preferiti, comprati nella libreria della stazione). Lo apro e inizio a gustarli. Al quarto passa il controllore: “Signorina, il biglietto prego!”. Mi scuso per essermi fatta cogliere con un tarallo in bocca e inizio a cercare nelle tasche della borsa. Nulla. Lui mi guarda con fare interrogativo e va avanti a chiedere agli altri passeggeri. Mentre cerco, sgranocchio un altro tarallo. L’uomo torna indietro e io sono nuovamente alle prese con un tarallo. Chiedo ancora scusa continuando a rovistare nella borsa e nelle tasche. Dopo alcuni minuti lo tiro fuori da un plico di fogli, lo alzo in mano e vittoriosa esclamo: “Eccolo, sa… nelle borse delle donne ci sono sempre tante cose”. Il controllore fa un foro sul biglietto e risponde: “Lo so, è sempre così. Si vede”. Repentini nella mia mente spuntano alcuni versi del poeta torinese con la barba Guido Catalano:
“ho avuto più volte la certezza
che le borse delle donne
siano portali dimensionali
verso la sfera dell’entropia”.
A questi si affianca l’immagine della borsa di Mary Poppins (chi non l’ha desiderata almeno una volta?). E sorge una domanda, tra le pieghe dei pensieri di una giornata ricca di incontri letterari: quali autori si sono soffermati a descrivere le borse delle donne e il mondo che contengono o le donne che vi cercano dentro? In quali romanzi se ne parla? Forte la tentazione di lanciare un hashtag su twitter per raccogliere risposte. Nasce #bigbagneilibri. Non faccio in tempo a riprendere in mano il pacchetto di taralli che il treno si ferma, sono arrivata. La porta del vagone si apre e davanti a me c’è una donna con un borsone grigio in mano e uno zaino blu a spalle… chissà dove va?!

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“Quanta umanità!”. Con queste parole prende forma nella mia mente il pensiero che nasce dall’osservazione vivace e curiosa delle auto e della gente in attesa di imbarcarsi per la Corsica. Al porto, ma così anche nelle stazioni e negli aeroporti, si possono cogliere dettagli che parlano delle differenti abitudini di vita. Sia per vacanza o per lavoro, il viaggio rappresenta il primo passo per tuffarsi in una nuova esperienza: si lascia la solita quotidianità per imbastirne una nuova, talvolta incognita, eppure ancora e sempre aggrappati a quel po’ di sé a cui è difficile rinunciare. La letteratura parla spesso del viaggio come metafora della vita. E tra le opere più note che ne affrontano le tematiche, potremmo citare ad esempio l’Odissea di Omero e la Divina Commedia di Dante.

Ormai, molti traghetti che collegano l’Italia con la Corsica e la Sardegna sono in verità delle vere navi, gigantesche ed attrezzate con ogni genere di comodità, città galleggianti che possono ospitare duemila e più persone. In colonna al posteggio, che può contare ventinove e più file per l’imbarco, ci sono auto, camper, moto e camioncini. Una volta parcheggiato il proprio mezzo seguendo le indicazioni degli addetti alla viabilità portuale, ci si può sgranchire le gambe e mangiare qualcosa. Così questa umanità in viaggio inizia ad incontrarsi e ad osservarsi. Ci sono italiani, tedeschi, francesi, belgi, svizzeri, magrebini e anche qualche olandese. Il fumo di nave che entra in porto catalizza l’attenzione, attira lo sguardo di grandi e piccoli e, dopo averla seguita con lo sguardo fino a che si ferma vicino alla banchina, tutti scappano di nuovo ai loro posti pronti a mettere in moto i veicoli.

La nave attracca e inizia lo sbarco di chi termina invece il proprio viaggio. Lanci di fune e fischi, portelloni che si aprono ed il personale di bordo che si affaccia dai ponti o scende sulla terraferma per dirigere il lento deflusso delle auto che escono dalla pancia della nave. Sorrisi curiosi da parte di chi attende di partire e di chi ha concluso la traversata. Gli uni scrutano gli altri.

Il modo in cui si viaggia tradisce qualcosa dell’origine, dello stile di vita e anche del carattere. Le famiglie con due o tre figli le si ritrova per lo più in camper e auto famigliari, i giovani con borsoni e zaini sono stipati su utilitarie mentre giovani più attempati con lo spirito d’avventura nel sangue (e l’abilità di ridimensionare il proprio bagaglio) scelgono la moto. Tedeschi e francesi è facile che viaggino con le bici al seguito, poste dietro o sopra quei furgoncini dai colori sbiaditi che servono da grande bagagliaio e casa con le ruote. Insomma, si può quasi scatenare il gioco del “dimmi come viaggi e ti dirò chi sei”.

E tornano ad affacciarsi numerosi i libri: non come testimoni del significato del viaggio, ma come compagni della traversata, per breve che sia. Non si capisce se sia la nave ad infondere la voglia di leggere in chi sale a bordo o se ospiti piuttosto, in modo preferenziale, un nutrito popolo di lettori. Ognuno ha il suo, quando non più di uno (ho visto una famiglia di quattro persone affrontare le quattro ore di viaggio con sei libri sul tavolo, forse però era solo indecisione sul titolo). Anche in questo caso la curiosità vince e scatena altre domande: chissà come sono stati scelti i libri da portarsi in viaggio. Ci si imbatte in “La filosofia dei Simpson” e nella versione francese del noto thriller “Uomini che odiano le donne”, in un romanzo di Carofiglio e in uno di Sophie Kinsella, nei trattati di sociologia di Jean-Francois Amadieu e nelle avventure del topolino Geronimo Stilton. Se qualcuno l’ha dimenticato a casa o in auto (ormai chiusa nella stiva) o non ci aveva pensato, nessun problema: anche sulla nave c’è una libreria ben fornita per tutti i gusti. C’è chi legge a bordo piscina e sulle sdraio disseminate sul ponte più alto, seduto al tavolino del bar o vicino alla ringhiera per sentire più sferzante l’aria del mare sulla faccia, disteso su un divanetto dello spazio relax o accovacciato per le scale vicino all’ingresso delle cabine. Perché quindi non pensare di dotare le navi di una biblioteca? Che qualcuno ci pensi!

“Il viaggio sempre ricomincia, ha sempre da ricominciare, come l’esistenza, e ogni sua annotazione è un prologo. (…) Viaggiare significa fare i conti con la realtà ma anche con le sue alternative” (dalla prefazione di “L’infinito viaggiare”, di Claudio Magris).

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