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Posts Tagged ‘libri per bambini’

Chi ha detto che le favole piacciono solo ai bambini? Siamo abituati a pensare che ogni favola inizi con il classico “c’era una volta” e finisca con “vissero tutti felici e contenti”, ma proviamo a dare spazio alla fantasia e a creare noi stessi una piccola storia che incanti il bambino e faccia riflettere l’adulto.

E’ proprio con questo spirito che Daniele Bergesio ha dato il via a #favoleturbo, un hashtag che su twitter ha raccolto decine di like fin dal primo giorno trasformandosi in un felice esperimento letterario dell’epoca 2.0 e stimolando persone di ogni età a inventare brevi storie di appena 25 parole. Un’idea semplice ma che contiene qualcosa di geniale perché fa parlare sogni e speranze, emozioni e spirito critico con un pizzico di ironia. Presto il progetto è diventato un libro arricchito dalle simpatiche illustrazioni del bravo Alessandro Pedarra e pubblicato da Edizioni Leima (Fratelli Brumm è il nome con cui i due autori hanno scelto di chiamarsi sulla copertina dell’albo). Sono favole che nascono da un solo dettaglio, tratto da fiabe o dalla realtà, e che con una o due frasi raccontano una scena o un’avventura in modo divertente e nuovo. Il volume Favole Turbo contiene in appendice anche qualche indicazione per chi volesse cimentarsi a narrare una breve storia incredibile. Ho provato anche io, su twitter e sulla mia agenda e intanto continuo a leggerne su twitter.

Poi, dal libro all’evento il passo è stato breve…

2017_favole_turbo

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Ogni nome reca in sé un significato e evoca immagini. Il nome può essere connotativo e denotativo, ma un nome non è mai per caso. Ognuno ha nel proprio un germoglio che crescerà e lo accompagnerà per tutta la vita per scrivere insieme una storia.

Angela Nanetti, autrice per ragazzi tradotta in 24 Paesi e vincitrice del Premio Andersen Italia per tre volte, ha scritto Un giorno un nome incominciò un viaggio pubblicato da Edizioni Gruppo Abele per raccontare le avventure di un nome attraverso città e campagne, deserti e oceani. Il libro, illustrato dal bravo Antonio Boffa, fonde diversi piani narrativi che arrivano così a lettori di ogni età (pur trattandosi di un libro per bambini) per affrontare il tema della migrazione: i piccoli coglieranno principalmente la storia di una bambina che fugge da dolore, difficoltà e ingiustizie (caratterizzate, ad esempio, da disegni dove domina il nero per il mare in tempesta), i grandi vi leggeranno la triste e complessa realtà di chi abbandona la propria terra per disperazione come sempre più spesso racconta la cronaca.

cover un giorno un nome ega

Bella la prefazione di Fabio Geda, che sintetizza: “E’ la vita che si feconda nei nomi degli uomini che ciascuno di noi dovrebbe accogliere come figli”. Un invito ma, purtroppo, dietro quel condizionale si cela anche un’amara riflessione.

In modo sintetico ma altamente evocativo Nanetti parla dell’incontro con altre culture attraverso l’uso della lingua: “con essi scambiò saluti e racconti di storie piccole e grandi”“il nome incontrò altri nomi che gridavano in lingue sconosciute”. Ogni incontro è ricchezza e il nome – che esprime identità – si arricchisce del proprio vissuto, qualsiasi sfumatura di colore abbia e emozioni faccia nascere. Questo nome fatto di tante parole, Quella che danza coi narcisi, non si arrende e prosegue il suo viaggio e, nonostante la speranza, si arena senza vita su una spiaggia. Tuttavia, la storia non è ancora finita perché l’autrice vuole lasciar parlare la vita che, come un cerchio all’infinito, rigenera sempre per amore un altro nome. Così, “tutti ripresero a danzare” e i colori, di pagina in pagina, tornano a illuminarsi: accanto al grigio fanno capolino anche l’arancione, l’azzurro e il lilla per descrivere un arcobaleno che spazza via le nuvole e puntella la vita.

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Illustrazione di Antonio Boffa per “Un giorno un nome incominciò un viaggio” (EGA)

 

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Un rombo, poi il vento freddo e una gigantesca onda di fango ricopre e distrugge interi paesi uccidendo quasi 2.000 persone: è ciò che è successo cinquant’anni fa in provincia di Pordenone. Proprio nell’anniversario del “disastro del Vajont” mi è capitato tra le mani un libro che racconta la tragedia ai bambini, I palloncini del Vajont. Storia di una diga cattiva, curato dalla giornalista Lucia Vastano ed edito da Sinbad Press in collaborazione con i Comuni di Longarone, Erto e Casso, Castellavazzo. La voce narrante è quella di un nonno, che risponde alle domande dei nipotini: “Vi insegnerò tante cose, sugli uomini e sui bambini”. Una scelta che evidenzia il valore comunicativo del libro e la comprensione di fatti e stati d’animo.

palloncini del vajont

L’uomo inizia ricordando la propria infanzia, quando passava l’estate alla casera con fratelli e sorelle: “Allora non c’erano le merendine. Eravamo tutti più poveri (…) per noi bambini anche il lavoro era un gioco, come andare a pescare”. Poi venne la diga, progettata dall’ingegner Carlo Semenza e costruita tra il 1957 e il 1960, con la speranza per gli abitanti della zona di non dover più migrare in cerca di lavoro: “La diga del Vajont porterà benessere a tutti, così ci dicevano quelli della Sade, la ditta che costruiva la diga”. I pensieri del nonno, allora giovane, sono protagonisti come segno di una sensibilità comune: “In Germania sognavo tutte le sere quella diga”. Eppure la pericolosità di quell’imponente costruzione era stata annunciata: oltre a diversi terremoti, la parola di uno studioso interpellato dai contadini e l’indagine di una giornalista (qui il video con l’intervista a Tina Merlin che fu processata ma poi assolta per i suoi articoli) non bastarono a mettere in guardia le autorità locali. “La montagna su cui era appoggiata non sarebbe stata in grado di sopportare la pressione del lago che si andava formando con l’acqua del torrente Vajont” spiega il nonno ai bambini. Così, il 9 ottobre 1963, alle 22,39, un’enorme frana si staccò dal Monte Toc e ancora oggi resta “una cicatrice bianca sulla montagna”: in pochi minuti un’onda alta 250 metri scavalcò la diga e finì a valle. Le frazioni di Erto vennero rase al suolo e “Longarone era una spianata di fango”: rievoca il nonno che, arrivato con il treno dalla Germania, vide a Belluno militari ovunque e capì l’entità della tragedia. Tra le pagine, accanto al testo scorrono disegni e foto d’epoca che riportano anche la posizione dei paesi e della diga. L’anziano racconta della rabbia e del dolore, dei pochi risarcimenti arrivati alla gente, dei colpevoli e dei superstiti. “La memoria è la ricchezza di un popolo (…) e la memoria è una grande responsabilità”.

La Valle del Vajont poco dopo il disastro

La Valle del Vajont poco dopo il disastro

Nella seconda parte del libro si legge il racconto fatto da altri nonni (reali, questa volta, e citati con nome e cognome): Italo Filippin ricorda il compagno di scuola Ugo, trascinato via dall’acqua e ritrovato a due chilometri di distanza immerso nel fango con solo qualche osso rotto; Laurino Angeloni è stato tra quelli che nel dicembre 1963, un paio di mesi dopo l’evento, hanno bloccato il traffico stradale per costringere le autorità a riprendere i lavori di ricostruzione; Mario Pozzobon rimpiange di non aver conosciuto bene il fratello e la sorella, “non saprò mai quali sogni avevano nel cuore”. Come loro, tanti altri. Chiudono il volume i pensierini che i bambini dei paesi colpiti dalla tragedia hanno lanciato in cielo con dei palloncini per ricordare le 487 piccole vittime della diga del Vajont, tutte elencate in appendice.

Un ottimo libro, tristemente vero, per insegnare ai bambini il valore della memoria e spiegare il dolore.  Un libro che una mamma ha scelto di leggere insieme alla sua bimba alla sera e che una maestra di seconda elementare ha deciso di far leggere in classe. Perché aiuta a crescere in modo consapevole, dentro la storia.

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Ci sono autori poliedrici che davvero incarnano la passione per la lettura e la letteratura nel senso più ampio: intervistarli è come fare un interessante viaggio il cui percorso si svela passo a passo. Il genovese Anselmo Roveda, anche giornalista e autore di racconti radiofonici, è di sicuro uno di questi: ha pubblicato diversi libri di critica letteraria e saggi su tradizioni popolari, fiabe per bambini e narrativa per adulti, raccolte di poesie e testi di pedagogia (www.anselmoroveda.com). “Scrivere per età diverse, oltre ad essere divertente, può aiutare a non fissarsi in un’immagine statica di sé e a evitare di imbalsamare la lingua” afferma Roveda, anche coordinatore redazionale del mensile Andersen – Il mondo dell’infanzia. In modo molto famigliare lo scrittore ci racconta come la sua passione per la scrittura sia nata ascoltando le storie della bisnonna Angelica e spiega come ognuno porti in sé storie da raccontare e aspetti del meraviglioso. Il suo è un chiaro invito a stimolare sempre una sana curiosità. Le sue risposte offrono spunti di riflessione sull’importanza di trasmettere il gusto per la lettura ai più piccoli e di saper ricavare tempo per leggere, ad ogni età.

anselmo roveda

In cosa si differenzia uno scrittore di libri per bambini da uno di libri per grandi?

Nel mio caso sono le idee narrative e le storie a “scegliere”, a determinare, se quello che sto scrivendo finirà più facilmente tra le mani di un lettore adulto, giovane, giovanissimo o addirittura di un prelettore. Più in generale e da un punto di vista creativo, penso che non ci siano differenze sostanziali. Le differenze iniziano quando l’idea narrativa diventa narrazione e registro linguistico: uno scrittore, quale che sia il lettore che vuole incontrare, dovrà sempre compiere delle scelte precise in fatto di immaginario da evocare e di parole da usare. Si potrebbe dire che tra uno scrittore per bambini e uno per adulti passa la stessa differenza che c’è tra un pilota di gare su circuito, tipo F1, e uno di rally, o viceversa: non è la competenza di guida in discussione, ma il contesto in cui agirla. Infine, le vere differenze stanno in certe retoriche e in certi stereotipi intorno all’idea di “scrittore”, più o meno introiettati dagli stessi autori e dalla filiera del libro. Insomma, difficilmente vedremo immagini pubbliche di scrittori per l’infanzia con aria tormentata millantare cruciali passaggi esistenziali. Sono solo giochi d’apparenza, autorappresentazioni quando non marketing. Cose che capitano anche per altri settori e generi della letteratura: prendi un’autrice di romance e una di noir, uno di romanzi storici e uno di fantascienza, difficilmente avranno lo stesso trucco, lo stesso guardaroba o lo stesso layout del sito. Ma sono croste che stanno ben sopra, o sotto, la letteratura. I buoni libri alla fine sono fatti di buone storie; nonostante qualsivoglia etichetta gli si apponga o l’autore pretenda di apporvi.

al lavoro coverIl tuo ultimo libro per bambini è intitolato “Al lavoro!” (edito da Coccole books) e racconta, in modo semplice e con diversi esempi, perché il lavoro sia un diritto ma anche un dovere. Affronti quindi un tema molto dibattuto che in questo particolare periodo storico-sociale potremmo definire “scottante”, toccando anche esperienze come il licenziamento e concetti come la meritocrazia.  Cosa ti ha spinto a dar vita a questa storia e perché i suoi personaggi sono raffigurati come degli uccelli?

Il lavoro, e non solo in questi tempi di crisi, è un elemento pervasivo dell’immaginario infantile; i bambini spesso ci pensano (“da grande farò…”) o sono portati a pensarci (“cosa fa tuo papà?”, “e la tua mamma?”). Il lavoro investe la realtà delle famiglie e del contesto sociale nel quale vivono, determinando anche lo spettro delle possibilità: dai percorsi di vita ai consumi alimentari, al tempo libero (“oggi la mamma non può, deve lavorare”). Inoltre il lavoro riveste parte importante delle fantasie e delle aspettative di futuro. Ragionare con le nuove generazioni sui modelli di sviluppo possibile, riflettere con loro su cos’è il lavoro riaffermandone le componenti di diritto e dovere mi sembra oggi interessante e opportuno. Anche usando la narrativa come occasione per rompere il ghiaccio. Sono partito da una domanda (“cosa farai da grande?”) che gli adulti fanno spesso ai bambini, talvolta non ascoltiamo davvero le risposte. Ritengo sia importante prendersi questo tempo di ascolto: il lavoro non investe solo la dimensione del sogno magico e a lungo termine ma anche quella, assai concreta, dell’evoluzione personale quotidiana. I libri poi sono giochi di squadra, nascono e crescono insieme agli altri. La reinterpretazione di alcune immagini note e storiche attraverso la trasfigurazione delle figure umane in volatili è frutto del percorso di ricerca dell’illustratrice Sara Ninfali. L’idea mi ha convinto ed è stata, grazie al confronto con lo staff della casa editrice, benzina per la narrazione.

In “Al lavoro!” racconti l’importanza di indirizzare la ricerca del lavoro in base alle proprie attitudini e ai propri desideri. Tu come hai iniziato a scrivere?

Fin da bambino ho amato ascoltare e incontrare storie. Nei pomeriggi d’inverno la bisnonna Angelica preparava cena e raccontava, io costruivo castelli di sedie e ascoltavo. Angelica era nata a fine Ottocento in Brasile da una famiglia friulana; era tornata in Italia giusto in tempo per una guerra mondiale e aveva sposato al fronte un bersagliere piemontese di nome Armellino. Poi, novelli sposi in fuga, erano migrati nell’industriale Genova. Erano stati entrambi operai: lei in un saponificio, lui nell’altoforno. Prima di crescere nonna Bruna avevano perso due figli, poi c’era stata un’altra guerra e altri trenta anni di vita. Insomma,  Angelica aveva storie da raccontare. Lì è nata la voglia di narrare a mia volta. Una voglia che ha preso forma qualche anno dopo, in adolescenza. E visto che non sono un oratore da palcoscenico, disegno con pigrizia e suono maldestramente, ho scelto la scrittura e ho iniziato a riempire quaderni su quaderni. Un processo lungo e in divenire che ha avuto, dopo gli anni della formazione e in quelli dell’impegno socioeducativo, qualche momento carsico e coabitazioni con altri mestieri che mi hanno appassionato altrettanto.

Sei uno scrittore poliedrico, che spazia dalla narrativa per adulti a quella per ragazzi passando attraverso la poesia, la saggistica pedagogica e diversi testi su tradizioni popolari e lingue regionali. C’è un filo conduttore che vuoi perseguire o vesti tante passioni? 

Le tante passioni, e le diverse forme della scrittura, sono intrecciate nella curiosità per la meraviglia, talvolta dolorosa talvolta orribile ma pur sempre meraviglia, che è capace di suscitare l’umanità nella sua interazione con ciò che la circonda. Ogni cosa e, a maggior ragione, ognuno di noi è al tempo stesso costituito da storie ed è generatore di storie: alcune possibili, altre plausibili, altre ancora impossibili ma immaginabili. Dare conto di un frammento, da un particolare e minimo punto di vista, di queste catene di storie vissute immaginate e immaginabili è il mio mestiere: l’ho fatto da ragazzo come barista durante la stagione estiva, l’ho fatto per lunghi anni da educatore e amministratore di servizi socioeducativi, lo faccio da giornalista e critico, lo faccio da saggista e divulgatore, lo appunto in poesia e lo gioco in narrativa.

Spesso si sente dire che bambini e ragazzi leggono poco, ma cosa possono fare i grandi per incentivare questa abitudine e passione?

Mostrare loro che nei libri ci sono tutte le avventure del mondo e della propria esistenza, ci sono tormenti e risate, cattiveria e amore, problemi e soluzioni. Si può iniziare molto presto, con la lettura ad alta voce. Ma a tutte le età c’è un modo silenzioso ancora più potente: leggere. Farsi vedere mentre si legge, dedicare tempo e spazio ai libri. Saranno il nostro mutare continuo di espressioni, lo scoppiare a ridere o il trattenere un magone, a far venire voglia di guardare dentro a quei volumi capaci di suscitare così tante e varie emozioni.

anselmo roveda scuola 1Quali sono i libri che più ti hanno segnato da bambino e quali le tue ultime letture?

Insieme alle “Fiabe sonore” – ebbene sì, sono della generazione mangiadischi – i primi libri che ricordo di aver amato sono quelli di Richard Scarry, le une e gli altri ampiamente scarabocchiati e “integrati” in personali versioni. Stavano nello scaffale basso della libreria di casa insieme a “Gelsomino nel paese dei bugiardi” di Rodari, il primo libro che ho letto da solo, e a due pop-up di Kubasta, quello che amavo di più e conservo ancora è “Gli spericolati corridori”. C’erano poi dei classici per l’infanzia, di quelli regalati da zie vere e presunte, tutti scritti e che guardavo con sospetto. Mi perdevo invece nella collana “Guarda e scopri gli animali” (una delle poche cose che si trovava nell’unica cartolibreria del piccolo paese dove sono cresciuto) e, solo dopo mille giuramenti sull’integra restituzione del volume, nella prima edizione einaudiana delle “Fiabe del focolare” dei Grimm che era stata di mamma da bambina. Appena cresciuto abbastanza da metter mano agli scaffali più alti mi appassionai a una raccolta illustrata di miti leggende e fiabe della Garzanti, poi venne la curiosità per le voci sui personaggi storici e sull’astronautica contenute nelle enciclopedie. E i fumetti: Mafalda, Asterix e gli albi supereroistici dell’Editoriale Corno. Passata l’infanzia e un’adolescenza di letture generazionali (dai poeti maledetti a Bukowski e Duchaussois), ho iniziato a leggere un po’ di tutto, privilegiando a lungo la saggistica storico-politica e, per questioni di formazione, quella psicosociopedagogica e antropologica. In letteratura – oltre ai vari soliti intramontabili (due che iniziano per S? Shakespeare e Simenon) e a qualche cotta passeggera (due di Marsiglia? Izzo e Carrese) – gli autori che ho amato di più, o forse solo letto di più, sono Manuel Scorza, Jean Giono, Philip K. Dick, Cesare Pavese, Beppe Fenoglio, Nanni Balestrini, Francesco Biamonti e Sergio Atzeni (quest’ultimi due i preferiti). Per la poesia I Novissimi, Buttitta, Fortini e Firpo; oggi Guasoni. Di letteratura per ragazzi leggo moltissimo per lavoro; da lettore, e per dire solo degli italiani in attività, i miei preferiti sono Beatrice Masini, Giusi Quarenghi e Guido Quarzo per la narrativa, Emanuela Bussolati per la progettazione degli albi infanzia, Chiara Carminati e ancora Quarenghi per la poesia. Infine, tra le letture degli ultimi tempi – oltre a classici della letteratura in genovese, a China Miéville e all’underground del fantastico italiano (quello dei blog novel e degli ebook, per intenderci) – mi sono perso nella riedizione della “Storia confidenziale della letteratura italiana” di Giampaolo Dossena, uno spasso.

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