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libro 4.12.15

“Il Templare e l’intrigo di San Martino” è un libro ambientato nel 1203 nel chierese (in provincia di Torino), con monaci e Templari, signori e massari, damigelle e vescovi, uomini politici e giovani che lottano per il proprio amore.  Un romanzo storico scandito da attente descrizioni del territorio e ricco di intrighi duecenteschi.

Il volume è un progetto nato in seno all’associazione Giuseppe Avezzana di Chieri che si occupa di storia, cultura e tradizioni locali. La scelta di ambientare la storia nel 1203 non è casuale: a quella data si fa infatti risalire la decisione di fondare “villa di san Martino dello Stellone”, l’attuale paese di Villastellone la cui storia pare si intrecci proprio con quella dell’Ordine Templare. Il libro è inoltre corredato da un’appendice con due racconti storici sui cavalieri realizzati alcuni anni fa da ragazzi di seconda media: il risultato di un laboratorio di scrittura creativa seguito a una mostra sui Templari. Tra le pagine, infine, si incontrano i disegni creati dall’incisore Maurizio Sicchiero.

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ragazzi varsavia

I libri non muoiono, anche quando escono dal mercato o dal catalogo di una casa editrice, specialmente quelli che si trovano nelle biblioteche comunali o scolastiche dove possono incontrare sempre nuovi lettori.

Andando a tenere un corso di social network in una scuola media mi sono imbattuta in un libro di narrativa lasciato su un banco in un corridoio: pensavo che giacesse lì dimenticato da tempo e ho scoperto invece che proprio grazie a questa sua insolita posizione ha attirato la curiosità di diversi studenti così come anche di personale non docente che l’ha letto con gusto. Si tratta di un volumetto di 250 pagine, con la copertina ormai ingiallita e segnata dall’uso, edito da Giunti – Marzocco nel 1966: I ragazzi di Varsavia dell’austriaco Winfried Bruckner, pubblicato nel 1963 e premiato dallo Stato austriaco. A suggerirne l’acquisto di questo libro, a suo tempo, sarà forse stato l’insegnante di italiano o quello di storia trattando della persecuzione degli ebrei nei primi anni della Seconda Guerra Mondiale. La vicenda si svolge a Varsavia, nel ghetto ebraico: un libro per far comprendere il dramma di quella tragica situazione che ha accomunato gente di ogni età; allo stesso tempo però – come indicato sulla quarta di copertina – con questo racconto non si vuole cercare la condanna del popolo tedesco evidenziando la distinzione tra popolo e regime, “fra alcuni uomini efferati e la massa impotente”…

Diversi possono essere i motivi per cui il libro non è più in commercio. Il mercato dell’editoria è in continua Nazi-hunters coverevoluzione e si arricchisce di migliaia di titoli ogni anno. A ciò si aggiunge ancora il fatto che sempre più spesso – e sapientemente – i libri di narrativa per ragazzi vengono integrati con schede di approfondimento, note e proposte di attività che l’insegnante può utilizzare secondo le esigenze della classe e di programma.

Giunti ha in catalogo un altro libro per ragazzi che racconta il periodo nazista, forse in chiave più avvincente – a mio parere – per la sensibilità degli adolescenti di oggi legando la struttura di una spy story a un’attenta ricerca storica: Nazi hunters del giornalista e saggista americano Neal Bascomb, una versione per giovani tratta dal bestseller internazionale Haunting Eichmann. La storia attinge a fatti reali: nel 1945, alla fine della II Guerra Mondiale, Adolf Eichmann, uno dei capi della campagna nazista “soluzione finale” (organizzava il traffico ferroviario che trasportava gli ebrei ai campi di concentramento), si rifugia in Argentina dove sedici anni dopo viene rapito alla fermata di un autobus da spie del Mossad e trasferito segretamente in Israele per essere sottoposto a un processo per i crimini di guerra. Il libro narra come tutto ciò sia avvenuto partendo dalla riapertura del caso Eichmann per mano di un avvocato ebreo emigrato in Argentina. L’autore non tralascia di affiancare l’aspetto psicologico a quello storico permettendo ai ragazzi di comprendere meglio la tragedia dell’Olocausto, il destino degli ebrei e – cosa non meno importante – cosa è avvenuto in seguito alla liberazione.

Quindi, così come i libri non muoiono, la Storia resta in eredità alle generazioni e leggere è di sicuro un modo per fare memoria e crescere nella riflessione perché l’uomo possa imparare a costruire il bene (questa non è retorica, ma un augurio autentico)…

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Infinite le tonalità di marrone e di verde che si incontrano lungo la strada che da Cecina porta a Volterra: un paesaggio affascinante! Campi arati, filari di vite e poderi con qualche ulivo, poi in alto si scorge un vecchio cascinale restaurato protetto da cipressi che domina i declivi. Una vista di cui non ci si stanca.

La grandezza della storia di Volterra si legge nell’imponenza della cinta muraria (il muro perimetrale etrusco era lungo 7 chilometri), nelle stradine del centro che si inerpicano svelando suggestivi angoli e palazzi ma anche resti di fossili incastonati nelle pietre, nelle sue origini etrusche e nei resti romani. Nota per la produzione di alabastro, la cittadina ha davanti a sé anche quella che un tempo era la più grande miniera di rame. Quando il cielo è terso, volgendo lo sguardo in direzione di Cecina, si riesce a scorgere la Corsica…

Per le strade, tanti negozi di prodotti tipici e gallerie d’arte, come quella di Vanna (Colpa del Vento, nome azzeccato per il luogo) che tanti anni fa ha lasciato il capoluogo piemontese per andare a dipingere i colori caldi della campagna toscana. Botteghe di artigiani del bronzo che riproducono la nota statuetta chiamata L’ombra della sera, custodita al Museo Etrusco Guarnacci, e di maestri orafi, scultori del legno e musicisti.

Salutare Volterra vuol dire ripromettersi di tornarci.

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Ci sono tanti tipi di lettori ma quando succede di incontrarne uno in grado di scendere nelle viscere di un libro che ha toccato profondamente le sue corde si resta affascinati nell’ascoltare l’attenta lettura. Così è stato quando Long John Silver alias Barbecue (con questo nome lo si incontra su anobii.com) ha parlato di I doni della vita di Irene Némirovsky ad una serata del gruppo Anobii Torino. Ecco la sua analisi, ricca di riferimenti storici, che parte dalla biografia dell’autrice:

Irene Némirowsky

Irene Némirowsky

Non avevo mai letto nulla della Némirovsky e quindi sono stato colpito dalla sua biografia. Il post sul Nonblog di Habanera segnalato da un’altra anobiina mi è parso molto interessante. Su wikipedia si parla della sua richiesta di cittadinanza francese (peraltro non accettata) e della conversione al cattolicesimo avvenuta nel 1939: credo che si sentisse una scrittrice francese e dunque fosse normale per lei chiedere la cittadinanza. Quanto alla conversione al cattolicesimo alcuni ebrei speravano in tal modo di salvarsi da eventuali leggi razziali future. Esistono poi una biografia di Némirovsky edita da Adelphi ed alcune scritte dalle figlie che forse spiegheranno queste sue decisioni. La conversione al cattolicesimo non l ‘avrebbe comunque salvata visto il concetto del nazionalsocialismo di “Blut und Boden” del politico tedesco Darré…. Nell’edizione Adelphi viene riportata come data di inizio stesura del libro la seconda metà del 1940… La caduta di Parigi avvenne il 14 di giugno e dunque la prima cosa interessante da capire è se abbia cominciato a scrivere ancora nella capitale francese o se si sia subito rifugiata in Borgogna. Il romanzo apparve a puntate sul giornale Gringoire come romanzo inedito di una giovane donna. Mi sono chiesto se, malgrado il clima storico, le fosse rimasto qualche amico in redazione oppure se qualche direttore senza scrupoli, notando il suo talento, se la sia cavata pagandola pochi franchi. Riguardo alla censura credo che a Vichy si sia fatta via via più’ stretta. D’altronde lei cosa avrebbe potuto opporre? Poteva certo auto censurarsi , ma anche la redazione del giornale avrebbe potuto intervenire dopo avere ricevuto i suoi scritti. Se il censore avesse provveduto a tagli e modifiche lei cosa potevo fare? Era una “ghostwriter” nel vero senso del termine. Addirittura il regime di Vichy assecondava i Nazisti senza che, a volte, dovessero chiedere… Il rastrellamento del Velodrome a Parigi nella parte occupata della Francia direttamente dai Nazisti fu effettuato senza alcuna pressione da parte tedesca e solo più’ tardi Eichmann approvo’ l ‘operazione. Mi ha incuriosito la scelta di ambientare il romanzo nel Pas– De-Calais. La spiegazione più semplice è che, vivendo a Parigi, sicuramente avrà trascorso lì dei periodi di vacanza, ma la topografia dei luoghi descritti si è inevitabilmente collegata alla Prima e Seconda Guerra Mondiale. Restano le “coincidenze” tra alcuni luoghi del Pas-de-Calais e il movimento del Reggimento List di cui faceva parte Hitler durante la seconda guerra mondiale. Hitler fu ferito diverse volte durante la prima guerra mondiale tra cui la battaglia di San Quintino e Saint Quentin è nominata diverse volte nel libro della Némirovsky. A pagina 78 parla dello Chemin des Dames e nell’autunno del 1917 Hitler partecipa ai combattimenti furiosi in quella zona. A pagina 77  si legge: “allora si ricordo’ del gas. La più’ atroce delle morti”. Possiamo parlare di premonizione oppure le voci sul programma eutanasia erano arrivate anche in Francia? L’uso del gas (anche se non era lo Zyklon b) inizia ben prima della Conferenza di Wansee… E se non mi sbaglio nel libro viene citata Ypres diverse volte e nella battaglia di Passchendaele lo stesso Hitler fu colpito dall’iprite o mostarda azotata. Hitler considerava la Seconda Guerra Mondiale come una diretta conseguenza della Prima e di sicuro per lui era così; senza di essa lui sarebbe stato solo un renitente alla leva dell’Impero Asburgico e non avrebbe potuto essere un combattente. Lo storico britannico Ian Kershaw scrive che Hitler fu reso possibile dalla Grande Guerra… “Immaginava quale caos quella fuga avrebbe prodotto lungo la strada e, soprattutto, pensava che se i civili continuavano a fuggire, l’esercito era perduto” (pag. 200). Ecco un’indicazione di strategia militare che fu poi chiamata “febbre dell’esodo”: davvero particolare in un romanzo una descrizione del genere! Ancora, Nemirovsky racconta che “la gente aspettava la guerra come l’uomo aspetta la morte: sa che non le sfuggirà, gli sia concessa solo una proroga”. Una miglior descrizione della guerra stramba tra la caduta della Polonia e l’offensiva a ovest non me la ricordo. E nel romanzo a Guy vengono fatte dire parole significative: “Caro papà , non c’è che da abbassare la testa e aspettare che passi la bufera. O le cose si sistemeranno per tutti, o la catastrofe sarà generale”. Il filosofo Cioran scrive riguardo all’essere ebreo questa frase: “Malgrado la sua chiaroveggenza, sacrifica di buon grado all’illusione: spera, spera sempre troppo”. In effetti il finale del libro in fondo è un inno alla speranza, ma trovandosi sola, braccata e senza poter scrivere firmando con il proprio nome, forse a Irene Némirovsky non rimaneva che questo.

Quanto conta l’intreccio tra storia e romanzo in questo libro? 

Conta molto. L’autrice descrive trent’anni di storia francese seguendo le vicende di una famiglia dell’alta borghesia, ma doni_della_vitainevitabilmente la piccola storia familiare e quella con la esse maiuscola si intrecciano. Con l’arrivo delle Grande Guerra la sicurezza che avvolge la famiglia Hardelot “fatta di buon sangue , di carni robuste e sane e di risparmi investiti in Titoli di Stato, una barriera destinata a proteggere per sempre dalle insidie della sorte”, finisce con l ‘essere messa in discussione. Il capofamiglia degli Hardelot è come un monarca assoluto e per lui la Grande Guerra finisce con il segnare l’inizio dell’inevitabile declino. La figura di Julien Hardelot mi è apparsa come una allegoria della fine delle vecchie monarchie europee. Era l’ultima guerra, non ce ne sarebbero state altre dice uno dei protagonisti del libro. In fondo era proprio quella l ‘atmosfera del primo dopoguerra: un nuovo periodo di prosperità si affacciava. Già nel 1914 Charles Hardelot diceva: “E del resto, sono assolutamente convinto che una guerra mondiale debba svolgersi quasi senza spargimento di sangue. Capisci bene che se non fosse cosi, se ogni potenza mettesse in campo tutte le sue forze , con lo spaventoso progresso dell’industria bellica… Dov’ero rimasto? Ah, si, sarebbe una tremenda carneficina che decreterebbe la fine della civiltà umana. E’ evidente che nessuno stato vorrà assumersi la responsabilità di rispondere davanti ai posteri di una simile scelleratezza!”. allora si poteva sperare che la coscienza di un possibile massacro fermasse ogni futuro conflitto. Avrebbero pensato la crisi del 1929 e il Nazionalsocialismo ad archiviare quei sogni ad occhi aperti.

Quale punto del romanzo ti è piaciuto maggiormente? 

Trovare un solo punto che mi ha interessato è assai difficile. Tuttavia questo breve periodo mi pare si adatti straordinariamente anche a oggi: “Difficile farle capire che, nel mondo in cui vivevano, l ‘intelligenza, la cultura e l’educazione non valevano più’ granché. Merci costose che nessuno acquista più”. La voglia di continuare a leggere i suoi scritti e una domanda che mi ritorna in mente: quanti possibili capolavori di questa scrittrice ci siamo persi?

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