Feeds:
Articoli
Commenti

Ci sono tante occasioni per parlare di libri e per chi ama la lettura – e conoscere le storie che vi sono dietro – pare quasi impossibile evitarle. Così capita a me, da semplice lettrice o da organizzatrice di eventi librari. Ecco un esempio, un frizzante incontro di domenica mattina con a tema i fumetti e l’immigrazione. Naturale la domanda: cosa hanno in comune questi due argomenti? La risposta è Etenesh, graphic novel di Paolo Castaldi edita da BeccoGiallo.

Il 5 maggio alla torteria libreria di Torino Luna’s Torta (un simpatico locale che unisce due piaceri: buon cibo e libri) ho potuto chiacchierare del libro con l’autore e con Augusto Rasori, autore di fumetti e satira e speaker radiofonico. Non sono mancate le domande da parte del pubblico e di due bravi librai, Beppe Marchetti che giocava in casa e Andrea Bertelli di La Gang del Pensiero (Torino è anche questo: librai indipendenti, curiosi e competenti, che si confrontano e partecipano ai vari eventi presenti sul territorio. Una fortuna per il panorama culturale locale).

Etenesh è un fumetto che spiazza e allo stesso tempo coinvolge. Con questo lavoro Paolo Castaldi ha vinto il Premio Carlo Boscarato come autore rivelazione al Treviso Comic Book Festival. E’ la storia (vera!) di una donna che, partita da Addis Abeba, impiega quasi due anni per giungere clandestinamente a Lampedusa attraversando anche il Sahara e trascorrendo un periodo in carcere in Libia. Questa donna si chiama Etenesh, un nome simbolico che significa “tu sei mia sorella”: un messaggio perché, come l’autore, anche i lettori percepiscano che la vita di questa migrante non è lontana dalla nostra realtà e la cronaca continua a raccontarcelo ogni giorno. Le nuvole sono un elemento ricorrente nei disegni di questo libro, rappresentano il viaggio ma anche qualcosa che sta all’orizzonte. L’acqua è un’altra costante: occorre difendere con il fucile quella che si ha nel deserto e pensando alla libertà e a un futuro migliore Etenesh la invoca perché sa che riuscirà ad arrivare in Italia solo attraversando il Mediterraneo; l’acqua è salvezza. E’ significativo il gioco di ombre e di tonalità scure che campeggiano nelle pagine in cui dominano dolore, paura e disgregazione famigliare; colpisce il modo in cui Castaldi ha disegnato le lacrime sul volto della donna, solchi profondi.

Interessato, il pubblico è intervenuto con domande su come si può raccontare la realtà attraverso i fumetti e quando si scopre di voler fare il disegnatore. Quindi la chiacchierata è sfumata sull’esperienza dell’autore e sulla condivisione dei gusti letterari. Ottima chiusa alla mattinata, un brunch a base di torte salate e colazione all’inglese.

Ci sono tanti tipi di lettori ma quando succede di incontrarne uno in grado di scendere nelle viscere di un libro che ha toccato profondamente le sue corde si resta affascinati nell’ascoltare l’attenta lettura. Così è stato quando Long John Silver alias Barbecue (con questo nome lo si incontra su anobii.com) ha parlato di I doni della vita di Irene Némirovsky ad una serata del gruppo Anobii Torino. Ecco la sua analisi, ricca di riferimenti storici, che parte dalla biografia dell’autrice:

Irene Némirowsky

Irene Némirowsky

Non avevo mai letto nulla della Némirovsky e quindi sono stato colpito dalla sua biografia. Il post sul Nonblog di Habanera segnalato da un’altra anobiina mi è parso molto interessante. Su wikipedia si parla della sua richiesta di cittadinanza francese (peraltro non accettata) e della conversione al cattolicesimo avvenuta nel 1939: credo che si sentisse una scrittrice francese e dunque fosse normale per lei chiedere la cittadinanza. Quanto alla conversione al cattolicesimo alcuni ebrei speravano in tal modo di salvarsi da eventuali leggi razziali future. Esistono poi una biografia di Némirovsky edita da Adelphi ed alcune scritte dalle figlie che forse spiegheranno queste sue decisioni. La conversione al cattolicesimo non l ‘avrebbe comunque salvata visto il concetto del nazionalsocialismo di “Blut und Boden” del politico tedesco Darré…. Nell’edizione Adelphi viene riportata come data di inizio stesura del libro la seconda metà del 1940… La caduta di Parigi avvenne il 14 di giugno e dunque la prima cosa interessante da capire è se abbia cominciato a scrivere ancora nella capitale francese o se si sia subito rifugiata in Borgogna. Il romanzo apparve a puntate sul giornale Gringoire come romanzo inedito di una giovane donna. Mi sono chiesto se, malgrado il clima storico, le fosse rimasto qualche amico in redazione oppure se qualche direttore senza scrupoli, notando il suo talento, se la sia cavata pagandola pochi franchi. Riguardo alla censura credo che a Vichy si sia fatta via via più’ stretta. D’altronde lei cosa avrebbe potuto opporre? Poteva certo auto censurarsi , ma anche la redazione del giornale avrebbe potuto intervenire dopo avere ricevuto i suoi scritti. Se il censore avesse provveduto a tagli e modifiche lei cosa potevo fare? Era una “ghostwriter” nel vero senso del termine. Addirittura il regime di Vichy assecondava i Nazisti senza che, a volte, dovessero chiedere… Il rastrellamento del Velodrome a Parigi nella parte occupata della Francia direttamente dai Nazisti fu effettuato senza alcuna pressione da parte tedesca e solo più’ tardi Eichmann approvo’ l ‘operazione. Mi ha incuriosito la scelta di ambientare il romanzo nel Pas– De-Calais. La spiegazione più semplice è che, vivendo a Parigi, sicuramente avrà trascorso lì dei periodi di vacanza, ma la topografia dei luoghi descritti si è inevitabilmente collegata alla Prima e Seconda Guerra Mondiale. Restano le “coincidenze” tra alcuni luoghi del Pas-de-Calais e il movimento del Reggimento List di cui faceva parte Hitler durante la seconda guerra mondiale. Hitler fu ferito diverse volte durante la prima guerra mondiale tra cui la battaglia di San Quintino e Saint Quentin è nominata diverse volte nel libro della Némirovsky. A pagina 78 parla dello Chemin des Dames e nell’autunno del 1917 Hitler partecipa ai combattimenti furiosi in quella zona. A pagina 77  si legge: “allora si ricordo’ del gas. La più’ atroce delle morti”. Possiamo parlare di premonizione oppure le voci sul programma eutanasia erano arrivate anche in Francia? L’uso del gas (anche se non era lo Zyklon b) inizia ben prima della Conferenza di Wansee… E se non mi sbaglio nel libro viene citata Ypres diverse volte e nella battaglia di Passchendaele lo stesso Hitler fu colpito dall’iprite o mostarda azotata. Hitler considerava la Seconda Guerra Mondiale come una diretta conseguenza della Prima e di sicuro per lui era così; senza di essa lui sarebbe stato solo un renitente alla leva dell’Impero Asburgico e non avrebbe potuto essere un combattente. Lo storico britannico Ian Kershaw scrive che Hitler fu reso possibile dalla Grande Guerra… ”Immaginava quale caos quella fuga avrebbe prodotto lungo la strada e, soprattutto, pensava che se i civili continuavano a fuggire, l’esercito era perduto” (pag. 200). Ecco un’indicazione di strategia militare che fu poi chiamata “febbre dell’esodo”: davvero particolare in un romanzo una descrizione del genere! Ancora, Nemirovsky racconta che “la gente aspettava la guerra come l’uomo aspetta la morte: sa che non le sfuggirà, gli sia concessa solo una proroga”. Una miglior descrizione della guerra stramba tra la caduta della Polonia e l’offensiva a ovest non me la ricordo. E nel romanzo a Guy vengono fatte dire parole significative: “Caro papà , non c’è che da abbassare la testa e aspettare che passi la bufera. O le cose si sistemeranno per tutti, o la catastrofe sarà generale”. Il filosofo Cioran scrive riguardo all’essere ebreo questa frase: “Malgrado la sua chiaroveggenza, sacrifica di buon grado all’illusione: spera, spera sempre troppo”. In effetti il finale del libro in fondo è un inno alla speranza, ma trovandosi sola, braccata e senza poter scrivere firmando con il proprio nome, forse a Irene Némirovsky non rimaneva che questo.

Quanto conta l’intreccio tra storia e romanzo in questo libro? 

Conta molto. L’autrice descrive trent’anni di storia francese seguendo le vicende di una famiglia dell’alta borghesia, ma doni_della_vitainevitabilmente la piccola storia familiare e quella con la esse maiuscola si intrecciano. Con l’arrivo delle Grande Guerra la sicurezza che avvolge la famiglia Hardelot “fatta di buon sangue , di carni robuste e sane e di risparmi investiti in Titoli di Stato, una barriera destinata a proteggere per sempre dalle insidie della sorte”, finisce con l ‘essere messa in discussione. Il capofamiglia degli Hardelot è come un monarca assoluto e per lui la Grande Guerra finisce con il segnare l’inizio dell’inevitabile declino. La figura di Julien Hardelot mi è apparsa come una allegoria della fine delle vecchie monarchie europee. Era l’ultima guerra, non ce ne sarebbero state altre dice uno dei protagonisti del libro. In fondo era proprio quella l ‘atmosfera del primo dopoguerra: un nuovo periodo di prosperità si affacciava. Già nel 1914 Charles Hardelot diceva: “E del resto, sono assolutamente convinto che una guerra mondiale debba svolgersi quasi senza spargimento di sangue. Capisci bene che se non fosse cosi, se ogni potenza mettesse in campo tutte le sue forze , con lo spaventoso progresso dell’industria bellica… Dov’ero rimasto? Ah, si, sarebbe una tremenda carneficina che decreterebbe la fine della civiltà umana. E’ evidente che nessuno stato vorrà assumersi la responsabilità di rispondere davanti ai posteri di una simile scelleratezza!”. allora si poteva sperare che la coscienza di un possibile massacro fermasse ogni futuro conflitto. Avrebbero pensato la crisi del 1929 e il Nazionalsocialismo ad archiviare quei sogni ad occhi aperti.

Quale punto del romanzo ti è piaciuto maggiormente? 

Trovare un solo punto che mi ha interessato è assai difficile. Tuttavia questo breve periodo mi pare si adatti straordinariamente anche a oggi: “Difficile farle capire che, nel mondo in cui vivevano, l ‘intelligenza, la cultura e l’educazione non valevano più’ granché. Merci costose che nessuno acquista più”. La voglia di continuare a leggere i suoi scritti e una domanda che mi ritorna in mente: quanti possibili capolavori di questa scrittrice ci siamo persi?

Tanto il libro ha affascinato quanto ora il film raccoglie consensi di pubblico e critica: Educazione siberiana di Nicolai Lilin, pubblicato da Einaudi, è uscito in versione cinematografica con la regia di Gabriele Salvatores. Il 33enne scrittore russo di origine siberiana che dal 2004 vive in Italia in questo romanzo ha voluto raccontare l’educazione criminale, caratterizzata da regole d’onore tramandate da generazioni per difendere il proprio mondo, che lui ha vissuto in età adolescenziale. Un libro capace di graffiare l’animo del lettore, di interrogare e di lasciare il segno. Lo stesso si può dire del suo ultimo lavoro uscito nel novembre 2012 sempre per Einaudi, Storie sulla pelle.

Ho incontrato l’autore prima della presentazione in un piccolo paese della provincia di Torino, un evento curato dal regista Franco Collimato; con me c’era un amico, Matteo Brianti, insegnante di karate ma soprattutto appassionato dei libri di Lilin perché innamorato del loro “vigore”. Così, questa volta ho scelto di essere solamente spettatrice lasciando che l’intervista nascesse dalla curiosità di un lettore. Impossibile non lasciarsi rapire dal modo schietto con cui lo scrittore racconta di una cultura così lontana dalla nostra e che fa sorgere tante domande. E proprio il suo ultimo libro, come lui stesso ha dichiarato, è nato perché in molti gli chiedevano informazioni sui tatuaggi siberiani, segni visibili di appartenenza a quella “educazione siberiana”. Il protagonista di questo ultimo libro è Kolima, un ragazzino che desidera diventare un tatuatore sacerdote…

 

In Storie sulla pelle si parla dell’importanza del tatuaggio nella cultura transiberiana, ma rispetto a Educazione siberiana pare che tu abbia fatto un passo indietro nel racconto. E’ così? 

Scrivendo Educazione siberiana ho seguito una serie di regole e scelte editoriali perché ho immaginato un certo  progetto, volevo creare un ambiente quasi fiabesco e molto lontano dalla società normale. Ho toccato inoltre questioni tipo la scuola, la donna, le diversità come disabilità e omosessualità rappresentandole solo dalla parte di chi comprendeva quel tipo di educazione; mi interessava molto l’aspetto introspettivo. Nei miei altri libri ho fatto anche scelte editoriali ma al contrario non ho dato abbastanza spazio al giudizio personale. In quest’ultimo libro ho usato il tatuaggio come filo conduttore per creare una serie di racconti e parlare di alcuni personaggi. In ogni caso Storie sulla pelle può esser letto anche da chi non ha letto Educazione siberiana, è un libro più letterario, costruito e ricercato.

Tatuaggio e religione: come riescono a convivere concetti così diversi?

Tatuaggio e iconografia sono la stessa cosa perché quando l’uomo cerca di disegnare qualcosa vuole immortalare qualcosa, l’uomo ha sempre cercato di catturare l’immortalità. Quando noi immaginiamo una qualsiasi iconografia, dai disegni dei primitivi fino ai segni stradali, c’è sempre la volontà di catturare un attimo, è un percorso basato sull’introspezione. Anche se l’uomo si è evoluto continua a voler rappresentare ciò che vive perché l’immagine dia l’illusione che il momento resti eterno. Ma anche le icone che sembrano vivere più a lungo possono distruggersi domani perché nulla è eterno. Questa volontà di fregare la morte mi ha incuriosito molto fin da piccolo. Sacro e profano si fondono, molti criminali – intendo per il modo di pensare – hanno cercato di avvicinarsi a quello che è l’eterno. Per me, che conosco le leggi della fisica quantistica, l’eterno è l’assoluto; per mio nonno l’assoluto era Dio creatore e lui chiedeva a persone che facevano icone di rappresentarlo. Da una parte volevano catturare l’illusione di eternità per la non voglia di morire (è una cosa forte in tutti gli umani). Il tatuaggio si basa sulla volontà di far parte dell’eterno e anche di rivivere nel pensiero degli altri immaginando che i tuoi discendenti pregheranno per te.

In Storie sulla pelle, nel capitolo intitolato “Il marchio del demonio”, parli di un tatuaggio particolare che rappresenta “il demonio che vive dentro di te”. E’ un tatuaggio che “bruciava come se dentro ci fosse davvero un essere vivo” e il rituale con cui è stato fatto “serve a domare la parte più oscura della nostra anima”. Quel tatuaggio è un serpente nero che hai tu sul braccio: quante volte ti capita di guardarlo?

(Lilin si tira su la manica della maglia e mostra il serpente, che appare in rilievo. Lo osserva pure lui per un attimo) Mi ricordo di una volta in cui mia figlia di circa 3 anni ha visto quel serpente: lo ha accarezzato e poi mi ha chiesto se è cattivo. Le ho risposto di sì e lei, con ingenuità, mi ha domandato se mi fa ancora male.

Un ricordo intenso, che assume un gusto forte anche per chi sente parlare Lilin. E dopo un attimo di silenzio ecco emergere una domanda dallo stesso scrittore: “Cosa è giusto? Come viveva mio nonno con le tasche vuote o vivere come Micheal Jackson e poi sbiancarsi?”. Il nonno è una figura che viene spesso citata, un punto di riferimento che richiama ad antichi valori: “I vecchi sanno qualcosa che noi non sappiamo perché loro hanno esperienza, oggi sembra che si abbia sempre la risposta pronta ma poi…”.

A questo punto Lilin si svela anche come scrittore animato da un’irrefrenabile voglia di raccontare la vita nelle sue varie sfaccettature tanto che ad un certo punto deve far entrare in gioco la razionalità: “Stavo scrivendo 6 progetti poi ho capito che era troppo, così ho indicato ognuno su un bigliettino e ho tirato a sorte per sapere quale continuare: ora mi sto concentrando su quello. Sono un narratore e i temi non mi mancano. Non ho mai scritto un libro di cui non sono soddisfatto. Per me un libro è una storia conclusa, che rileggo sempre prima di consegnare al mio editore. Solo il primo libro non l’ho riletto ma perché ce l’avevo dentro. Poi, quando lo consegno passo ad altro”.

Ci sono autori poliedrici che davvero incarnano la passione per la lettura e la letteratura nel senso più ampio: intervistarli è come fare un interessante viaggio il cui percorso si svela passo a passo. Il genovese Anselmo Roveda, anche giornalista e autore di racconti radiofonici, è di sicuro uno di questi: ha pubblicato diversi libri di critica letteraria e saggi su tradizioni popolari, fiabe per bambini e narrativa per adulti, raccolte di poesie e testi di pedagogia (www.anselmoroveda.com). “Scrivere per età diverse, oltre ad essere divertente, può aiutare a non fissarsi in un’immagine statica di sé e a evitare di imbalsamare la lingua” afferma Roveda, anche coordinatore redazionale del mensile Andersen – Il mondo dell’infanzia. In modo molto famigliare lo scrittore ci racconta come la sua passione per la scrittura sia nata ascoltando le storie della bisnonna Angelica e spiega come ognuno porti in sé storie da raccontare e aspetti del meraviglioso. Il suo è un chiaro invito a stimolare sempre una sana curiosità. Le sue risposte offrono spunti di riflessione sull’importanza di trasmettere il gusto per la lettura ai più piccoli e di saper ricavare tempo per leggere, ad ogni età.

anselmo roveda

In cosa si differenzia uno scrittore di libri per bambini da uno di libri per grandi?

Nel mio caso sono le idee narrative e le storie a “scegliere”, a determinare, se quello che sto scrivendo finirà più facilmente tra le mani di un lettore adulto, giovane, giovanissimo o addirittura di un prelettore. Più in generale e da un punto di vista creativo, penso che non ci siano differenze sostanziali. Le differenze iniziano quando l’idea narrativa diventa narrazione e registro linguistico: uno scrittore, quale che sia il lettore che vuole incontrare, dovrà sempre compiere delle scelte precise in fatto di immaginario da evocare e di parole da usare. Si potrebbe dire che tra uno scrittore per bambini e uno per adulti passa la stessa differenza che c’è tra un pilota di gare su circuito, tipo F1, e uno di rally, o viceversa: non è la competenza di guida in discussione, ma il contesto in cui agirla. Infine, le vere differenze stanno in certe retoriche e in certi stereotipi intorno all’idea di “scrittore”, più o meno introiettati dagli stessi autori e dalla filiera del libro. Insomma, difficilmente vedremo immagini pubbliche di scrittori per l’infanzia con aria tormentata millantare cruciali passaggi esistenziali. Sono solo giochi d’apparenza, autorappresentazioni quando non marketing. Cose che capitano anche per altri settori e generi della letteratura: prendi un’autrice di romance e una di noir, uno di romanzi storici e uno di fantascienza, difficilmente avranno lo stesso trucco, lo stesso guardaroba o lo stesso layout del sito. Ma sono croste che stanno ben sopra, o sotto, la letteratura. I buoni libri alla fine sono fatti di buone storie; nonostante qualsivoglia etichetta gli si apponga o l’autore pretenda di apporvi.

al lavoro coverIl tuo ultimo libro per bambini è intitolato “Al lavoro!” (edito da Coccole books) e racconta, in modo semplice e con diversi esempi, perché il lavoro sia un diritto ma anche un dovere. Affronti quindi un tema molto dibattuto che in questo particolare periodo storico-sociale potremmo definire “scottante”, toccando anche esperienze come il licenziamento e concetti come la meritocrazia.  Cosa ti ha spinto a dar vita a questa storia e perché i suoi personaggi sono raffigurati come degli uccelli?

Il lavoro, e non solo in questi tempi di crisi, è un elemento pervasivo dell’immaginario infantile; i bambini spesso ci pensano (“da grande farò…”) o sono portati a pensarci (“cosa fa tuo papà?”, “e la tua mamma?”). Il lavoro investe la realtà delle famiglie e del contesto sociale nel quale vivono, determinando anche lo spettro delle possibilità: dai percorsi di vita ai consumi alimentari, al tempo libero (“oggi la mamma non può, deve lavorare”). Inoltre il lavoro riveste parte importante delle fantasie e delle aspettative di futuro. Ragionare con le nuove generazioni sui modelli di sviluppo possibile, riflettere con loro su cos’è il lavoro riaffermandone le componenti di diritto e dovere mi sembra oggi interessante e opportuno. Anche usando la narrativa come occasione per rompere il ghiaccio. Sono partito da una domanda (“cosa farai da grande?”) che gli adulti fanno spesso ai bambini, talvolta non ascoltiamo davvero le risposte. Ritengo sia importante prendersi questo tempo di ascolto: il lavoro non investe solo la dimensione del sogno magico e a lungo termine ma anche quella, assai concreta, dell’evoluzione personale quotidiana. I libri poi sono giochi di squadra, nascono e crescono insieme agli altri. La reinterpretazione di alcune immagini note e storiche attraverso la trasfigurazione delle figure umane in volatili è frutto del percorso di ricerca dell’illustratrice Sara Ninfali. L’idea mi ha convinto ed è stata, grazie al confronto con lo staff della casa editrice, benzina per la narrazione.

In “Al lavoro!” racconti l’importanza di indirizzare la ricerca del lavoro in base alle proprie attitudini e ai propri desideri. Tu come hai iniziato a scrivere?

Fin da bambino ho amato ascoltare e incontrare storie. Nei pomeriggi d’inverno la bisnonna Angelica preparava cena e raccontava, io costruivo castelli di sedie e ascoltavo. Angelica era nata a fine Ottocento in Brasile da una famiglia friulana; era tornata in Italia giusto in tempo per una guerra mondiale e aveva sposato al fronte un bersagliere piemontese di nome Armellino. Poi, novelli sposi in fuga, erano migrati nell’industriale Genova. Erano stati entrambi operai: lei in un saponificio, lui nell’altoforno. Prima di crescere nonna Bruna avevano perso due figli, poi c’era stata un’altra guerra e altri trenta anni di vita. Insomma,  Angelica aveva storie da raccontare. Lì è nata la voglia di narrare a mia volta. Una voglia che ha preso forma qualche anno dopo, in adolescenza. E visto che non sono un oratore da palcoscenico, disegno con pigrizia e suono maldestramente, ho scelto la scrittura e ho iniziato a riempire quaderni su quaderni. Un processo lungo e in divenire che ha avuto, dopo gli anni della formazione e in quelli dell’impegno socioeducativo, qualche momento carsico e coabitazioni con altri mestieri che mi hanno appassionato altrettanto.

Sei uno scrittore poliedrico, che spazia dalla narrativa per adulti a quella per ragazzi passando attraverso la poesia, la saggistica pedagogica e diversi testi su tradizioni popolari e lingue regionali. C’è un filo conduttore che vuoi perseguire o vesti tante passioni? 

Le tante passioni, e le diverse forme della scrittura, sono intrecciate nella curiosità per la meraviglia, talvolta dolorosa talvolta orribile ma pur sempre meraviglia, che è capace di suscitare l’umanità nella sua interazione con ciò che la circonda. Ogni cosa e, a maggior ragione, ognuno di noi è al tempo stesso costituito da storie ed è generatore di storie: alcune possibili, altre plausibili, altre ancora impossibili ma immaginabili. Dare conto di un frammento, da un particolare e minimo punto di vista, di queste catene di storie vissute immaginate e immaginabili è il mio mestiere: l’ho fatto da ragazzo come barista durante la stagione estiva, l’ho fatto per lunghi anni da educatore e amministratore di servizi socioeducativi, lo faccio da giornalista e critico, lo faccio da saggista e divulgatore, lo appunto in poesia e lo gioco in narrativa.

Spesso si sente dire che bambini e ragazzi leggono poco, ma cosa possono fare i grandi per incentivare questa abitudine e passione?

Mostrare loro che nei libri ci sono tutte le avventure del mondo e della propria esistenza, ci sono tormenti e risate, cattiveria e amore, problemi e soluzioni. Si può iniziare molto presto, con la lettura ad alta voce. Ma a tutte le età c’è un modo silenzioso ancora più potente: leggere. Farsi vedere mentre si legge, dedicare tempo e spazio ai libri. Saranno il nostro mutare continuo di espressioni, lo scoppiare a ridere o il trattenere un magone, a far venire voglia di guardare dentro a quei volumi capaci di suscitare così tante e varie emozioni.

anselmo roveda scuola 1Quali sono i libri che più ti hanno segnato da bambino e quali le tue ultime letture?

Insieme alle “Fiabe sonore” – ebbene sì, sono della generazione mangiadischi – i primi libri che ricordo di aver amato sono quelli di Richard Scarry, le une e gli altri ampiamente scarabocchiati e “integrati” in personali versioni. Stavano nello scaffale basso della libreria di casa insieme a “Gelsomino nel paese dei bugiardi” di Rodari, il primo libro che ho letto da solo, e a due pop-up di Kubasta, quello che amavo di più e conservo ancora è “Gli spericolati corridori”. C’erano poi dei classici per l’infanzia, di quelli regalati da zie vere e presunte, tutti scritti e che guardavo con sospetto. Mi perdevo invece nella collana “Guarda e scopri gli animali” (una delle poche cose che si trovava nell’unica cartolibreria del piccolo paese dove sono cresciuto) e, solo dopo mille giuramenti sull’integra restituzione del volume, nella prima edizione einaudiana delle “Fiabe del focolare” dei Grimm che era stata di mamma da bambina. Appena cresciuto abbastanza da metter mano agli scaffali più alti mi appassionai a una raccolta illustrata di miti leggende e fiabe della Garzanti, poi venne la curiosità per le voci sui personaggi storici e sull’astronautica contenute nelle enciclopedie. E i fumetti: Mafalda, Asterix e gli albi supereroistici dell’Editoriale Corno. Passata l’infanzia e un’adolescenza di letture generazionali (dai poeti maledetti a Bukowski e Duchaussois), ho iniziato a leggere un po’ di tutto, privilegiando a lungo la saggistica storico-politica e, per questioni di formazione, quella psicosociopedagogica e antropologica. In letteratura – oltre ai vari soliti intramontabili (due che iniziano per S? Shakespeare e Simenon) e a qualche cotta passeggera (due di Marsiglia? Izzo e Carrese) – gli autori che ho amato di più, o forse solo letto di più, sono Manuel Scorza, Jean Giono, Philip K. Dick, Cesare Pavese, Beppe Fenoglio, Nanni Balestrini, Francesco Biamonti e Sergio Atzeni (quest’ultimi due i preferiti). Per la poesia I Novissimi, Buttitta, Fortini e Firpo; oggi Guasoni. Di letteratura per ragazzi leggo moltissimo per lavoro; da lettore, e per dire solo degli italiani in attività, i miei preferiti sono Beatrice Masini, Giusi Quarenghi e Guido Quarzo per la narrativa, Emanuela Bussolati per la progettazione degli albi infanzia, Chiara Carminati e ancora Quarenghi per la poesia. Infine, tra le letture degli ultimi tempi – oltre a classici della letteratura in genovese, a China Miéville e all’underground del fantastico italiano (quello dei blog novel e degli ebook, per intenderci) – mi sono perso nella riedizione della “Storia confidenziale della letteratura italiana” di Giampaolo Dossena, uno spasso.

Profumo di limoni

La memoria racchiude attimi e sensazioni, pensieri e parole. Basta poco a volte a rievocare un frammento, in momenti che sembrano lontani dal contesto che torna a galla. E’ quello che mi è successo preparando dei normali biscotti al limone durante le vacanze natalizie; insomma, una di quelle tante varianti dei classici biscotti che ben si accompagnano con il tè (per di più, ancora aggiornata dalla sottoscritta nelle dosi di zucchero, limone ed essenza di vaniglia per esaltare l’aroma). Quel profumo di limoni mi ha riportato alla mente alcuni versi di un grande scrittore tedesco, studiato all’università e poi amato. Johann Wolfgang von Goethe.

“Conosci tu il paese dove fioriscono i limoni?
Nel verde fogliame splendono arance d’oro
Un vento lieve spira dal cielo azzurro
Tranquillo è il mirto, sereno l’alloro
Lo conosci tu bene?
Laggiù, laggiù
Vorrei con te, o mio amato, andare!”

Il suo Viaggio in Italia è un’opera che affascina e riecheggia lo splendore mediterraneo del Bel Paese che ancora oggi attira gli stranieri. Goethe vi ha messo piede la prima volta a 36 anni nel settembre 1786: da Trento è passato a Verona e Vicenza, poi a Padova e quindi a Venezia; ha continuato per Bologna e non ha rinunciato di fermarsi a Firenze, ancora ad Assisi e poi a Roma per proseguire verso Napoli e arrivare infine in Sicilia. Goethe voleva andare alla ricerca delle radici classiche. Nelle sue parole, poco a poco, compaiono lo stupore e l’incanto di chi si vuole riempire della bellezza del paesaggio e della grandezza della storia. E così, a volte, per ricordare un viaggio (in senso fisico e figurato) basta un profumo…

“Non abbiate paura della vecchiaia!”: ha esortato più volte il premio Nobel Rita Levi Montalcini, spentasi oggi, 30 dicembre 2012, a Roma alla bella età di 103 anni. Una vita spesa per la vita, con lo studio e l’impegno. Non è semplice fare il ritratto di questa donna tenace, sempre apparsa con in volto un sorriso fermo ma dolce, che lascia al mondo una grande eredità. Nata a Torino il 22 aprile del 1909, ha attraversato un secolo di storia senza mai abbandonare gli studi di medicina sul sistema nervoso. Appresa la notizia della sua morte, è questa la prima cosa che mi è venuta in mente di lei ricordando una lettura fatta anni fa: nel 1998, infatti, mi hanno regalato il suo libro L’asso nella manica a brandelli (Baldini & Castoldi edizioni) che riporta una serie di considerazioni sulle capacità mentali e sulle attività psichiche in età senile aggiungendo infine una carrellata di grandi e noti personaggi che in vecchiaia hanno continuato ad avere la mente lucida e a realizzare grandi opere.


“L’esposizione dell’operato di Michelangelo, Galilei, Russell, Ben Gurion e Picasso non fa certamente giustizia alla produzione della loro attività creativa, ma mette in luce quanto di norma è ignorato, e cioè che il cervello umano è dotato di potenzialità anche in età molto avanzata di gran lunga superiori a quelle che gli sono riconosciute” (pag. 70). Rita Levi Montalcini ha sottolineato che la creatività e le capacità della mente negli anziani “sono potenziate dal continuo uso delle funzioni cerebrali e dall’incessante interesse per quanto ci circonda” (pag. 69). Lei ne è un esempio, lei che ormai quasi cieca e sorda in un’intervista aveva affermato: “Io non sono il corpo, sono la mente”. Grande è stato il suo lavoro di ricercatrice (e chissà quanto la addolorava vedere la “fuga dei cervelli” dall’Italia!), l’invito rivolto ai giovani a star lontani dalla droga (spot pubblicitario del 1992) e ancora l’impegno in ambito sociale con la Fondazione Onlus Rita Levi Montalcini nata nel 1992 per portare istruzione e formazione in Africa. E a quasi cent’anni Rita Levi Montalcini era ancora in grado di dire con determinazione: “Io guardo al futuro!”.

Intervista a cura di Fabio Fazio per il programma “Che tempo che fa” (26/04/2009).

#cioccolatoneilibri

C’è chi ama il caffè e chi la cioccolata, questione di gusti e talvolta di dipendenze (non neghiamolo). Così, un giorno, leggendo su twitter l’hashtag lanciato dall’amica @tazzinadi che invitava a ricercare il #caffeneilibri ho rilanciato con #cioccolatoneilibri. Qualche spunto è arrivato, rinvigorito dal tweet di @rospe_frantumi: “Adrienne Monnier (Rue de l’Odèon @duepuntiedi) diceva di dividere le sue passioni equamente tra libri e cioccolato”. Non si vuole indire una gara tra libri e cioccolato per stabilire se vi sia un vincitore tra le nostre passioni, quanto suggerire qualche simpatico spunto di lettura in cui i due piaceri convivono riuscendo ad evocare piacevoli sensazioni. Inizio con un libro approdato sulla mia scrivania qualche mese fa, “Ladra di cioccolato” di Laura Florand; @MariaFrega ricorda “Cioccolata a colazione” di Pamela Moore, un romanzo di formazione hollywoodiana degli anni ’60; @cinemabianchini riporta il noto “Chocolat” di Joanne Harris; @ettorerivarola cita “Dolce come il cioccolato” di Laura Esquivel mentre @polidOri richiama “Harry Potter e il prigioniero di Azkaban” in cui il cioccolato guarisce dagli effetti dei dissennatori; ancora, su facebook, Irene Nicaso suggerisce “Seduzione al cioccolato” di Mary K. Andrews. Ma la lista può allungarsi e poi potete contribuire…

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 25 follower