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Ci troviamo in un momento storico cruciale. I mercati sono più deboli e insicuri di quanto non fossero da molti anni”, così si esprime il giornalista inglese Stephen Armstrong  nel suo libro I super-ricchi erediteranno la terra (citazione tratta a pagina 277). Il titolo del volume edito da Alet di sicuro è accattivante e provocatorio. Armstrong, collaboratore tra gli altri del Guardian e del Sunday Times, propone un ritratto e la storia di personaggi che hanno in mano grandi capitali e che, di conseguenza, riescono a dirigere le sorti di mercati e Paesi; tra questi vi sono ad esempio il russo Roman Abramovic, proprietario del Chelsea, e il magnate Lakshmi Mittal, l’uomo più ricco della Gran Bretagna stando alla classifica del Sunday Times del 2009. L’autore tratteggia gli scenari dell’economia inglese, la vita degli oligarchi russi, i potenti americani e le mosse intraprendenti dei ricchi cinesi. Non si tratta di un vero e proprio saggio, quanto di una scorrevole analisi socioeconomica farcita di aneddoti, interviste ad esperti e ricercatori ed interessanti note che permettono di arrivare alle fonti del testo. Una lettura agile e intrigante dalla quale scaturiscono domande sull’attuale situazione e sulle prospettive dell’assetto economico internazionale.

Partendo da alcuni spunti offerti dal libro, ecco un’intervista al giornalista e studioso di green economy Enrico Flavio Giangreco. Laureato in Economia Aziendale all’Università Bocconi di Milano e docente di Comunicazione economica, Giangreco è autore anche di diversi libri su argomenti di carattere economico e finanziario: con Alberto Canova, “I fondi strutturali. Come finanziarsi in Europa per fare impresa” (Franco Angeli); insieme a Giorgio Falsanisi, “Le società di calcio del 2000. Dal marketing alla quotazione in Borsa” (Rubbettino); “La fabbrica del pallone. La gestione delle aziende calcistiche” (Rubbettino). Ancora, Giangreco è cultore della materia presso la cattedra di Marketing della facoltà di Economia dell’Università degli Studi di Bergamo e alcuni suoi interventi si possono rintracciare sul blog Inseguitorediparole.

Armstrong definisce chiaramente i super-ricchi russi e denuncia il conflitto di interessi di chi amministra “la cosa pubblica”: “E’ dunque evidente che non esiste una divisione netta fra gli interessi degli oligarchi e quelli dello stato. Quasi tutti i ministri russi siedono anche nel consiglio di amministrazione di qualche impresa privata. Il governo ha assegnato ai propri oligarchi la gestione di giganteschi gruppi statali conferendo loro un potere immenso” (pag. 86). Oltre agli oligarchi russi, si possono riconoscere altre fasce di super ricchi?

Sì, si identificano alcune categorie, ad esempio gli arabi a Londra che si occupano di intermediazione o i cinesi di Shangai che sono riusciti ad arricchirsi, così come i ricchi ebrei a New York. Sono persone appassionate di tutto ciò che è luxury, dall’uso di marmo prestigioso all’affitto di megaville, quindi in generale sono i destinatari di prodotti lussuosi.

E allo stesso modo, infatti, Armstrong tratteggia i super-ricchi che risiedono all’ombra della capitale britannica: “Negli ultimi dieci anni i miliardari sono arrivati in Gran Bretagna a vagonate, anche se nel loro caso più che di vagoni si trattava di limousine. Uno dei motivi che ha provocato questa massiccia immigrazione è il generosissimo trattamento riservato dal paese agli stranieri ricchi non residenti. Anche se di recente qualcosa è cambiato…” (pag. 20). Molte le digressioni che a questo punto si potrebbero fare sull’argomento e gli esempi di noti (super)ricchi che cadrebbero a pennello, ma la chiacchierata con il giornalista esperto di green economy prosegue con una panoramica a tuttotondo.

Insieme ai cambiamenti sociali e agli “spostamenti di capitali”, come è variato negli ultimi anni il concetto di economia?

Alcuni ceti vedono la società come immobile, altri invece ne percepiscono il dinamismo. Così ci sono imprenditori che hanno cercato spazi e scenari nuovi nella green economy: ora ci sono persone che cominciano ad interessarsene e se ne parla sempre più. La comunicazione economica si è popolarizzata, vi è una maggior diffusione di concetti e idee, basti pensare ad esempio a quanti usano il termine “spread” pur magari non conoscendone il pieno significato. A tutto ciò si ricollegano anche l’uso e la potenza di internet perché sul web si può attingere ad un mare magnum di informazioni che fino a 15 anni fa era patrimonio di pochi.

Il modello e lo stile di vita dei super ricchi si può realmente conciliare con una reale green economy che fonde analisi del sistema economico e considerazioni sull’impatto ambientale?

Sì, ci sono anche prodotti green come i tessuti eco che hanno prezzi ragguardevoli. Allo stesso modo l’uso di energie rinnovabili può essere un punto di riferimento in ambito economico a livello internazionale. L’osservatorio Energia e Lavoro dell’Ires ha pubblicato il dossier “Energia e lavoro sostenibile” in cui, partendo da uno studio della situazione esistente, descrive possibili scenari sull’occupazione green, arrivando a ipotizzare che entro il 2020 si potrebbero raggiungere 250.000 unità lavorative, molte nel fotovoltaico e nell’eolico. Tutto ciò significa sfruttare le opportunità. Nel 2009 la Deutsche Bank e Siemens hanno deciso di investire 400 miliardi di euro nel progetto Desertec, che prevede la costruzione di una grande centrale solare nel deserto del Sahara per produrre entro il 2020 il 20 per cento del fabbisogno europeo di energia. Gli scenari sono così importanti da far cessare la dipendenza dei Paesi dalla bolletta del petrolio e farli diventare più autonomi.

Cosa dire dei ricchi e della realtà economica nel nostro Paese?

L’Italia ha una struttura sociale ben precisa. Non si vede il proliferare di nuovi ricchi come negli anni ’80 ma c’è un’alta borghesia italiana che ha accumulato per generazioni e che in un sistema come il nostro si avvicina ai super ricchi pensando di poter mantenere lo stesso stile. E’ una borghesia arroccata sul proprio status. Ciò che viviamo ora è frutto della mancanza di un ceto emergente; non viviamo la mobilità, ma ci sono i soliti salotti. E’ un’economia da “italietta”. Negli anni ’60 e ’80 vi era maggior dinamismo sociale. Rileggendo Gramsci, e puntualizzo che non sono marxista, ritrovo la citazione che si riferisce alla “borghesia di straccioni”. Penso che questi ceti borghesi han fatto diventare la nostra società vecchia; purtroppo ci sono persone che non hanno il senso del ruolo.

In questo periodo di crisi cosa serve all’economia italiana? Alcune piccole realtà reagiscono aumentando i mercatini dello scambio o incentivando la Banca del Tempo…

E’ la dimostrazione che il passato ha qualcosa di buono da recuperare: logico che se non ho liquidità cerco di scambiare ciò che ho e questo fa parte della vita dell’uomo, ma si tratta pur sempre di una soluzione temporanea. Se vogliamo riuscire a venir fuori da questa situazione di crisi, occorre capire che anche gli usi e i costumi devono cambiare. In passato vi era propensione a spendere troppo e così alcuni si sono indebitati per accedere ad un’utilità che non era adeguata alle proprie tasche e ora queste persone devono pagare. Ecco perché bisogna selezionare le opportunità di consumo. Inoltre, ogni territorio ha una propria vocazione socio-economica legata alla realtà locale e a determinati prodotti: bisogna tornare a farvi riferimento arricchendo questa vocazione di scenari che arrivano da fonti della rete.

Si può realmente abbattere il debito pubblico dei cosiddetti Paesi in via di sviluppo?

Ci sono voci di attivo e passivo che sono state ereditate dai governi passati; bisogna stare attenti a non spendere più di quanto si incassa, tagliare le inefficienze e destinarle ad altri supporti. Le risorse che si liberano si potrebbero destinare ad un fondo per mettere in sicurezza il Paese e il territorio. Avere un pareggio significa non creare debiti che fanno aumentare il valore del debito pubblico. Occorre fare scelte razionali che seguano l’anno solare ed in ciascun esercizio economico si deve attribuire efficacia all’efficienza.

Con la neve a scuola

Torino, cintura sud. Capita che in una giornata con le strade bloccate di neve e il freddo che imperversa, pochi bambini riescano a raggiungere la scuola. Così, la maestra si trova a dover adattare la lezione scegliendo di dar vita ad un momento creativo per far sposare fantasia e programma di italiano. Come nascono le poesie in rima e cosa sono i limerick?
Questo è il risultato:

Mi sono svegliato stamattina
e ho guardato verso la collina
tutto era bianco
ed io ero stanco.
A scuola dovevo andare
ma io volevo giocare
un pupazzo volevo fare
e nella neve rotolare.
Quando a scuola sono arrivato
la maestra mi ha lodato:
ho sfidato la tempesta
e i compagni mi hanno fatto festa.
Vicini vicini ci siamo messi
e a dire il vero sembravamo
pesci lessi.
Di geometria abbiamo
risolto dei problemi
ma non abbiamo ricevuto premi.
Aspettiamo fiduciosi
l’intervallo per divertirci
con qualche ballo.

* Ringrazio la maestra Roberta e la sua classe per aver condiviso il lavoro.

Nove notti a Parigi

Giorgio Pirazzini vive a Parigi e attorno a questa città ha ambientato il suo libro. Non è un romanzo né un’autobiografia, non è una monografia storica né un diario di viaggio o una raccolta fotografica. Eppure 9 notti a Parigi (pubblicato da Miraggi Edizioni) raccoglie l’essenza di tutti questi generi. Il protagonista è un giovane italiano che si è trasferito per lavoro sul suolo francese (proprio come l’autore) e stralci della sua vita sono raccontati attraverso gli incontri nei locali parigini, per le strade e alle fermate della metro. Pirazzini racconta una Parigi a tratti un po’ naif e bohemien, spontanea e non ricoperta di lustrini, con un alone romantico che però poco condivide con le immagini dei molti film che l’hanno eletta capitale dell’amore. Piuttosto, sono gli incontri e il clima che abita le sue strade a regalare un’occhiata piena di fascino alla capitale francese. Così, tra bicchieri di vino e degustazioni di formaggi, occhiate a donne avvenenti e chiacchiere con tifosi di calcio stranieri e clochard, si tratteggia un percorso per le vie di Parigi che dal libro si traduce in un sito in continuo aggiornamento.

* sopra, Giorgio Pirazzini nelle foto di Andrea Liverani 

Come è nata l’idea di questo romanzo e vi si può leggere qualche tratto autobiografico?

È nato come un puzzle. Prima ho scritto qualche racconto ispirato dall’arrivo a Parigi, poi ho cominciato a vedere una certa coerenza dei temi e quindi ho lavorato sulle ambientazioni e sui personaggi per renderli coerenti nel libro. Ci ho messo diversi anni, con lunghe pause e grandi accelerazioni. A livello narrativo, di autobiografico c’è il 50 per cento, l’altro 50 per cento è finzione. Al lettore la scelta dei rispettivi 50. Nei dettagli invece è fedele alla realtà. Ci sono i miei gusti di vini, bar (anche quelli che non consiglio), formaggi e soprattutto le strade di Parigi, con i loro particolari e la loro storia.

E’ simpatico e originale trovare in mezzo al volume l’inserto con le cartine, i percorsi seguiti dal protagonista e le foto dei locali. Quanto ha inciso nella struttura del libro l’ambientazione e la scelta di prediligere la notte come sfondo?

Se leggi Fiesta sulla terrazza di un bistrot di Parigi, quando alzi gli occhi ti accorgi che puoi ripercorrere le strade di cui Hemingway parla nel suo libro. Dal momento che Parigi è un personaggio vero e proprio, cercavo un modo di dare al lettore la possibilità di seguire il protagonista fra le strade del Quartiere Latino, del Marais e di Montmartre e di vedere con i propri occhi i locali dove sono ambientate le notti. Quanto alla notte è una pura preferenza personale: gli incontri da ricordare mi sono quasi sempre capitati di notte.

Ogni capitolo appare quasi come una vicenda a sé, anche se la caratterizzazione dei personaggi principali e talvolta degli ambienti imprime una forte omogeneità a livello narrativo… 

L’idea è quella di raccontare la vita quotidiana e notturna di un trentenne a Parigi. All’inizio di ogni capitolo il lettore non deve resettare la mente perché il protagonista è sempre lo stesso, quindi i suoi gusti, i suoi amici e la sua vita sono sempre gli stessi. Nella tua prima domanda lo hai definito come un romanzo, e non una raccolta di racconti come l’ho visto io per molto tempo, e dici bene.

E’ un libro che gioca molto sulla sensorialità. Semplificando possiamo dire che gli ingredienti base del romanzo sono il cibo e il vino, le donne e le feste; eppure tutto sembra dettato dalla casualità ed un grande ruolo è ricoperto dalla spontaneità degli incontri. Verso la fine inizi a far parlare anche il protagonista di libertà. Vi sono “scopi filosofeggianti” in questo romanzo o si tratta solo del normale fluire di pensieri incastonati in una vita un po’ bohemien?    

La sensorialità è importantissima proprio perché per me Parigi è stato un incontro sensoriale. Ricordo le prime sensazioni che ho avuto quando mi sono trasferito, gli odori delle boulangerie, scoprire i vini, scegliere le ostriche, ordinare un piatto di formaggi al bancone di una brasserie. Ecco perché ho poi cercato di dare al lettore un glossario di questa sensorialità sul sito www.novenotti.it. Verso la fine il protagonista è lasciato da solo a fare il flâneur. Pensa alle cose più disparate e guarda quello che lo circonda con occhi diversi da quelli di qualcuno che va verso un luogo preciso. Però spero sempre di esser riuscito a fare un passo indietro per lasciare parlare le storie perché come lettore sono spesso più interessato alla storia che all’opinione dell’autore.

Si nota quasi una trasformazione nel protagonista da quando al suo fianco appare l’affascinante Marion, mentre prima si osservava una carrellata di figure femminili che sembravano farlo ruotare su una giostra…  

Quella è una parte dell’evoluzione del personaggio. Ha una vita personale che continua attraverso le notti, prima è un single a Parigi e poi incontra qualcuno e così il personaggio evolve con gli incontri che fa. La storia con Marion non è la scintilla di una trama, perché questo libro è una raccolta di scene parigine senza picchi drammatici, ma cambia il suo modo di comportarsi. Le notti sono più onde di marea che tsunami.

Molto intenso l’ultimo capitolo dove racconti l’incontro con un clochard e il vivere da barbone per due giorni a cui è portato lo stesso protagonista. In tutto il libro, però, qua e là, spuntano figure che vivono la strada. Puoi raccontare qualcosa di più su questo aspetto del romanzo?

Il vagabondo metropolitano è una figura intensa e dolorosa, l’abitante principe di una città perché non ne esce mai, una specie di yeti urbano al contrario che tutti vedono ma nessuno ricorda. Sembrano ombre ma sono esseri umani, vivono in simbiosi con la città che gli dà briciole per sopravvivere e al tempo stesso se li divora. Probabilmente molti di loro avevano un’esistenza normale e un tetto sopra la testa prima di crollare. Cosa è mancato? La famiglia? Amici? Amore?

Ci sono aspetti di Parigi che per motivi di conduzione della storia o di contesto non sei riuscito ad inserire ma ti sarebbe piaciuto?

Più cafés, più bistrots, più brasserie, più bar, più luoghi dove vivere o guardare la vita della gente. Dovrei fare una sezione speciale dei bar che ho dimenticato o che non sono riuscito ad aggiungere. Ma in realtà, c’è già. Infatti, sul mio sito www.giorgiopirazzini.com ho inserito una mappa di tutti i bar che preferisco; dovrei aggiornarla più spesso, ma di tanto in tanto mi ricordo di farlo.

Desideri e speranze, preghiere e parole di grazie ma anche racconti di vita che parlano di fatiche e dolori: tutto questo vi è nelle letterine appese al grande albero di Natale che si trova all’entrata della stazione di Porta Nuova a Torino.

C’è chi ha scritto un biglietto sul treno e chi l’ha preparato con calma a casa, chi ha scribacchiato velocemente qualche pensiero su uno scontrino e chi lo abbozza seduto ai piedi del pino illuminato insieme ad un paio di amici.

Studenti che chiedono bei voti a scuola e giovani che sognano il grande amore, ma anche lavoratori che temono di essere lasciati a casa e pensionati che dichiarano la propria solitudine. Bambini che attendono l’ultimo gioco pubblicizzato in televisione ed altri che sperano arrivi un fratellino. Mamme che desiderano la salute dei figli e ragazzi che trasformano la letterina di Natale in una pagina di diario. Gente che ricorda i Natali passati e gente che afferma di non credere al Natale ma vuole lasciare il proprio segno.

Molti si fermano a leggere i messaggi appesi all’albero e qualcuno prende una penna e risponde sui biglietti degli altri. Così quell’albero si fa storia, di ognuno e di tutti.

Titolando (bis)

Quando ci si prende gusto, le poesie dorsali nascono naturalmente. Così, durante la cena natalizia del gruppo di amici Anobii Torino, si è ripetuto il gioco di inventare un racconto con i titoli dei libri che giravano sui tavoli.

Oliver Twist Si fa con tutto il linguaggio Il viaggio di Elisabet seguendo Le avventure dello stampatore Zollinger con il Diario di un dolore per Il sangue dei fratelli ed esclama Come mi batte forte il tuo cuore!

Titolando (primo articolo)

Per capire la poesia dorsale

Viva la pappa col pomodoro! E questa volta ad acclamarla non è il vivace Gian Burrasca, bensì la giuria popolare che ha partecipato alla cena con gli avanzi organizzata dal Consorzio Covar 14, presso l’Istituto Alberghiero Norberto Bobbio di Carignano in provincia di Torino, a conclusione della terza edizione della settimana europea per la riduzione dei rifiuti.

All’iniziativa “Cucina con gli avanzi”, articolata in diversi laboratori spalmati dal 17 al 27 novembre, hanno aderito anche il Banco Alimentare, Eataly e Slow Food. Le riflessioni sono partite da un dato tratto da uno studio dell’Ue: all’anno vengono gettate via 89 milioni di tonnellate di scarto organico ancora commestibile, come avanzi di pane e pasta, bucce di frutta e scarti di verdura, formaggi e salumi. “Vogliamo aprire una scommessa e ci auguriamo che questo evento sia un inizio – commenta Leonardo Di Crescenzo, presidente del Covar 14 che si occupa di igiene urbana – Se riusciamo a risparmiare rifiuti risparmiamo due volte, sulle materie e sul riciclaggio”.

Alla cena hanno partecipato gratuitamente un’ottantina di persone che hanno potuto assaggiare diversi piatti cucinati dagli studenti dell’alberghiero e tratti dal fascicoletto creato dalla Cooperativa Erica con le ricette dei ristoratori del territorio Covar 14. Il ricettario “Cucina con gli avanzi”, che come logo ha un elegante cassonetto anziché un mestolo o un cappello da chef, si trova anche online e spazia dal pasticcio di pasta gratinata al forno alle crocchette di spaghetti e pollo, dagli “avanzi di pollo alla povera donna” ai biscotti d’autunno. Durante la serata sono state premiate alcune pietanze. Prima si è espressa la giuria tecnica, composta dal presidente del Covar 14, dall’ Executive Chef di Eataly Giorgio Chiesa, dal presidente di Slow Food Bruno Boveri, dal dirigente scolastico del Bobbio Franco Zanet e dal presidente del Banco Alimentare Roberto Cena: la “Panada” a base di pane con brodo e pomodoro si è aggiudicata il premio “Massimo recupero di cibo – cucina tradizionale”, mentre gli “Sformatini di panettone alle noci” quello “Massimo recupero di cibo – Cucina creativa”. Infine, la giuria popolare non ha avuto esitazioni: il premio “Piatto più buono” è andato alla “Pappa con il pomodoro” e il “Piatto più innovativo” al “Panpollo fritto con verdure ripiene”. “La filosofia del recupero deve essere ampiamente diffusa – ha concluso il preside Zanet – E bisogna educare soprattutto i ragazzi”.  E tra una portata e l’altra, parlando di riduzione dei rifiuti da cibo, molti hanno preso nota di come riproporre a tavola gli avanzi del giorno prima e spesso basta un po’ di fantasia.

20 novembre: ricorre oggi la Giornata Internazionale per i Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza. Infatti, proprio il 20 novembre 1989 veniva approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia.

Ma non ci sono solo le notizie (la maggior parte di cronaca, ahimè!) che permettono di riflettere su questo tema; poche ore fa, ad esempio, ho terminato di leggere un libro che mi ha appassionato (dalla prima all’ultima pagina) e che racconta la storia di due ragazzi di culture differenti con diritti negati. Il gusto proibito dello zenzero, Jamie Ford, edizioni Garzanti (2010).

Trama (dall’interno della copertina). Seattle. Nella cantina dell’hotel Panama il tempo pare essersi fermato: sono passati quarant’anni, ma tutto è rimasto come allora. Nonostante sia coperto di polvere, l’ombrellino di bambù brilla ancora, rosso e bianco, con il disegno di un pesce arancione. A Henry Lee basta vederlo aperto per ritrovarsi di nuovo nei primi anni Quaranta. L’America è in guerra ed è attraversata da un razzismo strisciante. Henry, giovane cinese, è solo un ragazzino ma conosce già da tempo l’odio e la violenza. Essere picchiato e insultato a scuola è la regola ormai, a parte quei pochi momenti fortunati in cui semplicemente viene ignorato. Ma un giorno Henry incontra due occhi simili ai suoi: lei è Keiko, capelli neri e frangetta sbarazzina, l’aria timida e smarrita. È giapponese e come lui ha conosciuto il peso di avere una pelle diversa. All’inizio la loro è una tenera amicizia, fatta di passeggiate nel parco, fughe da scuola, serate ad ascoltare jazz nei locali dove di nascosto si beve lo zenzero giamaicano. Ma, giorno dopo giorno, si trasforma in qualcosa di molto più profondo. Un amore innocente e spensierato. Un amore impossibile. Perché l’ordine del governo è chiaro: tutti i giapponesi dovranno essere internati e a Henry, come alle comunità cinesi e, del resto, a tutti gli americani, è assolutamente vietato avere rapporti con loro. Eppure i due ragazzini sono disposti a tutto, anche a sfidare i pregiudizi e le dure leggi del conflitto. E, adesso, quarant’anni dopo, quell’ombrellino custodisce ancora una promessa. La promessa che la Storia restituisca loro la felicità che si meritano.
Un romanzo d’esordio che ha sorpreso e incantato, rivelandosi un fenomeno editoriale unico. Uscito in sordina negli Stati Uniti, ben presto ha scalato le classifiche di tutto il paese e ha venduto migliaia di copie solo grazie al passaparola dei lettori. Ambientato durante uno delle epoche più buie e dolorose degli Stati Uniti,Il gusto proibito dello zenzero è una storia indimenticabile e commovente di speranza e determinazione, di abbandono e di rimpianti, di lealtà e coraggio che esplora la forza eterna e immutabile dell’amore. Booktrailer

Il gusto proibito dello zenzero è un romanzo che cattura chi ama le storie che sanno di autenticità, ben contestualizzate con l’aiuto anche di riferimenti storici. C’è anche sentimento, tratteggiato con intimo realismo. Il lettore cammina al fianco di Henry e Keiko e si interroga su come questi due ragazzi di cultura diversa ma profondamente legati riescano a sopportare tanto odio intorno a loro, li vede crescere e attraverso i loro occhi osserva la dura realtà. Tra le pagine si sente respirare l’anima “di zenzero” di Seattle, della parte che ha ospitato cinesi e giapponesi: allora si ringrazia l’autore che – in un’intervista in appendice – racconta di essersi a lungo documentato e aver camminato per le strade della città con un taccuino in mano per fare schizzi e prendere appunti. E, leggendo, quanta voglia di metter davvero piede in quell’hotel Panama, ancora oggi scrigno di ricordi e storia! Chi ama il jazz resta di sicuro affascinato da questo libro perché lo sente in sottofondo, è un ritmo che impregna la scena e scorre nelle vene dei principali protagonisti; inoltre, qua e là si incontrano citati grandi nomi della scena musicale degli anni ’40 come il pianista Oscar Holden (padre della cantante Grace), Floyd Standifer e Buddy Catlett. Ancora, non resta deluso chi cerca una storia a lieto fine: non neghiamolo, a metà del racconto si può forse iniziare ad intuire cosa accadrà nelle ultime pagine eppure l’happy end non risulta banale tanto le vicende sono raccontate con verismo.

Chiuso il libro, tornando con l’attenzione ai giorni nostri, mi son chiesta quanti bambini e ragazzi si trovino ancora a vivere in situazioni come quella di Henry e Keiko…

Ci si può incontrare ed arricchire reciprocamente anche grazie alla cucina perché i cibi veicolano cultura e parlano di riti. Nelle nostre città multietniche i piatti della tradizione locale vivono accanto a ricette di altri Paesi; occorre però essere un po’ curiosi di scoprire sapori diversi e chiedersi cosa mangiano gli altri. “A me piace parlare di world food, un patrimonio che appartiene a tutti. Amo viaggiare e ho visto che il cibo è un mezzo affascinante per raccontare le culture. Il cibo è regolato da riti e i cibi quando viaggiano nel tempo e nello spazio parlano dell’incontro con altre culture – spiega il giornalista e gastronomade Vittorio Castellani, in arte Chef Kumalè – E’ normale che quando la cucina viaggia ci sia l’adattamento al gusto locale, riscontriamo questo ad esempio nel fatto che a noi piace l’eccesso di spezie. I cinesi invece hanno una più ampia definizione di onnivoro rispetto ad altre culture: ciò è dovuto alla reperibilità della materia prima, pensiamo al tubero andino maca o alle foglie di coca, che o non si trovano fuori del loro Paese o sono carissimi”.

Castellani nasce come Chef Kumalè nasce nel 1991: “Conducevo The Cous Cous Clan su radio Flash e dovevo trovarmi un nome, così ho preparato una cena a cui ho invitato il mio produttore per discutere del programma – racconta il gastronomade – Alla fine del pasto gli ho chiesto in piemontese “Coma a l’è?”; lui mi ha guardato e prendendo spunto da questa battuta è nato il mio nome”. Ma nella sua vita Castellani ha fatto di tutto: “Mi sono occupato di entomologia, preparazione di concerti e scambi internazionali. Poi ho deciso di ascoltarmi e ho visto la mia passione, che prima di tutto mi è stata trasmessa geneticamente perché sono emiliano”. Ma l’interesse per la cucina affonda le radici nel tessuto famigliare: “Penso che se alcune esperienze non si fanno da piccoli, non si possono poi riconoscere. Io sono figlio di emigranti e ricordo una grande festa di ricongiungimento famigliare che facevamo in Emilia, nei campi del nonno – riprende lo Chef Kumalè – Il pranzo di ferragosto radunava una settantina di persone per dodici ore intorno a un tavolo, si mangiava lentamente. Un’esperienza ed un vissuto felliniano”.

Nell’ultimo suo libro, “Nuvole di drago e granelli di cous cous. Ricette facili di un gastronomade senza frontiere” (ediz. Vallardi), Castellani descrive piatti semplici di differenti culture per introdurre il lettore al world food. Il testo si presenta come un ricettario di viaggio che raccoglie circa 200 ricette che lo Chef Kumalè ha trovato in giro per il mondo: “Ho preferito scegliere piatti facili da realizzare ma mai banali, perché la cosa più importante per iniziare a introdurre qualche novità sulla nostra tavola è provare piacere e divertirsi a cucinare per sé e per gli amici” scrive l’autore. Molti i libri che ha già pubblicato, anche sul tema del word food e per restare aggiornati su notizie ed eventi si può consultare il suo sito www.ilgastronomade.com, dove si trovano anche ricette dal mondo e la rubrica “la dispensa esotica”.

Da parte dei media si nota un maggior interesse per la cucina, infatti aumentano i canali televisivi che dedicano molto spazio a programmi di cucina e a reality sul tema. Come si può leggere tutto ciò?

Questo è un fenomeno più o meno recente e da cinque o sei anni ha guadagnato in fatto di spettacolarizzazione. Ormai la trasmissione di sapori generazionali è stata interrotta o ridimensionata ed i media cercano altre vie; inoltre, vi sono interessi economici ed investimenti con grandi cifre intorno a queste trasmissioni. Concordo con Petrini (Carlo Petrini, presidente di Slow Food – ndr) quando usa la definizione di “pornografia alimentare” ed anche nei corsi che tengo da ormai 15 anni non vedo piena consapevolezza da parte di chi vi partecipa.

Proviamo a metterci dall’altra parte dei fornelli: come si sta a tavola oggi?

Mangiare è diventato un modo per sottolineare il proprio status. Oggi ci si ammala molto per cosa si mangia, eppure la qualità si trova. La gente sa cucinare di meno, ma pone più attenzione all’immagine e partecipa volentieri a degustazioni. Occorre però andare all’essenziale, alla qualità degli alimenti: le cose buone si trovano dai contadini e nei mercati, chi ha mai detto che si trovano solo nei negozi di lusso? La molta comunicazione che c’è sul tema è invece rumore. La cultura veicola il cibo e tutto è soggettivo. Oggi ciò che ha forti sapori o profumi, tipo il Puzzone di Moena o alcuni tipi di pesci, spesso è rifiutato dalle nuove generazioni. Ancora, c’è una riduzione drastica del vocabolario gastronomico perché ormai si è abituati a cibi finti.

Gippa (foto di Gabriella Ceron)

Suona per passione e insegna a cantare e creare musica ai bambini: Gippa, all’anagrafe Giuseppe Fortunato, è un geometra che ha finito i suoi studi al conservatorio di Torino specializzandosi in flauto traverso ed ora lavora in campo educativo scolastico cercando di coniugare la quotidianità in chiave musicale. “Ho avuto tantissimi sogni da bambino, ma quelli che mi venivano meglio erano legati all’immagine di me seduto con la radio accesa mentre tengo il tempo e in un attimo ero ovunque volessi – racconta il musicista 34enne – Oggi è più o meno uguale. A volte è da questi momenti che nascono le emozioni giuste per relazionarsi con la musica”. Tutto parte dalla passione. Durante i laboratori musicali la classe si trasforma in una sala di registrazione: così Gippa insegna i testi delle canzoni ai bambini raccontando come sono nate le parole e si sono trasformati i dialoghi dei personaggi delle fiabe, spiega come comportarsi davanti ad un microfono e come sentire la musica in cuffia, ma soprattutto cerca di far capire che ognuno può esprimere molto con la propria voce.  Su youtube si possono trovare sei canali con i video delle sue creazioni: flute out raggruppa pezzi ri-arrangiati con il flauto; gippatube è dedicato alle sue canzoni pop-rock-latin; su ilsuonodiCharlie si trovano varie canzoni didattiche frutto di laboratori nelle scuole; chescirechannel è il canale delle canzoni scritte da Gippa su Alice nel paese delle meraviglie che hanno caratterizzato un intero corso didattico; in ozistherainbow ci sono canzoni a tema sul film “Il Mago di Oz” ed infine in galleriadeibriganti si possono ascoltare canzoni ideate per raccontare la fiaba “I Musicanti di Brema”.

Quali generi musicali hai “masticato” crescendo e quali preferisci? Ci sono artisti che consideri dei “maestri”?

A scuola ho avuto un’impostazione “stra-classica”, non solo classica. Disciplina e applicazione, silenzio e pedalare. Ma ho sempre ascoltato di tutto, a 360 gradi, anche la “tunz dance”. L’artista pop italiano che considero “comunicatore per eccellenza” è Lorenzo Jovanotti mentre non mi piacciono artisti o gruppi che scrivono testi vittimisti. Credo che chi scriva musica abbia una grande responsabilità: donarla in modo costruttivo, positivo; prendiamo ad esempio Romeo e Giulietta di Nino Rota: è struggente ma tocca note che non ti fanno mai perdere la “speranza”.

Insegni musica ai bambini lasciando che siano loro a creare. Come avvengono le lezioni e quali sono le reazioni dei bambini?

Mi piace farmi trasportare dalle loro idee, sentire che cosa piace, leggere emozioni nell’ esposizione di un’idea; la realizzazione della canzone Dado Dadino, che ho musicato con una classe per un laboratorio, ha seguito proprio questo iter. Quando insegno le canzoni ai bambini, le lezioni sono un mix tra gioco, disciplina e scherzo; ogni tanto credo di sembrare anche un po’ “pazzo”, ma io mi sento normalissimo. I bambini rispondono anche in modo maggiore a quello che gli do proprio perché sono bambini ed il filtro nelle emozioni lo hanno solo gli adulti.

Quale spazio dovrebbe essere dato alla musica nelle scuole e cosa può veicolare?

Per quello che ho visto io, da quando lavoro nelle scuole, fino a qualche anno fa il modello scolastico italiano per la primaria era molto funzionale e dava molto spazio alla musica: certo, aveva ampi margini di miglioramento davanti, ma una buona base. Credo che ogni singolo istituto, avendo un proprio discreto budget, potesse scegliere con relativa “tranquillità” l’attività didattica musicale più indicata; ora, con tutti questi tagli statali e, secondo me, una scuola pubblica sempre più alla rovina, quello che una volta era un diritto non lo è più, la musica in un certo senso sembra un bene di “lusso” e la prima cosa che si fa in un qualsiasi sistema che zoppica è “tagliare” iniziando proprio dal lusso. Eppure la musica contribuisce all’integrazione culturale e l’Italia ne ha bisogno, è un bene quindi iniziare a seminarla proprio dai più piccini. La musica deve essere insegnata da chi ne ha competenza e la sa rimandare nel giusto linguaggio, altrimenti si possono fare anche grossi danni (senza nulla togliere alle maestre, non si può insegnare tutto nella vita).

Oggi la televisione propone diversi programmi in cui i bambini si mettono alla prova, cantano e suonano imitando i grandi con brani ideati per i grandi. Da insegnante di musica, cosa ne pensi? Vi possono essere differenze in ambito musicale in base all’età?

Tutto questo non mi piace e non seguo questi programmi. Il bambino ha un’identità delicata e le responsabilità dell’adulto nei suoi confronti sembrano svanire quando inizia a specchiarsi in quello che vorrebbe vedere per lui. Parliamoci chiaro: sono i genitori che portano il proprio bambino in questi programmi. Il bambino ha talento ed è bravo? Vuole suonare o cantare nella propria vita? Ok, ecco il mio consiglio: studiare, forgiarsi, crescere e a quel punto la televisione sarà ancora lì, ma allora si tratterà di una sua scelta. Ripeto, i bambini hanno “identità delicata” e l’orco cattivo della televisione si chiama “Share” ed è molto egoista.

Quali progetti hai per il futuro e quali sogni nel cassetto?

Che bella domanda! Voglio risponderti con una frase di Linus che ho letto e mi è così piaciuta che l’ho fatta subito mia. Charlie Brown: “Cosa ti piacerebbe essere da grande?”, Linus: “Felice da fare schifo!”. E io aggiungo, “ovviamente non da solo”.

Un paio di assaggi di brani di genere differente firmati Gippa:

Heigh-ho! (sulla fiaba “I sette nani”)

Le emozioni

Letti fatati in mezzo agli alberi difesi da principi in calzamaglia e trattori d’epoca tirati a lucido: domenica 11 settembre, nel Parco Reale del Castello di Racconigi due eventi hanno attirato l’attenzione di grandi e piccoli, un percorso di animazione per bambini con i personaggi delle fiabe e la rievocazione della trebbiatura “come si faceva una volta”.

Lungo il sentiero che conduce dalla residenza fino alla radura verde che si apre in mezzo al parco saltellavano facce allegre: Cappuccetto Rosso scappava dal cacciatore mentre una dolce Biancaneve stendeva calzine colorate, il lupo cattivo chiedeva chi avesse incontrato la nonna e una principessa dormiva su di un letto protetto da veli e da damigelle. Nel prato, in fila uno accanto l’altro, tanti trattori di diversa cilindrata che raccontano come si è evoluto il lavoro nei campi nell’ultimo secolo.

Ad un tratto, un lungo fischio seguito da altri tre più incalzanti: è il segnale di inizio. La gente si è radunata intorno ad un’area recintata dove i soci dell’associazione Trattori e Trattoristi – Amici veicoli storici di Murello, con tanto di maglia rossa e cappello di paglia, hanno dato vita alla rievocazione della trebbiatura con una trebbiatrice del 1880 con porta-paglia messa in funzione da una macchina a vapore del 1906. Ambientazione bucolica. “Vogliamo raccontare e non perdere il patrimonio di tradizioni lasciatoci dai nostri nonni – spiega Battista Sobrà, classe 1944 e presidente dell’associazione che conta 220 iscritti – Queste macchine sono state usate fin verso il 1930, poi ne sono subentrate altre che facevano molto rumore e verso il 1960 sono arrivate le mietitrebbie come le conosciamo oggi”.

Il racconto si è sciolto tra i ricordi dei più anziani: la trebbiatura iniziava a metà luglio e durava una cinquantina di giorni perché i contadini si spostavano con i macchinari nelle varie cascine della zona, così ogni giorno era come una festa che coinvolgeva più famiglie e contribuiva a rinsaldare i legami. Alle 4, ancora con il buio della notte, si accendeva la caldaia e un paio di ore più tardi si suonava il fischietto che dava il via e chiamava tutti all’opera; così si andava avanti fino a mezzanotte quando si terminava con la cena nell’aia. “Sulla trebbia stavano le ragazze che dovevano tagliare i cordini dei covoni che passavano gli uomini; poi c’era chi toglieva i sacchi di grano e chi faceva il pagliaio – riprende Sobrà – Era faticoso, oltre che per il lavoro anche per il caldo: in un giorno si facevano circa 100 sacchi di grano da 90 chili l’uno”. La colazione, preparata dalle nonne, si faceva tutti insieme e nel primo pomeriggio si pranzava, spesso con minestra di fagioli e peperoni. “Il grano era il motore dell’agricoltura – commenta Giovanni Berardo di Savigliano, 72enne e da 60 anni al lavoro nei campi – La trebbiatura era davvero una festa: si uccideva il tacchino la domenica e si potevano conoscere belle ragazze perché allora non c’erano discoteche e non si usciva come si fa oggi”. Con orgoglio l’uomo mostra il diploma che il padre ha ottenuto nel 1928 per poter guidare e gestire la manutenzione del suo trattore Ford: “Allora era difficile metterli in funzione, non bastava girare la chiave”.

Poco per volta, è diminuito il mucchio di legname per la caldaia del trattore ed è invece aumentato quello di paglia, tanto che qualcuno, sulla scia dei ricordi d’infanzia, ha voluto assaporarne il profumo sprofondandovi dentro. Così, una voce allegra è uscita dal pubblico: “Mamma, posso farlo anche io?”.

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