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Posts Tagged ‘satira’

Il fumetto può diventare un importante strumento di comunicazione in politica. Partendo da un’analisi delle più note ed influenti strips, ce lo spiega Federico Vergari nel suo saggio Politicomics. Raccontare e fare politica attraverso i fumetti, edito da Tunuè nel 2008 ma ancora attuale per il taglio e le osservazioni che offre sull’argomento. Laureatosi nel 2005 in Comunicazione Politica presso la facoltà di Scienze della Comunicazione all’Università La Sapienza di Roma, Vergari ora lavora per l’Associazione Italiana Editori e ogni tanto offre “esercizi di stile giornalistico” sul suo blog ilcanedaguardia.blogspot.com. Il fumetto, capace di esprimere qualsiasi contenuto con immediatezza e semplicità, viene in questo testo analizzato come medium linguistico (e non solo) che si rivolge in particolare a potenziali elettori: le strisce sono fotografie della società ma anche caricature di personaggi e, non di meno, strumenti di satira. Possiamo parlare, a ragione, di giornalismo a fumetti. Vergari passa dal tratteggiare i political comics americani all’accennare un’analisi del panorama fumettistico italiano: Paesi con storie e culture diverse utilizzano lo stesso mezzo connotandolo con uno spirito proprio che evidenzia scopi differenti. Politicomics risulta quindi un’interessante lettura corredata da numerosi esempi e studi specifici, da una ricca bibliografia e nondimeno da un buon apparato di note.

Come hai fuso interesse personale e studio in questo libro?

Prima di diventare un libro politicomics è stato una tesi di laurea. Sono sempre stato appassionato di comunicazione politica e di fumetti. Quando ho scoperto che c’era un mondo (purtroppo non in Italia) che utilizzava il fumetto come strumento di commento giornalistico e di comunicazione politica non ho esitato un secondo a proporre la mia tesi alla professoressa Sara Bentivegna, tra i più noti esperti di comunicazione politica in Europa, che si è dimostrata sin da subito entusiasta. Sapevo di essere tra i pochi (l’unico?) ad aver fatto un simile studio in Italia, così l’invio del mio elaborato alla Tunué è venuto naturale. Cercavo un modo per tenere viva l’attenzione sulla mia ricerca e una casa editrice specializzata in saggistica sui fumetti era l’ideale.

Perché scegliere i fumetti per parlare di politica o anche per fare politica?

La risposta all’italiana sarebbe: “Per farlo strano”. Io preferisco risponderti all’americana: perché il fumetto è un linguaggio. Per raccontare una storia puoi scrivere un testo, comporre una melodia, trasmettere un messaggio in codice morse e puoi fare anche un fumetto. Una domanda come la tua (qui e ora legittima e necessaria) in altri posti del mondo, per i motivi elencati, non la farebbero mai.

Quale differenza trovi oggi nell’uso dei fumetti politici tra stampa italiana e stampa americana, che è poi quella che hai analizzato?

In Italia oggi il fumetto politico è percepito nella maniera errata e viene erroneamente identificato con le vignette satiriche, che parlano di politica ma sono ambigue. Criticano il potere, ma al tempo stesso gli strizzano l’occhio. All’estero il fumetto politico ha mille e più sfaccettature e se dobbiamo trovargli una collocazione giornalistica possiamo dire che è qualcosa di molto simile al pezzo di commento. Per usare un termine tecnico il fumettista americano è un pundit, colui che analizza la realtà politica guardando con sospetto chi detiene il potere e facendo dello humor la sua principale arma retorica.

Come si gioca l’equilibrio tra disegno e testo nei fumetti a tema politico?

Se analizziamo le strips quotidiane, penso a Doonesbury il più famoso fumetto politico che da oltre quaranta anni descrive giornalmente la politica statunitense, l’equilibrio è netto: una striscia divisa in tre o quattro vignette. Uno o due baloon per vignetta e una battuta secca a chiudere. Se invece parliamo di una graphic novel allora è diverso. È una questione prettamente stilistica. L’autore deve raccontare una storia sapendo di avere a disposizione un certo numero di pagine. In quel caso non ci sono equilibri particolari, ma si segue una sceneggiatura. Possiamo trovare un’intera pagina scritta o una pagina fatta di sole vignette senza testo.

C’è un qualche aspetto che non sei riuscito a toccare nel tuo libro (per motivi di organizzazione testuale o di tempo) e che invece ti sarebbe piaciuto?

Per quella che era la mia idea iniziale direi che ho fatto tutto. C’è una parte del mio libro in cui dico che questo tipo di comunicazione è stata adottata in Italia quasi esclusivamente dalla sinistra (quella vera) e dal popolo dei centri sociali e che purtroppo questo “utilizzo esclusivo” ha etichettato in maniera troppo politica il fumetto che parla di politica. La mia sensazione è che finché il fumetto non uscirà dai centri sociali, in Italia non esisterà mail il vero fumetto politico. Questo concetto, approfondito poi nel corso di un’altra intervista, ha riscosso parecchie critiche. Col senno di poi mi piacerebbe affrontarlo e svilupparlo meglio. Mi piacerebbe inoltre analizzare le prossime elezioni americane. Magari sul web, un modo si trova…

Quali sono gli ingredienti necessari per fare buona satira a fumetti?

Non faccio satira, anche se ogni tanto mi diverto a scrivere su spinoza.it, ma posso risponderti da lettore. Sicuramente occorre evitare l’effetto bagaglino. Non diventare compagni di giochi del potere, ma colpirlo con la parola e infilzarlo con la matita. Forattini fa ridere, ma nel leggerlo hai la sensazione che si tratti di un complice e non di un carnefice. Vauro a volte non fa ridere, ma io non ho mai visto un politico presenziare alla presentazione di un suo libro.

Pare che in Italia il fumetto non sia ancora apprezzato come vero genere letterario al pari della varia o della saggistica, da cosa pensi che dipenda ciò?

Se vai in una libreria francese o belga non trovi la sezione fumetto, ma trovi i fumetti nelle varie sezioni: narrativa, romanzo storico, giornalismo e così via. Gli inglesi scrivono graphic novel e noi usiamo il termine fumetto che già sminuisce… “-etto”. È una tendenza tutta italiana questa. Si pensi a quanto i suffissi –opoli  e –ina abbiano cambiato in peggio e banalizzato il linguaggio e la storia italiana negli ultimi anni.

Quale sarà secondo te la prossima frontiera che dovranno raggiungere i fumetti?

Sogno librerie italiane che seguano il “modello francese” e penso che i tablet (ma non gli e-reader, per una questione di qualità e di colore) potranno contribuire alla diffusione su larga scala del fumetto. È una rivoluzione culturale e per affrontarla dobbiamo integrarci. Non c’è spazio per gli apocalittici.

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