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Posts Tagged ‘Luigi Armando Olivero’

Dalla fine della seconda guerra mondiale ai giorni nostri si sono perse diverse lingue ancestrali e la legislazione italiana riconosce solo alcune parlate come lingue; inoltre, quasi non ci sono misure per tutelare le lingue ancestrali e, soprattutto, vi è molta disinformazione sull’argomento. Questo il quadro dalle tonalità grigie che tratteggia il professor Sergio Gilardino, ex docente di Lingue e Letterature comparate all’università McGill di Montréal e studioso di piemontese che coomenta: “Finché genitori, direttori didattici, docenti universitari, legislatori e Chiesa non cambiano il loro atteggiamento verso tutto ciò che è lingua e cultura di popolo non si potrà arrivare ad un clima, se non di capillare competenza, almeno di mutuo rispetto”. E cosa dire dell’italiano che si sta impigrendo, imprestando parole ma non formando più neologismi? Le riflessioni di Gilardino si spandono in un’analisi che dalla lingua utilizzata oggi conduce alle implicazioni di stili di vita e modelli culturali. Così, la ricetta per tornare a parlare la “vera propria lingua” pare abbia come ingrediente base l’orgoglio per la propria terra…

Questo articolo fa seguito ad un primo con un’intervista allo stesso Gilardino sulla differenza tra lingua e dialetto (Incontro con il piemontese 1) e ad un secondo che racconta la particolare realtà linguistica di un borgo sulle montagne cuneesi che cerca di tutelare il proprio patrimonio (Comboscuro: patria del provenzale con classi monolingue).

Ci sono autori che hanno scritto in lingua piemontese di grande importanza ma pressoché sconosciuti a molti: come incentivare la diffusione della loro opera? Esistono progetti editoriali estesi in merito o si resta in un ambito di nicchia?

Sto terminando proprio in questi mesi l’edizione filologica, in due grossi volumi di 500 pagine l’uno, sul più grande lirico di questa letteratura, Luigi Armando Olivero (autore di qualcosa come 700 composizioni poetiche di varia lunghezza). Olivero era giornalista ed ha scritto centinaia di articoli in italiano, francese e inglese, per i più prestigiosi giornali europei, americani, africani. Ha pure scritto tre romanzi, uno dei quali ha venduto in traduzione inglese 800.000 copie. Era amico di Garcìa Lorca, di Ezra Pound, di Dylan Thomas, con i quali ha scambiato poesie e dediche. Dire che una traduzione delle poesie di Olivero aiuterebbe a farlo conoscere sarebbe errato: una sua deliziosa raccolta di poesie, Ij Faunèt, con illustrazioni – tra gli altri – di Matisse, è apparsa con traduzioni magistrali in italiano e in francese e ciò non ha cambiato nulla.

Case editrici scrupolosissime dal punto di vista filologico, come il Centro Studi Piemontesi, hanno dato alle stampe edizioni impeccabili di diecine e diecine di classici, reperibili nelle biblioteche comunali e universitarie. Non è servito a nulla. Si sono fatti convegni internazionali (i famosi Rëscontr) sulla lingua, la letteratura, la civiltà e la storia del Piemonte, con studiosi di tutto il mondo, molti dei quali si sono espressi in lingua sabauda, con voluminosi atti dei convegni puntualmente pubblicati ogni anno e corredati da ampie bibliografie e traduzioni in italiano e in francese. Non è servito a nulla.

Non serve a nulla (o quasi) perché gli italiani chiamano la lingua ancestrale “dialetto” (facendosi puntualmente ridere dietro ai convegni internazionali, dove la parola “dialetto” significa “variante di una lingua”) e considerano tutto ciò che è scritto in “dialetto” poco meno che ciarpame. Non sono i poeti, i prosatori, i favolisti piemontesi che devono fare di meglio, ma la mentalità italiana che deve aggiornarsi.

Quanto delle trasformazioni subite dalla lingua piemontese si può osservare anche in altre lingue e dialetti che caratterizzano le diverse zone d’Italia? Come tutelarle e cosa fanno a riguardo enti e Governo?

La letteratura in piemontese presenta generi letterari e fenomeni di diastratia, diafasia, diatopia e diacronia che non hanno paralleli nelle altre letterature regionali. La lingua si è straordinariamente arricchita e purificata dagli anni Venti in poi ad opera di una scuola di poeti-filologi (Ij Brandé) che da Pinin Pacòt e Luigi Olivero fino a Camillo Brero, Tòni Baudrìe, Bianca Dorato e Tavo Burat ha regalato alle muse piemontesi una serie di capolavori e una panoplia lessicale che nessun’altra lingua regionale possiede. La linguistica (studiosi canadesi, inglesi e tedeschi come Gebhard, Lütke, Clivio, Mayr Parry), la filologia (Gasca Queirazza, Tavo Burat) e la critica letteraria (Gilardino, Pasero, Gorlier) sono andate di pari passo. Ma il Piemonte, si sa, ha sempre fatto storia a sé e questo per tutti i mille anni della sua esistenza. L’idioma piemontese possiede anche una ricca produzione in prosa (racconti, romanzi, petits poèmes en prose, giornalismo) che è pressoché assente dalle altre compagini letterarie regionali.

La Legge 482 ha escluso la lingua del Risorgimento (gli eserciti piemontesi ricevevano ordini solo in piemontese) dal novero delle lingue riconosciute. Un minimo di conoscenza delle dinamiche delle lingue ancestrali (senza cioè tener conto della civiltà letteraria) avrebbe potuto evitare al legislatore italiano l’errore imperdonabile di riconoscere alcune parlate come lingue e altre no: dal punto di vista scientifico è un’affermazione che procurerebbe la bocciatura immediata anche ad un esaminando del primo anno di linguistica negli atenei stranieri.

Nonostante l’articolo 6 della Costituzione italiana (tutela delle minoranze linguistiche), la perdita di lingue ancestrali dalla fine della seconda guerra mondiale ai giorni nostri è stata esponenzialmente più rapida che non negli otto decenni che l’hanno preceduta. Coloro che in Italia hanno salvato una lingua ancestrale sono pochissimi e l’hanno fatto lottando con le unghie e con i denti, soprattutto contro leggi, regolamenti, direttive, scuola, mancanza di aiuti o di sovvenzioni.

Le misure in atto al momento attuale sono risibili e del tutto inadeguate, scoordinate, disinformate. Bisogna apprestare un manuale che spieghi cos’è una lingua ancestrale, quale valore ha, che valori rappresenta, come si concilia con l’apprendimento della lingua nazionale e delle lingue internazionali, come si rivitalizza, come si può al limite risuscitare, come si leggono i capolavori delle letterature regionali, come si dialoga con le altre minoranze linguistiche, e così via. Ma questo manuale non c’è.

I POLITICI ITALIANI, numerosissime volte sollecitati da questa sede con proposte di legge, piani, sunti, richieste NON HANNO FATTO NULLA, anche quando il fare qualcosa non implicava nessun dispendio.

Spesso si sente dire che l’italiano si sta impoverendo: considerando che l’evoluzione della lingua è un “fenomeno naturale” e in stretto rapporto con fatti storici e trasformazioni sociali, da cosa dipende questo impoverimento e, soprattutto, come ci si può porre rimedio? 

La lingua inglese, forse quella che ha assimilato più parole straniere di qualsiasi altra lingua al mondo, può permettersi di continuare a farlo (ha di recente adottato in modo permanente, con migliaia di altre parole da altre lingue, “cappuccino”, “caffelatte”, “latte macchiato”, ecc.) perché la sua struttura paratattica, la sua sintassi per periodi diretti, la sua fondamentale ossatura anglo-sassone non vengono sminuite di una iota dai continui imprestiti. È arrivato Google? Bene, nel giro di pochi giorni è nata l’espressione “google it”: il nome è diventato verbo e significa “fai una ricerca del significato di quella parola tramite Google”. Le parole arrivano, alcune rimangono, altre svaniscono, ma la natura fondamentale dell’inglese non cambia.

Non è così per l’italiano. Ciò è dovuto non solo alla natura del suo lessico prevalentemente romanzo, o alla sintassi ipotattica, ma al fatto che culturalmente gli italiani vogliono evadere dalle angustie della cultura nazionale e credono di farlo servendosi, spesso a sproposito, di espressioni americane. Ne consegue che il numero di parole straniere introdotte negli ultimi dieci anni nella parlata di ogni giorno, negli articoli di giornale, nei servizi radiofonici e televisivi, è anchilosante: l’italiano sta perdendo la sua capacità neologica: non forma più neologismi, semplicemente impresta altre parole.

Ma gli italiani non sono solo a disagio nei riguardi della loro cultura. Sono anche mediamente indotti: mediamente leggono poco e scrivono ancora meno. Ripeto: mediamente. Una lingua nazionale non è un fenomeno linguisticamente naturale. È il frutto di un modello centrale, cui tutti i locutori di una determinata area politica accettano di adeguarsi e che da un’autorità politica, culturale ed economica riceve costanti moniti all’adeguamento. Se non si legge e non si scrive le “deviazioni” rispetto ai modelli si moltiplicano. Abbiamo cominciato male, con un monarca che non parlava la lingua nazionale, e continuato peggio, offrendo come modello una lingua dalle parole astruse, incomprensibili, incastonate in una sintassi prolissa, dalle cento frasi dipendenti, coordinate, subordinate. Inoltre la letteratura italiana è gravemente carente di classici popolari, a differenza di quella francese e inglese, che ne rigurgitano.

Risultato: gli italiani non hanno mai sentito come proprio quel modello di lingua e non hanno mai raggiunto nella lingua nazionale la spontaneità, idiomaticità ed espressività che invece possedevano nelle rispettive lingue regionali. Hanno scordato quest’ultime, senza imparare a dovere la prima. Se a questo aggiungiamo il disdoro delle istituzioni, delle scuole, delle università e dei poteri centrali, che non si pongono più come modelli e come dispensatori di sicurezza economica e di identità nazionale, capiremo come anche gli stimoli stiano venendo meno.

Siamo di fronte ad un rigetto vero e proprio. Una cultura che è tutta erogata tramite lo schermo (televisivo/telematico), un Paese che è avvertito come asfittico, una cultura che non affascina i giovani, un’economia periclitante, degli uomini-guida e dei religiosi di dubbia moralità, hanno fatto perdere al popolo italiano il concetto di orgoglio per la propria terra e per la propria lingua. Bisogna ricominciare da dove ci eravamo interrotti un secolo e mezzo fa: dalla regione. La cultura italiana non è mai stata “nazionale” nel senso francese, tedesco o inglese del termine, ma locale.

Bene, diamo alle scuole più libertà e più spazio per insegnare e valorizzare le caratteristiche locali, regionali: storia, personaggi, cose del proprio luogo. Incoraggiamo – in un’unità politica e territoriale che oramai più nessuno mette in discussione – il concetto di “patria pcita”, incluso lo studio della lingua ancestrale. Come per i bambini amerindiani del Canada, che accanto al francese e all’inglese parlano, leggono e scrivono la propria lingua ancestrale, con libri di storia parametrati alla loro storia e alla loro ancestralità, diamo anche ai bambini italiani l’occasione di scoprire chi veramente sono. Basta con il letto di Procuste di una cultura centrale, con Roma capitale politica e Firenze capitale linguistica. Questo non è un programma politico, ma un semplice consiglio linguistico: per parlare bene la lingua degli altri bisogna prima conoscere bene la propria.

La lingua vera degli italiani, anche se oggi più del 90% la parla quasi esclusivamente, non è l’italiano, ma i mille anni di storia dietro ad ogni cultura e lingua ancestrale. È dall’orgoglio che inevitabilmente ognuno sente per la propria terra che deve rinascere il desiderio di parlare lingue piccole e grandi, nostrane e straniere, con la competenza di chi sa di essere cittadino di una terra straordinariamente ricca e straordinariamente svariata. Senza quell’orgoglio non vi sarà nessuna rinascita, né linguistica, né sociale.

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