Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘Giuseppe Lupo’

atlante immaginarioAtlante immaginario è un libro che conquista il lettore, accompagnandolo alla scoperta di un universo in cui i confini di spazio e tempo si sciolgono lungo sentieri indicati da grandi autori come Omero, Calvino, Kafka e tanti altri. Questa lettura è stata davvero un lieto incontro che ha lasciato il segno! Lo scrittore Giuseppe Lupo, docente di letteratura italiana contemporanea all’università Cattolica di Milano e Brescia, è riuscito a fondere sapientemente stile narrativo e saggistico per dare vita a riflessioni che si muovono tra quotidianità e passione per la lettura, ricordi e sogni, considerazioni storiche e osservazioni geografiche: i pensieri respirano, la fantasia vola, il passato è accolto con nuove valenze. Edito da Marsilio, Atlante immaginario, raccoglie cinquanta capitoli che provengono dall’omonima rubrica domenicale pubblicata su Avvenire dal settembre 2012 al luglio 2013: “Ho sempre pensato che questi scritti potessero diventare un libro quindi non ho modificato impostazione o ordine, ma solo apportato piccole variazioni o integrazioni” spiega Lupo.

La scrittura è sempre trasfigurazione della realtà” ha commentato la scrittrice Paola Mastrocola introducendo il libro di Lupo al Circolo dei Lettori di Torino insieme al critico letterario Sergio Pent, che ha definito l’autore “uno dei più grandi conoscitori della letteratura industriale”. Lupo, che si definisce “un geografo mancato” e innamorato del racconto Le mille e una notte, afferma la supremazia delle storie nel senso più ampio del termine: “Se non ci fossero cosa sarebbe il mondo e cosa gli darebbe gusto? Muoiono i popoli ma non le loro storie. Bisogna profetizzare la storia per costruire il mondo. Gli scrittori non devono raccontare la cronaca”.

Sergio Pent - Giuseppe Lupo - Paola Mastrocola (Circolo dei Lettori, Torino)

Sergio Pent – Giuseppe Lupo – Paola Mastrocola (Circolo dei Lettori, Torino, 17 novembre 2014)

Intervista a Giuseppe Lupo

Quali sono gli strumenti necessari per costruirsi un “atlante immaginario” e come si inizia la sua realizzazione? 

Prima di tutto credo sia necessario avere immaginazione, tanta non poca, e anche curiosità. A volte conoscere una geografia significa anche inventarsela, portarla alla superficie da quel limbo sotterraneo dove si trova fino al momento della scrittura. Per realizzarla basta un po’ di azzardo. I mondi occorre inventarli nei libri se vogliamo che poi si realizzino.

Quale è il libro che ti ha permesso di viaggiare maggiormente con la fantasia e perché?

Non ce n’è solo uno, almeno quattro: l’Odissea, l’Orlando furioso, il Don Chisciotte e Cent’anni di solitudine. I motivi sono anche qui tanti: sono poemi-romanzi che inventano geografie, oltre che descriverle.

Cosa significa “futuro” per uno scrittore che ama viaggiare (realmente e in senso figurato) e quale città italiana sceglieresti per ambientare un romanzo nel futuro?

Non sono un gran viaggiatore nel senso classico del termine, non mi muovo tanto da casa se non per lavoro. Questo forse mi permette di pensare a viaggi che non farò mai, ma che vorrei fare. Una città in cui mi piacerebbe ambientare un romanzo è Venezia, la più atipica delle città italiane, una città che solo i poeti o i visionari potevano costruire. In parte era già presente nel mio ultimi romanzo, Viaggiatori di nuvole (Marsilio).

Secondo te è possibile scrivere un romanzo che risulti “nuovo” o inevitabilmente bisogna fare i conti con universali e topoi letterari che nascono dall’animo umano?

L’idea è affascinante e antichissima. Ogni scrittore, agli inizi della sua storia, crede di inventare qualcosa di unico, qualcosa che nessuno mai avrebbe scritto. Poi non sempre questa fortuna accade. Anzi, ogni scrittore non può non cimentarsi con quella che si chiama tradizione. Ogni cosa che facciamo ci somiglia ed è figlia di ciò che ci è arrivato dal tempo di ieri. L’importante credo sia distinguere se stessi e la propria voce dalle voce precedenti. Per quanto mi riguarda, ogni mio romanzo cerca di battere strade poco frequentate. Ne sto completando uno che aspira ad avere caratteri di originalità o, come scrivono alcuni miei recensori, di inattualità.

Mi ha molto incuriosito il capitolo in cui racconti di avere due scrivanie, una per lavorare a testi di saggistica e una per dedicarti ai romanzi. Questi due generi, che tu definisci “geografie diverse” e “due alfabeti”, possono incontrarsi in qualche modo?

Cerco di non far passare le carte da una scrivania all’altra, ma non sempre ci riesco. È chiaro che quando scrivo di narrativa ragiono da narratore (e peraltro anche sfrenato nella fantasia), quando scrivo di saggistica ragiono guardando le questioni da un’altra prospettiva. Poi a volte le carte, prima che sulle scrivanie attraversate dal vento, si mescolano dentro la mia testa.

Spesso nel libro fai riferimento alla tua Lucania, offrendo percorsi geografici e culturali propri della regione. Quale importanza hanno secondo te le origini nella formazione e nella crescita umana e “spirituale” di una persona?

La geografia a cui ciascuno di noi appartiene e in cui poggiano i nostri piedi è come la terra in cui affondano le radici degli alberi. Non credo che tutto sia giocato nei primi anni della nostra vita, come pensava Pavese, però – certo – molto del futuro viene disegnato nel tempi dell’infanzia, che è anche il tempo della memoria.

Nel libro parli di scrittori da pianura e da montagna, a seconda del loro modo di approcciarsi alla scrittura, riportando anche qualche esempio. Pensi quindi che vi corrispondano lettori da pianura e lettori da montagna?

In un certo senso sì. Come esistono scrittori abituati a scalare o a passeggiare sul piano (in questo sta la differenza tra romanzieri e autori di racconti), forse esistono lettori che amano le passeggiate su terreni pianeggianti, amano l’orizzontalità o il narrare breve, e ce ne possono essere altri che prediligono la verticalità, la vetta delle Alpi.

“I libri navigano davvero a cavallo delle onde e gli editori stanno in allerta, pronti a calare le reti”: come è cominciata la tua esperienza nel mondo editoriale e cosa secondo te determina un buon libro (quindi, una buona pesca per l’editore)?  

Ho avuto la fortuna di incontrare Raffaele Croci, il quale, oltre che essere un importante scrittore e intellettuale, è stato anche un talent scout. Lui mi ha “allevato” con grande attenzione e cura, mi ha seguito come deve fare un maestro, mi ha introdotto nel mondo editoriale. Grazie ai suoi consigli, ho infilato le mie carte in una bottiglia e l’ho buttata in mare. La fortuna, il caso, il destino, il vento hanno soffiato nella direzione di Venezia, dove il mio editore passeggiava sulle rive del mare ad attendere messaggi in bottiglia. L’ha raccolta e l’ha assaggiata, come si fa con il vino. L’immagine me l’ha data proprio lui, Cesare De Michelis, in una conferenza che gli sentii pronunziare una quindicina di anni fa. Per questo motivo il romanzo Viaggiatore di nuvole l’ho dedicato a lui, “che aspetta messaggi in bottiglia sulle rive di Venezia”.

Read Full Post »