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Posts Tagged ‘Francia’

Ci sono tanti tipi di lettori ma quando succede di incontrarne uno in grado di scendere nelle viscere di un libro che ha toccato profondamente le sue corde si resta affascinati nell’ascoltare l’attenta lettura. Così è stato quando Long John Silver alias Barbecue (con questo nome lo si incontra su anobii.com) ha parlato di I doni della vita di Irene Némirovsky ad una serata del gruppo Anobii Torino. Ecco la sua analisi, ricca di riferimenti storici, che parte dalla biografia dell’autrice:

Irene Némirowsky

Irene Némirowsky

Non avevo mai letto nulla della Némirovsky e quindi sono stato colpito dalla sua biografia. Il post sul Nonblog di Habanera segnalato da un’altra anobiina mi è parso molto interessante. Su wikipedia si parla della sua richiesta di cittadinanza francese (peraltro non accettata) e della conversione al cattolicesimo avvenuta nel 1939: credo che si sentisse una scrittrice francese e dunque fosse normale per lei chiedere la cittadinanza. Quanto alla conversione al cattolicesimo alcuni ebrei speravano in tal modo di salvarsi da eventuali leggi razziali future. Esistono poi una biografia di Némirovsky edita da Adelphi ed alcune scritte dalle figlie che forse spiegheranno queste sue decisioni. La conversione al cattolicesimo non l ‘avrebbe comunque salvata visto il concetto del nazionalsocialismo di “Blut und Boden” del politico tedesco Darré…. Nell’edizione Adelphi viene riportata come data di inizio stesura del libro la seconda metà del 1940… La caduta di Parigi avvenne il 14 di giugno e dunque la prima cosa interessante da capire è se abbia cominciato a scrivere ancora nella capitale francese o se si sia subito rifugiata in Borgogna. Il romanzo apparve a puntate sul giornale Gringoire come romanzo inedito di una giovane donna. Mi sono chiesto se, malgrado il clima storico, le fosse rimasto qualche amico in redazione oppure se qualche direttore senza scrupoli, notando il suo talento, se la sia cavata pagandola pochi franchi. Riguardo alla censura credo che a Vichy si sia fatta via via più’ stretta. D’altronde lei cosa avrebbe potuto opporre? Poteva certo auto censurarsi , ma anche la redazione del giornale avrebbe potuto intervenire dopo avere ricevuto i suoi scritti. Se il censore avesse provveduto a tagli e modifiche lei cosa potevo fare? Era una “ghostwriter” nel vero senso del termine. Addirittura il regime di Vichy assecondava i Nazisti senza che, a volte, dovessero chiedere… Il rastrellamento del Velodrome a Parigi nella parte occupata della Francia direttamente dai Nazisti fu effettuato senza alcuna pressione da parte tedesca e solo più’ tardi Eichmann approvo’ l ‘operazione. Mi ha incuriosito la scelta di ambientare il romanzo nel Pas– De-Calais. La spiegazione più semplice è che, vivendo a Parigi, sicuramente avrà trascorso lì dei periodi di vacanza, ma la topografia dei luoghi descritti si è inevitabilmente collegata alla Prima e Seconda Guerra Mondiale. Restano le “coincidenze” tra alcuni luoghi del Pas-de-Calais e il movimento del Reggimento List di cui faceva parte Hitler durante la seconda guerra mondiale. Hitler fu ferito diverse volte durante la prima guerra mondiale tra cui la battaglia di San Quintino e Saint Quentin è nominata diverse volte nel libro della Némirovsky. A pagina 78 parla dello Chemin des Dames e nell’autunno del 1917 Hitler partecipa ai combattimenti furiosi in quella zona. A pagina 77  si legge: “allora si ricordo’ del gas. La più’ atroce delle morti”. Possiamo parlare di premonizione oppure le voci sul programma eutanasia erano arrivate anche in Francia? L’uso del gas (anche se non era lo Zyklon b) inizia ben prima della Conferenza di Wansee… E se non mi sbaglio nel libro viene citata Ypres diverse volte e nella battaglia di Passchendaele lo stesso Hitler fu colpito dall’iprite o mostarda azotata. Hitler considerava la Seconda Guerra Mondiale come una diretta conseguenza della Prima e di sicuro per lui era così; senza di essa lui sarebbe stato solo un renitente alla leva dell’Impero Asburgico e non avrebbe potuto essere un combattente. Lo storico britannico Ian Kershaw scrive che Hitler fu reso possibile dalla Grande Guerra… “Immaginava quale caos quella fuga avrebbe prodotto lungo la strada e, soprattutto, pensava che se i civili continuavano a fuggire, l’esercito era perduto” (pag. 200). Ecco un’indicazione di strategia militare che fu poi chiamata “febbre dell’esodo”: davvero particolare in un romanzo una descrizione del genere! Ancora, Nemirovsky racconta che “la gente aspettava la guerra come l’uomo aspetta la morte: sa che non le sfuggirà, gli sia concessa solo una proroga”. Una miglior descrizione della guerra stramba tra la caduta della Polonia e l’offensiva a ovest non me la ricordo. E nel romanzo a Guy vengono fatte dire parole significative: “Caro papà , non c’è che da abbassare la testa e aspettare che passi la bufera. O le cose si sistemeranno per tutti, o la catastrofe sarà generale”. Il filosofo Cioran scrive riguardo all’essere ebreo questa frase: “Malgrado la sua chiaroveggenza, sacrifica di buon grado all’illusione: spera, spera sempre troppo”. In effetti il finale del libro in fondo è un inno alla speranza, ma trovandosi sola, braccata e senza poter scrivere firmando con il proprio nome, forse a Irene Némirovsky non rimaneva che questo.

Quanto conta l’intreccio tra storia e romanzo in questo libro? 

Conta molto. L’autrice descrive trent’anni di storia francese seguendo le vicende di una famiglia dell’alta borghesia, ma doni_della_vitainevitabilmente la piccola storia familiare e quella con la esse maiuscola si intrecciano. Con l’arrivo delle Grande Guerra la sicurezza che avvolge la famiglia Hardelot “fatta di buon sangue , di carni robuste e sane e di risparmi investiti in Titoli di Stato, una barriera destinata a proteggere per sempre dalle insidie della sorte”, finisce con l ‘essere messa in discussione. Il capofamiglia degli Hardelot è come un monarca assoluto e per lui la Grande Guerra finisce con il segnare l’inizio dell’inevitabile declino. La figura di Julien Hardelot mi è apparsa come una allegoria della fine delle vecchie monarchie europee. Era l’ultima guerra, non ce ne sarebbero state altre dice uno dei protagonisti del libro. In fondo era proprio quella l ‘atmosfera del primo dopoguerra: un nuovo periodo di prosperità si affacciava. Già nel 1914 Charles Hardelot diceva: “E del resto, sono assolutamente convinto che una guerra mondiale debba svolgersi quasi senza spargimento di sangue. Capisci bene che se non fosse cosi, se ogni potenza mettesse in campo tutte le sue forze , con lo spaventoso progresso dell’industria bellica… Dov’ero rimasto? Ah, si, sarebbe una tremenda carneficina che decreterebbe la fine della civiltà umana. E’ evidente che nessuno stato vorrà assumersi la responsabilità di rispondere davanti ai posteri di una simile scelleratezza!”. allora si poteva sperare che la coscienza di un possibile massacro fermasse ogni futuro conflitto. Avrebbero pensato la crisi del 1929 e il Nazionalsocialismo ad archiviare quei sogni ad occhi aperti.

Quale punto del romanzo ti è piaciuto maggiormente? 

Trovare un solo punto che mi ha interessato è assai difficile. Tuttavia questo breve periodo mi pare si adatti straordinariamente anche a oggi: “Difficile farle capire che, nel mondo in cui vivevano, l ‘intelligenza, la cultura e l’educazione non valevano più’ granché. Merci costose che nessuno acquista più”. La voglia di continuare a leggere i suoi scritti e una domanda che mi ritorna in mente: quanti possibili capolavori di questa scrittrice ci siamo persi?

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