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Posts Tagged ‘Escolo de Sancto Lucio’

Tra i monti della Valle Grana, in provincia di Cuneo e sotto il comune di Monterosso, vi è un borgo di appena una quarantina d’anime che lotta per far sopravvivere e tramandare la propria lingua, il provenzale. Comboscuro (nella scrittura locale, Coumboscuro), riesce a mantenere in vita la scuola, Escolo de Sancto Lucio, costituita da una sola monoclasse in cui bambini delle elementari e ragazzi delle medie studiano utilizzando il plurilinguismo. In questo borgo ha sede l’associazione Coumboscuro Centre Prouvençal, fondata nel 1958 per valorizzare tradizioni e cultura popolare, che gestisce il museo con la più ricca raccolta etnografica delle Alpi Occidentali e dal 1961 pubblica testi di cultura alpina, letteratura provenzale e produzioni di musica tradizionale; la sede del centro, realizzata con il contributo di privati e il lavoro di volontari, ospita una biblioteca, una sala musica e una espositiva.

Visitando Comboscuro, magari in occasione di una delle sue feste tradizionali denominate Roumiage, si nota come l’uso del provenzale sia del tutto naturale per bambini e adulti e caratterizzi la vita quotidiana; anche i cartelli e gli avvisi sono scritti in provenzale. Si può inoltre incontrare il maestro Sergio Arneodo, anima e cuore della frazione, che nel 1956 ha creato il gruppo spontaneo d’avanguardia “Coumboscuro” per l’identificazione della civiltà alpina d’influenza provenzale e poi ha avviato l’omonimo giornale della minoranza provenzale in Italia; ancora, nel 1976 è divenuto responsabile del Movimento Coumboscuro di Autonomia e Civiltà Provenzale Alpina, poi trasformato in Coumboscuro Centre Prouvençal.

Il professore Sergio Gilardino, piemontese di nascita ma cittadino canadese e noto studioso di lingue ancestrali, ha scelto di trasferirsi a Comboscuro proprio per sviluppare la ricerca sulla lingua provenzale e dirigere i lavori per il grande dizionario della lingua provenzale alpina (a questo link, la prima parte dell’intervista al docente, che pone l’accento sulla differenza tra lingua e dialetto). “E’ un lavoro che richiede costanza e che non può attendere altrimenti si rischia di perdere degli elementi del ricco patrimonio lessicale – racconta Gilardino, anche insegnante presso l’Escolo – Ogni giorno raccogliamo oltre una ventina di lemmi, così poi si catalogano e studiano”.

Quale particolare realtà linguistica si incontra a Comboscuro e come questa si riflette sulla vita della gente che abita il borgo?

Vi è una scuoletta in cui i bimbi imparano a leggere e a scrivere simultaneamente in provenzale, francese e italiano e posseggono, in ciascuna di queste tre lingue, un lessico che è molto più copioso e articolato di quello dei loro coetanei monolingui nella scuole statali a valle. Una scuoletta nella quale gli stessi bimbi hanno insegnanti che insegnano geografia e storia in inglese come se essi fossero dei bambini anglofoni. A Coumboscuro non si insegnano le lingue, si insegna in lingua.

Se l’Italia, che su 27 Paesi dell’Unione Europea, detiene il 27esimo posto in fatto di bilinguismo (in Svezia, Islanda e Lussemburgo 89 persone su 100 parlano correntemente l’inglese, in Italia meno di 17), fosse valutata sulla scorta delle conoscenze linguistiche di questi bimbi si classificherebbe tra i primi tre Paesi multilingui europei. Ma a pochi chilometri da Coumboscuro, a valle, mamme e papà reagirebbero orrefatti alla sola proposta di inviare i loro bambini in una scuola dove si insegna “in dialetto”.

Questo dovrebbe far riflette sul ruolo che può giocare una lingua ancestrale nel creare un clima stimolante e propizio al multilinguismo e al ruolo fondamentale che i “dialetti” potrebbero svolgere nel togliere all’Italia quella vergognosa maglia nera dell’incompetenza linguistica e sbalzarla tra i primissimi posti della classifica e, quel che più conta, dell’efficienza comunicativa.

A Coumboscuro vi è pure la ferrea volontà di non lasciar perdere la lingua ancestrale. I bimbi, fin dai primi anni, sono avviati a comporre poesie in provenzale e da questi vivai emerge immancabilmente chi di lingua e di poesia ne fa una professione permanente. Per questo la piccola borgata ha un salone per conferenze, un museo etnografico, una biblioteca specializzata: nulla di simile nei tre villaggi a valle di Coumboscuro. La conservazione della lingua ancestrale comporta dunque un diverso sviluppo delle attrezzature legate alla cultura ancestrale e, da quest’ultima alla cultura in senso lato, il passo è breve.

Sia però detto a chiare lettere: la Escolo de Sancto Lucìo de Coumboscuro non è il prodotto delle direttive ministeriali italiane, ma piuttosto della civil disobedience alle stesse. Si aggiunga a questo il fatto che delle tre squadre che lavorano alla compilazione del dizionario della lingua provenzale, ben due sono composte da giovani del luogo: e questa non è che una delle tante ricadute economiche legate alla conservazione della cultura ancestrale.

Professore, ci descriva il lavoro della piccola scuola di questo paese che ha solo una monoclasse dove i bambini imparano a leggere e scrivere nella più antica lingua provenzale. Quale ricchezza linguistica possono trarne e cosa dicono gli studi a riguardo?

La scuola, quando i bambini erano tutti nativi della zona, funzionava soprattutto in provenzale, in piena “illegalità” rispetto alle direttive ministeriali. Si imparava anche a scolpire il legno e a suonare uno strumento musicale. Ne uscivano allievi che conoscevano alla perfezione la lingua d’oltralpe (a due chilometri in linea d’aria c’è la Francia) e che in essa conversavano alla pari con i cugini per tutti i mesi dell’estate (la pacifica invasione estiva continua tuttora). Il loro italiano era impeccabile, anche se un po’ libresco (come avveniva anche nelle scuole italiane dei tempi passati). Il provenzale era la lingua madre. Ora i bimbi vengono anche dalla valle e quindi l’enfasi si è spostata verso il multilinguismo equiparato: tre lingue di base con l’aggiunta dell’inglese, unica lingua percepita come “straniera”, ma utilizzata per l’insegnamento di alcune materie.

Mentre i più piccini recalcitrano per un po’, immersi in questo mondo di lingue strane, e richiedono mesi per rassegnarsi allo “scomodo” di non poter comunicare più agevolmente nella sola lingua che conoscevano, i più grandi (dalla terza elementare in poi) passano da una lingua all’altra senza neppure accorgersi di essere diventati quadrilingui.

Certe tecniche per questa nuova fase sono state importate dal Canada, Paese guida per questo tipo di esperienze didattiche. L’intenzione è quella di consegnarli al liceo che li accoglierà dopo la terza media (livello più alto a Coumboscuro) con nozioni scientifiche, storiche e letterarie che essi possono istintivamente e agevolmente esprimere in una qualsiasi delle quattro lingue utilizzate per “fare la scuola” a Coumboscuro.

In cosa consiste esattamente la ricerca che sta conducendo a Comboscuro?

Verso il X secolo la lingua della Provenza, dalla zona costiera, si espande verso il nord, verso l’entroterra, e da qui verso l’est, cioè le Alpi. La popolazione aumenta e occorrono nuove terre. Esattamente come i colonizzatori dell’estremo (i Walser) si insediano sulle testate delle valli del Rosa, qui i coloni si adeguano alle altitudini estreme ed ai climi freddi. Ben 15 vallate in Piemonte (11 in Provincia di Cuneo, 4 in Provincia di Torino) e 4 in Francia (Ubaye, Ubayette, Quéyras, Alto Delfinato) parlano varianti molto prossime della stessa lingua, che è sostanzialmente il provenzale adattato alla zona alpina. Da cui l’appellativo Provenzale Alpino: decadono i termini di mare, nascono e si moltiplicano quelli di montagna.

Noi, qui a Coumboscuro, stiamo compilando un dizionario contenente non solo tutte le parole di questa lingua, ma anche tutte le varianti apofoniche di ogni parola, con indicazioni in esponente che consentono di ricondurre ogni variante ad una valle o ad una parte di essa (alta, media, bassa) o ad uno specifico informatore. Ricaviamo le informazioni da due fonti: tutti i dizionari – piccoli o grandi – che sono stati pubblicati (a volte si tratta di lemmari manoscritti gentilmente messi a nostra disposizione) e un centinaio di informatori linguistici, collegati via internet e contattati periodicamente dai nostri ragazzi con precisi quesiti formulati dalla nostra squadra filologica.

Ne sta emergendo un dizionario che, nel suo formato finale, consisterà di sei volumi da più di mille pagine ciascuno, con tutti i proverbi, i modi di dire, le usanze, le tradizioni, i toponimi e i microtoponimi, i rinvii interni, le schede enciclopediche e più di 4.000 illustrazioni di ogni cosa rappresentabile, dai volti ai costumi, dall’architettura agli attrezzi.

È la prima volta che una lingua ancestrale viene registrata con tutte le sue varianti e con lemmi che accolgono le categorie grammaticali, le forme flesse, le accezioni e i sinonimi. Mentre si prevedono circa 120.000 lemmi, il numero totale delle parole del provenzale alpino supererà le 200.000 unità. Eppure ci sarà ancora chi dirà che “i dialetti non hanno parole”.

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