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Posts Tagged ‘Demetrio Paolin’

Non-fate-troppi-pettegolezziDal parco del Valentino all’hotel Roma, da Superga alle vie del centro: lo scrittore Demetrio Paolin conosce bene la città di Torino e ha voluto raccontarla attraverso quattro grandi autori che l’hanno abitata e amata, in modo diverso ma intenso. Non fate troppi pettegolezzi, edito da LiberAria, è un agile e piacevole saggio che ripercorre i punti salienti della vita e il pensiero letterario di Emilio Salgari, Cesare Pavese, Primo Levi e Franco Lucentini offrendo al lettore anche note citazioni che ben si incastonano nell’architettura del libro. Paolin segue le orme di questi scrittori e nel capoluogo piemontese dei giorni d’oggi ricerca i personaggi delle loro opere: “Questo squarcio è così torinese che ancora adesso quando cammino le vie intorno alla stazione, cerco Deola”, parlando di I pensieri di Deola di Cesare Pavese; si affeziona ai luoghi che sono entrati nella quotidianità dei quattro “maestri”: “Tutte le volte che ci passo penso alla lirica scritta da Levi per l’albero che ogni giorno vedeva davanti al suo portone e che stava lì ad aspettarlo, quando lo scrittore usciva per andare a lavorare o quando rincasava dopo otto ore di fabbrica. Ci sono volte, quando la notte si popola di incubi o di cattivi presagi, che con la bici vengo fin qui e mi appoggio a quell’ippocastano e guardo il portone”. Il titolo del volume riprende un appunto lasciato da Cesare Pavese sui Dialoghi con Leucò nella stanza d’albergo in cui decise di togliersi la vita, “Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi”, e Paolin puntualizza che “la conoscenza dei particolari è pettegolezzo”. Così, nel suo libro non abitano morbosità o idealizzazione, ma solo passione letteraria e il desiderio di ricercare ciò che ha dato slancio all’intuizione e alle parole dei quattro, la voglia di ripercorrere un cammino intellettuale e di analizzare la scrittura oltre la critica già letta, in un’ottica di “paesaggio quotidiano”.

demetrio paolin

L’idea di scrivere questo libro è venuta leggendo o passeggiando per la città della Mole?

L’idea del libro è nata chiacchierando e passeggiando con Alessandra Minervini, la mia editor. Ovviamente camminavamo per Torino parlando di libri letti, e sulla strana relazione che c’era tra quei libri, i suoi autori e la città che li aveva visti vivere e morire. I miei libri nascono, quasi sempre,  passeggiando per la città, mi serve camminare e stare in mezzo alle persone. Noto qualche tic, qualche strano comportamento e lo memorizzo. Di colpo poi ho chiara la storia che voglio dire e così incomincio a scriverla. Per Nftp la cosa è stata simile e quindi ho voluto scrivere un libro che fosse in fieri; pagine dentro le quali il lettore sentisse come le idee e le interpretazioni e le immagini nascessero in quel preciso istante. Volevo scrivere un libro che sembrasse “spontaneo” e che rendesse minimamente visibile il labor della scrittura.

Quale è il luogo letterariamente più suggestivo di Torino per te, e perché?

L’intera città ha per me un fascino irresistibile. Ho scritto un racconto, pubblicato nel libro La seconda persona (Transeuropa), intitolato Fabbrica che narra la “circumnavigazione” in bicicletta di Mirafiori. Questo per dire che ai miei occhi ogni luogo di Torino può diventare suggestivo, anche se il luogo che più volte mi ha colpito, ma del quale ancora non sono riuscito a scrivere nulla, è la chiesa della Consolata.

I luoghi si trasformano nel tempo, assorbono anche le energie e il clima del contesto urbano e paesaggistico che li circonda, eppure quelli che racconti nel libro riescono a mantenere inalterato il proprio fascino e a proteggere la propria storia. Quanto contano vita, fama e opere di chi li ha abitati?

Ti confesso che a me piace molto andare a vedere le case degli scrittori, è una piccola ossessione o mania se vogliamo. Se vado in una città e in quella città ha vissuto uno scrittore che ho amato, io devo andare a vedere la casa, oppure devo andare a prendere il caffè dove lui lo prendeva e se posso vado a visitarne la tomba. È in mio modo, per citare il Foscolo dei Sepolcri, di abbracciare le urne dei forti. Nella mia testa io cerco quindi di ritrovare intatto lo spirito di chi ci ha abitato. La cosa bella dei luoghi, delle case, dei quartieri, delle città è che esse hanno memoria, tengono dentro di sé millesimate le esperienze di tutti: basta stare lì e ascoltare.

C’è un qualcosa per cui ti senti accomunato ai quattro autori di cui parli nel volume?

Il primo legame è la responsabilità. Mi sembra che sia un tema comune a tutti e quattro gli scrittori, studiati in NFTP. Loro si sentono responsabili delle parole che scrivono. In un tempo in cui la parola scritta è inflazionata, la loro cura e il loro tormento su quello che scrivono e su come lo scrivono mi sembra una cosa importante e da sottolineare. C’è poi il tema della vergogna e dell’impostura che me li fa sentire vicini. Spesso e volentieri anche io non mi sono sentito a mio agio rispetto alle cose che la vita mi ha condotto a fare. In me rivive un po’ la vergogna del contadino inurbato, quello che vedeva nella città un luogo fantastico da cui era essenzialmente separato. Credo che questa separazione sia il grado zero della vergogna, questo non sentirsi a proprio agio in nessun luogo.

Cosa è la scrittura per te? Hai già idee per un prossimo libro?

La scrittura per me è una prassi. È un modo per fare sì che le immaginazioni che ho nella testa trovino un luogo per esserci. Quando le immaginazioni finiranno anche questa prassi finirà. Per ora sto lavorando su alcune storie e ancora molto complicato da dire cosa ne verrà fuori, ma qualcosa di nuovo nascerà.

Quale è il libro che più ti ha segnato come lettore e che ancora ti accompagna?

Il libro che mi ha segnato di più è sicuramente la Bibbia, letto da bambino e da giovane, è ancora adesso fonte per me di profonde riflessioni. È la Bibbia che ha formato il mio immaginario, la mia visione del mondo; sono le scritture sacre quelle con le quali mi confronto maggiormente.

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