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Anche la vita di un grande personaggio può diventare un romanzo, ma se dietro alla storia narrata c’è la volontà di informazione e di denuncia, questo libro assume un valore ben più profondo. Così la vita e la missione giornalistica ed allo stesso tempo umanitaria di Anna Politkovskaja penetrano Dania e la neve (Infinito Edizioni): in un’ottantina di pagine Massimo Ceresa ha voluto rendere omaggio ad una donna coraggiosa che ha lottato fino alla morte per restituire la verità alla gente; questa giornalista di origine russa che scriveva sulla Cecenia è stata uccisa il 7 ottobre 2006 con cinque colpi di pistola. E dalla lettura di questo libro nasce la voglia di informarsi di più (e meglio!) sulla Russia e sulla Cecenia, “regione del Caucaso grande più o meno quanto la nostra Lombardia”.

Rosso è il colore che fa da sfondo all’intera storia, rosso come l’amore ma anche rosso come il sangue. Infatti, Ceresa racconta con verismo e immagini forti stupri, abusi, omicidi e guerre. E diventa rossa anche la neve che la giovane e bella Dania osserva dal finestrino del treno su cui viaggia. Ceresa è riuscito a tratteggiare ogni scena come una serie di nitide istantanee. Nell’introduzione Andrea Riscassi scrive che “la realtà, come si vede, a volte supera il romanzo”. L’espediente narrativo parte da un ipotetico vicino di casa che racconta l’amicizia con la giornalista, ma i fatti attingono alla realtà e, soprattutto, resta classificato come “romanzo” ciò a cui la giustizia non ha ancora dato risposta. Poco per volta si intrecciano le storie di tre donne e di una Cecenia martoriata dalla violenza.

Un libro scritto per non dimenticare e con cui l’autore vuole anche contribuire concretamente a costruire un’informazione più attenta e vera: ecco perché i proventi derivanti dai diritti d’autore sono devoluti all’associazione AnnaViva, di cui Ceresa è fondatore, che si occupa della situazione socio-politica e culturale dell’est Europa e dei paesi dell’area caucasica.

Intervista a Massimo Ceresa

Come è nata l’idea di scrivere il libro “Dania e la neve”?

L’idea di scrivere Dania nasce dalla volontà di rendere testimonianza. Dal disperato bisogno che ho sentito, dopo la morte di Anna Politkovskaja, di far conoscere a quanta più gente possibile la straordinaria vita di questa donna, di questa giornalista, di questa operatrice umanitaria; e di far conoscere a quante più persone possibili ciò che era accaduto e stava accadendo in Cecenia. “Dania e la neve” è innanzi tutto un romanzo d’amore, di amori spezzati. Perché l’amore che è il sentimento più naturale e del quale nessun uomo può fare a meno, non può crescere laddove c’è una guerra. Non solo. Quello che i Russi e il mondo devono capire è che anche il loro amore e i loro affetti, da un giorno all’altro possono venire spezzati. Possiamo far finta di credere che i problemi del Caucaso siano lontani e non ci riguardino e questo, forse, era quello che credevano gli spettatori del Nord-Ost al Dubrovka (il teatro moscovita dove, a causa della follia dei terroristi ceceni e del cinismo dell’FSB e di Putin, sono morte 200 persone). E forse era ciò che pensavano anche i pendolari sulla metropolitana di Mosca il 29 marzo scorso e probabilmente anche le vittime dell’ultimo attentato all’aeroporto Domodedovo. No, questi terribili fatti, ci insegnano che la Russia (prima di tutto), ma anche l’Europa e il resto mondo devono prendere atto di quel che accade in Caucaso.

Trattandosi di un romanzo che ha attinto da fatti reali, come hai coniugato cronaca e fantasia e dove è il confine tra i due?

Sì, il romanzo prende spunto da fatti reali. In particolare dalla vicenda del rapimento, stupro e uccisione di El’za Kungaeva, diciottenne cecena che viveva con i genitori nel villaggio di Tangi-Chu, alla cui periferia era temporaneamente di stanza il reggimento del colonnello Budanov. L’unica colpa di El’za è stata quella di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Ma di casi come quello di El’za se ne sono verificati a centinaia nel Caucaso settentrionale e, in particolare, in Cecenia nell’ultimo decennio*.

Quali (stimoli e quali) difficoltà hai incontrato durante la stesura dell’opera?

Le difficoltà sono quelle che può incontrare qualsiasi scrittore alle prime armi. Non avevo idea da dove cominciare. Poi ho pensato di fare tesoro del metodo utilizzato per la scrittura della mia tesi di laurea. Sono partito dall’indice, in modo molto elementare. Questi sono stati i problemi, per così dire, tecnici. Poi ne sono venuti altri più etici e, al contempo, commerciali. Mi spiego. L’ultimo capitolo (quello post-posto che getta luce sull’intera vicenda) è quello che, personalmente mi è costato di più dal punto di vista emotivo e che temevo potesse costare di più anche alla casa editrice. Io scrivo e non sono un imprenditore. Io scrivo e alla Infinito Edizioni fanno il loro lavoro, ciò non toglie che io sento il dovere di immedesimarmi nel lettore, specie nei momenti più bui dell’opera. Il confine tra realismo e morbosità alle volte è assai labile. La mia intenzione, chiaramente, era solo quella di tentare di descrivere nel modo più realistico possibile un fatto, tra l’altro, realmente accaduto. Ma nello scriverlo, ho sofferto moltissimo. Una sofferenza fisica, simile a quella che provavo e che provo ancora oggi nel leggere o rileggere alcuni articoli di Politkovskaja.

A quali fonti hai attinto per caratterizzare personaggi e ambientazioni? E Anche dai dialoghi, spesso, traspare un forte verismo…

È una domanda alla quale mi è difficile rispondere. Le ambientazioni, ma anche in parte i personaggi, prendono spunto da alcuni fatti e personaggi realmente esistiti. Ma si tratta di uno spunto. Poi mi è toccato renderli autonomi, costruirgli una vita. E ogni personaggio ha la sua storia. Di ogni personaggio ho cercato di creare un passato attraverso il quale il lettore potesse capire i suoi gesti (a volte orribili, bestiali). Non certo per arrivare a giustificarli, questo no, ma se non altro per capirli, per capire come si possa arrivare a certi gradi di disumanizzazione. Un po’ quello che, molto meglio di me – e non è neanche il caso di sottolinearlo – aveva fatto Stanley Kubrick con il suo Full Metal Jacket.

Questo libro veste come un romanzo ma vuole andare oltre la semplice forma narrativa, infatti è corredato anche da una scheda tecnica intitolata “I conflitti russo – ceceni”. Quindi, quale chiave di lettura suggerisci e quali domande speri che sorgano durante la lettura?

Questo romanzo è solo un cuneo per tentare di tenere aperta la porta della verità. È un mezzo per arrivare ad Anna Politkovskaja e al lavoro di Anna Politkovskaja che la verità la conosceva molto meglio di me. Attraverso questo racconto, questa storia, questi personaggi, il lettore finisce sempre col chiedersi cosa c’è sotto e chi c’è sotto. Il lettore finisce sempre col domandarsi se si tratta di fatti veri o inventati, è stimolato a informarsi per saperne di più. Dopo aver letto il romanzo, molte persone mi scrivono e-mail, avvisandomi dell’uscita di un nuovo libro della Politkovskaja o di un nuovo pezzo sulla Cecenia e via dicendo. Queste sono le più grandi soddisfazioni che ricavo. Oltre alle e-mail, a darmi grandissima soddisfazione ci sono le domande che il pubblico mi rivolge con passione durante le presentazioni. Oggi più che mai la gente è desiderosa di notizie. I giornali e le tivù spesso dimenticano certi angoli d’inferno come la Cecenia, ma questo non vuol dire che non ci sia chi si occupi di quello che accade laggiù. Solo che procacciarsi queste informazioni è un po’ più difficile e io e delle straordinarie OdV come Annaviva o Mondo in Cammino diamo una mano a rintracciarle, a tradurle, a metterle a disposizione per i cittadini volenterosi, italiani e non solo.

Ti occupi di un’associazione che, tra le altre cose, è impegnata nel tener vivo il ricordo di Anna Politkovskaja. Nell’introduzione al libro, il giornalista Ricassi afferma che “l’abbiamo amata più noi all’estero che i suoi connazionali”. Quale eredità ha lasciato questa donna al suo Paese?

Anna Politkovskaja era, è e deve essere un’icona del giornalismo moderno. C’è un prezioso documentario del giornalista Rai Andrea Riscassi che lo spiega molto bene, “Anna Politkovskaja, icona del giornalismo di opposizione“. Insomma, Anna Politkovskaja deve essere ricordata in Italia come in Russia per i suoi reportage sugli orrori della guerra in Cecenia e gli abusi compiuti dalle truppe federali. E per aver organizzato nel dicembre del 1999, sotto un bombardamento, l’evacuazione dell’ospizio di Grozny mettendo in salvo 89 anziani. E per aver tentato di far da mediatrice nell’ottobre del 2002 durante l’assalto al Teatro Dubrovka da parte di un commando di terroristi ceceni. E per aver subito un misterioso avvelenamento (servizi segreti russi?) nel settembre del 2004 mentre si apprestava a recarsi a Beslan per seguire il sequestro e il massacro degli ostaggi nella scuola dell’Ossezia. Mi chiedi quale è l’eredità di Politkovskaja? Sai cosa c’è scritto sotto una targa dedicata ad Anna dalla mia città, Roma? ANNA POLITKOVSKAJA – GIORNALISTA RUSSA TESTIMONE DI LIBERTÀ E ATTIVISTA DEI DIRITTI UMANI. Il messaggio di Anna è stato (ed è): che la colpa della Russia è stata quella di non essere andata in Cecenia a risolvere le cose politicamente sedendosi ad un tavolo, ma di averlo fatto attraverso la violenza fin dall’inizio, con la guerra. “La violenza genera violenza”. I Russi – diceva Anna Politkovskaja – non sono colpevoli di aver voluto risolvere un problema politico, quale era quello del ruolo della Repubblica Cecena all’interno della Federazione Russa, perché questo era nei loro diritti, ma di aver voluto risolvere quel problema attraverso la violenza. E questa violenza iniziale ha creato una spirale senza fine, fino a che anche il fondamentalismo islamico, che all’inizio non c’entrava niente, ha trovato nella povertà e nella sofferenza della gente un terreno fertile su cui proliferare. E così anche i guerriglieri si sono macchiati di violenze contro la popolazione che magari non li seguiva.

Quando, nella tua vita, hai incontrato la Russia e i paesi dell’Est Europa, tanto da decidere di impegnarti in prima linea nel ricordo di chi ha lottato per un’informazione libera in quei territori ed in iniziative che partono con il sito Annaviva?

Il mio interresse per la Russia nasce per la prima volta ai tempi del liceo e, per esattezza, dalla lettura di alcuni brani di Guerra e pace. In quinta ginnasio Tolstoj fu la mia rivoluzione copernicana della conoscenza e della coscienza. Da lì ho cominciato a leggere ed amare la letteratura russa. Col passare degli anni, però, quest’eco è andato spegnendosi, lasciando spazio ad altri mondi (sono stato adolescente anch’io!): la canzone di De Andrè, la politica, le ragazze… Finché… alla fine di settembre del 2006 avviene un certo episodio… Ero a passeggio nella cittadina dove vivo, Vittorio Veneto, e mi fermo in una delle librerie della città. Il mio sguardo è rapito da un volume: “La Russia di Putin”. Dentro di me faccio un po’ di conti e penso che è molto tempo che non mi occupo più di Russia. Anzi, a dirla tutta, io la Russia l’ho vista solo attraverso gli occhi di Dostoevskij, Tolstoj, Bulgakov… Che diavolo so della Russia di oggi: della Russia che dopo settant’anni di URSS è tornata ad essere Russia? Forse il libro di questa giornalista dal cognome impronunciabile potrebbe aiutarmi. Lo compro!, penso all’inizio preso dall’entusiasmo. Poi mi avvedo che “La Russia di Putin” è un libro di un certo… peso e opto per ordinarlo in biblioteca. Una settimana dopo leggo sul giornale che la giornalista dal cognome impronunciabile è stata assassinata. Da quel giorno ho imparato a pronunciare “Politkovskaja” e la mia vita è cambiata.

* Un affondo su una fetta di cronaca e storia della Repubblica Cecena (a cura di Massimo Ceresa):

Secondo l’ultimo rapporto di Memorial (settembre 2010) sebbene dall’inizio del 2007 fino alla prima metà del 2008, sembrava che la pace e la stabilità fossero state raggiunte nella Repubblica Cecena, anche se al prezzo di gravi violazioni dei diritti umani avvenuti negli anni precedenti e per quanto il conflitto armato avesse subito una decisa riduzione e le perdite tra le forze di sicurezza fossero anch’esse diminuite e gli stessi difensori dei diritti umani avessero segnalato un minor numero di casi di uso illegale della forza da parte delle forze governative. Tuttavia, a partire dalla fine del 2008, è diventato evidente che era stato prematuro parlare di stabilità nella Repubblica. Nell’estate del 2009, in Cecenia si è verificato il maggior numero di perdite tra le forze dell’ordine degli ultimi anni. Nel 2009 una serie di attacchi terroristici sono stati commessi in Cecenia, anche attraverso l’utilizzo di attacchi kamikaze. Alla fine dell’estate i ribelli hanno dimostrato la loro forza. Un esempio lampante è stato l’attacco notturno del 29 agosto portato contro la casa del Presidente Kadyrov nel villaggio di Tsentoroy (Khosi-Yurt), dove era in visita in quel momento. Per ovvi motivi, questo villaggio era stato fino ad allora considerato il posto più sicuro della Cecenia. Il regime totalitario di Kadyrov è basato sull’uso della forza e del terrore: gli agenti di polizia rapiscono le persone sospettate di essere in contatto con i ribelli, e si macchiano anche di altri delitti come il dare alle fiamme le case dei parenti dei ribelli, fino ad arrivare ad esecuzioni extragiudiziali. Questo arbitrario utilizzo della forza è sempre più in aumento e sta divenendo sempre più sfrontato e provocatorio, ha dato luogo ad una nuova resistenza. I giovani stanno di nuovo raggiungendo i ribelli nelle montagne. È importante ricordare che il lavoro di “Memorial” nella Repubblica cecena ha incontrato notevoli difficoltà nel 2009-2010. Dal mese di luglio fino a metà dicembre del 2009 Memorial è stata costretta a bloccare temporaneamente il lavoro dei suoi uffici nella Repubblica. Le Ong presenti a Grozny hanno subito negli ultimi mesi gravissime perdite: dopo l’uccisione di Natal’ja Estemirova, Memorial ha dovuto mettere in sicurezza i suoi uomini più importanti, perché gravemente minacciati dai kadyrovcy: una sorte toccata al capo della stessa Estemirova, Shakhman Abdulatov, in attesa di ricevere un passaporto della libertà dal Parlamento Europeo, e ad Akmed Gisaev a cui proprio in questi giorni la Corte Europea dei Diritti dell’uomo ha riconosciuto un risarcimento di 55.000 euro per danni morali, ai danni della Federazione Russa. Akhmed Gisaev era stato rapito il 23 ottobre del 2003, dalla sua casa di Grozny da militari russi. Da questi era stato portato in una “prigione segreta” (un luogo di detenzione illegale) dove era stato brutalmente torturato per due settimane affinché desse informazioni sui militanti ceceni. Gisaev è stato liberato il 7 novembre 2003, dopo che la sua famiglia aveva pagato 1.500 dollari di riscatto, con bruciature e lividi su tutto il suo corpo.

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