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Archive for the ‘Volti e vite’ Category

Quando il cd “Baci sporchi” di Alan Zamboni è approdato nelle mie mani, è nata subito la curiosità di individuare tra le parole dei testi l’origine del titolo, che pare provocatorio e divertente allo stesso tempo. Ho conosciuto quest’opera passando attraverso la lettura del libro scritto dallo stesso Zamboni, L’ultimo quadro di Van Gogh (Infinito edizioni): un’esperienza multisensoriale che passa dalla lettura del racconto ricco di descrizioni e carico di immediatezza all’ascolto dell’omonimo cd realizzato ad hoc dal cantautore bresciano.

Ascoltando le canzoni sembra di camminare insieme al cantautore per ricostruire vite e percorsi; la musica miscela tratti di dolcezza a sonorità che rievocano le sensazioni di un gioco a nascondino. “Hai creduto, non fossi capace a conservare questo amore lento e ammaccato”… Passione, smarrimento, solitudine e ancora una vena che guida all’euforia. Di brano in brano si incontrano dei personaggi noti e altri più comuni, rivisitati alla luce di un “bacio” (immagine scelta per simboleggiare l’incontro e la canzone stessa): Ulisse, Pierrot, i fratelli Lumière, zia Betty e una serie di viaggiatori alla ricerca di qualcosa.

“Il cd è nato dall’idea di fare un percorso che dal romantico portasse al surreale. Non a caso si parte con un brano dedicato a Chaplin, icona cinematografica del romantico, e si arriva a Buster Keaton, icona del surreale – tratteggia Zamboni – Quindi il percorso attraversa la poesia dei fratelli Lumière ma anche l’ironia con brani sempre dedicati al mondo del cinema, come quello su Scarlett Johansson, oppure con brani proprio cinematografici come “Stelle invadenti”. Alla fine spero emergano e convivano due anime…una più poetica e riflessiva, l’altra più ironica e surreale”. Ma sono baci sporchi “perché sono resi imperfetti dall’istante, dalla musica, dalla voce, dal testo… sporcati dal desiderio di farne canzoni e quindi resi un po’ più umani… o almeno così sembra a me” riprende l’autore, che definisce questa raccolta una giostra. Su e giù come sull’altalena, giri in tondo e salti nel vuoto che lasciano la voglia di imbrattarsi con questi baci.

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Gippa (foto di Gabriella Ceron)

Suona per passione e insegna a cantare e creare musica ai bambini: Gippa, all’anagrafe Giuseppe Fortunato, è un geometra che ha finito i suoi studi al conservatorio di Torino specializzandosi in flauto traverso ed ora lavora in campo educativo scolastico cercando di coniugare la quotidianità in chiave musicale. “Ho avuto tantissimi sogni da bambino, ma quelli che mi venivano meglio erano legati all’immagine di me seduto con la radio accesa mentre tengo il tempo e in un attimo ero ovunque volessi – racconta il musicista 34enne – Oggi è più o meno uguale. A volte è da questi momenti che nascono le emozioni giuste per relazionarsi con la musica”. Tutto parte dalla passione. Durante i laboratori musicali la classe si trasforma in una sala di registrazione: così Gippa insegna i testi delle canzoni ai bambini raccontando come sono nate le parole e si sono trasformati i dialoghi dei personaggi delle fiabe, spiega come comportarsi davanti ad un microfono e come sentire la musica in cuffia, ma soprattutto cerca di far capire che ognuno può esprimere molto con la propria voce.  Su youtube si possono trovare sei canali con i video delle sue creazioni: flute out raggruppa pezzi ri-arrangiati con il flauto; gippatube è dedicato alle sue canzoni pop-rock-latin; su ilsuonodiCharlie si trovano varie canzoni didattiche frutto di laboratori nelle scuole; chescirechannel è il canale delle canzoni scritte da Gippa su Alice nel paese delle meraviglie che hanno caratterizzato un intero corso didattico; in ozistherainbow ci sono canzoni a tema sul film “Il Mago di Oz” ed infine in galleriadeibriganti si possono ascoltare canzoni ideate per raccontare la fiaba “I Musicanti di Brema”.

Quali generi musicali hai “masticato” crescendo e quali preferisci? Ci sono artisti che consideri dei “maestri”?

A scuola ho avuto un’impostazione “stra-classica”, non solo classica. Disciplina e applicazione, silenzio e pedalare. Ma ho sempre ascoltato di tutto, a 360 gradi, anche la “tunz dance”. L’artista pop italiano che considero “comunicatore per eccellenza” è Lorenzo Jovanotti mentre non mi piacciono artisti o gruppi che scrivono testi vittimisti. Credo che chi scriva musica abbia una grande responsabilità: donarla in modo costruttivo, positivo; prendiamo ad esempio Romeo e Giulietta di Nino Rota: è struggente ma tocca note che non ti fanno mai perdere la “speranza”.

Insegni musica ai bambini lasciando che siano loro a creare. Come avvengono le lezioni e quali sono le reazioni dei bambini?

Mi piace farmi trasportare dalle loro idee, sentire che cosa piace, leggere emozioni nell’ esposizione di un’idea; la realizzazione della canzone Dado Dadino, che ho musicato con una classe per un laboratorio, ha seguito proprio questo iter. Quando insegno le canzoni ai bambini, le lezioni sono un mix tra gioco, disciplina e scherzo; ogni tanto credo di sembrare anche un po’ “pazzo”, ma io mi sento normalissimo. I bambini rispondono anche in modo maggiore a quello che gli do proprio perché sono bambini ed il filtro nelle emozioni lo hanno solo gli adulti.

Quale spazio dovrebbe essere dato alla musica nelle scuole e cosa può veicolare?

Per quello che ho visto io, da quando lavoro nelle scuole, fino a qualche anno fa il modello scolastico italiano per la primaria era molto funzionale e dava molto spazio alla musica: certo, aveva ampi margini di miglioramento davanti, ma una buona base. Credo che ogni singolo istituto, avendo un proprio discreto budget, potesse scegliere con relativa “tranquillità” l’attività didattica musicale più indicata; ora, con tutti questi tagli statali e, secondo me, una scuola pubblica sempre più alla rovina, quello che una volta era un diritto non lo è più, la musica in un certo senso sembra un bene di “lusso” e la prima cosa che si fa in un qualsiasi sistema che zoppica è “tagliare” iniziando proprio dal lusso. Eppure la musica contribuisce all’integrazione culturale e l’Italia ne ha bisogno, è un bene quindi iniziare a seminarla proprio dai più piccini. La musica deve essere insegnata da chi ne ha competenza e la sa rimandare nel giusto linguaggio, altrimenti si possono fare anche grossi danni (senza nulla togliere alle maestre, non si può insegnare tutto nella vita).

Oggi la televisione propone diversi programmi in cui i bambini si mettono alla prova, cantano e suonano imitando i grandi con brani ideati per i grandi. Da insegnante di musica, cosa ne pensi? Vi possono essere differenze in ambito musicale in base all’età?

Tutto questo non mi piace e non seguo questi programmi. Il bambino ha un’identità delicata e le responsabilità dell’adulto nei suoi confronti sembrano svanire quando inizia a specchiarsi in quello che vorrebbe vedere per lui. Parliamoci chiaro: sono i genitori che portano il proprio bambino in questi programmi. Il bambino ha talento ed è bravo? Vuole suonare o cantare nella propria vita? Ok, ecco il mio consiglio: studiare, forgiarsi, crescere e a quel punto la televisione sarà ancora lì, ma allora si tratterà di una sua scelta. Ripeto, i bambini hanno “identità delicata” e l’orco cattivo della televisione si chiama “Share” ed è molto egoista.

Quali progetti hai per il futuro e quali sogni nel cassetto?

Che bella domanda! Voglio risponderti con una frase di Linus che ho letto e mi è così piaciuta che l’ho fatta subito mia. Charlie Brown: “Cosa ti piacerebbe essere da grande?”, Linus: “Felice da fare schifo!”. E io aggiungo, “ovviamente non da solo”.

Un paio di assaggi di brani di genere differente firmati Gippa:

Heigh-ho! (sulla fiaba “I sette nani”)

Le emozioni

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Letti fatati in mezzo agli alberi difesi da principi in calzamaglia e trattori d’epoca tirati a lucido: domenica 11 settembre, nel Parco Reale del Castello di Racconigi due eventi hanno attirato l’attenzione di grandi e piccoli, un percorso di animazione per bambini con i personaggi delle fiabe e la rievocazione della trebbiatura “come si faceva una volta”.

Lungo il sentiero che conduce dalla residenza fino alla radura verde che si apre in mezzo al parco saltellavano facce allegre: Cappuccetto Rosso scappava dal cacciatore mentre una dolce Biancaneve stendeva calzine colorate, il lupo cattivo chiedeva chi avesse incontrato la nonna e una principessa dormiva su di un letto protetto da veli e da damigelle. Nel prato, in fila uno accanto l’altro, tanti trattori di diversa cilindrata che raccontano come si è evoluto il lavoro nei campi nell’ultimo secolo.

Ad un tratto, un lungo fischio seguito da altri tre più incalzanti: è il segnale di inizio. La gente si è radunata intorno ad un’area recintata dove i soci dell’associazione Trattori e Trattoristi – Amici veicoli storici di Murello, con tanto di maglia rossa e cappello di paglia, hanno dato vita alla rievocazione della trebbiatura con una trebbiatrice del 1880 con porta-paglia messa in funzione da una macchina a vapore del 1906. Ambientazione bucolica. “Vogliamo raccontare e non perdere il patrimonio di tradizioni lasciatoci dai nostri nonni – spiega Battista Sobrà, classe 1944 e presidente dell’associazione che conta 220 iscritti – Queste macchine sono state usate fin verso il 1930, poi ne sono subentrate altre che facevano molto rumore e verso il 1960 sono arrivate le mietitrebbie come le conosciamo oggi”.

Il racconto si è sciolto tra i ricordi dei più anziani: la trebbiatura iniziava a metà luglio e durava una cinquantina di giorni perché i contadini si spostavano con i macchinari nelle varie cascine della zona, così ogni giorno era come una festa che coinvolgeva più famiglie e contribuiva a rinsaldare i legami. Alle 4, ancora con il buio della notte, si accendeva la caldaia e un paio di ore più tardi si suonava il fischietto che dava il via e chiamava tutti all’opera; così si andava avanti fino a mezzanotte quando si terminava con la cena nell’aia. “Sulla trebbia stavano le ragazze che dovevano tagliare i cordini dei covoni che passavano gli uomini; poi c’era chi toglieva i sacchi di grano e chi faceva il pagliaio – riprende Sobrà – Era faticoso, oltre che per il lavoro anche per il caldo: in un giorno si facevano circa 100 sacchi di grano da 90 chili l’uno”. La colazione, preparata dalle nonne, si faceva tutti insieme e nel primo pomeriggio si pranzava, spesso con minestra di fagioli e peperoni. “Il grano era il motore dell’agricoltura – commenta Giovanni Berardo di Savigliano, 72enne e da 60 anni al lavoro nei campi – La trebbiatura era davvero una festa: si uccideva il tacchino la domenica e si potevano conoscere belle ragazze perché allora non c’erano discoteche e non si usciva come si fa oggi”. Con orgoglio l’uomo mostra il diploma che il padre ha ottenuto nel 1928 per poter guidare e gestire la manutenzione del suo trattore Ford: “Allora era difficile metterli in funzione, non bastava girare la chiave”.

Poco per volta, è diminuito il mucchio di legname per la caldaia del trattore ed è invece aumentato quello di paglia, tanto che qualcuno, sulla scia dei ricordi d’infanzia, ha voluto assaporarne il profumo sprofondandovi dentro. Così, una voce allegra è uscita dal pubblico: “Mamma, posso farlo anche io?”.

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Dalla fine della seconda guerra mondiale ai giorni nostri si sono perse diverse lingue ancestrali e la legislazione italiana riconosce solo alcune parlate come lingue; inoltre, quasi non ci sono misure per tutelare le lingue ancestrali e, soprattutto, vi è molta disinformazione sull’argomento. Questo il quadro dalle tonalità grigie che tratteggia il professor Sergio Gilardino, ex docente di Lingue e Letterature comparate all’università McGill di Montréal e studioso di piemontese che coomenta: “Finché genitori, direttori didattici, docenti universitari, legislatori e Chiesa non cambiano il loro atteggiamento verso tutto ciò che è lingua e cultura di popolo non si potrà arrivare ad un clima, se non di capillare competenza, almeno di mutuo rispetto”. E cosa dire dell’italiano che si sta impigrendo, imprestando parole ma non formando più neologismi? Le riflessioni di Gilardino si spandono in un’analisi che dalla lingua utilizzata oggi conduce alle implicazioni di stili di vita e modelli culturali. Così, la ricetta per tornare a parlare la “vera propria lingua” pare abbia come ingrediente base l’orgoglio per la propria terra…

Questo articolo fa seguito ad un primo con un’intervista allo stesso Gilardino sulla differenza tra lingua e dialetto (Incontro con il piemontese 1) e ad un secondo che racconta la particolare realtà linguistica di un borgo sulle montagne cuneesi che cerca di tutelare il proprio patrimonio (Comboscuro: patria del provenzale con classi monolingue).

Ci sono autori che hanno scritto in lingua piemontese di grande importanza ma pressoché sconosciuti a molti: come incentivare la diffusione della loro opera? Esistono progetti editoriali estesi in merito o si resta in un ambito di nicchia?

Sto terminando proprio in questi mesi l’edizione filologica, in due grossi volumi di 500 pagine l’uno, sul più grande lirico di questa letteratura, Luigi Armando Olivero (autore di qualcosa come 700 composizioni poetiche di varia lunghezza). Olivero era giornalista ed ha scritto centinaia di articoli in italiano, francese e inglese, per i più prestigiosi giornali europei, americani, africani. Ha pure scritto tre romanzi, uno dei quali ha venduto in traduzione inglese 800.000 copie. Era amico di Garcìa Lorca, di Ezra Pound, di Dylan Thomas, con i quali ha scambiato poesie e dediche. Dire che una traduzione delle poesie di Olivero aiuterebbe a farlo conoscere sarebbe errato: una sua deliziosa raccolta di poesie, Ij Faunèt, con illustrazioni – tra gli altri – di Matisse, è apparsa con traduzioni magistrali in italiano e in francese e ciò non ha cambiato nulla.

Case editrici scrupolosissime dal punto di vista filologico, come il Centro Studi Piemontesi, hanno dato alle stampe edizioni impeccabili di diecine e diecine di classici, reperibili nelle biblioteche comunali e universitarie. Non è servito a nulla. Si sono fatti convegni internazionali (i famosi Rëscontr) sulla lingua, la letteratura, la civiltà e la storia del Piemonte, con studiosi di tutto il mondo, molti dei quali si sono espressi in lingua sabauda, con voluminosi atti dei convegni puntualmente pubblicati ogni anno e corredati da ampie bibliografie e traduzioni in italiano e in francese. Non è servito a nulla.

Non serve a nulla (o quasi) perché gli italiani chiamano la lingua ancestrale “dialetto” (facendosi puntualmente ridere dietro ai convegni internazionali, dove la parola “dialetto” significa “variante di una lingua”) e considerano tutto ciò che è scritto in “dialetto” poco meno che ciarpame. Non sono i poeti, i prosatori, i favolisti piemontesi che devono fare di meglio, ma la mentalità italiana che deve aggiornarsi.

Quanto delle trasformazioni subite dalla lingua piemontese si può osservare anche in altre lingue e dialetti che caratterizzano le diverse zone d’Italia? Come tutelarle e cosa fanno a riguardo enti e Governo?

La letteratura in piemontese presenta generi letterari e fenomeni di diastratia, diafasia, diatopia e diacronia che non hanno paralleli nelle altre letterature regionali. La lingua si è straordinariamente arricchita e purificata dagli anni Venti in poi ad opera di una scuola di poeti-filologi (Ij Brandé) che da Pinin Pacòt e Luigi Olivero fino a Camillo Brero, Tòni Baudrìe, Bianca Dorato e Tavo Burat ha regalato alle muse piemontesi una serie di capolavori e una panoplia lessicale che nessun’altra lingua regionale possiede. La linguistica (studiosi canadesi, inglesi e tedeschi come Gebhard, Lütke, Clivio, Mayr Parry), la filologia (Gasca Queirazza, Tavo Burat) e la critica letteraria (Gilardino, Pasero, Gorlier) sono andate di pari passo. Ma il Piemonte, si sa, ha sempre fatto storia a sé e questo per tutti i mille anni della sua esistenza. L’idioma piemontese possiede anche una ricca produzione in prosa (racconti, romanzi, petits poèmes en prose, giornalismo) che è pressoché assente dalle altre compagini letterarie regionali.

La Legge 482 ha escluso la lingua del Risorgimento (gli eserciti piemontesi ricevevano ordini solo in piemontese) dal novero delle lingue riconosciute. Un minimo di conoscenza delle dinamiche delle lingue ancestrali (senza cioè tener conto della civiltà letteraria) avrebbe potuto evitare al legislatore italiano l’errore imperdonabile di riconoscere alcune parlate come lingue e altre no: dal punto di vista scientifico è un’affermazione che procurerebbe la bocciatura immediata anche ad un esaminando del primo anno di linguistica negli atenei stranieri.

Nonostante l’articolo 6 della Costituzione italiana (tutela delle minoranze linguistiche), la perdita di lingue ancestrali dalla fine della seconda guerra mondiale ai giorni nostri è stata esponenzialmente più rapida che non negli otto decenni che l’hanno preceduta. Coloro che in Italia hanno salvato una lingua ancestrale sono pochissimi e l’hanno fatto lottando con le unghie e con i denti, soprattutto contro leggi, regolamenti, direttive, scuola, mancanza di aiuti o di sovvenzioni.

Le misure in atto al momento attuale sono risibili e del tutto inadeguate, scoordinate, disinformate. Bisogna apprestare un manuale che spieghi cos’è una lingua ancestrale, quale valore ha, che valori rappresenta, come si concilia con l’apprendimento della lingua nazionale e delle lingue internazionali, come si rivitalizza, come si può al limite risuscitare, come si leggono i capolavori delle letterature regionali, come si dialoga con le altre minoranze linguistiche, e così via. Ma questo manuale non c’è.

I POLITICI ITALIANI, numerosissime volte sollecitati da questa sede con proposte di legge, piani, sunti, richieste NON HANNO FATTO NULLA, anche quando il fare qualcosa non implicava nessun dispendio.

Spesso si sente dire che l’italiano si sta impoverendo: considerando che l’evoluzione della lingua è un “fenomeno naturale” e in stretto rapporto con fatti storici e trasformazioni sociali, da cosa dipende questo impoverimento e, soprattutto, come ci si può porre rimedio? 

La lingua inglese, forse quella che ha assimilato più parole straniere di qualsiasi altra lingua al mondo, può permettersi di continuare a farlo (ha di recente adottato in modo permanente, con migliaia di altre parole da altre lingue, “cappuccino”, “caffelatte”, “latte macchiato”, ecc.) perché la sua struttura paratattica, la sua sintassi per periodi diretti, la sua fondamentale ossatura anglo-sassone non vengono sminuite di una iota dai continui imprestiti. È arrivato Google? Bene, nel giro di pochi giorni è nata l’espressione “google it”: il nome è diventato verbo e significa “fai una ricerca del significato di quella parola tramite Google”. Le parole arrivano, alcune rimangono, altre svaniscono, ma la natura fondamentale dell’inglese non cambia.

Non è così per l’italiano. Ciò è dovuto non solo alla natura del suo lessico prevalentemente romanzo, o alla sintassi ipotattica, ma al fatto che culturalmente gli italiani vogliono evadere dalle angustie della cultura nazionale e credono di farlo servendosi, spesso a sproposito, di espressioni americane. Ne consegue che il numero di parole straniere introdotte negli ultimi dieci anni nella parlata di ogni giorno, negli articoli di giornale, nei servizi radiofonici e televisivi, è anchilosante: l’italiano sta perdendo la sua capacità neologica: non forma più neologismi, semplicemente impresta altre parole.

Ma gli italiani non sono solo a disagio nei riguardi della loro cultura. Sono anche mediamente indotti: mediamente leggono poco e scrivono ancora meno. Ripeto: mediamente. Una lingua nazionale non è un fenomeno linguisticamente naturale. È il frutto di un modello centrale, cui tutti i locutori di una determinata area politica accettano di adeguarsi e che da un’autorità politica, culturale ed economica riceve costanti moniti all’adeguamento. Se non si legge e non si scrive le “deviazioni” rispetto ai modelli si moltiplicano. Abbiamo cominciato male, con un monarca che non parlava la lingua nazionale, e continuato peggio, offrendo come modello una lingua dalle parole astruse, incomprensibili, incastonate in una sintassi prolissa, dalle cento frasi dipendenti, coordinate, subordinate. Inoltre la letteratura italiana è gravemente carente di classici popolari, a differenza di quella francese e inglese, che ne rigurgitano.

Risultato: gli italiani non hanno mai sentito come proprio quel modello di lingua e non hanno mai raggiunto nella lingua nazionale la spontaneità, idiomaticità ed espressività che invece possedevano nelle rispettive lingue regionali. Hanno scordato quest’ultime, senza imparare a dovere la prima. Se a questo aggiungiamo il disdoro delle istituzioni, delle scuole, delle università e dei poteri centrali, che non si pongono più come modelli e come dispensatori di sicurezza economica e di identità nazionale, capiremo come anche gli stimoli stiano venendo meno.

Siamo di fronte ad un rigetto vero e proprio. Una cultura che è tutta erogata tramite lo schermo (televisivo/telematico), un Paese che è avvertito come asfittico, una cultura che non affascina i giovani, un’economia periclitante, degli uomini-guida e dei religiosi di dubbia moralità, hanno fatto perdere al popolo italiano il concetto di orgoglio per la propria terra e per la propria lingua. Bisogna ricominciare da dove ci eravamo interrotti un secolo e mezzo fa: dalla regione. La cultura italiana non è mai stata “nazionale” nel senso francese, tedesco o inglese del termine, ma locale.

Bene, diamo alle scuole più libertà e più spazio per insegnare e valorizzare le caratteristiche locali, regionali: storia, personaggi, cose del proprio luogo. Incoraggiamo – in un’unità politica e territoriale che oramai più nessuno mette in discussione – il concetto di “patria pcita”, incluso lo studio della lingua ancestrale. Come per i bambini amerindiani del Canada, che accanto al francese e all’inglese parlano, leggono e scrivono la propria lingua ancestrale, con libri di storia parametrati alla loro storia e alla loro ancestralità, diamo anche ai bambini italiani l’occasione di scoprire chi veramente sono. Basta con il letto di Procuste di una cultura centrale, con Roma capitale politica e Firenze capitale linguistica. Questo non è un programma politico, ma un semplice consiglio linguistico: per parlare bene la lingua degli altri bisogna prima conoscere bene la propria.

La lingua vera degli italiani, anche se oggi più del 90% la parla quasi esclusivamente, non è l’italiano, ma i mille anni di storia dietro ad ogni cultura e lingua ancestrale. È dall’orgoglio che inevitabilmente ognuno sente per la propria terra che deve rinascere il desiderio di parlare lingue piccole e grandi, nostrane e straniere, con la competenza di chi sa di essere cittadino di una terra straordinariamente ricca e straordinariamente svariata. Senza quell’orgoglio non vi sarà nessuna rinascita, né linguistica, né sociale.

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Tra i monti della Valle Grana, in provincia di Cuneo e sotto il comune di Monterosso, vi è un borgo di appena una quarantina d’anime che lotta per far sopravvivere e tramandare la propria lingua, il provenzale. Comboscuro (nella scrittura locale, Coumboscuro), riesce a mantenere in vita la scuola, Escolo de Sancto Lucio, costituita da una sola monoclasse in cui bambini delle elementari e ragazzi delle medie studiano utilizzando il plurilinguismo. In questo borgo ha sede l’associazione Coumboscuro Centre Prouvençal, fondata nel 1958 per valorizzare tradizioni e cultura popolare, che gestisce il museo con la più ricca raccolta etnografica delle Alpi Occidentali e dal 1961 pubblica testi di cultura alpina, letteratura provenzale e produzioni di musica tradizionale; la sede del centro, realizzata con il contributo di privati e il lavoro di volontari, ospita una biblioteca, una sala musica e una espositiva.

Visitando Comboscuro, magari in occasione di una delle sue feste tradizionali denominate Roumiage, si nota come l’uso del provenzale sia del tutto naturale per bambini e adulti e caratterizzi la vita quotidiana; anche i cartelli e gli avvisi sono scritti in provenzale. Si può inoltre incontrare il maestro Sergio Arneodo, anima e cuore della frazione, che nel 1956 ha creato il gruppo spontaneo d’avanguardia “Coumboscuro” per l’identificazione della civiltà alpina d’influenza provenzale e poi ha avviato l’omonimo giornale della minoranza provenzale in Italia; ancora, nel 1976 è divenuto responsabile del Movimento Coumboscuro di Autonomia e Civiltà Provenzale Alpina, poi trasformato in Coumboscuro Centre Prouvençal.

Il professore Sergio Gilardino, piemontese di nascita ma cittadino canadese e noto studioso di lingue ancestrali, ha scelto di trasferirsi a Comboscuro proprio per sviluppare la ricerca sulla lingua provenzale e dirigere i lavori per il grande dizionario della lingua provenzale alpina (a questo link, la prima parte dell’intervista al docente, che pone l’accento sulla differenza tra lingua e dialetto). “E’ un lavoro che richiede costanza e che non può attendere altrimenti si rischia di perdere degli elementi del ricco patrimonio lessicale – racconta Gilardino, anche insegnante presso l’Escolo – Ogni giorno raccogliamo oltre una ventina di lemmi, così poi si catalogano e studiano”.

Quale particolare realtà linguistica si incontra a Comboscuro e come questa si riflette sulla vita della gente che abita il borgo?

Vi è una scuoletta in cui i bimbi imparano a leggere e a scrivere simultaneamente in provenzale, francese e italiano e posseggono, in ciascuna di queste tre lingue, un lessico che è molto più copioso e articolato di quello dei loro coetanei monolingui nella scuole statali a valle. Una scuoletta nella quale gli stessi bimbi hanno insegnanti che insegnano geografia e storia in inglese come se essi fossero dei bambini anglofoni. A Coumboscuro non si insegnano le lingue, si insegna in lingua.

Se l’Italia, che su 27 Paesi dell’Unione Europea, detiene il 27esimo posto in fatto di bilinguismo (in Svezia, Islanda e Lussemburgo 89 persone su 100 parlano correntemente l’inglese, in Italia meno di 17), fosse valutata sulla scorta delle conoscenze linguistiche di questi bimbi si classificherebbe tra i primi tre Paesi multilingui europei. Ma a pochi chilometri da Coumboscuro, a valle, mamme e papà reagirebbero orrefatti alla sola proposta di inviare i loro bambini in una scuola dove si insegna “in dialetto”.

Questo dovrebbe far riflette sul ruolo che può giocare una lingua ancestrale nel creare un clima stimolante e propizio al multilinguismo e al ruolo fondamentale che i “dialetti” potrebbero svolgere nel togliere all’Italia quella vergognosa maglia nera dell’incompetenza linguistica e sbalzarla tra i primissimi posti della classifica e, quel che più conta, dell’efficienza comunicativa.

A Coumboscuro vi è pure la ferrea volontà di non lasciar perdere la lingua ancestrale. I bimbi, fin dai primi anni, sono avviati a comporre poesie in provenzale e da questi vivai emerge immancabilmente chi di lingua e di poesia ne fa una professione permanente. Per questo la piccola borgata ha un salone per conferenze, un museo etnografico, una biblioteca specializzata: nulla di simile nei tre villaggi a valle di Coumboscuro. La conservazione della lingua ancestrale comporta dunque un diverso sviluppo delle attrezzature legate alla cultura ancestrale e, da quest’ultima alla cultura in senso lato, il passo è breve.

Sia però detto a chiare lettere: la Escolo de Sancto Lucìo de Coumboscuro non è il prodotto delle direttive ministeriali italiane, ma piuttosto della civil disobedience alle stesse. Si aggiunga a questo il fatto che delle tre squadre che lavorano alla compilazione del dizionario della lingua provenzale, ben due sono composte da giovani del luogo: e questa non è che una delle tante ricadute economiche legate alla conservazione della cultura ancestrale.

Professore, ci descriva il lavoro della piccola scuola di questo paese che ha solo una monoclasse dove i bambini imparano a leggere e scrivere nella più antica lingua provenzale. Quale ricchezza linguistica possono trarne e cosa dicono gli studi a riguardo?

La scuola, quando i bambini erano tutti nativi della zona, funzionava soprattutto in provenzale, in piena “illegalità” rispetto alle direttive ministeriali. Si imparava anche a scolpire il legno e a suonare uno strumento musicale. Ne uscivano allievi che conoscevano alla perfezione la lingua d’oltralpe (a due chilometri in linea d’aria c’è la Francia) e che in essa conversavano alla pari con i cugini per tutti i mesi dell’estate (la pacifica invasione estiva continua tuttora). Il loro italiano era impeccabile, anche se un po’ libresco (come avveniva anche nelle scuole italiane dei tempi passati). Il provenzale era la lingua madre. Ora i bimbi vengono anche dalla valle e quindi l’enfasi si è spostata verso il multilinguismo equiparato: tre lingue di base con l’aggiunta dell’inglese, unica lingua percepita come “straniera”, ma utilizzata per l’insegnamento di alcune materie.

Mentre i più piccini recalcitrano per un po’, immersi in questo mondo di lingue strane, e richiedono mesi per rassegnarsi allo “scomodo” di non poter comunicare più agevolmente nella sola lingua che conoscevano, i più grandi (dalla terza elementare in poi) passano da una lingua all’altra senza neppure accorgersi di essere diventati quadrilingui.

Certe tecniche per questa nuova fase sono state importate dal Canada, Paese guida per questo tipo di esperienze didattiche. L’intenzione è quella di consegnarli al liceo che li accoglierà dopo la terza media (livello più alto a Coumboscuro) con nozioni scientifiche, storiche e letterarie che essi possono istintivamente e agevolmente esprimere in una qualsiasi delle quattro lingue utilizzate per “fare la scuola” a Coumboscuro.

In cosa consiste esattamente la ricerca che sta conducendo a Comboscuro?

Verso il X secolo la lingua della Provenza, dalla zona costiera, si espande verso il nord, verso l’entroterra, e da qui verso l’est, cioè le Alpi. La popolazione aumenta e occorrono nuove terre. Esattamente come i colonizzatori dell’estremo (i Walser) si insediano sulle testate delle valli del Rosa, qui i coloni si adeguano alle altitudini estreme ed ai climi freddi. Ben 15 vallate in Piemonte (11 in Provincia di Cuneo, 4 in Provincia di Torino) e 4 in Francia (Ubaye, Ubayette, Quéyras, Alto Delfinato) parlano varianti molto prossime della stessa lingua, che è sostanzialmente il provenzale adattato alla zona alpina. Da cui l’appellativo Provenzale Alpino: decadono i termini di mare, nascono e si moltiplicano quelli di montagna.

Noi, qui a Coumboscuro, stiamo compilando un dizionario contenente non solo tutte le parole di questa lingua, ma anche tutte le varianti apofoniche di ogni parola, con indicazioni in esponente che consentono di ricondurre ogni variante ad una valle o ad una parte di essa (alta, media, bassa) o ad uno specifico informatore. Ricaviamo le informazioni da due fonti: tutti i dizionari – piccoli o grandi – che sono stati pubblicati (a volte si tratta di lemmari manoscritti gentilmente messi a nostra disposizione) e un centinaio di informatori linguistici, collegati via internet e contattati periodicamente dai nostri ragazzi con precisi quesiti formulati dalla nostra squadra filologica.

Ne sta emergendo un dizionario che, nel suo formato finale, consisterà di sei volumi da più di mille pagine ciascuno, con tutti i proverbi, i modi di dire, le usanze, le tradizioni, i toponimi e i microtoponimi, i rinvii interni, le schede enciclopediche e più di 4.000 illustrazioni di ogni cosa rappresentabile, dai volti ai costumi, dall’architettura agli attrezzi.

È la prima volta che una lingua ancestrale viene registrata con tutte le sue varianti e con lemmi che accolgono le categorie grammaticali, le forme flesse, le accezioni e i sinonimi. Mentre si prevedono circa 120.000 lemmi, il numero totale delle parole del provenzale alpino supererà le 200.000 unità. Eppure ci sarà ancora chi dirà che “i dialetti non hanno parole”.

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 “Io parlo, leggo e scrivo il piemontese prima di tutto perché è la lingua dei miei genitori e dei miei antenati, secondariamente perché – tra tante lingue studiate ed utilizzate – è l’unica che mi sia veramente spontanea e, in terzo luogo, perché mi alimenta con una letteratura che è densa dei luoghi della mia infanzia, dei detti della mia gente, delle figure retoriche classiche, ma risonanti di vita radicata in un luogo, perché mi rigenera e mi salva dall’alienazione e dall’estraneamento. È lingua mia, fatta poesia. Senza il piemontese sarei letterariamente, identitariamente e linguisticamente solo una frazione di quello che invece mi sento di essere con questa lingua abbinata alle altre nel mio dialogo ininterrotto con popoli e scrittori”. Così Sergio Gilardino, cittadino canadese e grande conoscitore di lingue ancestrali, descrive la propria passione per il piemontese.

Nato in una cascina della bassa vercellese al termine della seconda guerra mondiale, in ambiente esclusivamente piemontofono, Gilardino alle elementari è stato ripetutamente bocciato come “afasico e incapace di imparare la lingua nazionale”; nonostante ciò, è diventato il primo della sua graduating class, ha ottenuto il diploma di media superiore a San Francisco nel ’63 e poi il diploma di liceo linguistico nel ‘65 in Piemonte, con la media del 9. Il suo percorso scolastico è proseguito con la laurea in Lingue e Letterature germaniche alla Bocconi nel ‘70 e con il dottorato in Lingue e Letterature romanze ad Harvard nel ‘76; da allora, e fino al 2005, ha tenuto la docenza di Lingue e Letterature comparate all’università McGill di Montréal. Già direttore dei lavori per il grande dizionario enciclopedico della lingua Walser (2008), ora è impegnato nella compilazione del dizionario della lingua provenzale alpina e per questo ha scelto di vivere a Comboscuro, dove questa lingua è quotidianamente parlata e insegnata ai più piccoli.

Perché studiare il piemontese o altre lingue locali e dialetti in un’epoca in cui impera l’inglese come “lingua senza frontiere”?

La lezione sull’importanza sociale ed economica, prima ancora che culturale, delle lingue ancestrali l’ho ricevuta in Canada, Paese che ha conosciuto una révolution tranquille alla fine degli anni Sessanta per il riconoscimento del francese come lingua paritaria non solo nel Québec, ma dovunque nella federazione canadese. Il Canada, nei suoi cinquant’anni di bilinguismo ufficiale, ha grandemente beneficiato di questa politica multilinguistica, estesa rapidamente al riconoscimento di varie lingue amerindiane e minoritarie (tra cui l’italiano).

L’eredità linguistica italiana, in fatto di lingue ancestrali, non ha confronti in Europa e ancor oggi – nonostante la morte di moltissime delle sue lingue minoritarie nel corso degli ultimi 150 anni – essa primeggia per varietà, ricchezza e specificità di lingue regionali. Rivitalizzarle o ritardarne la perdita almeno fino a quando siano state debitamente codificate, significa – da un lato – salvare una parte integrante del patrimonio etnico-culturale dell’Italia, dall’altro offrire ai giovani un valido stimolo al multilinguismo. La conoscenza e/o lo studio di una lingua ancestrale hanno riverberazioni immediate sulla capacità dei giovani ad affrontare il mondo multilingue che li aspetta al di fuori dei sempre più angusti confini nazionali, al di fuori dei quali parlare più lingue, grandi e piccole, non è solo un’expertise, ma un’attitudine mentale indispensabile per la sopravvivenza.

L’inglese è anche una lingua ancestrale, ma a livello internazionale è un codice per alberghi, aeroporti e borse valori: la lingua ancestrale non solo non ne ostacola l’apprendimento, ma lo facilita enormemente, perché a confronto della sua straordinaria ricchezza idiomatica il globish (global English) è una lingua relativamente povera e facile da imparare.

Lei ha vissuto in diversi Paesi, per molti anni è stato docente in Canada, ma da piemontese è innamorato di questa lingua…

Vi sono due modi assai diversi di intendere l’espressione “lingua piemontese”. Come avviene con tutte le lingue, dalle più prestigiose alle più piccine, nella cerchia familiare i bimbi imparano solo un certo numero di parole e di espressioni. Mentre per le lingue nazionali la frequenza scolastica, la società e i mass-media, via via, forniscono ampliamenti lessicali notevoli, che integrano la base fornita dall’ambiente domestico, per il “dialetto” questo non è oramai più il caso: né la scuola, né l’ambiente circostante, né stampa-radio-tv-internet, lo arricchiscono in prosieguo di tempo. Ciò induce molti (inclusi quelli che parlano il piemontese in una delle sue varianti) a ritenere che non esista altro lessico che quello imparato in casa. Da qui il famigerato discrimine “lingua/dialetto”: si parla in dialetto di poche cose con poche persone, si parla in lingua di molte cose con molte persone. La realtà è che già i dizionari del piemontese nell’Ottocento (Sant’Albino, Zalli, Ponza, Pasquali, Gavuzzi, ecc.) ci presentano una panoplia lessicale di diecine e diecine di migliaia di parole, anche tecniche, politiche, militari e giuridiche, che esorbitano del tutto dalla gamma lessicale di chi il piemontese l’ha sempre e solo conosciuto come lingua dell’oralità. Gianfranco Gribaudo, autore di uno dei più ricchi ed utili dizionari del piemontese nei nostri tempi, ha annotato a mano 10.000 aggiunte alla quarta edizione del Neuv Gribàud e altrettante ne ha annotate Tòni Baudrìe (noto lirico in provenzale e in piemontese) all’ultima edizione del Gavuzzi.

Questo è l’altro volto del piemontese: lingua codificata (dizionari, antologie e grammatiche dalla fine del Settecento), lingua di re, di eserciti, di nobiltà e borghesia, di giornalismo, di romanzi, di prosa d’arte, di teatro, di civiltà e identità “nazionali”. Questo è il volto molto meno conosciuto, per cui quando si parla di “lingua sabàuda” molti non capiscono neppure a cosa si allude, inclusa la maggior parte di coloro che parlano il piemontese. Non sanno che ci sono grammatiche, dizionari, opere e studi sulla sintassi, sulla stilistica, sulla metrica. Il problema è che non lo sanno neppure i docenti e gli insegnanti, e questo è più grave, anche perché i pareri, le convinzioni, le scelte che contano sono i loro. Non sanno e non si curano di sapere che per “lingua sabauda” ci si riferisce ad una lingua millenaria (i primi documenti sono datati tra la fine del decimo secolo e l’inizio dell’undicesimo) che possiede più di centoventimila lemmi, sparpagliati in più di 70 dizionari compilati sull’arco degli ultimi tre secoli (Sette, Otto e Novecento), con un patrimonio letterario di tutto riguardo.

Molti italianisti, dottissimi nel proprio campo, ma punto in quello delle lingue ancestrali, si ritengono autorizzati a parlare ex catedra dei “dialetti”, come se questi fossero un aspetto degenere del linguaggio degli italiani cui essi debbono rimediare. Parlare il “dialetto” o parlare l’italiano, intercalando parole dialettali, è parlare male. Il rimedio è lo studio dell’italiano. Sono fermamente convinti che il piemontese, o qualsiasi altra lingua regionale, si riduca a quelle poche parole superstiti che ancora si intendono sulle labbra degli anziani. Proprio per questo lo definiscono il piemontese un “dialetto”.

Di dialettale, in queste valutazioni, c’è solo la loro cultura monolingue, ferma a vetusti principi rinascimentali, già ampiamente superati da Charles De Brosses, Melchiorre Cesarotti e Samuel Johnson nella seconda metà del Settecento e del tutto risibili se parametrati agli insegnamenti dei grandi field linguists britannici, statunitensi, canadesi, russi dei giorni nostri. Mentre la comunità scientifica internazionale ha prodotto e continua a produrre diecine di libri sulle lingue ancestrali e sulla loro conservazione, la linguistica campale italiana non ha prodotto una sola opera di breccia sulla rivitalizzazione/resuscitazione linguistica.

Quando Luca Serianni (Accademico della Crusca e dei Lincei) afferma che il “dialetto non deve essere insegnato nelle scuole”, Umberto Eco che il “dialetto” usato per argomenti seri lo fa ridere, Roberto Benigni che i concetti che lui esprime a proposito della Divina Commedia non possono essere detti in “dialetto”, rivelano un concetto che è simile a quello di chi, per farsi un’idea dell’italiano, andasse ad ascoltare i nipotini degli emigranti italiani in Australia o in Canada e pensasse che quelle poche frasi spezzate e parole residue siano tutto l’italiano.

Il malinteso è così grossolano, banale, madornale, che passa anche la voglia di mettersi a dare schiarimenti: la cultura accademica italiana è preparata e aggiornata in molti campi, ma decisamente non in quello della linguistica ancestrale. I giovani linguisti italiani veramente preparati (ve ne sono diversi e con diversi intrattengo un carteggio) hanno studiato all’estero e lì vivono ed insegnano. In patria non hanno né accoglienza, né futuro.

Beninteso, il problema è più radicato e ben più vasto. È ombelicalmente connesso con la nozione che gli intellettuali italiani hanno di “popolo”: ci potremmo tirare dentro il concetto del latino “lingua che sola può esprimere l’eccellenza letteraria” e, quello ad esso strettamente collegato, della chiesa che non riteneva che le lingue del popolo fossero atte a veicolare i messaggi biblici. Sono visioni che – con vari adeguamenti e apparenti concessioni – sono arrivate fino ai nostri giorni.

Gli intellettuali responsabili per le politiche linguistiche italiane hanno un concetto completamente errato delle lingue ancestrali: non sanno cos’è il nucleo lessicale storico, non sanno cos’è la specificità lessico-idiomatica, non parlano, non leggono e non scrivono nessuna lingua ancestrale, non hanno mai passato anni delle loro vite a codificare con metodologie induttive e sinonimiche i tesori già segnalati da Graziadio Isaia Ascoli 150 anni fa, ma – nonostante tutto ciò – si sentono autorizzati a dare pareri in qualità di esperti ai legislatori e ai dirigenti scolastici senza avere per guida altro che il loro inveterato horror dialecti.

Il problema si perpetua perché chi non sa è chiamato a prendere decisioni e chi sa viene ostracizzato come “dialettofono”: e nel frattempo svaniscono nel nulla gli ultimi tesori del patrimonio linguistico italiano.

* L’intervista con Sergio Gilardino continua: nella senconda parte si parlerà dei suoi studi sul provenzale e si conoscerà la realtà di Comboscuro *

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“Per capire il rapporto che lega Torino all’automobile bisogna anche conoscere la storia di questa città”: così Alberto Bersani inizia a raccontare perché il capoluogo piemontese abbia avuto tanta fortuna con l’industria automobilistica. Autore del volume “Dal disegno al design. Storia della carrozzeria in Piemonte dalla carrozza all’automobile” (edizioni Priuli&Verlucca, 1999), l’81enne Bersani ha fatto carriera in Fiat e Confindustria ma soprattutto in Anfia (Associazione Nazionale fra Industrie Automobilistiche), di cui è divenuto direttore generale nel 1984. Ha inoltre guidato lo spostamento del Salone Internazionale dell’Automobile dal Valentino al Lingotto e su questo tema ha pubblicato un libro con la casa editrice Daniela Piazza.

La storia parte da lontano, tanto che Bersani accenna alla conformazione territoriale e all’economia prima di arrivare al 1898, anno in cui fu organizzata una piccola esposizione di automobili, e al 1899 quando la Renault creò un “armadietto coperto”: “Tra il 1898 e il 1907 in Italia si contavano più di 60 aziende di auto, di cui ben 23 a Torino, ma proprio nel 1907 iniziò la crisi finanziaria che durò fino al 1911, quindi la produzione d’auto si dimezzò ed emersero quindi le industrie più solide – prosegue Bersani – La Prima Guerra Mondiale rende l’automobile indispensabile e con la Seconda si ha l’apoteosi della motorizzazione”.

“L’automobile è il simbolo di una nuova era ancor più del volo perché è alla portata di tutti e risolve il problema della mobilità individuale sul territorio” commenta Bersani. Sul sito dell’Aisa (Associazione Italiana per la Storia dell’Automobile) si può leggere il testo della conferenza sul tema tenutasi nel 1992 al Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia e titolata “La vocazione automobilistica di Torino: l’industria, il Salone, il Museo, il design”. Così è trascorsa una serata in libreria, ascoltando parlare chi ha vissuto una parte della storia di un settore che ha trasformato Torino e che ancora continua a influenzare la città… Ora non resta che programmare una visita al nuovo Museo Nazionale dell’Automobile di Torino.

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