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Archive for the ‘Libri e dintorni’ Category

Ancora una volta ne ho avuta la conferma. I libri aiutano ad allargare gli orizzonti e a farsi domande, a conoscere un po’ di più gli altri (vicini o lontani che siano) e anche se stessi. Ogni lettore può sperimentare questa forza in modo diverso e con libri differenti proprio perché ognuno ha il proprio cammino. Io, questa volta, mi sono imbattuta in un volume interessante che mi ha fatto fare un viaggio in terre lontane e tra popolazioni che (molto?) difficilmente avrò modo di conoscere direttamente. Si tratta di un titolo di saggistica che, avvistato tra le novità, mi aveva fatto l’occhiolino e mi aveva subito incuriosita per la copertina accattivante e “abitata”. Poi, qualche settimana dopo l’uscita, è arrivata la proposta: vuoi presentare Luis Devin con il suo Ai confini del gusto edito da Sonzogno? Così non ho resistito a scoprire “i cibi più insoliti del pianeta”.

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Quale è il cibo più insolito che avete assaggiato? Ai confini del gusto aiuta ad abbandonare le proprie prospettive e i propri parametri di “buono” e “disgustoso” o, perlomeno, a diventare consapevoli della loro relatività. Così, leggendo di chi mangia cavallette e nidi di uccelli, coccodrilli e carne di squalo “putrefatto”, si comprendono abitudini e tradizioni alimentari lontane da noi ma non impossibili. L’autore, antropologo e conoscitore della cultura dei pigmei Baka che abitano nella foresta pluviale del Camerun, invita a “vincere la pigrizia dei sensi” e, come primo passo accompagnati dalla lettura, a immaginare come le popolazioni si procacciano e preparano quei cibi per noi insoliti. Il libro, che appare come una mappa mondiale degli alimenti, è articolato in sezioni (insetti, pesci, rettili, mammiferi, dolci… già, ci sono anche i dolci come le formiche del miele!) e ogni capitolo è corredato da disegni realizzati dallo stesso autore.

Se all’inizio ero molto sorpresa di ciò che leggevo e provavo una certa “distanza culturale”, procedendo pagina dopo pagina e addentrandomi nel racconto ricco di informazioni e aneddoti esperienziali ho sentito crescere la curiosità e il desiderio di conoscere. Una lettura che consiglio a chi non vuole restare chiuso nel proprio guscio e a chi desidera – come riporta la dedica a inizio del volume – diventare un “avventuroso esploratore di sapori e della vita”.

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A scuola, durante l’intervallo o prima delle lezioni, non è raro vedere bambini e ragazzi che leggono sorridenti Diario di una schiappa di Jeff Kinney (edito dal Il Castoro) e poi si scambiano i volumi per continuare la serie. Le copertine sono simpatiche e annunciano il tema della storia con un fumetto. Incuriosita dal crescente successo, ho chiesto ai giovani lettori delle mie classi quale fosse il motivo di tanto interesse e ho avuto risposte chiare: “Sono storie simpatiche, parlano di un ragazzo a cui ne succedono di tutti i colori e fanno ridere”, e mentre rispondevano si raccontavano un con l’altro gli aneddoti che più li avevano colpiti.

 

Così, ho voluto leggerlo anche io ed entrare nel mondo di un undicenne che inizia la scuola media e trova compagni con cui fatica ad andare d’accordo, che ha genitori che non comprendono bene la sua “vita da adolescente”, un fratello più grande che ama l’heavy metal e uno più piccolo da cui vuole prendere le distanze. Greg combina tante marachelle – alcune involontarie e dettate dallo stravolgimento degli eventi a suo sfavore – nelle quali spesso è coinvolto il suo amico Rowley, che pare quasi più sfortunato o pasticcione di lui. Insomma, gli ingredienti ci sono tutti perché un ragazzo riesca a riconoscere qualcosa della propria vita famigliare (la mamma è la figura dominante) o scolastica nelle avventure di Greg e allo stesso tempo possa far giocare la fantasia, grazie anche a un lessico a lui molto vicino e a una narrazione fattuale. I disegni disseminati tra le pagine aiutano a centrare l’attenzione sull’aspetto o sull’evento più divertente o ironico della storia. Diario di una schiappa è pubblicato in 51 Peasi e tradotto in 45 lingue (per l’italiano ci pensa Rossella Bernascone, che è stata mia insegnante di traduzione e lingue comparate all’Università di Torino). La storia mi ha fatto ricordare uno dei miei libri preferiti negli anni della scuola elementare: ogni estate rileggevo con gusto Il giornalino di Gian Burrasca, seduta per ore sul balcone divertita dalla lettura. Chi di voi l’ha letto si ricorderà le sorelle Ada, Luisa e Virginia, la secca zia Bettina, il lungo lungo signor Stanislao direttore del collegio e la bassa e grassa signora Geltrude…

La curiosità è cresciuta quando ho visto la versione latina del Diario di una schiappa: l’ho letta richiamando alla mente reminescenze scolastiche, talvolta usando il dizionario e affiancando la versione italiana come un testo a fronte (in questi frangenti vince l’approccio da linguista). Il volume è un esperimento linguistico ben riuscito, capace di stimolare la comprensione di una “lingua morta” utilizzata per un testo moderno (così Treccani definisce il latino, ma non tutti sono d’accordo…  e parlando dello studio a scuola rimando a un articolo di Stefano Bartezzaghi pubblicato su La Repubblica qualche tempo fa). Tradotto da monsignor Daniel Gallagher, il Commentarii de Inepto Puero ha subito attirato l’attenzione di studiosi e insegnanti. Se la prima copia della tiratura speciale è stata omaggiata a papa Francesco nel giugno 2015, nelle librerie è poi scattata la caccia al libro da parte dei ragazzi. Al traduttore bisogna di certo riconoscere una conoscenza approfondita dell’idioma: Gallagher, sacerdote della diocesi di Gaylord (Usa), è infatti latinista presso l’Ufficio per le Lettere Latine della Segreteria di Stato Vaticana e curatore del profilo Twitter in latino del pontefice. Così, lo scorso autunno, usando l’hashtag #twpuer proposto da TwLetteratura gli studenti di alcune scuole superiori hanno potuto cimentarsi in una rilettura su twitter dell’opera scrivendo rigorosamente in latino. Per quanto mi riguarda, mi sono divertita a incontrare espressioni come “discum compactum musicae metallicae” per “CD heavy metal” e “domus spiriti bus vexata” per “casa fantasma”. Il fatto che si tratti di un libro per ragazzi, quindi con costruzioni grammaticali e strutture sintattiche abbastanza semplici, favorisce peraltro l’esercizio di traduzione e la comprensione anche a chi magari non è così abile con il latino o, come me, non lo spolverava da un po’.

Provate. Guardate le varie copertine delle storie, cercate quella che più vi attira e iniziate a leggere: vi ritroverete a sorridere e a finire il volume in un baleno!

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Ogni tanto mi piace fare un giro in biblioteca, in quella vicino a casa o in un’altra che trovo lungo la via. Un clima differente rispetto alle librerie (servono entrambi gli ambienti per diffondere la passione per la lettura e la cultura). E’ sempre un momento di pausa, i pensieri seguono i libri che incontro. Mi piace osservare le novità acquistate e il posizionamento sugli scaffali dei consigli; talvolta mi soffermo anche a scambiare qualche impressione di lettura con altri utenti che stanno scegliendo il prossimo prestito e che magari indugiano con gli occhi sui volumi che tengo in mano.

In una delle mie recenti incursioni ho trovato un libro che si è rivelata una piacevole sorpresa. Mi ha attirato il titolo, ma non pensavo che quella storia dalle sembianze così distensive potesse offrire tante riflessioni e un buon tocco di ironia da lasciare un segno evidente. Anche i pesci si innamorano, di René Freund edito da Piemme. E’ proprio vero che anche in fatto di lettura c’è un tempo per ogni cosa e quanto un libro possa entrare in noi dipende molto dalla predisposizione (emotiva, ma non solo… a tal riguardo consiglio di seguire PerfectBook) del momento. E quando l’ho restituito in biblioteca ho incuriosito la bibliotecaria e un’altra signora che ancora non l’avevano letto.

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E’ la storia di un uomo, un poeta tedesco apprezzato dalla critica e dai lettori ma ammaccato dalla vita (un amore finito, ma non solo) e dal cinismo. Dopo un ricovero in ospedale, la sua editrice gli consiglia un periodo di riposo e gli fa avere le chiavi della sua baita in montagna con la speranza che ritrovi creatività e passione per vivere. Lei ha bisogno di un suo nuovo libro di poesie per non chiudere la casa editrice la cui sorte già versa in acque difficili. Una convalescenza, lontano dai ritmi di Berlino e dalla tecnologia, che all’inizio pare forzata ma giorno dopo giorno diventa sempre più salutare (e non ditemi che almeno una volta non avete desiderato anche voi staccare del tutto la spina per qualche giorno?!). Il poeta si scontra con la vita spartana e con la natura, con cui però poco per volta si riconcilia e che diventa elemento indispensabile per la sua risalita. Due le figure che lo accompagnano in questo percorso: la guardia forestale August e la ricercatrice Mara. E’ proprio questa giovane a raccontare ad Alfred che “anche i pesci si innamorano” e ad aiutarlo a recuperare spontaneità e desiderio di amare.

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Un romanzo caratterizzato da viaggi, fughe e ritorni. Un finale con tutti i pezzi che combaciano e rispondono alle aspettative del lettore create dal gioco di incastri. La particolarità di questo libro, tuttavia, non penso stia tanto nella costruzione della trama, quanto nell’evoluzione psicologica del protagonista e nella sua maturazione: arrivare a comprendere che l’amore è importante e necessario. Ecco perché anche i pesci si innamorano. E se non ci credete leggete questo simpatico articolo sui rituali di corteggiamento di pesci e animali marini.

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Ogni festival letterario e ogni fiera ha un taglio particolare e qualcosa per cui si distingue al di là del tema. Il clima, soprattutto. pordenonelegge è una manifestazione che resta nel cuore! Una città a misura d’uomo con un bel centro storico si veste di giallo e nero per oltre una settimana: vetrine e mezzi di trasporto (persino le biciclette dei cittadini) hanno tutti qualche addobbo o scritta che richiama la “Festa del libro con gli autori”. In alcuni locali di Pordenone si trovano persino menù a tema. Al centro dell’attenzione però c’è molto di più: gli scrittori raccontano le proprie opere; le presentazioni si svolgono in antichi chiostri, auditorium, sale, cinema e anche nelle piazze. A vegliare sul buon svolgimento di ogni evento ci sono gli “Angeli”, giovani con magliette gialle che sul retro hanno disegnate delle ali: indirizzano il pubblico, danno informazioni, distribuiscono il materiale e riordinano gli spazi; sempre sorridenti e molti sono interessati a comprendere come funziona il mondo del libro perché vivono la lettura come una passione.

pordenonelegge 2014: (da sin) Noemi Cuffia, Gloria Ghioni, Michela Zin, Sara Bauducco

pordenonelegge 2014: (da sin) Noemi Cuffia, Gloria Ghioni, Michela Zin, Sara Bauducco

Ho partecipato a pordenonelegge lo scorso anno come giornalista e blogger: per quattro giorni ho seguito interessanti incontri con scrittori, chiacchierato con organizzatori, colleghi e amici, scambiato qualche battuta con i lettori, ascoltato le prove di un concerto, mangiato piatti tipici e visitato la città (sono persino salita in cima al campanile del duomo). Ho scoperto libri e gettato i semi per nuove idee e progetti. Tutto ciò ho raccontato sul blog (qui) e sui social. Quest’anno, invece, potendo solamente seguire gli eventi a distanza, ho deciso di dare spazio a chi ha le mani in pasta nell’organizzazione: ecco quindi l’intervista a Michela Zin, membro della Fondazione Pordenonelegge.it.

pordenonelegge significa letteratura e la città vive questa manifestazione non solo nei luoghi d’incontro con gli autori, ma anche per le strade che si tingono di giallo. C’è un motivo per questo colore e come viene scelto il logo di anno in anno?

La scelta del giallo e nero risale al 2000, anno in cui nacque pordenonelegge. Fu una proposta di chi ci aiutò nell’avvio della prima edizione e, a dire il vero, all’inizio non ci entusiasmava. Con gli anni però abbiamo apprezzato la solarità del giallo e il legame ai caratteri di stampa del nero. Ora questi due colori caratterizzano così tanto pordenonelegge e sono entrati con così tanta forza nell’immaginario collettivo che sarebbe difficile pensare di farne a meno. E la nostra città quando si colora di giallo e nero, è bellissima! La scelta dell’immagine è merito del nostro studio grafico (DM+B & Associati) in particolare di Patrizio De Mattio che da sempre ci sorprende per le sue originali proposte. Anche quando non sembra esserci nessun aggancio evidente alla manifestazione, se non magari il solo richiamo a uno dei due colori, siamo i primi a stupirci per il celato legame. Inoltre, a noi piace molto che anche il nostro pubblico si costruisca un perché, si senta libero di vivere il proprio pordenonelegge fin da quando facciamo uscire l’immagine di quell’edizione.

Gli angeli di pordenonelegge sono una risorsa importante dal punto di vista organizzativo e una presenza che concretizza il significato dell’accoglienza. Ognuno con un compito ben preciso. Può essere un modello esportabile per altre manifestazioni?

Gli angeli sono il nostro orgoglio. Soprattutto perché si criticano sempre le nuove generazioni accusandole di essere poco coinvolte nelle attività pubbliche o nel sociale. Invece i nostri ragazzi sono una bellissima eccezione. Il ricorso ai giovani é sicuramente un modello già utilizzato da molti altri festival anche se credo che la nostra impostazione non abbia uguali. Diamo loro regole precise e una formazione puntuale ma vogliamo anche che comprendano di essere un tassello fondamentale di quel meraviglioso puzzle che è pordenonelegge. Il risultato è che loro si sentono responsabilizzati e noi soddisfatti di quel che fanno per noi. Motivarli, responsabilizzarli e gratificarli credo siano i nostri punti di forza.

Cosa ha significato la partecipazione di pordenonelegge al Salone del Libro di Torino quest’anno?

Abbiamo proposto agli organizzatori di occuparci della poesia portando nel nostro stand quanto, con Librerie Coop, avevamo creato a pordenonelegge nel 2014. E abbiamo proposto molti incontri su questo tema. È stato un successo, anche più del previsto. Questo ci ha permesso di stringere ancor più le relazioni con la Fondazione che cura il Salone del Libro e ritagliarci un momento di grande visibilità a livello internazionale. Del resto, il tema della poesia è uno di quelli su cui stiamo lavorando già da alcuni anni e che ha dato vita, per esempio, al censimento dei poeti italiani under 40 e alla pubblicazione di volumi ed ebook con le raccolte di alcuni di questi giovani.

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Il logo dell’edizione 2015, che si svolge dal 16 al 20 settembre, è simpatico e “gustoso”: una serie di girelle di liquirizia. Nomi illustri nel programma che è inaugurato da Daniel Pennac con il suo nuovo libro L’amico scrittore (Feltrinelli): da Marcelo Figueras a David Leavitt, da Nicola Lagioia a Antonia Arslan…

Quali sono i punti di forza e le peculiarità dell’edizione 2015?

Il programma realizzato dal Comitato artistico – guidato da Gian Mario Villalta con Alberto Garlini e Valentina Gasparet – è anche quest’anno di altissimo profilo. Difficile sottolinearne i punti forza per me che l’ho visto nascere di giorno in giorno. Credo che anche quest’anno ci sia una grande attenzione a proporre ospiti e temi non banali, a creare dialoghi inusuali, a stuzzicare nuovi percorsi o punti di vista innovativi. Ecco, credo che da sempre pordenonelegge si distingua per questo, per essere un festival originale. E se poi vogliamo riprendere quanto sottolineato dai curatori nella presentazione del programma, l’edizione di pordenonelegge 2015 si caratterizza per un esame attento delle parole “crisi” e “futuro”, indissolubilmente legate tra loro ma con un interessante strumento per approfondirne conseguenze, prospettive e attese: il libro.

pordenonelegge vive anche durante l’anno , oltre il periodo della rassegna, per valorizzare il rapporto tra cultura e territorio attraverso gite in luoghi letterari, incontri e concorsi. Avete già pensato a cosa attuare tra 2015 e 2016?   

Da quando è nata la Fondazione effettivamente abbiamo messo ordine alle molte iniziative che già realizzavamo e ne abbiamo proposte di nuove. L’idea è quella di diventare una sorta di agenzia culturale a disposizione del territorio. Ad esempio per i prossimi mesi abbiamo proposto il corso “Tradurre la narrativa” perché sappiamo bene quanto sia importante il lavoro “artigianale” che deve fare un traduttore. Torneranno sicuramente le nostre visite sul territorio in compagnia di autori che hanno avuto un grandissimo successo e, dopo il pordenonese, passeremo a esplorare nuove aree. Non mancheranno poi le nostre pubblicazioni, altri percorsi di scrittura creativa, collaborazioni in regione, fuori regione e anche con altri festival internazionali con i quali stiamo scrivendo un progetto europeo. Il marchio pordenonelegge, insomma si diffonderà nell’arco di tutto l’anno.

Quali incontri seguirai dell’edizione 2015?

Come ormai accade fin dalla prima edizione, purtroppo nessuno! Nonostante per un anno intero, si lavori intorno a quell’incontro o a quell’ospite, quando é l’ora di vederlo sul palco, per noi dell’organizzazione e per i curatori é tempo di correre in un altro luogo, rispondere a una necessità del momento, risolvere qualche imprevisto. O forse potrei anche rispondere tantissimi, perché nel mio correre da un angolo all’altro della città per vedere che tutto stia andando come abbiamo programmato, ho sempre la fortuna di avere una visione speciale, arrivando proprio in prossimità del palco. Giusto in tempo per carpire qualche battuta, scambiare uno sguardo con i curatori o con gli angeli per verificare che tutto sia ok ed è già tempo di rispondere al telefono o correre da un’altra parte. È comunque un privilegio per noi poter entrare in contatto con questi ospiti illustri per tutta la fase preparatoria. E un loro passaggio in segreteria per un saluto durante le giornate o una mail di ringraziamento post festival ci gratifica di tutto il lavoro fatto.

 

 

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Così come talvolta la sintonia con qualcuno si percepisce “a pelle”, ci sono libri che a prima vista entrano nel cuore, libri la cui copertina suggerisce atmosfere e sensazioni che toccano corde profonde. A me è successo con il romanzo Reykjavik Café di Sólveig Jónsdóttir edito da Sonzogno.

Reykjavik Café

Il disegno di uno scorcio di città avvolto in un blu che lascia presagire la notte ma apre al giorno mi ha conquistato, soprattutto sono rimasta affascinata da quella finestra illuminata: un’apertura su diverse storie. Il titolo richiama quel filo che lega le vite di quattro ragazze (e delle persone che hanno attorno), ognuna con un passato e sogni diversi: talvolta appena si sfiorano inconsapevolmente, altre volte condividono il momento di un caffè o alcune battute e altre ancora si scontrano per riemergere con maggiore consapevolezza. Reykjavik fa da sfondo, ma il suo clima (con l’aria “immobile ma gelida”) e i suoi colori impregnano la quotidianità (fatta anche di scivoloni a causa del ghiaccio e di scarpe con troppo tacco) e i ricordi che vengono a galla. “Da quella mattina un sottile strato di neve si era depositato sopra i cumuli ghiacciati lungo le strade e i marciapiede”: così, Reykjavik diventa un personaggio che può silenziosamente influire sui tempi e sugli incontri, sulle decisioni e sui progetti. In questa storia c’è chi sogna altro e chi teme di cambiare, chi vuole restare e chi desidera partire, chi è prigioniero del passato e chi del presente, chi percorre solo la strada nota e chi senza pensare ne imbocca una sconosciuta…

Il finale del romanzo soddisfa, a tratti sembra chiudere il cerchio delle vicende ma lascia aperta quella finestra illuminata su quattro ragazze che sono cresciute nei sogni e nei progetti e hanno fatto i conti anche con l’imprevedibilità della vita. Un libro che mi ha affascinata dalla copertina all’ultima pagina, lasciandomi inoltre la voglia di fare un viaggetto a Reykjavik.

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I consigli di lettura si presentano nei modi più diversi e fanno breccia quando entrano in sintonia con il momento parlando alla tua vita. Al Salone del Libro di Torino ho arricchito la mia wishlist lasciandomi guidare anche da citazioni e pareri di “lettori forti”, librai e editori scritti su post-it in bella vista sulle copertine o da accostamenti curiosi e interessanti…

Girando tra gli stand:

 

Non mancano i consigli di lettura nati per un evento organizzato da @Stoleggendo, #ZeroGradiDiSeparazione, a cui hanno partecipato diversi #readerguest tra cui la sottoscritta in combinata con Anna Da Re (che lo ha raccontato qui):

A questo punto immagino che anche voi abbiate appuntato qualche titolo per le prossime letture estive…

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Ogni nome reca in sé un significato e evoca immagini. Il nome può essere connotativo e denotativo, ma un nome non è mai per caso. Ognuno ha nel proprio un germoglio che crescerà e lo accompagnerà per tutta la vita per scrivere insieme una storia.

Angela Nanetti, autrice per ragazzi tradotta in 24 Paesi e vincitrice del Premio Andersen Italia per tre volte, ha scritto Un giorno un nome incominciò un viaggio pubblicato da Edizioni Gruppo Abele per raccontare le avventure di un nome attraverso città e campagne, deserti e oceani. Il libro, illustrato dal bravo Antonio Boffa, fonde diversi piani narrativi che arrivano così a lettori di ogni età (pur trattandosi di un libro per bambini) per affrontare il tema della migrazione: i piccoli coglieranno principalmente la storia di una bambina che fugge da dolore, difficoltà e ingiustizie (caratterizzate, ad esempio, da disegni dove domina il nero per il mare in tempesta), i grandi vi leggeranno la triste e complessa realtà di chi abbandona la propria terra per disperazione come sempre più spesso racconta la cronaca.

cover un giorno un nome ega

Bella la prefazione di Fabio Geda, che sintetizza: “E’ la vita che si feconda nei nomi degli uomini che ciascuno di noi dovrebbe accogliere come figli”. Un invito ma, purtroppo, dietro quel condizionale si cela anche un’amara riflessione.

In modo sintetico ma altamente evocativo Nanetti parla dell’incontro con altre culture attraverso l’uso della lingua: “con essi scambiò saluti e racconti di storie piccole e grandi”“il nome incontrò altri nomi che gridavano in lingue sconosciute”. Ogni incontro è ricchezza e il nome – che esprime identità – si arricchisce del proprio vissuto, qualsiasi sfumatura di colore abbia e emozioni faccia nascere. Questo nome fatto di tante parole, Quella che danza coi narcisi, non si arrende e prosegue il suo viaggio e, nonostante la speranza, si arena senza vita su una spiaggia. Tuttavia, la storia non è ancora finita perché l’autrice vuole lasciar parlare la vita che, come un cerchio all’infinito, rigenera sempre per amore un altro nome. Così, “tutti ripresero a danzare” e i colori, di pagina in pagina, tornano a illuminarsi: accanto al grigio fanno capolino anche l’arancione, l’azzurro e il lilla per descrivere un arcobaleno che spazza via le nuvole e puntella la vita.

int. un giorno un nome ega

Illustrazione di Antonio Boffa per “Un giorno un nome incominciò un viaggio” (EGA)

 

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atlante immaginarioAtlante immaginario è un libro che conquista il lettore, accompagnandolo alla scoperta di un universo in cui i confini di spazio e tempo si sciolgono lungo sentieri indicati da grandi autori come Omero, Calvino, Kafka e tanti altri. Questa lettura è stata davvero un lieto incontro che ha lasciato il segno! Lo scrittore Giuseppe Lupo, docente di letteratura italiana contemporanea all’università Cattolica di Milano e Brescia, è riuscito a fondere sapientemente stile narrativo e saggistico per dare vita a riflessioni che si muovono tra quotidianità e passione per la lettura, ricordi e sogni, considerazioni storiche e osservazioni geografiche: i pensieri respirano, la fantasia vola, il passato è accolto con nuove valenze. Edito da Marsilio, Atlante immaginario, raccoglie cinquanta capitoli che provengono dall’omonima rubrica domenicale pubblicata su Avvenire dal settembre 2012 al luglio 2013: “Ho sempre pensato che questi scritti potessero diventare un libro quindi non ho modificato impostazione o ordine, ma solo apportato piccole variazioni o integrazioni” spiega Lupo.

La scrittura è sempre trasfigurazione della realtà” ha commentato la scrittrice Paola Mastrocola introducendo il libro di Lupo al Circolo dei Lettori di Torino insieme al critico letterario Sergio Pent, che ha definito l’autore “uno dei più grandi conoscitori della letteratura industriale”. Lupo, che si definisce “un geografo mancato” e innamorato del racconto Le mille e una notte, afferma la supremazia delle storie nel senso più ampio del termine: “Se non ci fossero cosa sarebbe il mondo e cosa gli darebbe gusto? Muoiono i popoli ma non le loro storie. Bisogna profetizzare la storia per costruire il mondo. Gli scrittori non devono raccontare la cronaca”.

Sergio Pent - Giuseppe Lupo - Paola Mastrocola (Circolo dei Lettori, Torino)

Sergio Pent – Giuseppe Lupo – Paola Mastrocola (Circolo dei Lettori, Torino, 17 novembre 2014)

Intervista a Giuseppe Lupo

Quali sono gli strumenti necessari per costruirsi un “atlante immaginario” e come si inizia la sua realizzazione? 

Prima di tutto credo sia necessario avere immaginazione, tanta non poca, e anche curiosità. A volte conoscere una geografia significa anche inventarsela, portarla alla superficie da quel limbo sotterraneo dove si trova fino al momento della scrittura. Per realizzarla basta un po’ di azzardo. I mondi occorre inventarli nei libri se vogliamo che poi si realizzino.

Quale è il libro che ti ha permesso di viaggiare maggiormente con la fantasia e perché?

Non ce n’è solo uno, almeno quattro: l’Odissea, l’Orlando furioso, il Don Chisciotte e Cent’anni di solitudine. I motivi sono anche qui tanti: sono poemi-romanzi che inventano geografie, oltre che descriverle.

Cosa significa “futuro” per uno scrittore che ama viaggiare (realmente e in senso figurato) e quale città italiana sceglieresti per ambientare un romanzo nel futuro?

Non sono un gran viaggiatore nel senso classico del termine, non mi muovo tanto da casa se non per lavoro. Questo forse mi permette di pensare a viaggi che non farò mai, ma che vorrei fare. Una città in cui mi piacerebbe ambientare un romanzo è Venezia, la più atipica delle città italiane, una città che solo i poeti o i visionari potevano costruire. In parte era già presente nel mio ultimi romanzo, Viaggiatori di nuvole (Marsilio).

Secondo te è possibile scrivere un romanzo che risulti “nuovo” o inevitabilmente bisogna fare i conti con universali e topoi letterari che nascono dall’animo umano?

L’idea è affascinante e antichissima. Ogni scrittore, agli inizi della sua storia, crede di inventare qualcosa di unico, qualcosa che nessuno mai avrebbe scritto. Poi non sempre questa fortuna accade. Anzi, ogni scrittore non può non cimentarsi con quella che si chiama tradizione. Ogni cosa che facciamo ci somiglia ed è figlia di ciò che ci è arrivato dal tempo di ieri. L’importante credo sia distinguere se stessi e la propria voce dalle voce precedenti. Per quanto mi riguarda, ogni mio romanzo cerca di battere strade poco frequentate. Ne sto completando uno che aspira ad avere caratteri di originalità o, come scrivono alcuni miei recensori, di inattualità.

Mi ha molto incuriosito il capitolo in cui racconti di avere due scrivanie, una per lavorare a testi di saggistica e una per dedicarti ai romanzi. Questi due generi, che tu definisci “geografie diverse” e “due alfabeti”, possono incontrarsi in qualche modo?

Cerco di non far passare le carte da una scrivania all’altra, ma non sempre ci riesco. È chiaro che quando scrivo di narrativa ragiono da narratore (e peraltro anche sfrenato nella fantasia), quando scrivo di saggistica ragiono guardando le questioni da un’altra prospettiva. Poi a volte le carte, prima che sulle scrivanie attraversate dal vento, si mescolano dentro la mia testa.

Spesso nel libro fai riferimento alla tua Lucania, offrendo percorsi geografici e culturali propri della regione. Quale importanza hanno secondo te le origini nella formazione e nella crescita umana e “spirituale” di una persona?

La geografia a cui ciascuno di noi appartiene e in cui poggiano i nostri piedi è come la terra in cui affondano le radici degli alberi. Non credo che tutto sia giocato nei primi anni della nostra vita, come pensava Pavese, però – certo – molto del futuro viene disegnato nel tempi dell’infanzia, che è anche il tempo della memoria.

Nel libro parli di scrittori da pianura e da montagna, a seconda del loro modo di approcciarsi alla scrittura, riportando anche qualche esempio. Pensi quindi che vi corrispondano lettori da pianura e lettori da montagna?

In un certo senso sì. Come esistono scrittori abituati a scalare o a passeggiare sul piano (in questo sta la differenza tra romanzieri e autori di racconti), forse esistono lettori che amano le passeggiate su terreni pianeggianti, amano l’orizzontalità o il narrare breve, e ce ne possono essere altri che prediligono la verticalità, la vetta delle Alpi.

“I libri navigano davvero a cavallo delle onde e gli editori stanno in allerta, pronti a calare le reti”: come è cominciata la tua esperienza nel mondo editoriale e cosa secondo te determina un buon libro (quindi, una buona pesca per l’editore)?  

Ho avuto la fortuna di incontrare Raffaele Croci, il quale, oltre che essere un importante scrittore e intellettuale, è stato anche un talent scout. Lui mi ha “allevato” con grande attenzione e cura, mi ha seguito come deve fare un maestro, mi ha introdotto nel mondo editoriale. Grazie ai suoi consigli, ho infilato le mie carte in una bottiglia e l’ho buttata in mare. La fortuna, il caso, il destino, il vento hanno soffiato nella direzione di Venezia, dove il mio editore passeggiava sulle rive del mare ad attendere messaggi in bottiglia. L’ha raccolta e l’ha assaggiata, come si fa con il vino. L’immagine me l’ha data proprio lui, Cesare De Michelis, in una conferenza che gli sentii pronunziare una quindicina di anni fa. Per questo motivo il romanzo Viaggiatore di nuvole l’ho dedicato a lui, “che aspetta messaggi in bottiglia sulle rive di Venezia”.

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Non-fate-troppi-pettegolezziDal parco del Valentino all’hotel Roma, da Superga alle vie del centro: lo scrittore Demetrio Paolin conosce bene la città di Torino e ha voluto raccontarla attraverso quattro grandi autori che l’hanno abitata e amata, in modo diverso ma intenso. Non fate troppi pettegolezzi, edito da LiberAria, è un agile e piacevole saggio che ripercorre i punti salienti della vita e il pensiero letterario di Emilio Salgari, Cesare Pavese, Primo Levi e Franco Lucentini offrendo al lettore anche note citazioni che ben si incastonano nell’architettura del libro. Paolin segue le orme di questi scrittori e nel capoluogo piemontese dei giorni d’oggi ricerca i personaggi delle loro opere: “Questo squarcio è così torinese che ancora adesso quando cammino le vie intorno alla stazione, cerco Deola”, parlando di I pensieri di Deola di Cesare Pavese; si affeziona ai luoghi che sono entrati nella quotidianità dei quattro “maestri”: “Tutte le volte che ci passo penso alla lirica scritta da Levi per l’albero che ogni giorno vedeva davanti al suo portone e che stava lì ad aspettarlo, quando lo scrittore usciva per andare a lavorare o quando rincasava dopo otto ore di fabbrica. Ci sono volte, quando la notte si popola di incubi o di cattivi presagi, che con la bici vengo fin qui e mi appoggio a quell’ippocastano e guardo il portone”. Il titolo del volume riprende un appunto lasciato da Cesare Pavese sui Dialoghi con Leucò nella stanza d’albergo in cui decise di togliersi la vita, “Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi”, e Paolin puntualizza che “la conoscenza dei particolari è pettegolezzo”. Così, nel suo libro non abitano morbosità o idealizzazione, ma solo passione letteraria e il desiderio di ricercare ciò che ha dato slancio all’intuizione e alle parole dei quattro, la voglia di ripercorrere un cammino intellettuale e di analizzare la scrittura oltre la critica già letta, in un’ottica di “paesaggio quotidiano”.

demetrio paolin

L’idea di scrivere questo libro è venuta leggendo o passeggiando per la città della Mole?

L’idea del libro è nata chiacchierando e passeggiando con Alessandra Minervini, la mia editor. Ovviamente camminavamo per Torino parlando di libri letti, e sulla strana relazione che c’era tra quei libri, i suoi autori e la città che li aveva visti vivere e morire. I miei libri nascono, quasi sempre,  passeggiando per la città, mi serve camminare e stare in mezzo alle persone. Noto qualche tic, qualche strano comportamento e lo memorizzo. Di colpo poi ho chiara la storia che voglio dire e così incomincio a scriverla. Per Nftp la cosa è stata simile e quindi ho voluto scrivere un libro che fosse in fieri; pagine dentro le quali il lettore sentisse come le idee e le interpretazioni e le immagini nascessero in quel preciso istante. Volevo scrivere un libro che sembrasse “spontaneo” e che rendesse minimamente visibile il labor della scrittura.

Quale è il luogo letterariamente più suggestivo di Torino per te, e perché?

L’intera città ha per me un fascino irresistibile. Ho scritto un racconto, pubblicato nel libro La seconda persona (Transeuropa), intitolato Fabbrica che narra la “circumnavigazione” in bicicletta di Mirafiori. Questo per dire che ai miei occhi ogni luogo di Torino può diventare suggestivo, anche se il luogo che più volte mi ha colpito, ma del quale ancora non sono riuscito a scrivere nulla, è la chiesa della Consolata.

I luoghi si trasformano nel tempo, assorbono anche le energie e il clima del contesto urbano e paesaggistico che li circonda, eppure quelli che racconti nel libro riescono a mantenere inalterato il proprio fascino e a proteggere la propria storia. Quanto contano vita, fama e opere di chi li ha abitati?

Ti confesso che a me piace molto andare a vedere le case degli scrittori, è una piccola ossessione o mania se vogliamo. Se vado in una città e in quella città ha vissuto uno scrittore che ho amato, io devo andare a vedere la casa, oppure devo andare a prendere il caffè dove lui lo prendeva e se posso vado a visitarne la tomba. È in mio modo, per citare il Foscolo dei Sepolcri, di abbracciare le urne dei forti. Nella mia testa io cerco quindi di ritrovare intatto lo spirito di chi ci ha abitato. La cosa bella dei luoghi, delle case, dei quartieri, delle città è che esse hanno memoria, tengono dentro di sé millesimate le esperienze di tutti: basta stare lì e ascoltare.

C’è un qualcosa per cui ti senti accomunato ai quattro autori di cui parli nel volume?

Il primo legame è la responsabilità. Mi sembra che sia un tema comune a tutti e quattro gli scrittori, studiati in NFTP. Loro si sentono responsabili delle parole che scrivono. In un tempo in cui la parola scritta è inflazionata, la loro cura e il loro tormento su quello che scrivono e su come lo scrivono mi sembra una cosa importante e da sottolineare. C’è poi il tema della vergogna e dell’impostura che me li fa sentire vicini. Spesso e volentieri anche io non mi sono sentito a mio agio rispetto alle cose che la vita mi ha condotto a fare. In me rivive un po’ la vergogna del contadino inurbato, quello che vedeva nella città un luogo fantastico da cui era essenzialmente separato. Credo che questa separazione sia il grado zero della vergogna, questo non sentirsi a proprio agio in nessun luogo.

Cosa è la scrittura per te? Hai già idee per un prossimo libro?

La scrittura per me è una prassi. È un modo per fare sì che le immaginazioni che ho nella testa trovino un luogo per esserci. Quando le immaginazioni finiranno anche questa prassi finirà. Per ora sto lavorando su alcune storie e ancora molto complicato da dire cosa ne verrà fuori, ma qualcosa di nuovo nascerà.

Quale è il libro che più ti ha segnato come lettore e che ancora ti accompagna?

Il libro che mi ha segnato di più è sicuramente la Bibbia, letto da bambino e da giovane, è ancora adesso fonte per me di profonde riflessioni. È la Bibbia che ha formato il mio immaginario, la mia visione del mondo; sono le scritture sacre quelle con le quali mi confronto maggiormente.

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Sono una lettrice onnivora e molto curiosa. Con questo spirito ho affrontato il romanzo d’esordio di Matteo Bertone, conosciuto su twitter come @lultimovampiro; lo ammetto, il genere horror non è tra i miei preferiti ma anticipo già che la lettura è stata piacevole e la storia davvero intrigante. Figure chiave di Diurno Imperfetto, edito da Nero Press, (non a caso, considerato il nick dell’autore) sono dei vampiri tratteggiati però in modo differente da come siamo abituati a vederli dipinti o raccontati in molta letteratura e filmografia: il vampiro è tale perché lo ha scritto nel dna e quindi si porta dietro la complessità del proprio vissuto che si intreccia con giochi di luce e ombra che caratterizzano tutti. Il tutto, comunque, condito a dovere: goth club e grigie periferie di città sullo sfondo, un protagonista alla ricerca della propria identità e donne che vedono la realtà con occhi malati, un amore in agonia e desideri che si fanno strada, ricorrenti riferimenti musicali e alcune pennellate ironiche sul fare poesia. E dopo aver letto il libro non ho potuto far a meno di porre qualche domanda all’autore, sul genere e sul libro…

matteo bertone

 

Chi è @lultimovampiro e quando si trasforma in Matteo Bertone?

@lultimovampiro è una delle personalità di Matteo Bertone, quella che vive su twitter, sanguigna, polemica e senza filtri, ma anche ironica e mai (troppo) volgare. Un simpatico vampiro, insomma, sarcastico, insofferente, cattivello, tenebroso quanto basta e sempre attento a libri e letteratura, l’unica vera consolazione per chi deve vivere in eterno… Fuori da twitter il vampiro ritrae i canini e diventa Matteo, che lavora in un’azienda farmaceutica e sfrutta il suo tempo libero per scrivere e disegnare.

Come è nata la tua passione per il genere “vampiresco” e cosa ti affascina di questi personaggi?

I vampiri mi affascinano sin dalla più tenera età. Conservo ancora un divertente libro illustrato sui vampiri che mi regalò mio nonno quando avevo 8 anni. Ho sempre avuto una passione per il “lato oscuro”, i luoghi bui e polverosi, i castelli arroccati e diroccati, i ragni, i pipistrelli e i mostri di ogni tipo! Credo di avere uno spirito guida vampiro… o qualcosa del genere!

Perché, secondo te, negli ultimi anni ha preso molto piede la lettura di libri che hanno come protagonisti i vampiri?

Il mito del vampiro, ovvero del cadavere che torna in vita, si perde nella notte dei tempi e non è mai passato di moda. Se ci si fa caso, la cosiddetta “moda dei vampiri” è in realtà un trend ciclico, che si rinnova periodicamente grazie all’uscita di un film o di un libro di successo a cui fa seguito la relativa trasposizione cinematografica. È il caso, ad esempio, del Dracula di Coppola o di Intervista col vampiro, e, negli ultimi anni, di Twilight. Non sono un fan di Twilight, credo sia semplicemente una classica storia d’amore adolescenziale in cui il bel tenebroso di turno, impossibile e problematico, è un vampiro. E tuttavia mi fa sempre piacere quando il mito del vampiro viene riscoperto grazie a un libro o un film, perché, inevitabilmente, il successo fa da traino per altre opere meritevoli o per la riscoperta di libri e film del passato da parte delle nuove generazioni.

Quale è stata la scintilla che ha dato il via alla scrittura del tuo Diurno imperfetto?

Volevo scrivere un libro che parlasse di vampiri e allo stesso tempo volevo reinventare a modo mio la figura del vampiro. Volevo creare vampiri che scardinassero i classici cliché della specie, pur mantenendo qualche tratto caratterizzante. Non mi interessavano sangue, croci, aglio e bare, ma piuttosto la riscoperta di alcuni elementi simbolici della tradizione archetipica del vampiro mescolati a una concezione moderna, melanconica, grottesca e dissacrante del “non morto”, come simbolo del desiderio – quanto mai attuale – di non invecchiare. Il vampiro diventa quasi un pretesto per delineare una visione dell’esistenza. Tanto è vero che Diurno Imperfetto è stato definito da alcuni un romanzo di formazione, più che una storia horror. Inoltre volevo che la musica (nello specifico la new wave anni ‘80) avesse un ruolo centrale nella storia. Ci sono voluti diversi anni, ma alla fine Diurno Imperfetto ha preso forma e, grazie all’ottimo e professionale lavoro di editing dell’editore Nero Press, è diventato un libro.

Oltre ai vampiri e alla scrittura c’è anche un’altra passione nella tua vita. Racconta qualcosa della tua attività di disegnatore…

Purtroppo dedico poco tempo a questa attività che invece ne richiederebbe molto, anche più di quello che serve per la scrittura. Disegno da quando sono bambino e da qualche anno mi sono specializzato nella colorazione digitale dei miei disegni. Il mio sogno è di riuscire a pubblicare un libro illustrato per ragazzi, e forse il mio progetto “Illustri Vampiri” (una carrellata dei più famosi vampiri della storia, illustrati e raccontati dal sottoscritto) l’anno prossimo vedrà la luce… ma non troppa: sono pur sempre vampiri!

Quali libri consigli di leggere a chi ama il genere o è semplicemente curioso?

I romanzi sui vampiri che consiglio a tutti, al di là dei classici come il Dracula di Stoker, Le notti di Salem di King o la saga di Anne Rice, sono Lasciami entrare di LIndqvist e Suck! di Christopher Moore. Il primo è forse il mio scrittore horror preferito e Lasciami entrare il suo capolavoro. Christopher Moore è sempre spassoso e i suoi vampiri non sono da meno.

Diurno Imperfetto

 

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