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20 novembre: ricorre oggi la Giornata Internazionale per i Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza. Infatti, proprio il 20 novembre 1989 veniva approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia.

Ma non ci sono solo le notizie (la maggior parte di cronaca, ahimè!) che permettono di riflettere su questo tema; poche ore fa, ad esempio, ho terminato di leggere un libro che mi ha appassionato (dalla prima all’ultima pagina) e che racconta la storia di due ragazzi di culture differenti con diritti negati. Il gusto proibito dello zenzero, Jamie Ford, edizioni Garzanti (2010).

Trama (dall’interno della copertina). Seattle. Nella cantina dell’hotel Panama il tempo pare essersi fermato: sono passati quarant’anni, ma tutto è rimasto come allora. Nonostante sia coperto di polvere, l’ombrellino di bambù brilla ancora, rosso e bianco, con il disegno di un pesce arancione. A Henry Lee basta vederlo aperto per ritrovarsi di nuovo nei primi anni Quaranta. L’America è in guerra ed è attraversata da un razzismo strisciante. Henry, giovane cinese, è solo un ragazzino ma conosce già da tempo l’odio e la violenza. Essere picchiato e insultato a scuola è la regola ormai, a parte quei pochi momenti fortunati in cui semplicemente viene ignorato. Ma un giorno Henry incontra due occhi simili ai suoi: lei è Keiko, capelli neri e frangetta sbarazzina, l’aria timida e smarrita. È giapponese e come lui ha conosciuto il peso di avere una pelle diversa. All’inizio la loro è una tenera amicizia, fatta di passeggiate nel parco, fughe da scuola, serate ad ascoltare jazz nei locali dove di nascosto si beve lo zenzero giamaicano. Ma, giorno dopo giorno, si trasforma in qualcosa di molto più profondo. Un amore innocente e spensierato. Un amore impossibile. Perché l’ordine del governo è chiaro: tutti i giapponesi dovranno essere internati e a Henry, come alle comunità cinesi e, del resto, a tutti gli americani, è assolutamente vietato avere rapporti con loro. Eppure i due ragazzini sono disposti a tutto, anche a sfidare i pregiudizi e le dure leggi del conflitto. E, adesso, quarant’anni dopo, quell’ombrellino custodisce ancora una promessa. La promessa che la Storia restituisca loro la felicità che si meritano.
Un romanzo d’esordio che ha sorpreso e incantato, rivelandosi un fenomeno editoriale unico. Uscito in sordina negli Stati Uniti, ben presto ha scalato le classifiche di tutto il paese e ha venduto migliaia di copie solo grazie al passaparola dei lettori. Ambientato durante uno delle epoche più buie e dolorose degli Stati Uniti,Il gusto proibito dello zenzero è una storia indimenticabile e commovente di speranza e determinazione, di abbandono e di rimpianti, di lealtà e coraggio che esplora la forza eterna e immutabile dell’amore. Booktrailer

Il gusto proibito dello zenzero è un romanzo che cattura chi ama le storie che sanno di autenticità, ben contestualizzate con l’aiuto anche di riferimenti storici. C’è anche sentimento, tratteggiato con intimo realismo. Il lettore cammina al fianco di Henry e Keiko e si interroga su come questi due ragazzi di cultura diversa ma profondamente legati riescano a sopportare tanto odio intorno a loro, li vede crescere e attraverso i loro occhi osserva la dura realtà. Tra le pagine si sente respirare l’anima “di zenzero” di Seattle, della parte che ha ospitato cinesi e giapponesi: allora si ringrazia l’autore che – in un’intervista in appendice – racconta di essersi a lungo documentato e aver camminato per le strade della città con un taccuino in mano per fare schizzi e prendere appunti. E, leggendo, quanta voglia di metter davvero piede in quell’hotel Panama, ancora oggi scrigno di ricordi e storia! Chi ama il jazz resta di sicuro affascinato da questo libro perché lo sente in sottofondo, è un ritmo che impregna la scena e scorre nelle vene dei principali protagonisti; inoltre, qua e là si incontrano citati grandi nomi della scena musicale degli anni ’40 come il pianista Oscar Holden (padre della cantante Grace), Floyd Standifer e Buddy Catlett. Ancora, non resta deluso chi cerca una storia a lieto fine: non neghiamolo, a metà del racconto si può forse iniziare ad intuire cosa accadrà nelle ultime pagine eppure l’happy end non risulta banale tanto le vicende sono raccontate con verismo.

Chiuso il libro, tornando con l’attenzione ai giorni nostri, mi son chiesta quanti bambini e ragazzi si trovino ancora a vivere in situazioni come quella di Henry e Keiko…

Ci si può incontrare ed arricchire reciprocamente anche grazie alla cucina perché i cibi veicolano cultura e parlano di riti. Nelle nostre città multietniche i piatti della tradizione locale vivono accanto a ricette di altri Paesi; occorre però essere un po’ curiosi di scoprire sapori diversi e chiedersi cosa mangiano gli altri. “A me piace parlare di world food, un patrimonio che appartiene a tutti. Amo viaggiare e ho visto che il cibo è un mezzo affascinante per raccontare le culture. Il cibo è regolato da riti e i cibi quando viaggiano nel tempo e nello spazio parlano dell’incontro con altre culture – spiega il giornalista e gastronomade Vittorio Castellani, in arte Chef Kumalè – E’ normale che quando la cucina viaggia ci sia l’adattamento al gusto locale, riscontriamo questo ad esempio nel fatto che a noi piace l’eccesso di spezie. I cinesi invece hanno una più ampia definizione di onnivoro rispetto ad altre culture: ciò è dovuto alla reperibilità della materia prima, pensiamo al tubero andino maca o alle foglie di coca, che o non si trovano fuori del loro Paese o sono carissimi”.

Castellani nasce come Chef Kumalè nasce nel 1991: “Conducevo The Cous Cous Clan su radio Flash e dovevo trovarmi un nome, così ho preparato una cena a cui ho invitato il mio produttore per discutere del programma – racconta il gastronomade – Alla fine del pasto gli ho chiesto in piemontese “Coma a l’è?”; lui mi ha guardato e prendendo spunto da questa battuta è nato il mio nome”. Ma nella sua vita Castellani ha fatto di tutto: “Mi sono occupato di entomologia, preparazione di concerti e scambi internazionali. Poi ho deciso di ascoltarmi e ho visto la mia passione, che prima di tutto mi è stata trasmessa geneticamente perché sono emiliano”. Ma l’interesse per la cucina affonda le radici nel tessuto famigliare: “Penso che se alcune esperienze non si fanno da piccoli, non si possono poi riconoscere. Io sono figlio di emigranti e ricordo una grande festa di ricongiungimento famigliare che facevamo in Emilia, nei campi del nonno – riprende lo Chef Kumalè – Il pranzo di ferragosto radunava una settantina di persone per dodici ore intorno a un tavolo, si mangiava lentamente. Un’esperienza ed un vissuto felliniano”.

Nell’ultimo suo libro, “Nuvole di drago e granelli di cous cous. Ricette facili di un gastronomade senza frontiere” (ediz. Vallardi), Castellani descrive piatti semplici di differenti culture per introdurre il lettore al world food. Il testo si presenta come un ricettario di viaggio che raccoglie circa 200 ricette che lo Chef Kumalè ha trovato in giro per il mondo: “Ho preferito scegliere piatti facili da realizzare ma mai banali, perché la cosa più importante per iniziare a introdurre qualche novità sulla nostra tavola è provare piacere e divertirsi a cucinare per sé e per gli amici” scrive l’autore. Molti i libri che ha già pubblicato, anche sul tema del word food e per restare aggiornati su notizie ed eventi si può consultare il suo sito www.ilgastronomade.com, dove si trovano anche ricette dal mondo e la rubrica “la dispensa esotica”.

Da parte dei media si nota un maggior interesse per la cucina, infatti aumentano i canali televisivi che dedicano molto spazio a programmi di cucina e a reality sul tema. Come si può leggere tutto ciò?

Questo è un fenomeno più o meno recente e da cinque o sei anni ha guadagnato in fatto di spettacolarizzazione. Ormai la trasmissione di sapori generazionali è stata interrotta o ridimensionata ed i media cercano altre vie; inoltre, vi sono interessi economici ed investimenti con grandi cifre intorno a queste trasmissioni. Concordo con Petrini (Carlo Petrini, presidente di Slow Food – ndr) quando usa la definizione di “pornografia alimentare” ed anche nei corsi che tengo da ormai 15 anni non vedo piena consapevolezza da parte di chi vi partecipa.

Proviamo a metterci dall’altra parte dei fornelli: come si sta a tavola oggi?

Mangiare è diventato un modo per sottolineare il proprio status. Oggi ci si ammala molto per cosa si mangia, eppure la qualità si trova. La gente sa cucinare di meno, ma pone più attenzione all’immagine e partecipa volentieri a degustazioni. Occorre però andare all’essenziale, alla qualità degli alimenti: le cose buone si trovano dai contadini e nei mercati, chi ha mai detto che si trovano solo nei negozi di lusso? La molta comunicazione che c’è sul tema è invece rumore. La cultura veicola il cibo e tutto è soggettivo. Oggi ciò che ha forti sapori o profumi, tipo il Puzzone di Moena o alcuni tipi di pesci, spesso è rifiutato dalle nuove generazioni. Ancora, c’è una riduzione drastica del vocabolario gastronomico perché ormai si è abituati a cibi finti.

Gippa (foto di Gabriella Ceron)

Suona per passione e insegna a cantare e creare musica ai bambini: Gippa, all’anagrafe Giuseppe Fortunato, è un geometra che ha finito i suoi studi al conservatorio di Torino specializzandosi in flauto traverso ed ora lavora in campo educativo scolastico cercando di coniugare la quotidianità in chiave musicale. “Ho avuto tantissimi sogni da bambino, ma quelli che mi venivano meglio erano legati all’immagine di me seduto con la radio accesa mentre tengo il tempo e in un attimo ero ovunque volessi – racconta il musicista 34enne – Oggi è più o meno uguale. A volte è da questi momenti che nascono le emozioni giuste per relazionarsi con la musica”. Tutto parte dalla passione. Durante i laboratori musicali la classe si trasforma in una sala di registrazione: così Gippa insegna i testi delle canzoni ai bambini raccontando come sono nate le parole e si sono trasformati i dialoghi dei personaggi delle fiabe, spiega come comportarsi davanti ad un microfono e come sentire la musica in cuffia, ma soprattutto cerca di far capire che ognuno può esprimere molto con la propria voce.  Su youtube si possono trovare sei canali con i video delle sue creazioni: flute out raggruppa pezzi ri-arrangiati con il flauto; gippatube è dedicato alle sue canzoni pop-rock-latin; su ilsuonodiCharlie si trovano varie canzoni didattiche frutto di laboratori nelle scuole; chescirechannel è il canale delle canzoni scritte da Gippa su Alice nel paese delle meraviglie che hanno caratterizzato un intero corso didattico; in ozistherainbow ci sono canzoni a tema sul film “Il Mago di Oz” ed infine in galleriadeibriganti si possono ascoltare canzoni ideate per raccontare la fiaba “I Musicanti di Brema”.

Quali generi musicali hai “masticato” crescendo e quali preferisci? Ci sono artisti che consideri dei “maestri”?

A scuola ho avuto un’impostazione “stra-classica”, non solo classica. Disciplina e applicazione, silenzio e pedalare. Ma ho sempre ascoltato di tutto, a 360 gradi, anche la “tunz dance”. L’artista pop italiano che considero “comunicatore per eccellenza” è Lorenzo Jovanotti mentre non mi piacciono artisti o gruppi che scrivono testi vittimisti. Credo che chi scriva musica abbia una grande responsabilità: donarla in modo costruttivo, positivo; prendiamo ad esempio Romeo e Giulietta di Nino Rota: è struggente ma tocca note che non ti fanno mai perdere la “speranza”.

Insegni musica ai bambini lasciando che siano loro a creare. Come avvengono le lezioni e quali sono le reazioni dei bambini?

Mi piace farmi trasportare dalle loro idee, sentire che cosa piace, leggere emozioni nell’ esposizione di un’idea; la realizzazione della canzone Dado Dadino, che ho musicato con una classe per un laboratorio, ha seguito proprio questo iter. Quando insegno le canzoni ai bambini, le lezioni sono un mix tra gioco, disciplina e scherzo; ogni tanto credo di sembrare anche un po’ “pazzo”, ma io mi sento normalissimo. I bambini rispondono anche in modo maggiore a quello che gli do proprio perché sono bambini ed il filtro nelle emozioni lo hanno solo gli adulti.

Quale spazio dovrebbe essere dato alla musica nelle scuole e cosa può veicolare?

Per quello che ho visto io, da quando lavoro nelle scuole, fino a qualche anno fa il modello scolastico italiano per la primaria era molto funzionale e dava molto spazio alla musica: certo, aveva ampi margini di miglioramento davanti, ma una buona base. Credo che ogni singolo istituto, avendo un proprio discreto budget, potesse scegliere con relativa “tranquillità” l’attività didattica musicale più indicata; ora, con tutti questi tagli statali e, secondo me, una scuola pubblica sempre più alla rovina, quello che una volta era un diritto non lo è più, la musica in un certo senso sembra un bene di “lusso” e la prima cosa che si fa in un qualsiasi sistema che zoppica è “tagliare” iniziando proprio dal lusso. Eppure la musica contribuisce all’integrazione culturale e l’Italia ne ha bisogno, è un bene quindi iniziare a seminarla proprio dai più piccini. La musica deve essere insegnata da chi ne ha competenza e la sa rimandare nel giusto linguaggio, altrimenti si possono fare anche grossi danni (senza nulla togliere alle maestre, non si può insegnare tutto nella vita).

Oggi la televisione propone diversi programmi in cui i bambini si mettono alla prova, cantano e suonano imitando i grandi con brani ideati per i grandi. Da insegnante di musica, cosa ne pensi? Vi possono essere differenze in ambito musicale in base all’età?

Tutto questo non mi piace e non seguo questi programmi. Il bambino ha un’identità delicata e le responsabilità dell’adulto nei suoi confronti sembrano svanire quando inizia a specchiarsi in quello che vorrebbe vedere per lui. Parliamoci chiaro: sono i genitori che portano il proprio bambino in questi programmi. Il bambino ha talento ed è bravo? Vuole suonare o cantare nella propria vita? Ok, ecco il mio consiglio: studiare, forgiarsi, crescere e a quel punto la televisione sarà ancora lì, ma allora si tratterà di una sua scelta. Ripeto, i bambini hanno “identità delicata” e l’orco cattivo della televisione si chiama “Share” ed è molto egoista.

Quali progetti hai per il futuro e quali sogni nel cassetto?

Che bella domanda! Voglio risponderti con una frase di Linus che ho letto e mi è così piaciuta che l’ho fatta subito mia. Charlie Brown: “Cosa ti piacerebbe essere da grande?”, Linus: “Felice da fare schifo!”. E io aggiungo, “ovviamente non da solo”.

Un paio di assaggi di brani di genere differente firmati Gippa:

Heigh-ho! (sulla fiaba “I sette nani”)

Le emozioni

Letti fatati in mezzo agli alberi difesi da principi in calzamaglia e trattori d’epoca tirati a lucido: domenica 11 settembre, nel Parco Reale del Castello di Racconigi due eventi hanno attirato l’attenzione di grandi e piccoli, un percorso di animazione per bambini con i personaggi delle fiabe e la rievocazione della trebbiatura “come si faceva una volta”.

Lungo il sentiero che conduce dalla residenza fino alla radura verde che si apre in mezzo al parco saltellavano facce allegre: Cappuccetto Rosso scappava dal cacciatore mentre una dolce Biancaneve stendeva calzine colorate, il lupo cattivo chiedeva chi avesse incontrato la nonna e una principessa dormiva su di un letto protetto da veli e da damigelle. Nel prato, in fila uno accanto l’altro, tanti trattori di diversa cilindrata che raccontano come si è evoluto il lavoro nei campi nell’ultimo secolo.

Ad un tratto, un lungo fischio seguito da altri tre più incalzanti: è il segnale di inizio. La gente si è radunata intorno ad un’area recintata dove i soci dell’associazione Trattori e Trattoristi – Amici veicoli storici di Murello, con tanto di maglia rossa e cappello di paglia, hanno dato vita alla rievocazione della trebbiatura con una trebbiatrice del 1880 con porta-paglia messa in funzione da una macchina a vapore del 1906. Ambientazione bucolica. “Vogliamo raccontare e non perdere il patrimonio di tradizioni lasciatoci dai nostri nonni – spiega Battista Sobrà, classe 1944 e presidente dell’associazione che conta 220 iscritti – Queste macchine sono state usate fin verso il 1930, poi ne sono subentrate altre che facevano molto rumore e verso il 1960 sono arrivate le mietitrebbie come le conosciamo oggi”.

Il racconto si è sciolto tra i ricordi dei più anziani: la trebbiatura iniziava a metà luglio e durava una cinquantina di giorni perché i contadini si spostavano con i macchinari nelle varie cascine della zona, così ogni giorno era come una festa che coinvolgeva più famiglie e contribuiva a rinsaldare i legami. Alle 4, ancora con il buio della notte, si accendeva la caldaia e un paio di ore più tardi si suonava il fischietto che dava il via e chiamava tutti all’opera; così si andava avanti fino a mezzanotte quando si terminava con la cena nell’aia. “Sulla trebbia stavano le ragazze che dovevano tagliare i cordini dei covoni che passavano gli uomini; poi c’era chi toglieva i sacchi di grano e chi faceva il pagliaio – riprende Sobrà – Era faticoso, oltre che per il lavoro anche per il caldo: in un giorno si facevano circa 100 sacchi di grano da 90 chili l’uno”. La colazione, preparata dalle nonne, si faceva tutti insieme e nel primo pomeriggio si pranzava, spesso con minestra di fagioli e peperoni. “Il grano era il motore dell’agricoltura – commenta Giovanni Berardo di Savigliano, 72enne e da 60 anni al lavoro nei campi – La trebbiatura era davvero una festa: si uccideva il tacchino la domenica e si potevano conoscere belle ragazze perché allora non c’erano discoteche e non si usciva come si fa oggi”. Con orgoglio l’uomo mostra il diploma che il padre ha ottenuto nel 1928 per poter guidare e gestire la manutenzione del suo trattore Ford: “Allora era difficile metterli in funzione, non bastava girare la chiave”.

Poco per volta, è diminuito il mucchio di legname per la caldaia del trattore ed è invece aumentato quello di paglia, tanto che qualcuno, sulla scia dei ricordi d’infanzia, ha voluto assaporarne il profumo sprofondandovi dentro. Così, una voce allegra è uscita dal pubblico: “Mamma, posso farlo anche io?”.

Titolando

Nel cuore di Torino, in una tiepida sera di inizio settembre. Al termine di una cena tra amici anobiini (o anobiiani, cioè conosciutisi attraverso il social network librario www.anobii.com), sul tavolo si è creata una pila di libri. “Proviamo a creare una poesia dorsale” esclama qualcuno. E per chi non lo sapesse, si tratta di una composizione ideata concatenando i titoli di volumi impilati uno sull’altro (su poesia www.poesiadorsale.it vi sono informazioni ed esempi). Ma più che una poesia, questa volta gli amici anobiini hanno dato vita a un mini racconto ed ecco il risultato:

Indignatevi! Come dimagrire mangiando bene: Eat pray love! disse San Tommaso d’Aquino, Il giorno del giudizio. “Preferisco il paradiso” rispose Tobia che si trovava presso Le tre stazioni, Underworld, davanti a Il monte analogo. Ma, Bianca come il latte rossa come il sangue, Madame Malloy e il piccolo chef indiano fecero un Discorso sulla matematica contemplando La luna e i falò. Intanto, La 19a moglie, ricca di Stagioni, nel Palazzo Yacoubian e precisamente dentro La libreria del buon romanzo, accanto a I bastioni del coraggio, leggeva Le avventure di Tom Sawyer.

Ora tocca a voi lettori, provare a perfezionare il racconto con gli stessi titoli (dal basso verso l’alto). Buon divertimento!

Il mondo del vino si sta evolvendo: cambia il target di consumatori, si punta a prodotti di qualità legati alla storia del territorio e le aziende produttrici promuovono eventi che si coniugano in chiave socio-culturale. Questo tenta di fare ad esempio l’azienda vitivinicola Balbiano di Andezeno, che ha fatto rivivere le vigne storiche di Villa della Regina producendo un vino rosso d’eccellenza venduto qualche mese fa ad un’asta benefica il cui ricavato è destinato ai lavori di recupero della villa seicentesca sulla collina torinese. L’azienda, che ha ottenuto il titolo di Maestri del Gusto nel 2003 e ancora nel 2005, 2006 e 2008 per la produzione di Freisa, da tre generazioni lega tradizione e innovazione festeggiando quest’anno il 70esimo dalla fondazione. “Mio padre Melchiorre ha iniziato come figlio di agricoltori a fare il mediatore di uve e così ha avuto un grande successo portando il Freisa di Chieri nei mercati piemontesi – racconta Franco – Dopodiché è andato avanti fino al 1984, ma nel 1972 sono già subentrato io e infine si è unito mio figlio Luca”.

“Negli anni ’70, il consumo nazionale medio pro capite era di 110 litri all’anno, ora siamo sotto i 50 litri però una volta c’erano i bevitori di damigiane, ora si punta di più su bottiglie di qualità – prosegue Franco – Una volta il vino si comprava sfuso e veniva considerato più un alimento, oggi il mercato è cambiato e dobbiamo offrire prodotti proporzionati al costo”. Intanto si registra una crescita dei saloni del vino, da quello di Torino al rinomato Vinitaly di Verona passando per incontri a circuito regionale come Expovins di Aosta. E proprio sull’enogastronomia gli italiani non sembrano voler risparmiare, andando invece alla ricerca di genuinità e sicurezza sull’origine del prodotto: la Coldiretti ha infatti stimato che per le vacanze 2011 è stato speso oltre un miliardo in cantine, malghe e frantoi (la notizia). Si fanno controlli sulla qualità del vino anche a bordo di voli aerei e pare che a offrire prodotti di qualità migliore siano le compagnie low cost (la notizia).

Il 29enne Luca Balbiano, laureato in giurisprudenza ma cresciuto in mezzo alle vigne, racconta come l’azienda di famiglia mantenga un contatto diretto con gli appassionati di vino anche attraverso i social network e come riesca a legare il Freisa, “vino che una volta era misconosciuto e considerato dolce”, ad altri prodotti e realtà locali di prestigio per educare i gusti della gente e sviluppare una certa biodiversità per i vini di nicchia.

Cosa significa essere Maestri del Gusto del vino?

Essere Maestri del Gusto significa innanzitutto far parte di un’élite di eccellenza enogastronomica della Provincia di Torino orgogliosamente conquistata “sul campo”. Infatti, a differenza delle molte guide esistenti, più o meno credibili, l’elenco dei Maestri del Gusto è stilato sulla base di un’esperienza ed una verifica diretta dell’eccellenza espressa dal produttore. Una verifica di qualità, una verifica di igiene e sicurezza, una verifica del rispetto delle tradizioni. Per questo siamo orgogliosi di far parte di questo gruppo, sin dalla sua prima edizione, in cui i Maestri erano solamente 50.

Aumentano le manifestazioni in cui il vino è protagonista, dalle fiere alle serate di degustazione abbinate anche ad iniziative benefiche e culturali. Come si può leggere questa tendenza?

L’interesse nei confronti del vino è indubbiamente in grande crescita, sia in Italia sia al di fuori dei nostri confini. Il vino è ed è sempre stato sinonimo di cultura: una cultura che si sta espandendo esponenzialmente soprattutto in quei Paesi protagonisti di un forte sviluppo economico e sociale. Penso soprattutto a nazioni comela Cinao l’India dove, complice una grande crescita economica, oltre che demografica, il vino (soprattutto quello italiano) trova terreno fertile. La ragione principale è da individuarsi senza dubbio nel grande fascino che ispira il vino ed il mondo che lo circonda; ancora oggi noi produttori di vino siamo visti un po’ come degli “stregoni” che, con l’abilità e l’esperienza acquisita dalle generazioni che ci hanno preceduto, fanno il “miracolo” della trasformazione dell’uva in vino. Non c’è dubbio, inoltre, che la grande attività di sensibilizzazione portata avanti da enti come ONAV (Organizzazione nazionale Assaggiatori di Vino, ndr) e AIS (Associazione Italiana Sommeliers, ndr), in grande crescita di iscrizioni, sia fondamentale per instillare nella mente e nel cuore delle persone la curiosità di conoscere la bellezza e la profondità del nostro mondo.

Quali sono le caratteristiche che fanno un buon vino?

Questa domanda avrebbe mille risposte. A mio parere, le caratteristiche fondamentali che un buon vino deve avere sono essenzialmente due. Innanzitutto la genuinità. Può sembrare banale, ma la genuinità rappresenta un aspetto davvero fondamentale e dev’essere il faro che illumina la via di ogni produttore. Fortunatamente la ricerca della più totale genuinità, nel mondo del vino, è coadiuvata dall’importante mole di controlli che vengono effettuati sia dal punto di vista chimico sia da quello organolettico prima che il prodotto venga immesso sul mercato. Siamo probabilmente la categoria alimentare soggetta ai più rigorosi controlli, su tutta la filiera produttiva, e di ciò senz’altro non può che giovarne il consumatore. Il secondo aspetto è certamente il rispetto delle tradizioni e del territorio. Un vino, in fondo, rispecchia (o quantomeno dovrebbe) il territorio dal quale proviene: è la bellezza del vino e della vite, che trae la propria essenza dal terroir da cui proviene. Per questo motivo è fondamentale che non si snaturi troppo quello che la terra ha da offrire, perché la terra è schietta e sincera, non fa compromessi. Rimanere fedeli alla terra significa, a mio parere, rimanere fedeli a sé stessi. Cosa può essere più importante di questo?

Come è nato il progetto del vino di Villa della Regina e come si sta sviluppando?

Il progetto del “Vigna della Regina” ha una genesi che ha del miracoloso e del romantico. Quando mio padre fu contattato dall’architetto Federico Fontana (direttore dei lavori di restauro della Villa) e da Vincenzo Nieddu (decano della Camera di Commercio di Torino) per avere un parere sulla fattibilità del progetto, la situazione in cui versavala Villaera davvero disastrosa. Erano iniziati i primi lavori di recupero di quella che un tempo era la residenza reale orgoglio dei Savoia e serviva davvero un grandissimo sforzo di immaginazione per figurarsi una vigna laddove all’epoca c’era un bosco di arbusti totalmente informe. Nel freddo di quell’inverno del 2003, tuttavia, nel cuore di quelle tre persone è scattata una scintilla. La vigna di Villa della Regina doveva essere ripristinata e doveva tornare ai suoi antichi fasti, a tutti i costi. Da quell’inverno molte cose sono state fatte: la nostra Azienda è stata incaricata del reimpianto e della conduzione del vigneto fino alla fase produttiva, arrivata nel 2008. Da quel momento, una concessione quinquennale ci ha affidato i primi anni di vita di un vigneto che ora è l’orgoglio di Torino oltre che, chiaramente, nostro. Quest’anno finalmente, dopo moltissimi sforzi, siamo finalmente usciti sul mercato con la primissima annata d’esordio del “Vigna della Regina” 2009. Un vino fine ed elegante, che non ha fatto un solo giorno di legno proprio per esprimere al massimo le peculiarità del vitigno, il nostro amato Freisa di Chieri. Ne sono state prodotte solamente 5.000 bottiglie, a fronte di un vigneto di poco meno di un ettaro, che i nostri clienti hanno in buona parte prenotato sulla fiducia, cosa che ci inorgoglisce molto e che dimostra che fare bene il proprio mestiere alla lunga paga. Il primo ciclo vitale del vino è stato chiuso idealmente sabato 14 maggio quando, con l’aiuto e la consulenza dell’amico Giancarlo Montaldo (già banditore dell’asta del Barolo e dell’asta del tartufo di Alba), abbiamo realizzato un’asta benefica dei primissimi grandi formati del “Vigna della Regina” 2009 e i proventi sono stati destinati ad alcuni mini-progetti di recupero della Villa, ora già splendente ma con ancora molto lavoro da fare. Con la collaborazione di due giovani professori dello IED di Torino (Suppi e Gorup) abbiamo realizzato un bel sito dedicato al vino: su www.vignadellaregina.it è possibile trovare, su un’immaginaria timeline storica, tutte le informazioni possibili sia sulla residenza sia sul vigneto. Questi risultati sono una bella soddisfazione!

Una delle ultime novità sono le vostre caramelle al gusto di vino. Esistono frontiere alimentari ancora da superare per sdoganare maggiormente il gusto del vino? Cosa vi piacerebbe osare?

Si, in effetti l’ultima novità sono proprio le Pastiglie Leone realizzate con il “Vigna della Regina”, sia al Freisa sia al Cari. E’ un progetto a cui teniamo molto, realizzato con l’imprescindibile consulenza del ragionier Monero di Pastiglie Leone, storica marca torinese. Ci piaceva l’idea di unire due cose che prima d’ora non erano mai state abbinate, ma che allo stesso tempo rappresentassero un po’ una crasi della torinesità più pura: un distillato di Torino! Più che per sdoganare maggiormente il gusto del vino, questo progetto è nato per poter ampliare, anche solo in parte, la disponibilità di un prodotto fortemente limitato nei numeri: laddove le bottiglie sono solamente 5.000, per realizzare 60kg di pastiglie sono sufficienti solamente4 litridi vino! In questo modo vogliamo dare la possibilità a un maggior numero di persone di avvicinarsi ad un progetto che ci appassiona e che ci rappresenta fortemente. Cosa ci piacerebbe osare? Beh, possiamo dire che i progetti in corso d’opera non mancano mai qui ad Andezeno! L’ultimo in ordine cronologico a vedere la luce è la creazione di un nuovo spumante dedicato a mio nonno per celebrare anche il 70esimo anno dalla fondazione dell’azienda; infatti, negli anni ’50, per la prima volta, era stato lui, Melchiorre detto Chiulìn, a realizzare uno spumante di Freisa di Chieri chiamato “Centotorri” in onore proprio di Chieri, la città “delle cento torri”; quindi, il nostro nuovissimo spumante di Freisa è stato chiamato “Chiulìn”.

Sono molti gli intenditori e gli appassionati di vino che si scambiano impressioni e informazioni su twitter e sui social media. Dai loro messaggi traspare che bere vino vuol dire gustare e riconoscere gli aromi, e si tratta di un rito da condividere e non solo una voglia da soddisfare; inoltre, si nota come molti appassionati di vino siano giovani…

I social media e Twitter in particolare svolgono un’attività che diventerà sempre più imprescindibile per ogni azienda che voglia stare al passo con i tempi. L’immediatezza e la sintesi delle informazioni trasmesse consentono al cliente o all’appassionato un contatto diretto, senza fronzoli, con il produttore. Ciò porta un enorme vantaggio reciproco se il mezzo viene ben utilizzato. Credo molto nelle potenzialità e nell’utilità della comunicazione, in tutte le sue sfaccettature: in un mondo che offre milioni di informazioni a portata di clic è impensabile trincerarsi dietro gli atteggiamenti ottocenteschi che hanno caratterizzato da sempre il mondo del vino. Per questo sono impegnato in prima persona sui social media, su Twitter come @ViniBalbiano e sulla nostra pagina Facebook, dove ci si può scambiare opinioni e consigli sul vino. Il motto della nostra Azienda è sempre stato “innovazione nel rispetto delle tradizioni” e per un produttore di vino appassionato di tecnologia come me questa sembra quasi una profezia.

Cosa leggere durante le vacanze? Tante le rubriche a riguardo su giornali e blog, i consigli si rincorrono anche alla radio e nei programmi televisivi. Io ho voluto fare la stessa domanda ad alcuni amici che amano i libri, che ne scrivono o li usano come fonte d’ispirazione per il proprio lavoro. Ecco quali titoli suggeriscono.

Il linguista Edoardo Lombardi Vallauri, docente all’Università Roma Tre e autore della trasmissione “Castelli in aria” su Ri Radio3, propone Pastorale Americana di Philip Roth e The Corrections di Jonathan Franzen, “l’ideale seguito nella funzione di far capire, attraverso una narrazione intensissima, l’America recente”. Ancora, La versione di Barney di Mordecai Richler, “enormemente più ricco del film che ne è stato tratto di recente” viene suggerito “per fare esperienza, attraverso il romanzo, di un po’ di America del Nord, stavolta il Canada”.

Il regista Franco Collimato (sito), fondatore della compagnia Teatro in Fuga e curatore di laboratori di teatro di narrazione e canzone, riporta tre titoli adatti agli adulti – bambini, ai bambini – adulti e ai bambini – bambini. Bestiacce di Pino Pace con i disegni di Giorgio Somacal “è un viaggio improbabile, e quindi magicamente possibile, scritto dai due esploratori più sedentari del mondo”; Arrivano i Troll di Alan Mac Donald “è la storia di una pelosissima e simpaticamente truculenta famiglia di Troll che va a vivere a Biddlesden, in Inghilterra… con tutto quello che ne consegue, ad esempio, i rapporti con i vicini di casa”; La scuola dei pirati – L’arrembaggio narra le avventure “di piccoli lupetti di mare che dopo il primo anno di scuola da pirati devono superare l’esame di maturità”…

Marco Zabel è un lettore vorace iscritto al social network librario Anobii. Si entusiasma raccontando il libro Medicus di Noah Gordon: “Fantastico! Per molte ragioni”. E’ la storia di un inglese, Rob J. Cole, che vive attorno all’anno 1000 nell’Inghilterra medioevale: rimasto presto orfano trova la sua strada come saltimbanco e cerusico; sente, grazie al un dono di sentire se un essere sta per morire, di essere chiamato a combattere il Cavaliere Nero, la Morte. Intraprende quindi un lungo viaggio per andare in Persia a studiare medica con il grande Avicenna e per fare ciò si finge ebreo. “Abbiamo quindi un insieme di culture diverse, europea, persiana ed ebrea, che si avvicendano e si intersecano; le descrizioni delle culture, degli ambienti sono quanto mai accurate e assai fedeli a quanto si conosce dell’epoca – aggiunge Zabel – E’ un libro che si legge come si beve un bicchiere d’acqua fresca nel caldo dell’estate”. Secondo suggerimento è Com’è piccolo il mondo! di Martin Suter: “La storia è avvincente e solo con il passare delle pagine si scopre che è anche un thriller. L’autore riesce ad incorporare il declino spirituale di alcuni dei personaggi,  la comprensione di altri personaggi, la malattia progressiva del personaggio principale in un thriller abilmente intrecciato che gli fa’ guadagnare sicuramente 5 stelle”. Infine, lancia Canale Mussolini di Antonio Pennacchi: “Davvero molto piacevole e interessante. Anzitutto lo stile con cui è scritto, una narrazione ad un fantomatico uditore che ogni tanto interloquisce con l’autore costringendolo a simpatiche precisazioni. L’uso del dialetto veneto-pontino rende molto umano e simpatico il racconto. I contenuti, che spaziano dal primissimo 900 al dopoguerra con sporadici commenti al contemporaneo, sono molto interessanti e rendono assai bene l’atmosfera di questo lungo lasso di tempo. L’autore poi, un fascio – comunista, è esattamente nella vita come nel libro”.

La scrittrice e giornalista Paola Calvetti, autrice del romanzo “Noi due come un romanzo”, inizia con il proporre il libro che le ha fatto scoprire Virginia Woolf, La signora Dalloway. “E’ un romanzo interiore, di pensiero. Il romanzo che amo e che non leggo da anni. Lo rileggerò quest’estate. In questo periodo ho bisogno di leggere libri che mi trascinano in una corrente. La Woolf ci porta nella sua mente, poco nel cuore, e la scrittura di questa breve storia – un giorno, che ne contiene mille – è un flusso ininterrotto di coscienza. Ne ho bisogno, di questi tempi frastornati da frasi brevi e sincopate e da facebook e digital marketing. Ho bisogno di frasi lunghe, di pensieri interrotti ma di una scrittura morbida”. E’ risaputo che a Paola Calvetti piacciono le storie d’amore, ma “se ne scrivono poche che riescono a coniugare bella scrittura e sentimento – sottolinea la giornalista – I romanzi d’amore vengono derisi, sbertucciati anche se tutti dicono che l’amore è ciò che conta ed è capace di muovere montagne”. Per caso si è imbattuta in Notti bianche di André Aciman: “E’ bellissimo!”. Il protagonista di questa storia è un trentenne: è la vigilia di Natale e lui, suo malgrado, si trova catapultato in un incontro con Clara (nevrotica, intelligente, coetanea). “Questo romanzo, dalla scrittura bella e raffinata, non sorprende per la trama, ma per la sorpresa che riserva un incontro” aggiunge Calvetti. La biografia Steve Jobs. L’uomo che ha inventato il futuro, scritta da Jay Elliot è “un’altra storia di speranza e talento anche per chi non ama Apple e io sono apple-dipendente – chiosa la scrittrice – E’ un viaggio dentro il talento e la monomaniacalità: Jobs il visionario raccontato da un uomo che lo incontrò per caso, in una sala d’attesa, quando aveva 26 anni. Elliot aveva appena mollato il suo lavoro alla Intel. Gli bastò una frase e dal giorno dopo seguì quel ragazzino senza nemmeno sapere se fosse un genio o un cretino arrogante. Un saggio, non un romanzo, sull’uomo che ci ha detto “stay foolish, stay hungry…”.

Paolo Lazzaro Capanni, giornalista e fondatore di Radionova e della rivista Tuttomontagna, si occupa di comunicazione per enti pubblici e privati ed è appassionato di poesia e di storia locale. Questi sono i suoi consigli librari: Via da qui di Alessia Bizzarri, Pietro dei colori di Normanna Albertini e Sì, babbo di Elisabetta Roncallo.

Angela Barlotti è biblioterapeuta da oltre 25 anni, si è allenata alla lettura insieme ai detenuti nelle carceri, agli anziani nelle case di riposo, alle persone affette da disabilità, agli stranieri ed ora vuole regalare al nipote la gioia che ha arricchito la sua vita. “I libri che incontro e che mi accompagnano sono quasi sempre frutto di incontri che la vita mi regala – racconta la donna – Come il libro che ho con me anche in auto e che per ora ho soltanto sfogliato”. Sorrisi di gatto, curato da Maria Cristina Capanni, contiene racconti di nove autrici internazionali (il ricavato della vendita del libro è destinato all’associazione Bambini Cri du Chat che si occupa dei piccoli affetti dall’omonima sindrome). Latitanze del friulano Mauro Daltin può essere riassunto in queste frasi “Uscì dal parco e proseguì lungo il fiume…davanti a lei solo ghiaia e foglie che si spezzavano sotto le scarpe”. Per ricordare i 150 anni dell’Unità d’Italia, propone Anita, una grande storia. L’avventurosa e sconosciuta biografia della prima moglie di Giuseppe Garibaldi: “Anita è sepolta in un piccolo paese vicino a Ravenna ed io sono cresciuta con le storie che si narravano sull’amore e il coraggio di questa donna sofferente e stremata che vi giunse via mare per morirvi – racconta Barlotti – Ho un’edizione datata 1986, vecchia ma preziosa perché ricca di disegni che raffigurano i momenti dei racconti, forse non più in commercio ma certamente reperibile interrogando il catalogo delle biblioteche italiane”. Parlando con Angela Barlotti, emerge la sua irrefrenabile passione peri libri, tanto che i suggerimenti continuano: Esercizi di stile di Raymond Queneau con testo francese a fronte; Rapsodia irachena di Sinan Antoon, “un affresco a tinte forti della dittatura irachena; Lunario del paradiso di Gianni Celati, “un romanzo forse sentimentale”; Il pescatore di Casamicciola (“per innamorarsi di Ischia”) del drammaturgo e romanziere polacco Adam Krechowiecki…

Francesca Fialdini, giovane presentatrice televisiva di origine apuana e animatrice di eventi live, suggerisce il Diario di Etty Hillesum: “Leggere questo libro significa percorrere un viaggio nell’intimità di una donna moderna, contemporanea, dall’intelligenza brillante e lo sguardo profondo. Una donna olandese di famiglia ebrea, vissuta nei difficili anni del nazismo e finita nell’inferno dei campi di concentramento. A dispetto della tragica vicenda che ha colpito il suo popolo e il mondo intero, Etty ha lasciato un’eredità umana e spirituale molto grande alle generazioni future. Ha saputo indicare una via, un percorso di riscatto e rinascita nel vorticoso caos di quel periodo storico, incarnando perfettamente l’immagine di una donna mossa da una sana inquietudine e per questo incapace di arrendersi alle verità proposte dagli altri”. Apocalisse Amore di Davide Rondoni è una raccolta di poesie, “in cui il tema dominante dell’Amore da’ colore, forma e senso al viaggio costante e inesauribile dell’autore, sempre in cerca della verità in tutte le sue manifestazioni. Apocalisse Amore, nelle sue visioni ci porta nei frammenti della quotidianità dove le persone si cercano, sprofondando nei bagliori notturni, nei bicchieri dei bar, nelle mani degli amanti, nel ricordo di santi, nel volto dei propri figli ancora bambini”. Infine, la presentatrice consiglia un libro a chi ama le donne: Le sante dello scandalo, di Erry De Luca. “E’ un libricino agevole, intenso, saporito. Le pagine corrono veloci scandite dal ritmo incalzante di De Luca, che salva solo i dettagli necessari epurando il resto da inutili orpelli. La corsa però è data anche e soprattutto dalla grandezza dei personaggi femminili che ci vengono proposti; storie millenarie, che appartengono alla Scrittura Sacra ma si inscrivono con forza nella contemporaneità, incidendola”.

“Uno che di professione amerebbe fare lo spiritoso”, così si definisce Augusto Rasori che, insieme a Giorgio Somacal, ha ideato e continua a creare le Strisce Bavose. I tre libri che ha scelto Rasori per l’estate hanno una caratteristica in comune: “Sono quasi dei bildungsroman. Tutti hanno come protagonisti dei ragazzi e le loro esperienze più o meno traumatiche, che comunque segneranno un momento di svolta nella loro evoluzione”. Il primo è In fondo alla palude di Joe R. Lansdale, scrittore molto prolifico e particolarmente legato alla sua terra d’origine, il Texas orientale; in questo romanzo ambientato durante la Grande Depressione, due fratelli, entrambi ancora bambini, scopriranno il segreto che si cela dietro agli orrendi delitti del temuto Uomo-Capra. Mr Vertigo, “forse il più solare tra i romanzi di Paul Auster”, comincia negli anni ’20; il libro è incentrato su Walt Raley, orfanello di Saint Luois, che grazie ad un bizzarro maestro e ad un durissimo apprendistato scopre di avere un dono del tutto particolare. Infine, Rasori suggerisce Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay, romanzo vincitore del Pulitzer scritto da Michael Chabon, autore che si è anche occupato della sceneggiatura del film Spiderman 2: “E’ la storia di due ragazzi: di Josef, ebreo e abilissimo nel disegno, che scappa da Praga durante l’invasione tedesca del 1939, e di suo cugino Sammy, talento dell’affabulazione e dotato di una fantasia senza freni, che diventeranno famosi nel mondo del fumetto per la creazione di un personaggio indimenticabile, l’Escapista”.

* per mantenere uniformità di presentazione, dove possibile, ho scelto di linkare al titolo del libro la rispettiva pagina sul social network dei lettori www.anobii.com, che riporta inoltre i commenti della community.

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